Ex Novo: popcorn time

Novembre è un mese che invita al letargo. Forse quello che più di tutti ci ricorda la nostra natura animale che non deve sprecare preziose risorse ed energie. Sono passati i giorni di dorato inizio autunno e la frenesia del Natale è ancora lontana. La nebbia non è ancora bucata dalle intermittenti lucette e si smaltiscono i dolci di Halloween prima di attaccare con lo zucchero a velo dei pandori. Dopo lo sprint lavorativo del rientro dalle ferie ci si può rallentare prima dei consuntivi e dei budget di fine anno.

Anche per chi fa vita di collegio novembre è un parentesi più quieta. Finite le feste e le serate per la matricole, ci si prepara all’eventuale prima sessione di esami per prendere poi la rincorsa per le feste di Natale. O almeno, ai miei tempi, era così. Persino la Nave di fronte al Collegio Nuovo scompariva tra i banchi di nebbia e lasciava emergere solo qualche torretta. Spero che il riscaldamento globale non stia eliminando questa suggestiva e ovattata atmosfera.

Non so se si nota, ma novembre ispira anche un certo lirismo.

La cosa migliore da fare in questo mese è mettersi in pari con film e programmi che nei frenetici mesi precedenti si sono persi. Sempre ai miei tempi, si prenotava una delle sale tv del Collegio e si facevano maratone di film. Resta ben fresca nella mia memoria la maratona del Signore degli anelli e la rassegna di Woody Allen.

Novembre rende anche nostalgici e propensi alle narrazioni “ai miei tempi”.

Per chi è lettore accanito però la scelta tra film e libro è sempre un grosso dilemma. Recuperare una pellicola lasciata indietro o leggere pagine di grossi tomi adatti alla stagione? Il titolo di questo mese cerca di ovviare a questo problema perché sono racconti che, in realtà, sono film su carta: La commedia borghese di Irène Némirovsky.

Ai miei tempi… no, scherzo, anche ai miei tempi si faceva gruppo in sala tv per vedere un programma di svago e relax ogni tanto 🙂

All’inizio degli anni Trenta, l’autrice di origini russe vede su schermo l’adattamento del suo romanzo David Golder, per la regia di Julian Duvivier. Da quel momento, le risultano lampanti le potenzialità che possono avere le storie su pellicola. Non è la sola ad avere quell’impressione. Paul Morand, proprio in quegli anni, sta curando l’uscita di una nuova collana per la casa editrice Gallimard: si chiamerà La renaissance de la nouvelle e raccoglierà, per l’appunto, novelle e racconti. L’autrice viene quindi incoraggiata a presentare i propri scritti con l’idea di creare una raccolta di “film parlati”. Vedono così la luce i quattro racconti: I fumi del vino, Film parlato, Ida e La commedia borghese. Li chiamiamo racconti, ma nelle loro descrizioni, negli stacchi di scena, nei dialoghi, si vede molto chiaramente l’impostazione a sceneggiatura cinematografica. Basterebbe solo aggiungere indicazioni come ESTERNO – NOTTE.

Brusio confuso e dolce che si ingrossa e si avvicina rapidamente come un’onda nel mare. Piove. Le case annegano nell’ombra e nella caligine. Passa l’enorme faro di un’automobile, e squarcia la bruma. I marciapiedi bagnati e il tetto dell’Opera brillano sotto il temporale come specchi scuri. È Parigi, alla fine di marzo, al crepuscolo. Le luci girano così velocemente che si distingue solo un torrente di fiamme. Poi emergono delle parole, sempre le stesse, si avvicinano e si ingrandiscono a dismisura, tremano attraverso la pioggia. Bar, Hotel, Dancing. 

Fanno capolino i principi del naturalismo che Zola applicò nelle vicende dei Rougon-Macquart: l’autrice, naturalizzata francese anche nella produzione letteraria e quindi propensa all’osservazione della società, parte da conflitti archetipici quali gioventù vs. vecchiaia, controllo vs. passione, ricchezza vs. povertà, madre vs. figlia, e scrive delle vere e proprie scene cinematografiche che potremmo osservare non solo sulla pellicola, ma anche solo sbirciando in una delle finestre che si affacciano sulla strada e che vediamo tutti i giorni tornando a casa. Una donna che esce di nascosto per vivere un attimo di passione e viene coinvolta in una sorta di “notte del giudizio”, come avviene ne I fumi del vino. Una stella del teatro ormai vecchia che viene scalzata dalla giovane avversaria e che anticipa il conflitto fra due Eva. La resa “grande” di temi semplici, la minuta osservazione della psicologia che si nasconde dietro il velo di questa classe sociale che ancora lotta per una posizione, rendono queste novelle dei cortometraggi che si dipanano nella nostra testa senza bisogno di un proiettore. Sono racconti che, ancora di più, fanno rimpiangere la perdita prematura di questa autrice. La storia del cinema avrebbe avuto, forse, un’autrice in più se quegli anni non avessero maturato un dramma così grande da non essere previsto da alcun sceneggiatore.

