Yoga for reader: veicolate messaggi, fatevi sentire!

Garudasana

Ho passato l’ultima settimana in giro per uffici. Come chiunque viva in Italia sa, presentarsi in una struttura burocratica di qualunque natura comporta due punti certi: 1) non importa a quale ora uno si presenti: ci sarà sempre e comunque la fila 2) le persone in fila davanti a te saranno sempre e comunque agée e avranno occupato tutte le sedie disponibili.

So che molta gente si offende se qualcuno si alza, offre il proprio posto a sedere corredato da un “prego, signora”. Io non vedo l’ora che mi succeda, ma io avrei voluto essere chiamata “signora” e farmi dare del “lei” già a 16 anni. Vecchia dentro.

Quindi mi sono rassegnata ad aspettare pazientemente il mio numero in piedi e con un libro di circa 600 pagine che ho portato a termine con successo, giusto per dare un’idea dei tempi di attesa. Stare tanto in piedi non è una posizione che mi si addice poi molto: scarico il peso in maniera sbagliata, dopo poco ho male alla zona lombare e il ginocchio destro, che non si è mai ripreso da un infortunio sportivo, cigola e si lamenta.

Forse sono un po’ vecchia anche fuori, ormai.

In genere cerco di ovviare spostando il peso da una gamba all’altra provando anche a mantenermi in equilibrio su un piede solo, ben radicato a terra. Una posizione che permette di fare ciò è Garudasana, altrimenti detta “l’Aquila”.

Garudasana prende il nome da Garuda, creatura metà uomo e metà rapace cavalcatura e messaggero di Visnu. Spiegare l’entrata in posizione è più difficile di quanto non sia farlo realmente.

Ci si posiziona in piedi sul tappetino e si appoggia la pianta del piede sinistro a terra, aprendo bene le dita in modo da ampliare la base di appoggio. Si piega leggermente il ginocchio sinistro e si stacca il piede destro da terra, spostando il peso del corpo sulla sinistra. La coscia destra va sopra la sinistra e, se possibile, le dita del piede destro vanno dietro il ginocchio sinistro, oppure puntano verso il suolo. La schiena resta dritta e il bacino è diretto in avanti. Le braccia vanno in avanti, parallele al suolo. Mantenendo dritto il braccio sinistro, avvolgi il braccio destro attorno al sinistro (a questo punto il braccio sinistro è sopra il destro) e appoggia assieme i due palmi delle mani, come per rappresentare il becco dell’aquila.
Avvicina i gomiti al petto e abbassa gli avambracci portando avanti le mani, fino a riuscire a portare lo sguardo appena sopra le punte delle dita.
Tieni gli occhi aperti e mantieni l’equilibrio fissando lo sguardo su un punto prestabilito
In caso di mancanza di equilibrio si appoggiano brevemente le dita del piede destro a terra e lentamente e poi si riprende la posizione.
Si esce dalla posizione lentamente svolgendo prima le braccia e solo poi le gambe e poi si ripete la posizione dal lato opposto. L’asana aiuta a migliorare il proprio equilibrio e la stabilità, ma bisogna fare attenzione nel farla se si hanno problemi o si sono subiti infortuni alle ginocchia.

Non avendo noi occidentali, nel nostro substrato culturale, molti riferimenti all’induismo, alla parola “messaggero” l’associazione mentale a Ermes/Mercurio della mitologia classica è stato piuttosto immediato. Per modernizzare un po’ la figura degli dei, invece di leggere i poemi epici, mi sono riletta Per l’amor di un dio dell’autrice britannica Marie Phillips.

Gli dei olimpici hanno passato tempi migliori. Ignorati dalle masse e senza più fedeli si sono dovuti adeguare ad una miserabile vita a Londra. Afrodite lavora per un telefono erotico, Artemide fa la dog sitter, Ermes è un faccendiere impegnatissimo e Dioniso gestisce un bordello/night club dove si serve del vino eccellente. Apollo è il più restio a non considerarsi più il meraviglioso ed ammirato dio del sole. Continua a molestrare le umane, a trasformarle in alberi se rifiutano rapporti orali oppure a farle incenerire se non ricambiano il suo amore. Una di queste umane, la timida e schiva Alice, ha però alle sue spalle un vero eroe che veglia su di lei, uno di quelli che non si vedevano da secoli: un ingegnere strutturale con una faccia da roditore. Eppure sarebbe in grado di andare fino nell’Ade per lei e pronto a sconvolgere tutto lo status quo del pianeta pur di salvarla.

