Shopping: i saldi non sono mai troppo lontani

Complice la stagione primaverile ballerina, il cambio di stagione è arrivato tardi. I deliziosi maglioncini mezzo peso, gli spolverini e le scarpette sono rimasti nell’armadio e siamo passati da maglioni di lana ai top nel giro di una settimana. Con una simile confusione atmosferica è normale che il nostro guardaroba sia un po’ confuso e con l’avvicinarsi veloce dei saldi estivi è bene mettere ordine e capire come organizzare al meglio i nostri abbinamenti. Per fortuna, in questo arduo compito non siamo da soli, perché ci viene in soccorso Ines de la Fressange e la sua “La Parigina. Guida allo chic”.

Non occorre essere nati a Parigi per avere uno stile da Parigina.

“Chic” e “parisienne” sono quasi sinonimi. Tutto il mondo sa che se si parla di moda, si parla di Parigi. L’assistente di Miranda Priestly ne “Il diavolo veste Prada” era pronta a vivere di soli cubetti di formaggio pur di essere magra ed elegante per la settimana della moda nella capitale francese.  Da Maria Antonietta in poi, la moda, quella vera e senza tempo, arriva dalla Francia. Lo sa bene Ines de la Fressange che, con questo volume uscito nel 2010 in sodalizio con la giornalista di moda Sophie Gachet, dà il via a una fortunata serie di pubblicazioni sullo stile, qui in Italia editi da Ippocampo. Si parla dei luoghi della sua Parigi e su come vestirsi in ogni occasione.  
Ines de la Fressange, modella, musa di Lagerferld a Chanel, stilista e portatrice sana di geni nobiliari da parte di padre, ha passato la sua vita immersa nello stile parigino. Ma che cos’è e come si costruisce? Generosamente, l’autrice prova a comporre un prontuario per approppriarsi di questa aura. Il manuale, che già di per sé è un volume molto chic, è diviso in quattro sezioni e corredato dai simpatici disegni dell’autrice e dalle foto di moda della figlia Nine d’Urso; parte con l’abbigliamento e si apre con una massima che andrebbe scolpita sull’anta dell’armadio come un ammonimento dantesco: il buon look si fa con buoni basici! Il look della parigina non deve essere per forza eccessivo e costoso. Anzi! L’effetto in assoluto da evitare è quello bling, troppo ricco: siate rock, non siate borghesi! Le perle portatele con una maglietta spiritosa, e non con un twin-set. Non cedete alla tentazione di caricarvi di troppi gioielli, abolite il coordinato, combinate, spezzate, andate a caccia di quello che fa per voi. Perché la parigina deve sentirsi disinvolta con i propri abiti. Se i tacchi non fanno per voi, allora che ballerine siano. E senza rimpianti per i trampoli che fanno oscillare conferendo una falcata poco elegante. Secondo ammonimento: Il resto è solo una questione di abbinamenti. Il gusto personale e lo stile della parigina vengono fuori in queste due massime. Un armadio può anche essere composto da pochi capi base, ma di ottima qualità: il resto lo fanno gli accessori. Va smontanto anche il mito delle migliaia di scarpe che ogni donna dovrebbe possedere: bastano cinque modelli di eccellente fattura e la parigina è pronta per andare ovunque. Il manuale prosegue con i consigli di bellezza. La parigina si cura della propria bellezza, ma non passa ore e ore in bagno. Basta seguire qualche regola base nella propria beauty routine, interiorizzarla e in dieci minutì si sarà sempre curate e preparate.

Essere parigina diventa uno stile di vita, un modo di pensare che influenza ogni aspetto di sè. Dall’arredamento che deve essere sobrio e semplice, ma con tocchi di originalità (le lampade e le poltrone sono da considerarsi gli “accessori” della casa). Anche qui, come in tutto, è sempre una questione di abbinamenti. Non temete, però: in ogni sezione saranno indicati i faux pas, i passi falsi in cui potreste incorrere. Se siete in dubbio, consultate questo volume come se fosse I Ching dello stile e andrete sempre sul sicuro. La parigina inoltre non ha esitazioni sui posti da frequentare. Parigi può essere una città disorientante: offre tanto, quasi troppo e il visitatore, così come l’abitante, può essere preso da ansia da prestazione. Deve vedere tutto e tutti i posti giusti. L’ultima sezione viene in soccorso indicando ristoranti, alberghi, musei quasi sconosciuti, luoghi adatti ai bambini e, non serve dirlo, le migliori boutique per gli acquisti. Il top per le candele? Ma chiaramente Cire Trudon. Guanti di pelle? Causse. Se li portava anche Jackie Kennedy… Finito il volume non avrete dubbi su dove andare e riuscirete anche a stupire i parigini con le vostre approfondite conoscenze della città.