L’unico dilemma che resta è se sgranocchiare popcorn, come vorrebbe ogni film degno di nota, o sorseggiare un tè caldo, come prescrive la moderna iconografia per la lettura di un libro. Io, nel dubbio, resto fedele alle mie torte.

Jules

Ex Novo: quanto è bella primavera che si fugge tuttavia

Marzo richiede che tiriamo fuori la testa dal piumone. Se anche (come la sottoscritta) non vi siete ancora liberati dell’influeza e se anche le prime avvisaglie del cambio di stagione si stanno facendo sentire, l’aria tiepida tira tentatrice verso l’esterno. Meglio ancora, verso l’estero in cerca di mete in cui potersi scrollare di dosso il grigiume e l’apatia che i mesi invernali ci lasciano in regalo.

Dai tropici al giardino del Collegio si assiste ai primi risvegli

Non che in Collegio Nuovo si stesse mai troppo in letargo: tra gente che andava e veniva, partiva e ritornava dalle varie mete di intership, Erasmus, scambi e viaggi studio non c’era periodo di restare troppo ferme: l’esotico ha sempre chiamato. Tendenza che non è cambiata con gli anni a giudicare dalle foto che arrivano da ogni angolo del globo. E anche chi è rimasta in un pezzetto di pianeta più vicino non mostra certo di aver bisogno di uscire dal torpore. Ma se ci fosse qualcuno con una certa necessità e motivazione a ripartire con la bella stagione, ecco il romanzo che può fare al caso suo: “Il club dei nevrastenici” di René Dalize.

Nei 135 articoli del regolamento del Club che aveva minuziosamente redatto, Archibald aveva esposto le sue idee al riguardo. E tra queste vi era la convinzione che per gli stanchi intellettuali e per gli artisti la vita notturna fosse preferibile a quella del giorno. La luce abbagliante del sole esasperava infatti un sistema nervoso che al contrario si schiudeva discretamente sotto i raggi della luna.

È il 1915 e, dalla Cina, arriva una violenta pestilenza. Parigi è nel caos. Chi cerca di emigrare, chi teme ogni colpo di tosse o vertigine. In mezzo a questo trambusto, c’è un gruppo di imperturbabili gentiluomini e gentildonne che non temono il morbo: il club dei Nevrastenici. Tutti non sposati, indipendenti, con sacro orrore delle responsabilità e di qualunque forma di movimento, si crogiolano nel languore e nel cinismo. Non fosse per una misteriosa missione affidata al loro segretario generale, Alain-Claude Morcœur, chissà? forse penserebbero addirittura al suicidio pur di non dover affrontare la peste. Dal vecchio continente fino alle Antille alla ricerca di una giovane creola, il raffinato gruppo affronta le vicissitudini più assurde, sempre con lo snobismo che distingue la buona società parigina. Una pestilenza, un vulcano o un naufragio non sono buoni motivi per perdere il controllo o per non cambiarsi di toeletta nel pomeriggio, che diamine!

Pubblicato nel 1912 a firma (sotto pseudonimo) dell’autore amico di Apollinaire, il romanzo d’avventura parte con un rifiuto verso la società e la natura. I Nevrastenici si isolano tramite oppiacei, l’alcol, con la razionalità filosofica, ma tutti si sentono a disagio nella moderna Parigi. La luce del sole li disturba e non consente loro di uscire, il movimento, fosse anche per attraversare una piazza, crea ansia, il lavoro e le responsabilità, come quello di crearsi una famiglia, possono causare l’espulsione dal club. La peste che travolge Parigi sembra offrire una buona scappatoia da questa vita che causa solo invincibile languore. Ma la missione di ritrovare una parente illegittima che vive nelle Antille è una buona via di fuga. I Nevrastenici decidono quindi di intraprendere questo viaggio rimandando il suicidio collettivo che avevano organizzato con cura.

