Per la giornata mondiale della Terra si ritorna alla terra: “La raccontadina” di Francesca Pachetti

Oggi è una felice coincidenza. La maggior parte di noi è a casa per la Pasquetta e assapora i lunghio giorni di ponte. Se il tempo assiste, si può stare all’aperto a dondolarsi su un’amaca o sdraiati su un prato a smaltire i ricchi pasti. La possibilità di restare più a contatto con la natura cade proprio a fagiolo visto che oggi è la giornata mondiale della Terra. L’Earth Day cerca di ricordarci come il nostro pianeta vada salvaguardato: è un pensiero che dovrebbe accompagnarci ogni giorno e guidare le nostre scelte. Come si ama dire, le rivoluzioni partono sempre dal basso: un riutilizzo in più di un contenitore di plastica, la scelta della bicicletta invece della macchina, l’utilizzo di materiali diversi dalla plastica, l’attenzione a cosa si mangia e dove si acquista. Per sentire questa Terra un po’ più vicina, è bene cercare di tornare verso la terra. E se oggi non riuscite a sdraiarvi in un bucolico campo (o anche se ci riuscite) potete accompagnarvi con le parole di Franchesca Pachetti, la “Raccontadina”.

I numeri non li capisco e neanche le misure.
So che in una cassetta alta di legno ci stanno dodici chili di patate, in una bassa otto.
Se il secchio rosso lo faccio pieno, di pomodori ce ne stanno sette chili, all’incirca, se lo faccio a metà, quattro, più o meno.
‘Quanto le fa al chilo le zucche?’
Io non lo so quanto le faccio le zucche al chilo.
Una piccola tre euro, quella media cinque, grande dieci.
Questa è la mia misura.
Non vendo a peso, vendo a buon senso, a cuore, a
occhio, talvolta a circostanza, a baratto, a regalo.
Se il catino azzurro è pieno fino all’orlo, ha piovuto molto: è stato temporale.

Nato da una pagina social omonima, “La raccontadina, racconti a passo di vanga” è una raccolta, un testo buono: buono come può esserla una micca di pane fresco. Buono da sgranocchiare o da far sciogliere in bocca. Scritto quasi come una poesia o una filastrocca in certi pezzi; con tocchi alla Julie Andrews negli elenchi delle cose che si vogliono; ironici negli scambi con i clienti che vengono ad acquistare i prodotti dei campi e devono imparare quanto sia diverso dalla corsa e dalla fretta del supermercato.

– Buongiorno.
– Salve, mi dica.
– Ho visto il cartello che indica la vendita di verdura.
– Sì, cosa le serve?
– Hai solo questo?
– In questo momento sì: rapini, bietola e cavolo nero, dalla prossima settimana saranno pronti anche cavolfiori, radicchi e finocchi.
– Quindi hai solo questo?
Va bene, tu vedi ‘solo questo’. Posso dirti invece cosa ci vedo io?

E ognuno di questi scambi è spunto per riflessioni, occasioni per chiarire il punto di vista di chi è “tornato” alla terra, ma che, in fondo all’animo, alla terra è sempre appartenuto.

Corredato dalle foto di Sheila Bernard, i racconti oltre che a ritmo di vanga, vanno a ritmo delle stagioni. Ciascuna con le sue virtù e le sue difficoltà, le sue semine e le sue raccolte, in costante dialogo con la natura e con se stessi.

Dalla lettura di questo testo (non riesco a definirlo romanzo, o raccolta di racconti benché sia un po’ dell’uno e un po’ dell’altro) si guadagna una mente più silenziosa e tranquilla; un desiderio e uno stimolo a fare più attenzione a quello che mangiamo; la voglia di aumentare la propria consapevolezza in armonia con la terra, senza visioni da Paradiso Terrestre o da Arcadia perché la relazione con la Terra è fatta anche di fatica e di sacrifici; per me che lavoro a contatto con il pubblico, il desiderio di trarre dalle buffe richieste, insegnamenti e riflessioni.

“Non sono alternativa, sono nata contadina” ci dice l’autrice: per chi di noi invece non sente di essere nato così, provate a essere alternativi. Iniziate dalle Giornata della Terra e invertite alcuni vostri modi di fare e di pensare. Radicatevi a terra: se non vi viene semplicissimo, la raccontadina è pronta ad aiutarvi e guidarvi con queste pagine.

