Ex Novo: quando le notti sono luminose

È arrivato luglio e con lui il periodo dei festeggiamenti. Gli esami si stanno esaurendo, chi si è già laureato può rilassarsi, a chi mancano pochi giorni ormai il più è fatto e, se lavorate, le ferie si avvicinano. A Pavia è tempo di veri e propri party per celebrare la fine di un anno o di un percorso che magari porterà a delle separazioni. Ma in queste notti di luglio dove il buio è restio ad arrivare, non si pensa alle cose tristi, ma ci si ritrova nei collegi per festeggiare il più possibile. Pool party, garden party, dj-set ci sono le opzioni più svariate che riescono a convincere anche chi (come me ai tempi dell’università) non è particolarmente festaiolo.

Green party al Collegio Nuovo Fondazione Sandra e Enea Mattei e dolce scuro e pieno di stelle per “Luce d’estate ed è subito notte”.

E visto che anche la luce tira fino a tardi, iniziamo il mese con la lettura di “Luce d’estate ed è subito notte” di Jón Kalman Stefánsson. Dove se non in Islanda possiamo trovare giornate con luce infinita?

Il mare è profondo, cambia colore e sembra che respiri. È un bene per noi avere il mare, perché a volte i giorni passano senza che accada un bel niente e allora guardiamo il fiordo che diventa blu, e poi verde, e poi scuro come la fine del mondo.

Lassù, in alto in alto, c’è una nazione con grandi spazi, ancora indecisa se migrare sempre di più verso la Groenlandia o restare ancorata alla Vecchia Europa. L’Islanda, orgogliosa terra di vulcani, geyser e ricordi vichinghi, è disseminata di paesini di poche anime. Quattrocento persone, a farla larga, e qualche altro grumo nelle fattorie dalle sconfinate estensioni. Posti così dispersi che non hanno nemmeno un cimitero perché anche la morte si è dimenticata di quegli abitanti e i centenari la sera ridacchiano e giocano a minigolf. Proprio uno di questi paesi è al centro della narrazione del romanzo corale di Stefánsson che fa luce sulla vita dei piccoli centri sperduti islandesi: solo perché un posto è piccolo, non vuol dire che non contenga storie dal respiro così ampio da arrivare fino al cielo.
E proprio dal cielo parte la narrazione, la prima favola con cui l’autore ci intrattiene: quella dell’Astronomo. Un tempo direttore del Maglificio, dopo aver iniziato a sognare in latino abbandona il lavoro e la sicurezza economica per dedicarsi a osservare i misteri del cielo. Viene chiamato da tutti “l’Astronomo” e, una volta al mese, tiene conferenze per i suoi compaesani dove li aggiorna sulle sue scoperte fatte anche grazie alla corrispondenza in latino che gli arriva da ogni pare del mondo. Di questa corrispondenza sono tutti informati grazie ad Ágústa che gestisce l’ufficio postale e ha un’innata curiosità nel sapere cosa succede nelle vite degli altri. Per fortuna c’è lei che con le informazioni che riceve aiuta a salvare matrimoni e a mettere il cuore in pace a chi non ha speranza di recuperare un rapporto. L’Astronomo è aiutato da Elísabet, ragazza dalla conturbante bellezza e restia a indossare il reggiseno, abitudine che scatena le fantasie di tutti gli uomini e le maldicenze di tutte le donne per bene del paese. Lei ama Matthías, di origine slava, che per anni ha girato il mondo e che torna da lei e fanno l’amore sul pavimento dove è incollata la cartina del Sud America così i capelli di Elísabet possono accarezzare la foresta amazzonica. E via di questo passo. Perché in un posto così piccolo è normale che tutte le storie si intreccino e crescano unite. 