Ma fuori Parigi li aspetta la natura. Una natura, da principio, rifiutata, visto che alla prima traversata oceanica il mal di mare li spinge a tornare indietro, ma poi affrontata e capita. I raffinati Nevrastenici passano attraverso un naufragio (causato in parte dal filosofo del gruppo che spinge il capitano dell’imbarcazione a dubitare di se stesso), a una traversata della foresta amazzonica, all’eruzione di un vulcano. Il crescendo di difficoltà, alle quali si intreccia anche la lotta contro un disonesto e truffaldino parente di Morcœuer, porta i Nevrastenici a sentirsi meglio. Le emicranie, le dipendenze e la spossatezza che li accompagnavano a Parigi, a contatto con la natura e con situazioni spartane, scompaiono e in loro si riaccendono desideri e passioni che cozzano con il ferreo statuto del club. Echeggiante con la filosofia di Rousseau, a tratti con sentori del Candido e con una deliziosa ironia che anticipa il migliore Wodehouse, Il club dei Nevrastenici inneggia all’armonia tra uomo e natura: solo in essa si può trovare la vera salvezza.

Con la stanchezza di stagione può coglierci un pericoloso languore. Ma se i Nevrastenici ce l’hanno fatta a superare la loro indolenza, allora per noi sarà una passeggiata fare il primo passo fuori dalla porta. Come diceva Bilbo, è sempre quello il più pericoloso ma promettente.

Jules

Shopping: per chi non ama troppo il Natale

Copia di meals

Martedì sera. Mancavano ancora quattro giorni, eppure Babbo Natale procedeva lungo il viale principale a bordo del suo voluminoso furgone rosso: salutava i bambini, zigzagava in mezzo alla strada e ruttava nella barba, molto più che leggermente alticcio. “Oh, oh, oh” canticchiava Dale Pearson, maligno imprenditore edile e Babbo Natale della Loggia del Caribù per il sesto anno consecutivo, soffocando l’impulso di aggiungere “e una bottiglia di rum”, comportandosi più come Barbanera che come San Nicola.

Bisogna pensare anche a loro. Tutti noi siamo avvinti dalla magia del periodo: lucine colorate, biscotti allo zenzero, alberi carichi e occhiate furtive al cielo nella speranza di qualche fiocco di neve. Ci sono persone che invece il Natale non lo sentono in maniera particolare.

O magari sta a loro altamente sulle palle.

Non che siano tutti dei Grinch, ma quando ti sbattono sotto gli occhi i panettoni già da prima di Halloween, quando la neve paralizza ogni città italiana come se nessun Comune avesse pensato alla possibilità di palline bianche dal cielo in inverno (in nord Italia), quando ti dicono che la vigilia di Natale è un giorno lavorativo come gli altri… be’ qualche giustificazione per non avere lo sguardo luminoso dei bambini la possiamo anche trovare. Se si vuole dare loro una lettura che sia in tema con il Natale, ma che non abbia nulla di stucchevole, allora bisogna rivolgersi a Christopher Moore e al suo Uno stupido angelo. Storia commovente di un Natale di terrore.

Quando si aspetta il Natale a Pine Cove, California, l’atmosfera non è quella che si immagina: non ci si trova in un villaggio da cartolina, nè in un paradiso tropicale, ma in un paese con l’acqua infestata da squali bianchi e un’umidità micidiale. Se non fosse per la foresta di pini intorno alla città non ci sarebbe un solo elemento natalizio canonico. Eppure anche lì i bambini aspettano con ansia Babbo Natale: se poi hai sette anni e sei in ritardo per tornare a casa e sai di essere stato un bambino cattivo, hai tutti i motivi per non essere sicuro di ricevere regali. Se poi assisti all’omicidio di Babbo Natale completamente ubriaco che picchia la ex moglie, la magia del Natale tende a perdersi. Per fortuna ci sono gli angeli di nostro Signore che sono scesi per portare la lieta novella. Se poi, per errore, questo si traduca nella resurrezione di tutti i defunti per celebrare l’arrivo del bambinello cosa volete che sia? Niente di meglio di un bell’attacco di zombie per rafforzare lo spirito comunitario.

Scanzonato, volgare a tratti, irriverente, dissacrante, Moore ci porta nel romanzo del non Natale. Pieno di non sense e di un umorismo alla Guida galattica per autostoppisti, questo romanzo è il regalo perfetto per chi non vede l’ora che le feste natalizie passino a gran velocità. Indossatelo con un vestito rosso perché, dopotutto, è sempre il periodo delle carole e della cioccolata calda.

E se il destinatario, proprio perché odia il periodo, dovesse essere seccato per lo scambio di regali, non temete: con questo libro rientrerete ampiamente nell’Amnistia Natalizia. Di cosa si tratta? Eh suvvia! Volete che ve lo sveli? Pensate che a Natale diventiamo tutti più buoni?

Jules

Shopping: per gli addii al nubilato

patricia brent

«Il suo fidanzato?» balbettò la signorina Wangle.

«Ma cara» disse la signora Mosscrop- Smythe «non ci aveva mai detto di essere fidanzata».

«Ah no?» chiese Patricia con noncuranza.

