Ex Novo: favole per il freddo

Non che dichiari di aver vissuto nel villaggio del giovane Adam in “Good Omens”, ma per diversi anni della mia vita, a Natale o nei giorni limitrofi ha spesso nevicato. I grassi fiocchi di neve non hanno solo deliziato la mia infanzia, ma anche funestato i primi anni di patente: quando guardi la neve e pensi che le strade saranno impraticabili sai di aver passato un confine che ti separa dalla fanciullezza.

All’Universià però, la neve si traduceva in “lezioni sospese” (anche se lo scoprivi una volta fatta tutta la strada e trovavi solo un foglietto appeso alla porta dell’aula). Il che portava, di conseguenza, allo stare alla finestra a guardare il giardino completamente imbiancato, fare foto se avevi animo artistico e saccheggiare la biblioteca per leggere mentre i fiocchi turbinavano fuori dalla finestra.

Se hai un giardino e c’è neve, scopri di avere in te un animo da Catherine o da Fanny.

Quando nevica, il giardino del Collegio Nuovo-Fondazione Sandra e Enea Mattei diventa silente e soffice

La migliore lettura da affrontare a dicembre che si sposi con il clima e con il riconnettersi con il proprio io bambino, è spolverare volumi di favole e fiabe. E per esplorare aree meno battute, ecco che Iperborea viene in soccorso con le Fiabe Faroesi tradotte da Luca Taglianetti

C’era una volta un contadino che aveva con sé un gigante ad aiutarlo in tutti i lavori. Il contadino gli aveva detto che la sua paga consisteva nel poter scegliere, di tutto ciò che coltivavano, o la parte che stava al di sopra del terreno o la parte che stava al di sotto. Il primo anno il contadino coltivò rape. Quando venne il tempo della raccolta, chiese al gigante di scegliere. Il gigante pensò che le foglie della pianta fossero davvero belle a vedersi e volle come sua parte ciò che cresceva al di sopra del terreno.

Sapete quanto sia affezionata e innamorata del piccolo arcipelago lassù a Nord. Per il mio futuro (spero anche vicino) ritorno, mi piacerebbe poter assistere, sempre che si facciano ancora, alle kvøldsetur, ovvero sedute serali dove vecchie signore nubili raccontano storie e leggende attorno al fuoco: storie di troll, di giganti, di asini saggi e di ultimogeniti piuttosto svegli.
Il patrimonio di leggende faroesi è rimasto affidato alla tradizione orale fino a metà Ottocento. Le isole hanno dovuto aspettare la figura di Jakob Jakobsen, linguista e filologo, per avere la prima raccolta di favole scritte alla fine del XIX secolo. Proprio sul suo Færøske Folkesagn og Æventyr si fonda la selezione di queste favole nordiche.

Per chi è già un po’ avvezzo alla letteratura del nord Europa e alla sua mitologia, questo volume presenterà elementi molto ben riconoscibili. Troll e giganti malvagi (e non molto svegli) che sentono “odor di cristianucci” lontano miglia; cigni che in realtà sono splendide principesse sotto incantesimo (Odette, sei tu?); bambini che si perdono nel bosco e incappano in case deliziose fatte di dolci e frittelle. Ma alcuni nuclei e storie che non hanno eguali sul continente, proprio grazie all’isolamento che ha sempre “protetto” le isole Faroe.

Dalla lettura della fiabe si possono isolare alcuni elementi ricorrenti. I figli minori, quelli che in genere sono disprezzati dai fratelli più grandi, sono anche quelli che escono sempre vincenti dalle situazioni, riconoscono il sovrannaturale e sposano principesse. Poi è verità universalmente riconosciuta che perché una cosa vada a buon fine bisogna sempre superare almeno tre prove, oppure la stessa prova ripetuta tre volte come nel caso del racconto Il ragazzo che salvò la principessa dal troll del mare. I personaggi sono spesso senza nome, a parte rari casi in cui il racconto pesca ancora a piene mani dalla mitologia norrena: è il  caso del giovane Lokki di Il gigante e Lokki che ricorda il mendace dio Loki. L’elemento sovrannaturale è presente in misura molto minore rispetto al substrato nordico a cui siamo abituati. Streghe e incantesimi non mancano, ma le fiabe faroesi tendono a concentrarsi sugli esseri umani: sono loro che con la loro astuzia o stupidità, umiltà o arroganza, onestà o scaltrezza sono gli artefici della loro sorte. I giovani che alla fine sposano le principesse sono costretti alle prove di valore dalla maldicenza degli altri esseri umani come nel caso di L’asinello grigio dietro la porta. Non mancano le mutazioni umane in animali come nel caso di Fiuto, e nemmeno ammiccamenti a favole a noi più familiari come le storie di Ceneraccio, figlio più giovane e bistrattato che se ne sta sempre in mezzo alla cenere. Come tipico del nord Europa, il folklore pagano viene infiltrato dalla religione cristiana e dalla figura del diavolo come si racconta nella fiaba L’allievo supera il maestro. Tra elementi già noti, contaminazioni esterne e uno zoccolo duro di temi originali, le fiabe faroesi sono una perfetta interpretazione di quell’arcipelago che ancora adesso tiene alla propria riservatezza.