Si possono poi seguire tutte le regole, ma non bisogna mai dimenticare di emanare quel certo je ne sais quoi che aleggia intorno a tutte le donne di classe, parigine e non, come un profumo. Anche se si indossano dei semplici jeans, quelli che ci stanno meglio, e delle immortali Converse.

C’è un volume gemello a questo intitolato “Il Parigino”. Non si dica che Ines de la Fressange abbandona gli uomini a loro stessi nel momento dello shopping.

Abbinatelo con una borsa piccolina per avere le mani e le braccia libere da caricare con i vostri acquisti. I saldi ora saranno più semplici da affrontare in maniera mirata.

Jules

Ex Novo: i saldi da Zola ai tempi moderni

Progetto senza titolo(1)
Non ci si merita un po’ di shopping per iniziare bene l’anno? Qualche accessorio nuovo, una maglia che dimostri chi siamo… peccato non aver avuto questa maglietta quando ero al Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei

Oggi non sarà il Blue Monday, ma ricominciare (per chi si è fermato) dopo due settimane di festeggiamenti quasi continui non è affare da poco. Magari qualcuno è già caduto nella temibile sessione d’esami di gennaio! Che cosa può tirare su e aiutare a superare questo primo lunedì del 2018? I saldi, ovviamente!

Nessuna delle lettrici arricci il naso infastidita da questo cliché donna=saldo. E nemmeno i lettori, perché so da fonti sicure che anche il sesso maschile non è immune dai grandi cartelli rossi con le percentuali in negativo.

E non pensiamo neanche che questo fenomeno di accaparramento sia figlio di questi debosciati tempi moderni, di questi decenni superficiali. Perché le svendite e i grandi magazzini hanno un illustre romanziere che ha dedicato loro un capitolo di una delle più importanti saghe degli ultimi due secoli: per questi giorni di saldi, parliamo di Al paradiso delle signore, undicesimo capitolo della saga dei Rougon- Macquart di Émile Zola.

Il romanzo si incentra su Octave Mouret, scaltro e sanguigno provenzale che apre, nella Parigi di fine Ottocento, l’antenato dei nostri moderni centri commerciali, appunto “Il paradiso delle signore”. Giunge a cercare impiego presso il magazzino Denise, giovinetta di campagna rimasta orfana e con due fratelli al seguito affidati alle sue cure. La ragazza è timida, impacciata e nipote di uno dei bottegai di quartiere che si vede ormai andare in rovina a causa del nuovo e spregiudicato modo di condurre gli affari di Mouret. Una storia d’amore tra i due sembra impossibile e fuori da ogni logica: Mouret la trova piuttosto insignificante, da principio,  e la povera Denise deve difendersi dal mobbing da parte delle colleghe e dell’amante del padrone, Madame Desforges. Eppure Mouret perde la testa per la rettitudine e la viva intelligenza della ragazza che, dopo lunghi tentennamenti ed esami di coscienza, decide di convolare a nozze con il suo padrone.

La BBC ne ha tratto uno sceneggiato in due stagioni. Uno sceneggiato molto, molto, molto bello. Non a livello di Downton Abbey, ma si tratta di un ottimo adattamento dell’opera. La storia viene spostata in Inghilterra, ammantata di maggiore perbenismo (la BBC non poteva certo riprodurre le deprecabili e dissolute usanze francesi di metà Ottocento) e Denise, per incontrare i gusti del pubblico moderno, viene privata della fragilità zoliana e diventa una brillante ed indipendente maga del marketing e del merchandising. Le sue esitazioni nella relazione con Morey (anglismo per Mouret) non sono date dal decoro e dal buon costume, ma dal desiderio di mantenere la sua indipendenza: una store manager in carriera con idee assolutamente all’avanguardia.

