Salotto letterario “Arrivederci ragazzi”: “Il buio e il miele” di Giovanni Arpino

Siamo all’ultimo (ebbene sì, di già) intervento del salotto letterario di “Arrivederci ragazzi”. Domani, il 3 ottobre, parleremo più diffusamente dei romanzi fino a ora trattati e tireremo in ballo tanti altri autori. Tranquillizzo chi si sta chiedendo come mai Holden non risponde all’appello dei romanzi di formazione: “Il giovane Holden” ci sarà, ma si sa che non è tipo da roba schifia scritta e sul blog non ci è voluto venire. Oggi è ospite l’art director del progetto, Sandro La Gaccia, con una piccola chicca letteraria abbastanza sconosciuta: “Il buio e il miele” di Giovanni Arpino.  

Copia di meals (1)

Giovanni Arpino fu autore versatile, dal passo largo tra vari generi letterari, scrisse romanzi, racconti, novelle per l’infanzia, epigrammi, poesie e drammi. Vinse il Premio Strega nel 1964 con L’ombra delle colline, del Premio Campiello nel 1972 con Randagio è l’eroe e del Super Campiello con Fratello italiano nel 1980. Fu inoltre giornalista per La Stampa e Il Giornale, appassionato di sport e in particolare di calcio.
Oggi scrittore e autore per lo più dimenticato, lontano dalle consorterie letterarie del tempo e per sua stessa definizione “anarchico/borghese”, Arpino fu uno degli scrittori migliori della sua generazione.

Più o meno a metà della sua carriera, Arpino scrive un romanzo ‘minore’, pubblicato da Rizzoli con il titolo di Il buio e il miele, dal quale nel 1974 verrà tratto il film di Dino Risi Profumo di donna, con Vittorio Gassman nei panni del protagonista.
La storia racconta il viaggio del capitano Fausto – cieco e senza una mano a causa di un incidente – e del suo aiutante Vincenzo (detto Ciccio), diretti a Napoli per incontrare un cugino del capitano.
In bilico tra il romanzo di formazione e un racconto di solitudine, Il buio e il miele è un romanzo chiassoso, dove le urla e i lamenti del capitano Fausto risuonano per quasi tutto il racconto, spezzate qua e là dalle riflessioni di Ciccio sulla sua vita e su quella del capitano stesso.
Quasi di nascosto da questo racconto di solitudini amare, l’amore della giovane Sara per il capitano Fausto, appare – pur nel rifiuto da parte di lui – come l’unica possibilità di riscatto al tono desolato del romanzo.

“Che significa donna o non donna? Dicono che sono innamorata di lui. Lo dicono tutti, persino mia madre, povera creatura, e di nascosto mi prendono in giro. Solo di nascosto però. Ma non è lo stupido amore, lo svenimento sfasamento che pensano loro. Io ho solo deciso. Io ho scelto. Come un cane s’incammina dietro un tizio per strada, e solo a quello. E aspetta. Aspetta e non ha bisogno di spiegarsi.” Non sopportai il suo sguardo, che aveva trovato coraggio nel crescere della confessione.
Mi sentii stupidamente disarmato.
“Non è amore” disse. “È fedeltà, è fede, è credere e aspettare. Più altre cose. Chiamalo, chiamatelo come volete.”

C’è da dire ancora, che non mancano i momenti di ironia, talvolta salace e aggressiva a mitigare gli aspetti più amari del romanzo.
Di certo Il buio e il miele non è un classico, altri sono i romanzi del secondo Novecento di quel genere, ma questo piccolo racconto di Arpino è una scoperta lieta tra quei tanti romanzi dimenticati di una vecchia libreria impolverata.

Sandro La Gaccia

Salotto letterario “Arrivederci ragazzi”: “Dedalus” di James Joyce

Anche la domenica ci si forma: il 3 ottobre si avvicina rapidissimo e sarebbe un peccato arrivare all’incontro della Fiera delle Parole non sufficientemente formati. Oggi è la volta di un autore che è stata la mia croce per gli anni del liceo, uno scrittore immenso e che, ancora adesso, continuo a non afferrare in pieno. Sono molto lieta quindi di lasciare la parola allo scrittore Renato Costa che si è preso carico di James Joyce e del suo “Ritratto dell’artista da giovane”, per gli amici “Dedalus”.

Copia di meals

Nel gennaio del 1904, James Joyce, allora ventiduenne, scrisse un racconto autobiografico intitolato Ritratto dell’artista. Da quello spunto si sarebbe sviluppato, attraverso una complessa elaborazione durata oltre dieci anni, il primo dei suoi tre grandi libri, che fu pubblicato a New York nel 1916, col titolo Ritratto dell’artista da giovane, e che resta una delle opere fondamentali del romanzo di formazione di tutti i tempi.
Il protagonista, Stephen Dedalus, ovvero “l’artista da giovane”, riproduce sulla pagina i tratti salienti di Joyce stesso, e non è difficile stabilire una corrispondenza precisa fra i dati biografici dell’autore ed episodi e personaggi del romanzo. Dedalus – come Joyce – vive un rapporto ambivalente con la Chiesa cattolica, con l’Irlanda e con la sua famiglia, e appropriandosi delle loro forme e dei loro linguaggi, consumerà la sua ribellione adottando tre precise modalità operative che diventeranno poi tanta parte della sua vicenda esistenziale: il silenzio, l’esilio e l’astuzia.
Ma Dedalus – il protagonista – è anche un personaggio esemplare, una sorta di paradigma dello scrittore. E proprio in questa difficile mescolanza tra personaggio reale e letterario sta la sua ricchezza. Così, oltre che un resoconto lucidissimo delle lotte portate avanti dal giovane protagonista per uscire dal labirinto costituito dall’infanzia, dalla famiglia, dal collegio, dalla città, dalla religione e dalla patria (l’Irlanda che mangia i suoi figli), il libro esplica anche le idee dello scrittore sull’arte e sulla vita.
I fitti dialoghi sull’estetica che riempiono tante pagine del libro rivelano – oltre alla competenza filosofica dell’ex studente dai Gesuiti – alcuni caratteri che resteranno fondamentali nell’opera di Joyce. Si può leggere il Ritratto dell’artista da giovane come uno dei grandi romanzi di formazione del ‘900 letterario europeo, ma da certi scorci s’intuisce già la grandezza delle lontane e ben più famose opere della maturità: l’Ulisse e Finnegans Wake.

Renato Costa