Guardando la neve, affidatevi al mormorio delle favole. Potrete immaginare di essere vicino al fuoco, lassù, in quelle isole che ti accolgono poco alla volta, facendoti prima superare le tre prove canoniche, ma che ti lasciano andare con profonda riluttanza.

Jules

Ex Novo: popcorn time

Novembre è un mese che invita al letargo. Forse quello che più di tutti ci ricorda la nostra natura animale che non deve sprecare preziose risorse ed energie. Sono passati i giorni di dorato inizio autunno e la frenesia del Natale è ancora lontana. La nebbia non è ancora bucata dalle intermittenti lucette e si smaltiscono i dolci di Halloween prima di attaccare con lo zucchero a velo dei pandori. Dopo lo sprint lavorativo del rientro dalle ferie ci si può rallentare prima dei consuntivi e dei budget di fine anno.

Anche per chi fa vita di collegio novembre è un parentesi più quieta. Finite le feste e le serate per la matricole, ci si prepara all’eventuale prima sessione di esami per prendere poi la rincorsa per le feste di Natale. O almeno, ai miei tempi, era così. Persino la Nave di fronte al Collegio Nuovo scompariva tra i banchi di nebbia e lasciava emergere solo qualche torretta. Spero che il riscaldamento globale non stia eliminando questa suggestiva e ovattata atmosfera.

Non so se si nota, ma novembre ispira anche un certo lirismo.

La cosa migliore da fare in questo mese è mettersi in pari con film e programmi che nei frenetici mesi precedenti si sono persi. Sempre ai miei tempi, si prenotava una delle sale tv del Collegio e si facevano maratone di film. Resta ben fresca nella mia memoria la maratona del Signore degli anelli e la rassegna di Woody Allen.

Novembre rende anche nostalgici e propensi alle narrazioni “ai miei tempi”.

Per chi è lettore accanito però la scelta tra film e libro è sempre un grosso dilemma. Recuperare una pellicola lasciata indietro o leggere pagine di grossi tomi adatti alla stagione? Il titolo di questo mese cerca di ovviare a questo problema perché sono racconti che, in realtà, sono film su carta: La commedia borghese di Irène Némirovsky.

Ai miei tempi… no, scherzo, anche ai miei tempi si faceva gruppo in sala tv per vedere un programma di svago e relax ogni tanto 🙂

All’inizio degli anni Trenta, l’autrice di origini russe vede su schermo l’adattamento del suo romanzo David Golder, per la regia di Julian Duvivier. Da quel momento, le risultano lampanti le potenzialità che possono avere le storie su pellicola. Non è la sola ad avere quell’impressione. Paul Morand, proprio in quegli anni, sta curando l’uscita di una nuova collana per la casa editrice Gallimard: si chiamerà La renaissance de la nouvelle e raccoglierà, per l’appunto, novelle e racconti. L’autrice viene quindi incoraggiata a presentare i propri scritti con l’idea di creare una raccolta di “film parlati”. Vedono così la luce i quattro racconti: I fumi del vino, Film parlato, Ida e La commedia borghese. Li chiamiamo racconti, ma nelle loro descrizioni, negli stacchi di scena, nei dialoghi, si vede molto chiaramente l’impostazione a sceneggiatura cinematografica. Basterebbe solo aggiungere indicazioni come ESTERNO – NOTTE.

Brusio confuso e dolce che si ingrossa e si avvicina rapidamente come un’onda nel mare. Piove. Le case annegano nell’ombra e nella caligine. Passa l’enorme faro di un’automobile, e squarcia la bruma. I marciapiedi bagnati e il tetto dell’Opera brillano sotto il temporale come specchi scuri. È Parigi, alla fine di marzo, al crepuscolo. Le luci girano così velocemente che si distingue solo un torrente di fiamme. Poi emergono delle parole, sempre le stesse, si avvicinano e si ingrandiscono a dismisura, tremano attraverso la pioggia. Bar, Hotel, Dancing. 