Trovate la Raccontadina su Facebook e il libro su Pentàgora Edizioni

Jules

Oggi si consiglia… per iniziare la primavera “Somnium”

Il nostro pianeta è in pericolo. Non è l’inizio di un film di supereroi, non è una dichiarazione ad effetto: è la verità. Stiamo spingendo la Terra sempre più verso un punto di non ritorno tanto da sembrare all’inizio di un film post apocalittico quando tutti prendono sottogamba le dichiarazioni degli scienziati e gli allarmi sempre più frequenti. Ma sì, in fondo, cosa volete che succeda veramente? Oggi inizia la primavera, la natura si risveglia e siamo tutti preda di un sentimento d’amore per il pianeta che ci fa da casa. Per cercare di mantenere questo sentimento non c’è nulla di più adatto di “Somnium” romanzo fantasy a firma di Feliscia Silva (alias Il Lettore curioso) e Gloria Credali.

«Tu non sei un’umana, sei un Blazon. Sei un Uomo-Animale. Il tuo compito è quello di mantenere l’equilibrio naturale nel mondo e svolgere i doveri che ti verranno assegnati.»

Doli è una nativa americana scappata dalla propria famiglia per non dover fare i conti con il proprio pesante retaggio. Ha studiato, si è costruita una carriera e vive solo per il proprio massacrante lavoro che non le lascia spazio per altro. Un giorno, in ritardo per andare a prendere un illustre cliente della propria azienda, incontra un personaggio eccentrico che si presenta come Dex Folives e le rivela che lei è un Blazon, un essere metà umano e metà animale che ha come scopo quello di proteggere la Terra. Doli incarna il potentissimo spirito dell’Aquila, un Blazon che non si vedeva da centinaia di anni. Dovrà seguirlo e andare con lui su Somnium per iniziare il proprio addestramento. Doli, che ha lavorato sodo per lasciarsi alle spalle tutto il misticismo della sua gente, marchia la cosa come follia. Eppure non può ignorare le ali che le lacerano la maglietta; non può fingere che il suo vicino di casa l’abbia attaccata per portarla dalla parte di una misteriosa Fazione; e non può liquidare come follia il mondo di Somnium che, come un primigenio Eden, si apre ora sotto i suoi occhi.

Scrivere romanzi a quattro mani e tutt’altro che semplice. Riuscire a rendere fluida la narrazione amalgamando gli stili è lavoro complesso, ma le autrici sono riuscite benissimo nell’intento. “Somnium” è un fantasy che mescola l’avventura, il romanzo di formazione e il significato allegorico in maniera ben calibrata.

Lo scontro di valori che si svolge in “Somnium” è strettamente legato alla Terra. Come ne “Il Signore degli Anelli” dove la selvaggia industrializzazione di Saruman si scontra con le forze degli Ent, nel romanzo a quattro mani di Feliscia e Gloria la vita in comunione con il pianeta è il punto di partenza. I Blazon esistono per aiutare la Terra Umana a mantenere la sua armonia e, d’altra parte, vivono su Somnium in piena simbiosi con il mondo che li circonda. Simbiosi accentuata dal legame che ciascun Blazon ha con il proprio Incarnato, l’animale guida. Un mondo che può essere feroce, una Madre Natura Matrigna, ma che fornisce sempre il rimedio, la cura e tutto ciò che può servire ai propri abitanti. Esattamente come la Terra Umana se ci si desse la pena di ascoltarla. In contrapposizione a questa difesa che si riunisce sotto la guida del saggio per eccellenza Cole Sowl (l’Uomo Gufo e Mentore Supremo) si schiera la Fazione, Blazon ribelli che vogliono solo portare distruzione attorno a loro. Composta da animali tradizionalmente giudicati malvagi o ambigui (l’Uomo Coccodrillo, l’Uomo Squalo, l’Uomo Serpente), la Fazione genera caos e mira alla rottura di tutti gli equilibi.