Il protagonista, del romanzo e di questi primi giorni di gennaio, è il Paradiso, il grande magazzino. Zola lo dipinge come una macchina, un nuovo luogo di culto dove le donne vengono irretite e coinvolte in orge di acquisti dal sapore quasi di baccanale. “Il Paradiso” è una forza prepotente, oscura e totalizzante della vita di Parigi: assorbe e strappa tutto intorno a sé. Mangia le vecchie botteghe che vengono assorbite per la continua espansione; strappa ai bottegai del commercio al dettaglio ogni ragione e possibilità di vita; strappa persino la vita alla cugina di Denise, abbandonata dal promesso sposo perché invaghito della scostumata Claire, commessa del grande magazzino. Eppure è una forza inevitabile ed inarrestabile come il progresso.

Dio mio! Quanti dolori! Quante famiglie che piangono e quanti vecchi gettati sul lastrico! Quanti spaventosi drammi e rovina e miseria! E lei non poteva salvare nessuno e sentiva dentro di sé che tutto ciò accadeva per il bene: che ci voleva quel mucchio di miserie per la salute di Parigi.

Possiamo storcere il naso e deprecare questa ressa nei negozi, ma ci caschiamo tutti. Aspettiamo sempre questo periodo per poterci aggiudicare quella maglietta tanto carina, ma finché non cala del 30% titubiamo nel comprare. Zola fornisce un illustre modello al quale rifarsi e al quale pensare, perché no, con un pizzico di snobismo, mentre giriamo tra le affollate corsie, sperando che nessuno si sia portato via l’ultimo modello con la nostra taglia.

Jules

I luoghi dello shopping: in laguna, in cerca di spazio

Progetto senza titolo
Tanto lo sapete che a Venezia c’è l’acqua, no?

Si sa che più si hanno i posti vicini, più si rimanda a visitarli. Ma sì, tanto è qui, ci vado quando voglio. Abito a pochi chilometri di distanza da una delle mete più gettonate del turismo mondiale, Venezia, ed erano almeno sei mesi che non ci mettevo piede. Certo, è una città, in certi periodi, completamente invivibile per la massa di persone che intasano le vene e le arterie di pietra e d’acqua; scegliere volontariamente di andarci nei mesi primaverili ed estivi della Biennale è un suicidio. Il Carnevale è uno dei miei peggiori incubi. Ho fatto Capodanno una volta sola e ho giurato a me stessa che non sarebbe mai più successo. Il Redentore mi ha tolto il fiato e fatto sperimentare un attacco di demofobia come mai prima di allora.

Sì, mettendola giù così, non restano così tante finestre temporali in cui passeggiare.

Eppure Venezia è uno dei grandi amori della mia vita; c’è stato un periodo, quando lavoravo in laguna, in cui ho seriamente pensato di trasferirmici. La cosa non si è mai concretizzata, ma, nel corso degli anni, ho individuato alcuni periodi in cui andare e godermi con calma la città. Le prime due settimane di gennaio fanno al caso mio.  Passata la buriana delle feste natalizie, appena prima del bailamme del Carnevale la città è un po’ più silenziosa e tranquilla.

Tutto questo spiegone babilonese (cit.) per introdurre il fatto che finalmente sono riuscita ad andare a curiosare in una libreria che seguo da tempo solo sui social: la libreria Marco Polo.

IMG_5070

Campo Santa Margherita è uno dei punti di ritrovo per aperitivi e spritz della città lagunare e in un angolo, appena passata la Bifora (e se non siete mai andati lì a bere la consiglio), al numero 2899 si trova la libreria, aperta nell’autunno del 2015. Una delle tante caratteristiche di Venezia è la mancanza di spazio: calli e ponti stretti, ingenti masse di persone rendono difficile ritagliarsi il proprio spazio vitale. Entrando alla Marco Polo questa sensazione scompare. La libreria, di per sé, è piuttosto grande: occupa tre locali spaziosi (per Venezia, ma anche in generale), ma il bello è che il visitatore- lettore ha la possibilità di muoversi liberamente. Non ci sono “corridoi” obbligati, scaffali centrali ad intralciare il cammino, nessun percorso che porta ai titoli del momento.IMG_5064

Narrativa nella prima sala, arte e viaggi nella seconda, graphic novel e illustrazione in quella finale, il lettore può camminare senza rischiare di rovesciare pile di volumi. Anche se è sempre molto frequentata, e io sono andata il 2 gennaio, si può girare senza doversi fare piccoli e osservando con calma gli scaffali. Va da sé che le case editrici e i volumi selezionati sono una chicca dietro l’altra. Il sito ha un buon “muro” che rende l’idea di cosa potrete trovare.