Fanno capolino i principi del naturalismo che Zola applicò nelle vicende dei Rougon-Macquart: l’autrice, naturalizzata francese anche nella produzione letteraria e quindi propensa all’osservazione della società, parte da conflitti archetipici quali gioventù vs. vecchiaia, controllo vs. passione, ricchezza vs. povertà, madre vs. figlia, e scrive delle vere e proprie scene cinematografiche che potremmo osservare non solo sulla pellicola, ma anche solo sbirciando in una delle finestre che si affacciano sulla strada e che vediamo tutti i giorni tornando a casa. Una donna che esce di nascosto per vivere un attimo di passione e viene coinvolta in una sorta di “notte del giudizio”, come avviene ne I fumi del vino. Una stella del teatro ormai vecchia che viene scalzata dalla giovane avversaria e che anticipa il conflitto fra due Eva. La resa “grande” di temi semplici, la minuta osservazione della psicologia che si nasconde dietro il velo di questa classe sociale che ancora lotta per una posizione, rendono queste novelle dei cortometraggi che si dipanano nella nostra testa senza bisogno di un proiettore. Sono racconti che, ancora di più, fanno rimpiangere la perdita prematura di questa autrice. La storia del cinema avrebbe avuto, forse, un’autrice in più se quegli anni non avessero maturato un dramma così grande da non essere previsto da alcun sceneggiatore.

L’unico dilemma che resta è se sgranocchiare popcorn, come vorrebbe ogni film degno di nota, o sorseggiare un tè caldo, come prescrive la moderna iconografia per la lettura di un libro. Io, nel dubbio, resto fedele alle mie torte.

Jules

Ex Novo: prime foto, primi gruppi

Passato settembre e stabiliti i primi punti di riferimento per immergersi nel nuovo anno e (in caso) in una nuova vita, ci si guarda intorno per vedere chi c’è con noi. Chi fa colazione a un paio di sedie di distanza, chi abita nel nostro corridoio, chi studia nel nostro stesso corso di laurea e può darci suggerimenti o supporto. Ottobre è così: sia che si stia in un nuovo appartamento, in una nuova città o si sia appena entrate in Collegio Nuovo, si studiano i compagni di viaggio. Ce ne si fa un’opinione, giusta o sbagliata che sia, si incasellando e si cuciono le prime etichette. Ci si avvicina a persone che potrebbero diventare il tuo gruppo o che forse perderai per strada. Ma è importante incominciare a conoscersi. Come nelle foto di classe, dove da uno scatto si identificano i vari “tipi”, una lettura adatta per la classificazione dei nostri nuovi rapporti è “Non siamo che alberi” di Filippo Ferrantini ed edito da Effequ.

Dopo i primi giorni si osservano le nuove compagne, si classificano: chi sarà salice, chi un affidabile pino o una vezzosa betulla?

Eccoli lì. C’è la farnia, in seconda fila, riccioletta, vestita perbene, tutta in punto e virgola: la più carina della classe. C’è l’ontano, faccia da luna piena, con indosso per l’occasione la camicia senza buchi e i calzoni senza sbrendoli, che sorride un po’ per l’obiettivo, il resto per l’ultima diavoleria che sta macchinando sotto la ribalta del banco. C’è il pino, il perticone in ultima fila, con una grinta da brigante e due manone che chissà che cazzotti ci tira, ma che poi, quando può, passa il compito a tutti.

Questa raccolta nasce come progetto didattico per far scoprire la biodiversità della Macchia Lucchese nelle immediate vicinanze di Viareggio. Il posto gode di alterne fortune e recensioni: al suo interno si trova la Tenuta Borbone, ma pochi si avventurano in passeggiata. Vuoi perché si ritenga che non ci sia nulla da vedere, vuoi per pigrizia o per paura, il posto è molto meno visitato di quanto meriterebbe. Così Filippo Ferrantini, con le foto di Elisa Bresciani nella tasca interna del volume, ha messo insieme una raccolta di storie in cui si parla degli alberi presenti nella macchia come se fossero esseri umani, ciascuno con il proprio carattere, i propri punti di forza e di debolezza.