Pare facile raccontare le vite dei paesi. Nei mondi piccoli di ogni latitudine e longitudine c’è un’atmosfera favolistica, cristallizzata in un tempo eterno e impreciso e che suscita la nostalgia del lettore: un bene e un male, perché tutti i paesini felici finiscono per assomigliarsi. Nella narrazione di Stefánsson però non si scade mai in questa trappola perché pur con tutta la poesia e lo struggimento che una terra come l’Islanda non manca mai di ispirare, non ci si dimentica di quelli che sono gli inevitabili aspetti cupi. Con accenni ben mirati che sottendono a tutta la narrazione, si ricorda il problema dell’alcolismo, piaga sociale di tutti i paesi del Nord Europa; la depressione che può colpire chi vive in questi centri così piccoli e sfociare nel suicidio; le sventure che sembrano capitare a fagiolo per separare chi si cerca da una vita. In questi paesi, dove la luce dura poco, anche le cose belle sono effimere: bisogna goderne finché ce n’è e prepararsi ai lunghi mesi di buio. 

Sebbene sia una lettrice con un buon numero di testi all’attivo, è raro che un romanzo mi commuova fino alle lacrime. Stefánsson è riuscito nell’impresa e mi ha suscitato una forte nostalgia sia di posti lasciati che di posti ancora da visitare. Posti che hanno in comune una luce che dura fino a tardi.

Jules

Pausa estiva

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Breve nota di servizio. Arriva agosto e nelle sue “lunghe e oziose ore” non si deve lavorare. Ci si inebria “di vino e di calore” e si ritemprano le forze per l’autunno. Il blog (e io con lui) fa un po’ di ferie. Sfrutterò (e il blog con me) questo mese per guardare serie Netflix poco degne, per leggere oltre l’umano consentito, per pisolare, e per concedermi momenti in cui non fare un beato…per gustare l’ozio.

E anche per progettare qualcosa per settembre, dai.

Ci si rilegge tra un mese. Vi auguro un mese caldo e rilassante, intontito dall’ozio e sommerso da chili di gelato. Buone vacanze.

Jules

 

 

Oggi si consiglia…per il mare

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Dopo la montagna non si poteva saltare l’altra metà del cielo. Parliamo di letture per le creature marine, quelle che “senza mare non mi sembra nemmeno estate”. Dal mio punto di vista sono animali fantastici*: non vado al mare in estate da almeno sei anni, non pigmento praticamente più e di conseguenza non mi abbronzo. Lo apprezzo in inverno, quando posso stare sulla battigia in felpa.

Le letture da ombrellone sono varie e sterminate: chick lit, thriller e gialli, saghe fantasy, tutte ben si adattano ai pigri pomeriggi sulla sabbia. I racconti, per me, sono il massimo. Non si richiedono lunghe sessioni di lettura, dopo qualche pagina ci si può concedere un bagno per poi riprendere con una storia nuova di zecca. Proprio per questo oggi vi consiglio una raccolta di racconti di una giovane esordiente: Parole del mio mare di Sofia Celadon.

Ma il mare si scontrò con me una seconda volta. S’impegnò per ammaliarmi con i suoi suoni e le sue onde. Mi attirò a sé senza che io me ne accorgessi. Mi invitò a danzare sulla cresta delle onde. Era lui la sirena, ora, e io il marinaio. Mi incantò con la sua dolce musica e questa volta mi alzai e cominciai a nuotare.

Questo smilzo libello raccoglie brevi racconti che parlano di amore e amicizia, in alcuni casi tratteggiati in chiave fantasy, genere che l’autrice si vede che ama (sia leggere che scrivere). In particolare, ben riuscito Il cerchio delle scelte con un finale dai sapori dark. L’autrice è giovanissima e, in quanto tale, è entusiasta: i sentimenti sono declinati in termini assoluti. Per un lettore (o uno scrittore) più navigato questo assolutismo può far sorridere: già pronti a mettere i filtri dell’esperienza, tacciamo di ingenuità questa visione. Deve maturare, sia in termini di scrittura che di voce, ma i racconti fantasy sono piacevoli e scorrevoli. E a noi può far bene leggere alcune pagine per ricordarci di quando eravamo giovani e affrontavamo tutto di petto e senza scale di grigio. L’edizione, a cura di Pluriversum, avrebbe potuto essere revisionata meglio: ci sono alcuni refusi che guastano un po’ il piacere della lettura.