In partenza, a brevissimo, anche dei corsi di scrittura creativa (che raccomando per esperienza diretta con i docenti) e di fotografia. Se ci sono veneziani in lettura che stavano cercando, qui trovate tutte le informazioni

Copia di Ex Novo

Sui social, la Marco Polo è conosciuta per le sue famose “panche rosse”. Due panche lignee di un bel rosso brillante, originarie delle montagne di Sappada, fanno da sfondo alle foto del mondo digitale. Non ho resistito, sono andata lì anche per conoscere le famose panche e per trovare il mio primo Nobel del 2018. Date un’occhiata alla loro pagina Instagram e capirete cosa intendo quando dico che le panche sono ormai celebri.

follow me!
Non ho resistito! Era una vita che volevo fare una foto tutta rossa 😀

C’è una Marco Polo anche in Giudecca e mi riservo di visitarla più avanti. Lì ci sono cugine più piccole delle panche rosse, ma dalle foto che ho recuperato, l’affaccio sul canale sembra spettacolare.

Il modo migliore per girare Venezia è perdersi: non è difficile, basta svoltare una calle prima del giro abituale e ci si può trovare in mondo nuovi e mai visti. Seguendo a naso l’odore dei libri (e sono ormai come un bracco che punta la pernice in questo campo), sono arrivata in Calle de l’Ogio, sestiere San Polo: una libreria a cielo aperto. Anzitutto si incappa nella fumetteria Zazà (che ho sbirciato solo dall’esterno per non aggravare le mie compromesse finanze) e poi si trovano scaffali di libri usati a bassissimo costo acquistabili mettendo la cifra esatta in una cassettina adibita allo scopo: un po’ come l’osteria senz’oste, qui abbiamo la libreria senza libraio che è anche stata protagonista di un caso di cronaca locale. Per regolamento comunale pare non sia possibile occupare lo spazio delle calli per esposizione di libri. A seguito di petizione e raccolta firme il pericolo della chiusura e dell’eliminazione dei volumi pare essere scongiurata. Il problema di spazio che affligge Venezia è reale e colpisce anche i libri.

Progetto senza titolo (1)

Venezia è ricca di questi angoli. Dall’ormai celeberrima “Acqua alta”, catalogata tra le più belle librerie al mondo, ai libri a cielo aperto, la soluzione è sempre la stessa: perdersi. Girovagare, con il naso all’insù, alla ricerca di spazio.

Jules

I luoghi dello shopping: 2 discoteche e 106 farmacie

Se avete avuto modo di bazzicare la musica italiana tra gli anni ’80 e ’90, il titolo vi suggerisce già di che città stiamo parlando. Max Pezzali, allora ancora 883, lamentava la gente e le manie della sua città d’origine: Pavia, tranquillo centro universitario lungo il Ticino dove era impossibile trovare una brioche fresca quando si usciva dalla discoteca. Almeno, così era quando ero studentessa, e mi spiace ammetterlo, ma sono passati un po’ di anni. In questi giorni ci sono tornata per vedere un paio di mostre, un paio di amiche (con qualche birra di contorno), e un paio di librerie.

 

IMG_4576
Ovunque vado trovo libri. Anche se si vogliono nascondere e cercano l’anonimato restando senza copertina

Quando ero studentessa, anche se pare strano, giravo poco per librerie. Le scarse risorse finanziarie e l’ottima diffusione delle biblioteche mi rendeva più adepta al prestito che non all’acquisto. Chiedendo alle amiche autoctone, anche loro parecchio dipendenti dalle biblioteche, sono stata indirizzata in due posti.