Per quanto Doli sia considerata la più potente e la più rara dei Blazon, senza la cooperazione degli altri ciascuno portatore di un potere speciale legato alla propria forma animale, non può trionfare. Non è un’Eletta in senso stretto, anche se il suo marchio a forma di saetta fa scattare un’associazione, ma è un tassello importante nel mantenimento dell’equilibrio e dell’armonia. Perché di questo parla Somnium: di bilanciamento ed equilibrio. Senza la pretesa di sradicare del tutto il male perché anche con la sconfitta tornerà sempre a ripresentarsi, ma sulla comunione d’intenti e sul far fronte comune.

In questa giornata ci piacerebbe forse pensare che possa esistere un gruppetto di predestinati che veglia su di noi e ci impedisce di attraversare quel punto di non ritorno. Ma forse è meglio pensare che possiamo essere parte di quel gruppetto e cercare di fare fronte comune per salvaguardare il nostro pianeta. Non c’è un pianeta B, non ci sono Blazon pronti a salvarci: ma ci siamo noi.

Jules

I luoghi dello sheep…ing: le isole Faroe

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Benvenuti alle isole Faroe

Dopo avervi fatto una testa così sulle Faroe prima di partire, dopo avervi fatto due teste così durante il viaggio, ora vi ammorbo anche dopo il viaggio. Anzitutto, perché soffro di una sindrome nostalgica non da poco e poi perché, tutto sommato, è un posto poco conosciuto e poco esplorato. Spero che queste mie notazioni di viaggio possano essere utili a futuri viaggiatori del Nord. Questo non è, stricto sensu, un blog di viaggi, ma visto che la popolarissima rubrica “I luoghi dello shopping” è sempre apprezzata, applicherò il termine in senso più ampio a questo resoconto diviso per pratici vocaboli posti in ordine sparso.

E sì, nel titolo non ho resistito allo stupido gioco di parole.

ARRIVARE (E PURTROPPO RIPARTIRE, FACENDO LA TRAFILA AL CONTRARIO)

Andare e venire dalle isole Faroe non è stato il viaggio più diretto del mondo. Partendo da Bergamo c’è stato lo scalo obbligato a Copenaghen. Che sfortuna, vero? Costretti a passeggiare per qualche ora tra casette colorate e a far passare il tempo con una Carlsberg scura bevuta lungo i canali della città.

Ex Novo

Da Copenaghen ci si imbarca su voli Atlantic Airlines, destinazione Vágar. La Atlantic consente il check in al proprio volo solo a partire da 22 ore prima della partenza. C’è una splendida applicazione CheckMyTrip che fornisce reminder, informa sulle condizioni meteo e sull’attuale cambio di valuta. In aeroporto si potrà poi stampare alle macchinette il biglietto e il talloncino per i bagagli da imbarcare. Se riuscite, programmate il volo con qualche mese di anticipo perché, abituati alle tariffe low cost, si potrebbe avere un piccolo scompenso nel vedere il costo dei biglietti: 20 cc di contanti in endovena, subito!

Il volo è partito molto presto, alle 6.15 del mattino, ma 1200 km più a nord e un fuso orario indietro si atterra su una pista molto corta e si fa subito la conoscenza della più vasta popolazione dell’arcipelago: gli ovini che ti guardano e ruminano e già si bullano per il fatto di essere i legittimi abitanti di quel posto incredibile.

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Qui ci vivo io!

Le Faroe, pur essendo tecnicamente appartenenti al regno danese, sono formalmente autonome e indipendenti tanto da non essere dentro Schenghen. Munitevi di passaporto anche se, a voler proprio essere onesti, nessuno me l’ha chiesto né all’arrivo né alla partenza.

GUIDARE

I collegamenti da e per la capitale, Tórshavn, e i luoghi limitrofi sono ben strutturati. Per poter girare bene l’arcipelago la macchina è fondamentale. In aeroporto si trovano le classiche Avis e Hertz, serie e affidabili. La guida è a destra, e fin qui: ma ci sono alcune piacevoli regole da rispettare che vengono illustrate ai viaggiatori all’arrivo. Molte delle strade sono a corsia unica, ma a doppio senso di percorrenza, si inoltrano nel fondo della montagna e sotto svariati metri cubi di acqua. Aggiungere la costante presenza di pecore sulla strada e le nuvole che colano giù dai fianchi della montagna, rendono necessarie alcune accortezze.