Ah, e magari leggiamolo mangiando un cornetto cuore di panna come nelle pubblicità anni Ottanta, quando speravamo in tre mesi di falò sulla spiaggia e folli amori adolescenziali.

Jules

*no, non sto per consigliarvi la Rowling.

Ex Novo: tornare a casa

Ex Novo
Quante cose c’erano da staccare dalle pareti a luglio! Quante cose da portare via per tornare a casa!

A luglio, chi prima, chi dopo, in base alla fine della sessione d’esami, il Collegio Nuovo si svuotava. Enormi valigie transitavano per i corridoi e ci si domandava come avessimo potuto accumulare tutte quelle cose in una sola stanza. Si parlava delle vacanze imminenti, si appuntavano gli indirizzi per mandare cartoline (sì, sono abbastanza vecchia da ricordare le cartoline, croce e delizia di ogni vacanza) e si tornava a casa. Casa, le città natie, a volte a pochi chilometri di distanza, a volte raggiungibili sono con lunghi viaggi in treno o con l’aereo. Le più desiderose di tornare a casa erano le isolane: perché, a partire da Odisseo, chi è lontano dalla propria patria isolana è esule due volte. Per celebrare il ritorno estivo a casa e per augurare buone vacanze, oggi parliamo di un inno d’amore alle diciotto isole più solitarie d’Europa: le Faroe nel romanzo Isola di Siri Ranva Hjelm Jacobsen.

Con la sua Prince 100 tracciò un cerchio morbido che includeva tutto: le montagne, i fiordi profondi e i tunnel bui.

«Questa non è Europa. Queste sono le Faroe.»

«Hette er Føroyar.»

Queste isole ricche di verde, paesaggi mozzafiato e un mare freddo e pescoso, non sempre offrono molte scelte e prospettive agli abitanti del luogo che, con il cuore bagnato e pesante, sono costretti ad emigrare sul continente e sull’amata/odiata madrepatria. Siri Jacobsen, scrittrice e giornalista danese di origini faroensi e alla sua prima opera di narrativa, prende avvio dalle vicende della propria famiglia per raccontare la nostalgia che alberga nell’animo di ogni espatriato. Fino ad oggi questo arcipelago è sempre rimasto fuori dalla mappa della nostalgia. Le Faroe, formalmente danesi, intrinsecamente indipendenti, solo ora iniziano ad affacciarsi sul panorama letterario europeo. Con quest’opera, diventano anche loro punto di arrivo e ritorno per gli esuli del continente. Con una prosa poetica e struggente, l’autrice racconta la storia del suo abbi e della sua omma, il nonno e la nonna, emigrati in Danimarca poco prima della seconda guerra Mondiale. Il titolo originale è “Ø” che vuol dire “isola”, ma che graficamente (per noi) e mentalmente per i protagonisti è un punto a cui tendere: non solo geograficamente, ma anche mentalmente. Per il nonno è la possibilità di diventare ingegnere, per la nonna è un nostos al contrario, per l’autrice il recupero delle proprie radici. Traspare nostalgia, è un romanzo che si può leggere ad alta voce e farsi cullare dal verde e dalle onde di quel gruppetto di rocce con poche abitanti.

Così si resiste meglio agli ultimi giorni lontani da casa e ci si sente in buona compagnia nell’essere esuli, isolani e abitanti di terra ferma. E visto che vengo da una terra d’acqua, circondata da un mare a quadretti, posso in parte capire il desiderio dell’eterno ritorno. A qualunque distanza e latitudine.

