Dopo pasto: “Il gioco della vita” di Mazo de la Roche

Non ho mai avuto grossi problemi con gli spoiler. Sarà che mi interessa sapere e cercare di analizzare il come e il perché una determinata svolta narrativa si verifica e non tanto esclamare: “Wow! Chi se lo aspettava?”. Anche perché la sorpresa totale è davvero difficile trovarla.

Gli spoiler sono però uno dei mali del nostro secolo oltre che una potente arma in ogni tipo di contesa.

«Se non la smetti/se non dici che ho ragione/se non mi porti in vacanza ai Caraibi, ti dico come muore Albus Silente!»

Quando si parla di qualunque prodotto di narrativa, sia esso romanzo, fumetto, film o serie tv, bisogna sempre fare attenzione e camminare sulle uova: si può dire di cosa parla, ma facendo sempre attenzione e non rivelare troppo. Parlare dei temi, ma non come questi si concretizzano nelle scene clou di una narrazione. Un elegante balletto in cui bruci dalla voglia di rivelare il punto di crisi e pressi il tuo interlocutore perché si decida a vedere/finire di leggere la storia in questione in modo da poterne parlare liberamente.

Ho visto amicizie messe in crisi solo da due cose: il +4 a Uno e gli spoiler su Game of Thrones.

Quando vedrete nel titolo l’espressione “Dopo pasto” saprete che nell’articolo ci saranno spoiler. Quindi, prima di proseguire, assicuratevi di due cose: o di non aver paura del baubau della anticipazioni o di aver terminato “Il gioco della vita” di Mazo de la Roche, secondo volume della saga di Jalna che tratta delle vicende della famiglia canadese dei Whiteoak, edito da Fazi Editore.

Come dopo pasto, visto che fa caldo, è tempo di crema after eight

La presenza di un’eredità è in grado di scuotere anche le famiglie più robuste. Se si tratta di un’eredità cospicua, si moltiplica il livello di competitività e ansia in base agli zeri. Se il futuro de cuius esprime la sua volontà di lasciare tutti i suoi beni a un unico erede senza specificare a chi, le reazioni dei parenti possono assumere sfumature che variamo dal commovente al grottesco.

“Il gioco della vita” è diviso a metà: la prima parte è un profondo respiro prima dell’inevitabile, anche se triste, morte di uno dei personaggi più divertenti della famiglia Whiteoak. Adeline Court, la nonna ultracentenaria con un invidiabile appetito, la lingua lunga e un controllo dispotico su tutte le generazioni dei Whiteoak, è purtroppo arrivata alla fine della sua lunga esperienza terrena. Nonostante tutti, i figli per primi, la reputassero quasi immortale e non riescano a immaginare una vita senza di lei, albero secolare della famiglia, Adeline si è congedata da questo mondo e da questa storia dichiarando “Gammon!” come ultima parola.

Per una donna così appassionata di backgammon e whist, anche la questione dell’eredità diventa un gioco.

Le era bastato far sapere che il testamento riguardava un membro solo della famiglia

Le reazioni e i comportamenti generati da questo singolare stato di cose, nella maggior parte dei casi, non fanno onore ai Whiteoak di Jalna.

La generazione più anziana, quella di Augusta, Ernest e Nicholas, è discreta, ma forte del suo diritto. Augusta, che alla fine del primo romanzo era rimasta in Canada, si assume il compito di badare alla madre e di prendere il posto di Meg, ormai sposata e con una figlia, nella gestione della tenuta. Ben sapendo dell’antipatia per lei della madre, dimostrata in ogni occasione con lo storpiare il suo nome e non riconoscere la sua nobiltà di dama inglese, si comporta come una burbera e ruvidamente affettuosa badante, riponendo però tutte le speranze nel fratello Ernest. Facendo così sprofondare Nicholas nella paranoia di essere oggetto di complotto da parte dei fratelli e facendo guardare a tutti loro con sospetto persino all’altro capo della linea dinastica: il piccolo Maurice, figlio di Pheasant e Piers, viene visto come un pericolo e ogni bacio che la nonna reclama dal bisnipote è una conferma ulteriore che il patrimonio stia loro sfuggendo dalle dita.