Marie Phillips è geniale nel modernizzare e rendere attuali personaggi dell’epica e della mitologia. Fonde perfettamente il nuovo con il classico con un’ironia garbata e pungente. Un po’ di tempo fa avevamo parlato anche de I cavalieri della tavola zoppa.

Con questa posizione e questo volume veicolate un messaggio. Siate messaggeri del fatto che non è possibile che ci vogliamo 45 minuti per fare un solo numero. Comunicate che il “scusi, chiedo solo una cosa” non può trasformarsi in venti minuti di litanie sul “o tempora o mores” con l’addetta dell’ufficio. Urlate al mondo che, sì, forse la faccia da “signora” ancora non ce l’avete, ma occupare tre sedie con sciarpa, guanti e il chihuahua non è sintomo di civiltà.

Jules

Oggi si consiglia a… chi ha bisogno di un’avventura

Phillips cavalieri

Il lavoro del cavaliere non è mai finito. Soccorrere damigelle, combattere streghe, tirare giù gatti dagli alberi, aprire coperchi di vasetti. E tutto per l’onore, la ricompensa meno spendibile che Dio abbia creato

Tutti sentiamo il bisogno di vivere avventure. Ogni tanto ci incantiamo a guardare fuori dalla finestra, soprattutto in questi giorni di inizio primavera, e lasciamo andare la mente. Quando eravamo più piccoli, sognavamo liberamente di draghi e fate, avventurose ricerche e cavalieri maestosamente abbigliati. Con la crescita in genere ci “limitiamo” a fantasticare di viaggi, spiagge con mare cristallino come quello che abbiamo sul deskop del pc dell’ufficio o di luoghi temali dove restare a mollo senza dover fare un accidente di niente. Sono pensieri più circoscritti, certamente più realizzabili del duello contro un drago, ma proprio per chi in questo momento sta leggendo queste righe invece di lavorare (bravo/a continua!) consiglio un romanzo che risveglia la voglia di avventura in senso più classico senza però partire per la tangente fantastica.

Alla corte di Re Artù, oltre alla classica Tavola Rotonda, c’è un tavolata minore: viene chiamata la Tavola Dei Cavalieri Meno Importanti. Ha una gamba più corta dell’altra, il vino è spesso di cattiva qualità e ospita tutti gli scarti della tavola principale. Cavalieri vecchi, fallimentari o disonorati siedono lì e raccontano di vecchie avventure ormai da tutti dimenticate. Lì siede anche sir Humphrey, un cavaliere disilluso a parole, ma che tiene sempre d’occhio la tavola principale, nella speranza che si presenti un’avventura adatta a lui. Per fortuna, a quei tempi. fanciulle in difficoltà non scarseggiavano, e quando la nobile Elaine du Mont si presenta per ritrovare in proprio promesso sposo, sir Humphrey è più che pronto a rimontare in sella.

Così si avvia I cavalieri della tavola zoppa di Marie Phillips che, dopo la modernizzazione delle divinità greche in Per l’amor di un dio, passa ad analizzare  smitizzare anche i nobili cavalieri di re Artù. Così incontriamo cavalieri che pensano che l’onore non valga nulla. Fanciulle che, invece di chiedere aiuto per vendicare il proprio onore, usano i cavalieri erranti per ripescare i fidanzati dalle taverne dove giacciono ubriachi marci. Con garbo e ironia tutta inglese e una punta di grottesco di tanto in tanto, Marie Phillips riesce perfettamente nell’intento di smorzare l’aura epica che circonda il tavolaccio più famoso della storia. L’on the road (a cavallo) di sir Humphrey e della sua sgangherata combriccola ricalca tutti i modelli dell’avventura in senso medievale che sognavamo da bambini, ma i pericoli e le situazioni che si trova ad affrontare sono permeati di tale realismo, da permetterci di ricamarci sopra senza sentirsi troppo infantili.

Indossatelo, signore, con una bella gonna ampia, damascata potendo (visto che la cotta di maglia darebbe un po’ nell’occhio) e appoggiatelo con ostentazione sulla scrivania. Se la giornata dovesse risultare troppo ordinaria e doveste aver bisogno di un po’ di concreta ed adulta magia, potrete distrarvi e senza sensi di colpa. Se l’inferno sono gli altri, il nostro vicino di scrivania non potrebbe interpretare un drago?

Jules