Jules

Summer Break

Summer breaks

Direi che titolo e collage casalingo suggeriscono già molto bene il concetto. È tempo di vacanze. Per me, le ferie vere e proprie fuori porta ci sono già state, ma agosto, ovunque si sia, suggerisce lunghi pisolini, grosse fette d’anguria e un generale senso di letargo. Soprattutto, suggerisce di stare poco al pc o allo smartphone: sarà che il mio pc ormai ha qualche annetto e scalda come un reattore nucleare.

Sia come sia, agosto ce lo prendiamo di stacco. Ho diversi libri da leggere, ho intenzione di spizzicare e abbuffarmi per ricaricarmi di nuove idee per settembre.

Ci rivediamo quindi alle soglie dell’autunno con tutte le rubriche, con Ex Novo e Yoga for Readers, con tanti nuovi libri e qualche novità. Intanto godetevi l’estate, leggete, ovunque e in qualunque situazione, ma concedetevi anche, ogni tanto, di posare il libro a faccia in giù sull’erba o sulla spiaggia.

Jules

P.S. Se proprio non riuscite a stare senza, la pagina Facebook e l’account Instagram funzioneranno a regime ridotto con qualche chicca librosa.

 

Ex Novo: un’elegante e misteriosa storia d’amore per l’estate

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Nuovine in gita a Budapest. Con il Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei le occasioni di andare all’estero non mancano

L’estate è da sempre sinonimo di libertà. Libertà dal lavoro, dalla scuola, dagli impegni; libertà anche nella lettura. Ebbene sì: perché ci sono determinati tipi di letteratura che, nel pieno dell’inverno, vengono guardati con un certo sospetto e un sorriso ironico, ma in estate sono accettati e anche caldeggiati. Parlo della “letteratura da ombrellone”: thriller, gialli, chick lit, commedie, vivono nell’estate il loro momento di gloria e nobilitazione. Per questo mese di luglio concediamoci quindi un po’ di stacco e di relax e immergiamoci in un racconto sentimentale ed elegante: La donna con il taccuino rosso di Antoine Laurain.

Inizia tutto in una strada di Parigi, una fredda notte di gennaio. Uno scippo, una borsa abbandonata, un librario che si ritrova custode di una sacca color malva contenente gli oggetti della vita di una donna sconosciuta. Un quadernetto con alcune annotazioni, una molletta, un profumo, un romanzo. Si può, partendo da un burrocacao, una bottiglietta d’acqua, una ricetta e un libro autografato rintracciare la proprietaria? È possibile restare affascinati da una perfetta sconosciuta solo tenendo tra le mani un fiore di stoffa per capelli? Da tutto questo può venir fuori una storia d’amore?

Mi piace il nome del cocktail “americano”, ma preferisco il “mojito”.

Mi piace l’odore della menta e del basilico.

Mi piace dormire in treno.

Mi piace la pittura che rappresenta paesaggi senza figure umane.

Ho paura delle formiche rosse.

Ho paura dei ventilatori, ma so perché.

Non so se qualcuno sta storcendo il naso: ci è stato insegnato, per essere lettori di gusto, ad evitare questo tipo di storie. Visti come eredi dell’harmony, sono volumi da leggere con un vago senso di colpa annidato tra le pieghe delle sinapsi e poi nascosti nei ripiani posteriori delle nostre librerie. Accettabili solo in spiaggia, sdoganati dai luoghi vacanzieri, sono invece romanzi che meriterebbero una rivincita. Io ne sono orgogliosa consumatrice in ogni periodo dell’anno, ma per chi non è fruitrice abituale, La ragazza con il taccuino rosso è un buon punto di partenza. Percorso dall’elegante atmosfera e dal leggero snobismo parigino, racconta la nascita di una storia d’amore mescolando una lieve trama investigativa al sentimentale senza però scadere mai nello stucchevole; il tutto osservato dal punto di vista di Laurent, il libraio che si imbatte nella borsa. Un perfetto cocktail di elementi da lettura vacanziera per una lettura piacevole, leggera ed elegante. Vedrete che verrà voglia di rileggerlo anche in inverno e potrà campeggiare tranquillamente anche nelle prime file della vostra libreria.