D’altra parte, gli alberi popolano, da sempre, il nostro immaginario. Nella mitologia norrena sono ispirazione per le rune; in “Harry Potter”, con il loro legno, determinano le bacchette e il mago che viene scelto; ne “Il Signore degli anelli” si fanno antropomorfi con la figura degli Ent, pastori di alberi della foresta di Fangorn. Inconsciamente diamo loro delle caratteristiche umane: nessuno pensa che una quercia sia da trattare con poco rispetto. Il salice ha un che di malinconico e può oscillare solo in modo lieve. La betulla è gentile e vezzosa. 

Scopriamo quindi, nelle parole di Ferrantini che usa uno splendido eloquio dal sapore dantesco, che la robinia, che tanto gentile e tanto onesta pare, appena può ruba tutto lo spazio che trova e scalza gli altri alberi. Il salice, alberello striminzito, riesce a rendersi bello e interessante (anche se un po’ melodrammatico) con i suoi rametti che si incurvano verso terra. Il pioppo, allegro e ridanciano, ha un legno meno robusto degli altri, ma è ne è quasi contento: si potranno fare falò per mangiare con gli amici. Queste narrazioni hanno un chiaro intento didattico non solo per bambini, ma anche per grandi in modo da fornire nozioni di botanica che altrimenti non si terrebbero mai a mente. Per non appesantire i racconti, le spiegazioni scientifiche sono inserite a fondo volume, ma sapendo che la robinia è così invadente, verrà più facile ricordare che è della stesso gruppo delle striscianti leguminose ed è una delle poche piante arboree della famiglia. Oppure che il pioppo ha un legno da un basso peso specifico.

Guardatevi intorno: ci sono robinie o salici sulla vostra strada? Qualche faggio o un pino affidabile? E voi? A che pianta pensate di assomigliare?

Jules

Ex Novo: scatoloni e nuove chiavi

Settembre, andiamo, è tempo di migrare. Non solo dalla terra d’Abruzzo, ma da ogni parte si verificano grandi spostamenti. Liceali freschi e maturi che abbandonano le case natie per nuovi lidi; universitari che lasciano vecchie stanze; neo laureati che scelgono altre dimore.

Per alcuni è la prima volta fuori casa, per altri è l’ennesima sistemazione, ma ogni volta è un po’ la prima volta. Ci sono scatoloni da preparare, oggetti da selezionare, capire cosa tenere e cosa buttare nella nuova vita. Perché uno spazio abitativo nuovo (che ancora non ha l’appellativo di “casa”) è pieno di possibilità, di ricordi da costruire, di progetti da svolgere al meglio. Sto traslocando proprio ora mentre scrivo l’Ex Novo del rientro e queste sensazioni sono ben vive e presenti in me. Mi fanno ripensare al mio primo trasloco, quello per andare in Collegio Nuovo: la macchina dei miei genitori carica, anche se avevo solo una stanza da occupare. Un letto al quale abituarsi, spazi e nuove convivenze. Perché il Collegio è stata una soluzione abitativa perfetta per chi, come me, non aveva mai vissuto fuori casa. La propria stanza e il proprio bagno privati, ma sale relax in comune. La possibilità di usare i cucinini, ma con la mensa a disposizione. Un assaggio di indipendenza, ma con confortevoli aiuti.

Eppure era ed è la prima volta in cui una ragazza vive da sola. E quindi, sia per chi si sta trasferendo per la prima volta, sia per chi affronta nuovi cambi, si consiglia la lettura di “Ricette per ragazze che vivono da sole” di Noemi Cuffia e Ilaria Urbinati, edito da Zandegù.

Un pezzetto di Collegio Nuovo con il portachiavi per il nuovo mazzo di chiavi

Questo è un libro di ricette. Una raccolta di consigli, qualche volta semiseri, qualche volta serissimi, che nascono dalla nostra esperienza diretta. Esperienza di qualcosa che le nostre nonne nemmeno immaginavano fosse possibile e che le nostre mamme non si sognavano neppure, o forse sì ma i tempi non erano maturi. Qualcosa che per noi è diventato molto reale: vivere da sole.