IMG_4586

La prima, la libreria Delfino, me la ricordavo dai tempi dell’università. All’epoca era in piazza Vittoria, con le bancarelle aggettanti sotto i portici: cinque anni fa si è spostata in Piazza Cavagneria, dietro il duomo. Un’esposizione artistica ti accoglie all’ingresso, le pareti sono colme fino al soffitto, i pilastri riportano l’incipit delle grande opere della letteratura, e si sente acciottolio di tazzine e cucchiai. La libreria confina infatti con un locale e sono divisi solo da uno strato di libri.

Nulla di nuovo, no? Caffetterie e librerie stanno diventando sempre più realtà che si intersecano e lavorano insieme. Ecco, qui c’è invece l’esempio di una sinergia non proprio funzionante. Premetto che sono due realtà con proprietà e gestione diversa: non si è mai creata però una collaborazione valida. Le feste di laurea e l’happy hour talvolta disturbano le presentazioni e non si è mai riusciti a unire libri e rinfreschi.Progetto senza titolo

Nulla di tutto ciò toglie valore a Il Delfino: è uno spazio ricchissimo, con case editrici indipendenti e poltroncine che ti invitano a sfogliare.

La tappa successiva è stata la libreria Cardano, in via Cardano 48, libreria d’arte presente in città da oltre 30 anni e che io non avevo mai sentito nominare. Mi piacerebbe giustificarmi dicendo che appare solo in una particolare fase della prima luna di primavera, ma la verità è che nei miei anni d’università, evidentemente, non sono andata troppo in caccia di posti così. Che errore e che spreco!

IMG_4593
Ho aspettato qualche minuto l’apertura in compagnia di una sagoma d’uomo. Simpatico, alla mano!

Entrando, ti colpiscono due cose: il profumo che ricorda quello dei sigari sbriciolati e il dirigibile che pende dal soffitto.

IMG_4594
Sul serio, un dirigibile

L’arte è ovunque: negli scaffali ripieni con cataloghi e volumi su ogni artista e movimento che possa venire alla mente, nel chiacchiericcio del proprietario che discute di perfomance e arte contemporanea con altri clienti che sembrano essere venuti lì apposta per scambiare impressioni. Il proprietario, il signor Pellegrin, può essere definito solo con la parola “galantuomo”: baffi bianchi, garbo nelle risposte e scuse per avermi fatto aspettare qualche minuto prima di farmi entrare. Sospetto fosse un modo per ingolosirmi facendomi sbirciare dalle vetrine. L’ultima sala della libreria è dedicata all’esposizione e vendita di gioielli di oreficeria e alto artigianato. Una piccola wunderkammer, ma più ordinata.

Progetto senza titolo (1)

Giusto per togliere ogni dubbio e per scusarmi dei miei debosciati anni universitari, sono uscita da entrambe le librerie con dei pacchetti. In particolare, alla libreria Cardano, ho trovato una chicca, nascosta dietro pesanti tomi d’arte. Un volume che non mi sarei mai e poi mai aspettata di trovare in quel luogo e che persino il proprietario ha guardato sgranando gli occhi e chiedendomi dove fossi andata a pescarla. Ho il radar.

No, purtroppo non posso dire cos’ho trovato perché è un regalo di Natale e c’è il rischio che il destinatario passi di qui e lo scopra.

Jules

Shopping: preparandosi al ponte

Pennac

«Sostenevi di detestare le maiuscole».

Ah! Terribili sentinelle, le maiuscole! Mi sembrava che si ergessero tra i nomi propri e me per imperdirmene la frequentazione. Qualsiasi parola su cui era impressa una maiuscola era destinata all’oblio istantaneo: città, fiumi, battaglia, eroi, trattati, poeti, galassie, teoremi espulsi dalla memoria causa maiuscola paralizzante. Altolà, esclamava la maiuscola, vietato varcare la porta di questo nome, è troppo corretto, non sei degno, sei un cretino!

La prossima settimana ci regala un altro ponte, uno dei tanti di questo generoso 2017. No, questa volta non dirò nemmeno una parola su chi lavora e deve cercare di farsi forza. Nemmeno una sillaba! Oggi voglio pensare a quanto sarà bello, per chi potrà, godersi qualche giorno di pace, con il sole. Prima di passare al volume consigliato per lo shopping in vista del ponte, è necessario un piccolo cappello introduttivo.