Godetevi le vacanze e mettete un taccuino nella vostra borsa da spiaggia (o nel bagaglio a mano) e chissà che, in caso di smarrimento, non vi venga riportato da uno splendido flirt estivo innamorato del vostro modo di arrotondare le “g”.

Jules

Oggi si consiglia a… chi si sente troppo “grande”

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Ne parlano come uno dei mali del secolo, ma ci sono volte in cui un pizzico di sindrome di Peter Pan non guasterebbe. Sono i giorni in cui al lavoro ci sono rogne, il lavandino perde, hai dimenticato importanti fogli burocratici e nel frigo ci sono solo alimenti sani: insomma, una giornata adulta in tutti i sensi. Certo, quando eravamo bambini non vedevamo l’ora di diventare “grandi” ed essere indipendenti e padroni della nostra vita. Sembrava così allettante! Poi, quando ci si arriva, ci sono giornate in cui si è in coda al semaforo e si guardano i bambini che vanno a scuola e si pensa “Che invidia! Loro sì che non hanno problemi!”. Se siete in una giornata di questo tipo o ci siete mai passati, ecco il consiglio per voi: Vacanze all’isola dei gabbiani di Astrid Lindgren.

Nato dalla mente dell’autrice di Pippi Calzelunghe, questo romanzo ha goduto di minor successo popolare rispetto all’avventurosa orfanella. Narra della famiglia Melkerson, eclettico gruppo di Stoccolma guidato da Melker, il padre scrittore un po’ squinternato, che porta i figli a passare le vacanze estive in un isolotto ai confini dell’arcipelago della capitale svedese. Qui, grandi e bambini vivono avventure e momenti magici, circondati dalla natura e dalle atmosfere del nord Europa.

Sono particolarmente affezionata a questo volume. È stato uno dei primissimi romanzi che ho letto tutto da sola e per il mio Io bambina era un grande traguardo. Lo rileggo ancora, ogni estate, perché mi riporta alla mente il piacere della scoperta della carta stampata e perché l’ambientazione resta una delle più vibranti che io abbia mai letto. Quando sono andata a Stoccolma, mi sono precipitata a prenotare un giro in barca per le isole e mi è parso di essere entrata nelle pagine della Lindgren. È la storia perfetta per rilassare il nostro muscolo da adulti e tornare ad essere un po’ ingenui e leggeri: il padre, Melker Melkerson, mantiene uno spirito fanciullesco e a volte poco pratico che è una boccata di aria fresca quando si è immersi nelle logoranti quotidianità. I suoi figli a volte sono costretti ad essere per lui punto fermo eppure non smettono di credere ai ranocchi che si trasformano in principi o alle foche figlie del re del mare. Questo non perché siano infantili, ma perché il buon cuore e la spensieratezza dominano anche sui momenti tristi della vita.

«Isola dei Gabbiani, che bel nome! È per via di questo nome che ci ho preso in affitto la casa».

Karin, la figlia diciannovenne, lo guardò scuotendo la testa. Che padre sventato avevano! Si avvicinava alla cinquantina, ma era più ingenuo, spensierato e impulsivo dei suoi figli. «Proprio una cosa da te. Sì proprio una cosa da te affittare una casa su un’isola che non hai mai visto, solo perché ti piaceva il nome».

«Perché non fanno tutti così? O forse bisogna essere uno scrittore mezzo matto per fare una cosa del genere. Un semplice nome… Isola dei Gabbiani… ah ah! Magari un altro sarebbe andato prima a vedere».

Godetevelo, ridete, sentite l’estate e, se ne avete ancora, tirate fuori un pelouche per accompagnare la lettura. Ma sì che li avete ancora! Sono dietro le borse invernali, li avete messi lì per non far prendere polvere. Tiratene fuori almeno uno.

Jules

Ah, piccolo inciso: questo romanzo sarà per me protagonista per “Letti di notte 2017”. Come, dove, perché? A brevissimo su Facebook tutti i dettagli.