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Hai fatto tutta questa strada? Be’, cercati un altro parcheggio! Questo l’ho visto prima io!

1- i limiti sono 50 km/h nei centri abitati e 80 km/h fuori dai centri abitati. A volte, sembrano persino troppi. Luci sempre accese, tergicristalli pronti all’uso.

2- nelle strade a corsia unica, il guidatore che si trova la piazzole di sosta alla sua destra deve fermarsi e dare la precedenza a chi arriva. Le piazzole sono una ogni 100 m circa, sia su strada che nei cunicoli della montagna. Salutate e ringraziate chi vi fa strada.

3- chi va in discesa deve dare la precedenza a chi va in salita (sempre fermo restando le piazzole di cui sopra).

4- i camion hanno la precedenza

5- i camper sono arroganti e fanno quello che gli pare

6- le pecore sono i vostri maggiori concorrenti nella ricerca di parcheggio.

7- non fate i fari alle pecore che si sono messe a centro strada. Vi beleranno in faccia piuttosto scocciate e sculetteranno davanti a voi per i successivi 800 m. In quel caso, 80 km/h diventeranno un miraggio inarrivabile

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Vai piano!

8- i tunnel sottomarini che collegano alcune delle isole maggiori sono a pagamento. Se avete la macchina a noleggio, il costo verrà aggiunto sul vostro conto. In caso abbiate la vostra macchina dovete fermarvi a pagare alle stazioni di servizio.

All’arrivo vi danno uno specchietto informativo illustrato: vi avviso che non troverete tutte queste regole, ma vi lascio indovinare quali ho aggiunto di mia sponte e a seguito dell’esperienza (*coff* punto 5, *coff* punto 6 e 7)

CIBO

La domanda che mio padre mi fa ogni volta che vado da qualche parte è: ma cosa avete mangiato? Fuori da Tórshavn non è così ovvio trovare punti di ristoro. Se in molti agglomerati si vive in 15/20 persone, una caffetteria non è la priorità. Quindi a futura memoria del viaggiatori affamati, vi lascio un paio di indirizzi.

Eiði: esattamente di fronte al supermercato del paese c’è una casetta bianca. Alle 11.00, la casetta si apre e la gentile proprietaria offre caffè e il dolce del giorno. La signora fa un crumble ripieno di rabarbaro così buono che LASCIA LA TEGLIA! LASCIALA A TERRA E ALLONTANATI E NESSUNO DI FARÀ DEL MALE! Provatela, ecco.

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La cascata Múlafossur, timidamente velata da nubi

 

Gásadalur: famoso per la sua splendida cascata Múlafossur che decora anche i francobolli faroesi. Tra un tetto d’erba e l’altro c’è un’insegna CAFE. Entrate, ammirate le foto degli abitanti del luogo di metà Ottocento e mangiate la torta alla cannella: sembra di mangiare il Natale.

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Un tributo a Bojack Horseman

Nólsoy: nell’isola decorata dalla scritta Nollywood c’è una bistrot in stile british: “Maggie’s“. Sembra una stupidaggine, ma il loro fish and chips è di una bontà strepitosa e si sente che il pesce è fresco. Non fatevi impressionare dall’orologio alla parete: non siete caduti nella tana del bianconiglio, va davvero al contrario.

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Il giro in barca attorno a Vestmanna. Verde e blu a perdita d’occhio

Vestmanna: il centro turistico di Vestmanna, da dove partono le escursioni in barca tra le scogliere (vi consiglio caldamente di fare il tour, dura un paio d’ore), offre a pranzo una zuppa di pesce da trasecolare. Sì, lo ripeto: trasecolare! Se poi avete sofferto il mal di mare dopo due ore di beccheggio furioso della barchetta, vi rimette al mondo.

Su Torshavn la scelta è abbastanza varia: segnalo i bagel del Kaspar Cafè e le torte del Paname di cui parleremo nella sezione libri

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Cheesecake al rabarbaro del Paname Cafè

Beee ora mi fermo. Ci rivediamo venerdì con altri vocaboli sulle Faroe. Devo pur diluire per contrastare la nostalgia.