La grande nidiata dei figli di primo e secondo letto di Philip pare essere più moderata. Chi spicca è, come sempre, il piccolo Wakefield che ha ormai undici anni e mostra di saper ben sfruttare il proprio ascendente e la propria condizione di malato di cuore (per quanto non ci siano stati mostrati ancora sintomi così rilevanti). Inizia infatti un gioco sottile, fatto di preghiere personalizzate sulla nonna. Adeline, in tutto ciò, si diverte moltissimo e non manca mai di chiedere al nipote per cosa l’avesse ricordata.

«Ho pregato per…hmmm vediamo… per…», il suo sguardo si posò sulla mano di Pheasant. «Ho pregato che tu facessi un regalo e che… ne ricevessi uno!».

Adattando ogni volta le sue preghiere a quanto appena successo, Wake mostra un talento che non stonerebbe in un indovino da fiera e suscita lo sdegno di Nicholas che, oltre che una furberia, vede in queste preghiere un cattivo auspicio per il destino di sua madre. Queste preghiere gli danno (o almeno, così Wake ci fa pensare) l’illusione di essere l’erede destinato e, millantando le sue future disponibilità economiche, può avere a credito i dolcetti e la gazzosa di cui è tanto goloso.

Ma se Piers e soprattutto Pheasant sperano nell’influenza del giovane pronipote, se Eden e Alayne sono fuori dai giochi e anche, parzialmente, fuori dalla casa per via della malattia di Eden e se Renny pare essere il giusto erede dato che è lui a occuparsi di ogni esigenza di ogni singolo membro della famiglia, è il giovane e da sempre bistrattato Finch a riservare la maggiore delle sorprese.

Finch in questo capitolo della saga ha diritto al suo giusto riscatto. Incompreso e da sempre deriso, alla costante ricerca della sua strada in ambiti artistici come la musica e il teatro che una famiglia sanguigna come i Whiteoak non possono accettare, ne “Il gioco della vita” diventa protagonista e punto di vista privilegiato delle vicende narrate. E trova proprio nella nonna, una donna che non ha mai accettato, anzi “tollerato”, la debolezza in vita sua, proprio la migliore delle alleate.

Un Court che ha paura della vita? Non lo tollero. Non devi avere paura della vita, devi prenderla per le corna, stringerla dove è più facile che ti sfugga: devi farle paura.

Istruisce così il nipote, lo incoraggia sui suoi risultati musicali e gli offre una visione su una fede religiosa che è così lontana dalla mentalità di Jalna da apparire quasi degna di rogo. E, nel tentativo di fornire al più debole della cucciolata gli strumenti per diventare un vero Court, lo nomina, a sorpresa, suo erede. Nonostante lui avesse sempre parteggiato per Renny e generando così una vera e propria rivolta in seno alla famiglia che non può accettare di dover dipendere da quel ragazzo “bianchiccio e tremebondo” come viene cortesemente definito.

Dopo questo rivolgimento e l’evento traumatico che cambia per sempre la vita dei Whiteoak, le reazioni contro Finch non si fanno attendere.

C’è arriva ad accusarlo di aver accorciato la vita ad Adeline con le loro chiacchierate notturne portandolo a un esaurimento tale da spingerlo verso un tentativo di suicidio. C’è chi mostra interesse e si offre come aiuto finanziario, come il piccolo Wakafield non manca di fare accettando anche, con una certa eleganza e disinteresse, il non essere l’erede designato. C’è chi mostra per lui un interesse che prima non sarebbe mai giunto come la svenevole Ada Leigh. E chi non si fa scrupoli a raggirarlo, come Eden: da sempre fuori da ogni scommessa nel toto-erede ha preferito giocare la carta della confidenza e della comprensione per farsi finanziare un viaggio a Parigi con la sua nuova fiamma, la procace bambinaia Minny Ware.

Nella speranza che le intenzioni di Adeline si rivelino corrette e che la sicurezza del ruolo e del patrimonio rendano Finch più consapevole e di peso all’interno della famiglia, alla fine del romanzo abbiamo una sola certezza: che è stato tutto un gran bel gioco. E, in vita come in morte, la vincitrice è sempre l’indomita progenitrice giunta dall’India con un pappagallo sulla spalla.