«E non porta nessun anello» aggiunse la signorina Sikkum, preoccupata.

«Non amo questi simboli di schiavitù» rispose allegramente Patricia. «Si sta più liberi senza».

Maggio si avvicina: maggio è il mese delle rose, delle giornate calde, ma non ancora afose, dei primi vestitini, dei matrimoni… Già. Maggio e settembre sono ottimi mesi per pronunciare il fatidico “sì”. Sapete cosa viene prima di un matrimonio?

Non rispondete: crisi isteriche, litigi, perdite di peso, parenti che si aggiungono all’ultimo. La risposta corretta è: gli addii al celibato/ nubilato. Già.

Sugli addii al celibato, forse perché di tradizione più antica, abbiamo un’idea più o meno chiara (o stereotipata): alcol, night, spogliarellista, gioco d’azzardo… Gli addii al nubilato sono invece avvolti da un mistero maggiore. Certo, c’è sempre la possibilità di far travestire la sposa, farla flirtare con sconosciuti nei bar, obbligarla a distribuire caramelle dalle forme equivoche, farla ubriacare e regalarle strumenti ricreativi. Ci sono però anche le varianti più soft: spa, week end con le amiche, degustazioni enogastronomiche… Ormai si sceglie sempre di più l’opzione meno scontata. Sul programma non posso dire nulla: fermo restando che si tratta comunque di una bella festa tra amiche, qualunque cosa si decida di fare sarà sicuramente apprezzato. Sul fronte regali invece, metto becco e se siete in giro per fare shopping in vista di un addio al nubilato per il week end, ecco il romanzo adatto: Patricia Brent, zitella di Herbert G. Jenkins.

Patricia Brent è una giovane che viva a Londra negli anni della Prima Guerra Mondiale. Per quanto appena ventiquattrenne, viene considerata una vecchia nubile dagli altri occupanti della pensione in cui vive. Stanca dei continui pettegolezzi, con coraggio fuori dal comune e fuori dai tempi, decide, una sera a cena, di attaccare bottone con un giovanotto sconosciuto e farlo passare per il suo fidanzato agli occhi curiosi dei suoi conoscenti. Non considerando la notevole attrazione che lei finirà per avere sul fortunato giovane, innescherà una serie di divertenti tira e molla e di situazioni romantiche ed imbarazzanti.

Una romantic comedy come ne abbiamo viste tante. Pare un classico prodotto degli ultimi vent’anni, eppure Patricia Brent, Spinster risale al 1918. Coniugando una trama a tutti gli effetti molto moderna, con un umorismo alla Woodhouse, può diventare un intelligente regalo, divertente senza essere scontato.

Sì, in foto vedete bene, ci sono delle manette. È vero che si vuole andare su sentieri meno battuti, ma perché non coniugare anche qui una divertente commedia di inizio secolo con uno dei più classici regali da addio al nubilato?

Jules

Shopping natalizio: un bed and breakfast per eroine

meals

Anche se, durante la mia infanzia, alloggiarono da noi parecchi clienti “ordinari”, la Fattoria sembrava esercitare un’attrazione particolare per le Eroine che avevano bisogno di prendersi una pausa dalle rispettive vicende. Madame Bovary aveva sonnecchiato sulla nostra amaca per tre settimane, dopo l’abbandono da parte di Rodolphe. Penelope si era rimpinzata di minestra di lenticchie al curry mentre aspettava Ulisse. Daisy Buchacan si era fatta bagni lunghissimi, dopo aver investito Myrtle Wilson.

Inizia il periodo degli acquisti natalizi. Sembra presto, ma sono già settimane che in giro si vedono le luci e gli allestimenti, quindi bisogno incominciare a portarsi avanti. Come penso sia ovvio per me e per tanti, un libro è il regalo migliore di sempre, ma può essere difficile scegliere. Ogni venerdì troverete un libro adatto allo shopping natalizio, abbinato ad altro pensierino per arricchire al meglio il pacchetto. Pronti per gli acquisti?

Inizierei con Il bosco delle storie perdute, abbinato ad un bel paio di guanti caldi. Rossi, se possibile, ma io adoro il rosso quindi non sono obiettiva.

Visto che le persone più difficili da accontentare sono proprio le donne lettrici, questo libro è per loro. E’ una storia che ha al suo interno, come protagoniste, le Eroine dei più grandi capolavori della letteratura mondiale: sono colte nei momenti di stasi e di pausa dalla loro storia. Vi siete mai chieste dove Rossella O’Hara riposò, tra un capitolo e l’altro, dopo essere fuggita dall’assedio di Atlanta? Una metaletteratura con un sapore magico e favolistico, adatto da tenere sotto l’albero.

Jules