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Vi aspetto venerdì!

Jules

 

 

Ex Novo: di giardini presenti e passati

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Tempo splendido e natura rigogliosa al quarantennale del Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei

Questo week end sono tornata a Pavia nella mia prima città universitaria. Cadeva il quarantennale del Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei e non potevo proprio perdermi la festa, per (almeno) tre ordini di motivi.

Il primo era rivedere le mie amiche ed ex compagne di collegio. Cogliamo ogni occasionne per incontrarci qui e lì, ma la festa è un punto abbastanza fermo.

Il secondo era il polpo con mozzarella e patate. Piatto stabile e osannato delle celebrazioni, non ti lascia andare se prima non te ne sei servita tre volte. Mandando anche qualcuno a fare il quarto giro se si è timidi.

Il terzo è il giardino. Attorno al collegio c’è un grande verde, fiori, alberi e sentieri che, in questa stagione, sono luogo rilassante, adatto al relax, allo studio o al primo tentativo di abbronzatura. Dopo pranzo mi sono fermata un po’ sotto gli alberi, tirava un venticello leggero e c’era un brusio di sottofondo nell’aria. Prima di diventare troppo poetica ammetto che stavo mangiando la terza porzione di polpo.

Ex Novo di questo mese lo dedico allora al nostro (fatemi ancora usare questo aggettivo  in prima plurale) giardino. Nessuna scrittrice potrebbe essere più innamorata del verde di Elizabeth Von Arnim che nel suo lavoro Il giardino di Elizabeth descrive con amore e trasporto il suo immenso parco in Pomerania.

Il giardino è il luogo in cui mi rifugio, in cui cerco riparo; non la casa, regno del dovere e delle seccature, della servitù da esortare e ammonire, delle suppellettili e dei pasti. Là fuori, le benedizioni del cielo mi si affollano attorno ad ogni passo…È in giardino che mi addoloro per la meschinità che ho dentro e per certi pensieri egoisti che sono assai peggiori di come li percepisco. È là che tutti i miei peccati e le mie scempiaggini sono perdonati; là che mi sento protetta e a casa, con i fiori e le erbacce come amici e gli alberi come amanti. Quando sono contrariata corro da loro a cercare conforto, e quando sono arrabbiata senza motivo da loro trovo assoluzione. Quando mai una donna ha avuto così tanti amici?

Elizabeth, trasferitasi in campagna al seguito del marito, non si ritiene sfortunata come tutte le dame del circondario pensano: per lei vivere in città era soffocante, una prigione. L’isolamento e la pace che può trovare nel suo giardino sono i beni più preziosi del mondo. Scenario di conversazione con le sue amiche, luogo di educazione per le sue tre bimbe e terreno di prova per lei come giardiniera alle prime armi, il giardino ha una connotazione di ritorno all’Eden, ben lontano dalle seccature e dai doveri imposti dal suo rango.

Cugina di Katherine Mansfield, Elizabeth Von Arnim sta ritornando alla ribalta letteraria con le nuove ristampe edite da Fazi Editore che da poco ha pubblicato anche Un incantevole aprile. Elizabeth innalza un canto d’amore al suo giardino che è quasi una forma di preghiera, un ritorno al naturale che la fa vivere meglio e riporta alla mente ricordi sepolti, affina il suo spirito critico e battagliero, la ispira ed esorta a scrivere. Anche lei, i primi tempi, è tutt’altro che esperta nell’addomesticare il verde che le sta intorno, ma la sua passione è così forte da consolarla anche quando le rose tea non vengono su come dovrebbero e i giardinieri non le danno retta perché donna.

Io non ho un giardino, meno che mai grande quanto mezza Pomerania, e con le piante, per dirla con un eufemismo, sono poco abile. Però l’altro giorno, sotto l’ippocastano, con il mio polpo e le chiacchiere con le amiche, ho immaginato per qualche minuto di essere come Elizabeth, cullata dalla presenza amicale degli alberi e dei fiori.

Alla faccia delle allergie e con un brindisi silente a tutti i rosmarini deceduti nel corso degli anni quando affidati alle mie cure.

Jules