Jules

Oggi si consiglia… per vacanze lunghe

Il mito dell’estate italiana fatta di mesi al mare, compagnie di amici, falò sulla spiaggia e cuori di panna è vivo nel nostro immaginario. Vivo come lo potrebbe essere una vacanza di due mesi in giro per il mondo. Vivo quanto la Terra di Mezzo perché ormai sappiamo tutti che queste tipologie di vacanze non esistono per molti di noi.

Forse però c’è ancora qualche fortunato che sta per partire per lunghe settimane di puro relax lontano dalla città e dal proprio lavoro. Se ci siete, se siete queste creature mitologiche, allora vi servono letture adatte*.

L’unico inconveniente che riesco a individuare in questa tipologia di vacanze è la nostalgia. Può essere che, a stare lontani così a lungo, manchino le abitudini di tutti giorni e che serva ricostruire la vostra routine fuori dagli schemi normali. La cura per la nostalgia è di circondarsi di persone amiche e alle quali affezionarsi giorno dopo giorno. Ecco perché dovreste mettere in valigia “La famiglia Aubrey” di Rebecca West.

Ascoltate, ascoltate, dovete cercare di capire. Vedete, Cordelia e voi allo stesso modo avete avuto un’infanzia spaventosa. Ma voi tre, Mary, Rose e Richard Quin – non mi sono sbagliata, vero? Bambini dovete essere onesti e dirmi se mi sbaglio – anche se il senso di colpa per avervi dato un’infanzia così mi fa arrossire, penso che voi tre l’abbiate apprezzata.

La saga, adesso al secondo volume edito da Fazi Editore, presenta una famiglia che interpreta, a suo modo, l’inizio del Ventesimo secolo in Gran Bretagna. La ricchezza degli Aubrey non sta nei bei mobili, nei vestiti alla moda o nel sostanzioso conto in banca. Gli Aubrey, tutti, dal primo all’ultimo, sono musicisti, scrittori, filosofi, sensitivi. La madre, pianista con un passato di vera gloria sui teatri europei; il padre, acceso scrittore di pamphlet politici con il vizio del gioco in borsa; i figli, Cordelia, Mary, Rose e Richard Quin con talento per la musica, attraversano, nel primo capitolo della trilogia loro dedicata, la loro infanzia per poi continuare nel secondo romanzo “Nel cuore della notte” con la loro maggiore età e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Gli Aubrey non sono una saga di immediata lettura. Le vicende della famiglia, narrate in prima persona da Rose, paiono a volte scorrere lente. Dietro ogni evento c’è riflessione, pensiero, filosofia: una semplice rissa da pub riflette sulle differenze culturali dei litiganti. Una chiacchierata notturna è presagio del destino dell’oratore. C’è dietro uno studio dell’immagine e una scelta così calibrata di ogni singolo termine che rende la lettura una contemplazione. Ogni singola pagina merita la nostra piena attenzione e lascia un senso di sazietà che si può avere nell’ammirare per ore un quadro alla ricerca di ogni singolo dettaglio che lo rende così perfetto.

E dietro tutto risuona la musica, vera chiave di interpretazione del mondo per questa eccentrica famiglia. Mary e Rose, le figlie minori, seguono le orme della madre come pianiste e sono dotate di talento e impegno. Per loro, il mondo è musica e provare interesse per persone che non suonano sembra quanto di più lontano dal loro sentire: la cugina Rosamud è all’inizio guardata con sospetto perché non suona alcuno strumento e gioca a scacchi e le sorelle si domandano come sia possibile affezionarsi a chi vive senza musica. Chi suona male è etichettato come nemico. La sorella maggiore, Cordelia, suonatrice di violino, il cugino Jock, flautista, musicisti ritenuti senza talento, sono considerate persone sgradevoli. Non a caso suonano strumenti tradizionalmente attribuiti al Diavolo. Soprattutto tra sorelle, la distinzione genera una netta separazione: Cordelia è entità a parte rispetto a Mary e Rose e anche rispetto alla madre che quasi non ci capacita di aver generato qualcuno senza talento musicale e la compatisce.

Gli Aubrey vanno conosciuti con calma, giorno per giorno, e diventa impossibile non affezionarsi a loro, una volta superato lo scoglio della loro riservatezza. Saranno ottimi compagni di viaggio, anche per le lunghe vacanze che vi accingete ad intraprendere.

Jules

*Se ci siete battete un colpo. Anzi diteci quanto e dove andate in vacanza. Sono valide quelle dai 20 giorni in su.