Del mio Io bambina, ricordo molto chiaramente la polivalenza di sensazioni provocatemi da una pubblicità: quella degli zaini e gli articoli per la scuola. Se la vedevo a giugno, la seguivo affascinata, mi piaceva pensare al nuovo astuccio che avrei comprato o alla gomma a forma di torta che avrei chiesto di avere. Se la pubblicità capitava dopo Ferragosto, venivo presa dall’angoscia. L’estate era agli sgoccioli, il nuovo astuccio non era un colorato e scintillante nuovo accessorio, ma uno strumento lavorativo; la gomma si sarebbe sporcata presto per tutti gli errori commessi.

Diario di scuola di Daniel Pennac racconta le vicissitudini accademiche del prolifico scrittore francese, da poco ritornato con il suo sempiterno Malusséne. Da uno scrittore ci immagineremmo un passato scolastico impeccabile, con ottimi voti soprattutto in letteratura e composizione. Ci vengono invece svelati trascorsi da monello, da somaro distratto insofferente alle lezioni. Ci fa ridere e ci fa riflettere sulla psicologia degli studenti meno brillanti: fate attenzione insegnanti! Forse, il ragazzo in ultima fila che scarabocchia degli omini a margine quaderno, è il futuro premio Campiello.

Questo volume metà saggio e metà autobiografico, è l’equivalente della pubblicità degli zaini. Terrificante se letto a settembre, con tutto l’anno scolastico e lavorativo davanti; sfizioso se letto a inizio giugno, quando le ferie sono vicine e le scuole in chiusura. Gli unici che dovrebbero astenersi dalla lettura sono gli studenti che affrontano la maturità, perché l’incubo non è ancora completamente passato. Abbinatelo ad un costume: voglio davvero augurarmi che l’estate sia finalmente arrivata e che la gita fuori porta possa includere le prime spiagge e le prime onde.

Scusate non ci riesco: se lavorerete durante il ponte, resistete, resistete, resistete!

Jules

Shopping: per gli addii al celibato

Niven celibato

Chissenefrega. Da un punto di vista esistenziale: a chi cazzo frega? Ti scopi una, ti scopi un’altra, non ti scopi un’altra, il pianeta continuerà a girare e tutti noi in questa stanza saremo polvere nel giro di sessant’anni.

Nonostante il tempo miri a farci credere il contrario, è maggio. Vi ricordate cosa si diceva la settimana scorsa? Maggio è il mese delle rose, delle prime belle giornate, dei matrimoni… se una settimana fa abbiamo parlato di addii al nubilato, per par condicio e mia personale predilezione per la simmetria, oggi si parla di addii al celibato. ALERT: da qui in poi entriamo nel campo dello stereotipo.

Storica consuetudine, fatta di alcol, grandi mangiate e battute sulla “fine dei giochi” e l’inizio della schiavitù. Non so se la spogliarellista sia ancora di moda o legale, fatto sta che l’addio al celibato deve essere una festa epicamente testosteronica. Miei cari gentlemen, c’è un libro anche per questa occasione: Maschio bianco etero di John Niven.

Kennedy Marr è uno scrittore di successo che ha saputo prendere dal verso giusto la capricciosa dea dell’arte. Dopo alcuni romanzi tradotti in ogni angolo del globo, si è dedicato alla scrittura e limatura di sceneggiature cinematografiche. Passa il suo tempo tra locali, cocktail, droghe e gambe aperte di ogni starlette e donna appetibile di tutta la costa losangelina. Pazienza se non scrive un romanzo da oltre quattro anni e, ‘rcatroia se ha un sacco di sceneggiature arretrate da consegnare e sono anni che non vede la sua famiglia: lui continua a vivere così la sua vita, in qualche modo si farà. Il “qualche modo” giunge nell’inaspettata forma di un premio letterario britannico: in cambio di mezzo milione di sterline (fondamentali per salvarlo dal fisco in agguato), Kennedy è costretto a rientrare in Gran Bretagna e ad insegnare nella stessa università della ex- moglie, ad un tiro di schioppo dalla madre moribonda e lontano da tutta la scintillante vita hollywoodiana. Per Kennedy è come sprofondare nel proprio inferno personale.

Kennedy Marr è un bad boy antipatico, agli occhi femminili, ma gli occhi maschili lo guardano con un pizzico di (ben dissimulata) invidia. Cazzo, lui fa veramente tutto quello che ogni maschio bianco etero vorrebbe fare: soldi, sesso, successo, non c’è nulla che gli sia precluso. Ogni uomo in procinto di sposarsi immagina che il suo “game over” lo porti a rinunciare a queste tre scintillanti S. Eppure Kennedy Marr è un grandissimo ed irrimediabile coglione. Le lettrici lo pensano dopo due pagine, i lettori dopo quattro, ma la conclusione è sempre quella. Nonostante la vita gli vada sempre e comunque per il verso giuto, anche quando proprio non lo meriterebbe, nessuno vorrebbe fare cambio con lui e con lo squallore della sua vita che lui non riesce a percepire, ma che noi vediamo fin troppo bene.

Gentlemen, leggetelo, invidiatelo per qualche paragrafo e poi ringraziate di non essere lui. Potrete poi avviarvi all’altare senza che nessun dubbio vi offuschi la mente.

Sì, l’abbinamento è sempre sul genere della scorsa settimana (frusta e manette sono intercambiabili con i due volumi). Rideteci su e divertitevi.

Jules

Shopping: per gli addii al nubilato

patricia brent

«Il suo fidanzato?» balbettò la signorina Wangle.

«Ma cara» disse la signora Mosscrop- Smythe «non ci aveva mai detto di essere fidanzata».

«Ah no?» chiese Patricia con noncuranza.

«E non porta nessun anello» aggiunse la signorina Sikkum, preoccupata.

«Non amo questi simboli di schiavitù» rispose allegramente Patricia. «Si sta più liberi senza».

Maggio si avvicina: maggio è il mese delle rose, delle giornate calde, ma non ancora afose, dei primi vestitini, dei matrimoni… Già. Maggio e settembre sono ottimi mesi per pronunciare il fatidico “sì”. Sapete cosa viene prima di un matrimonio?

Non rispondete: crisi isteriche, litigi, perdite di peso, parenti che si aggiungono all’ultimo. La risposta corretta è: gli addii al celibato/ nubilato. Già.

Sugli addii al celibato, forse perché di tradizione più antica, abbiamo un’idea più o meno chiara (o stereotipata): alcol, night, spogliarellista, gioco d’azzardo… Gli addii al nubilato sono invece avvolti da un mistero maggiore. Certo, c’è sempre la possibilità di far travestire la sposa, farla flirtare con sconosciuti nei bar, obbligarla a distribuire caramelle dalle forme equivoche, farla ubriacare e regalarle strumenti ricreativi. Ci sono però anche le varianti più soft: spa, week end con le amiche, degustazioni enogastronomiche… Ormai si sceglie sempre di più l’opzione meno scontata. Sul programma non posso dire nulla: fermo restando che si tratta comunque di una bella festa tra amiche, qualunque cosa si decida di fare sarà sicuramente apprezzato. Sul fronte regali invece, metto becco e se siete in giro per fare shopping in vista di un addio al nubilato per il week end, ecco il romanzo adatto: Patricia Brent, zitella di Herbert G. Jenkins.

Patricia Brent è una giovane che viva a Londra negli anni della Prima Guerra Mondiale. Per quanto appena ventiquattrenne, viene considerata una vecchia nubile dagli altri occupanti della pensione in cui vive. Stanca dei continui pettegolezzi, con coraggio fuori dal comune e fuori dai tempi, decide, una sera a cena, di attaccare bottone con un giovanotto sconosciuto e farlo passare per il suo fidanzato agli occhi curiosi dei suoi conoscenti. Non considerando la notevole attrazione che lei finirà per avere sul fortunato giovane, innescherà una serie di divertenti tira e molla e di situazioni romantiche ed imbarazzanti.

Una romantic comedy come ne abbiamo viste tante. Pare un classico prodotto degli ultimi vent’anni, eppure Patricia Brent, Spinster risale al 1918. Coniugando una trama a tutti gli effetti molto moderna, con un umorismo alla Woodhouse, può diventare un intelligente regalo, divertente senza essere scontato.

Sì, in foto vedete bene, ci sono delle manette. È vero che si vuole andare su sentieri meno battuti, ma perché non coniugare anche qui una divertente commedia di inizio secolo con uno dei più classici regali da addio al nubilato?

Jules