Questo volumetto del 2015 ha come protagoniste Camilla e Rebecca, due ragazze con stili e interessi diversi che vivono da sole e si trovano ad affrontare tutti gli inconvenienti e le difficoltà che la gestione di una casa prevede. Quando l’ho letto per la prima volta (avevo appena iniziato a lavorare e vivevo da sola in un piccolo open space, cioè un monolocale) mi ci sono lanciata con il duplice sentimento di aspettativa e sospetto.
Sospetto perché le librerie traboccano di volumi sul tipo “Come vivere da sola”, “Come esorcizzare il tuo lavandino posseduto”, “Forno a microonde: il miglior amico della donna sola” e via di questo passo. Temevo quindi una lettura sul genere, sempre evitata come la peste. Con aspettativa perché vuoi mai che, tra tanti e tanti titoli sempre sulla stessa variante, questo non ti insegni veramente qualcosa di nuovo?
Il sospetto si è dileguato dopo le prime cinque pagine. Tutti i volumi sopra citati hanno come scopo quello di renderci un robottino multitasking. Ti si rompe il lavandino? Ecco in poche mosse come riparalo. Devi organizzare una cena per venti persone e non sai come fare? Ecco 100 ricette veloci ed economiche da fare in microonde. “Ricette per ragazze che vivono da sole” porta invece l’attenzione su situazioni che, a prima vista, possono sembrare banali, ma che in realtà hanno un valore importantissimo nella vita di tutti i giorni. Cosa fare in caso di insonnia quando Facebook mostra solo foto di gattini e tutti i vostri contatti dormono già beati da un paio d’ore? La risposta, ovviamente, è leggere un autore contemporaneo! La casa non vi sembrerà più vuota.

Come agire se internet salta improvvisamente e senza motivo apparente? Restate calme, fatevi una buona tisana al bergamotto, e spegnete e riaccendete il pc. Se questo collaudatissimo sistema non vi riporta nel mondo digitale semplicemente dedicatevi ad un hobby come sferruzzare sciarpe e cappelli (o qualunque cosa vi piaccia fare). 

Non siete riuscite a fare la spesa dopo essere rientrare da un viaggio? Basta “pucciare” del pane nel latte, farvi un ovetto alla coque e il problema è risolto con un certo stile.
Deliziosa la garbata autoironia che le due autrici spolverano su alcune situazioni. Perfette per il tocco d’insieme e come legante, un po’ come fanno le tende in ogni appartamento femminile, le illustrazioni di Ilaria Urbinati che rimandano con la mente alle pagine di Pinterest.

Ora la mia prospettiva è leggermente cambiata. Non vivo più da sola, c’è chi compensa alle mie mancanze tecnico/organizzative, ma rileggere queste pagine mi rimanda indietro con un po’ di nostalgia. E come consigli finale per tutte le nuove ragazze che vivono da sole

Vivere da sole è difficile. Vivere da sole è bello. Vivere da sole è un’avventura. Che voi siate single, fidanzate a distanza, facoltose, squattrinate, freelance, lavoratrici dipendenti, atlete, pigrone, chef provette, imbranate, solerti, nate stanche, iperattive, coraggiosissime o fragilissime non importa: vivere da sole è un’esperienza importante. Un’esperienza che in qualche modo cambierà la vita a tutte voi. E
vi regalerà nuovi occhi per osservare il mondo. Imparerete a cavarvela in ogni situazione, ma anche a saper chiedere aiuto quando è il caso.

E sappiate che “la soluzione abitativa” diventerà “casa” nel giro di pochissimo tempo. Buon inizio e buoni traslochi a tutti.

Jules

Ex Novo: quando le notti sono luminose

È arrivato luglio e con lui il periodo dei festeggiamenti. Gli esami si stanno esaurendo, chi si è già laureato può rilassarsi, a chi mancano pochi giorni ormai il più è fatto e, se lavorate, le ferie si avvicinano. A Pavia è tempo di veri e propri party per celebrare la fine di un anno o di un percorso che magari porterà a delle separazioni. Ma in queste notti di luglio dove il buio è restio ad arrivare, non si pensa alle cose tristi, ma ci si ritrova nei collegi per festeggiare il più possibile. Pool party, garden party, dj-set ci sono le opzioni più svariate che riescono a convincere anche chi (come me ai tempi dell’università) non è particolarmente festaiolo.

Green party al Collegio Nuovo Fondazione Sandra e Enea Mattei e dolce scuro e pieno di stelle per “Luce d’estate ed è subito notte”.

E visto che anche la luce tira fino a tardi, iniziamo il mese con la lettura di “Luce d’estate ed è subito notte” di Jón Kalman Stefánsson. Dove se non in Islanda possiamo trovare giornate con luce infinita?

Il mare è profondo, cambia colore e sembra che respiri. È un bene per noi avere il mare, perché a volte i giorni passano senza che accada un bel niente e allora guardiamo il fiordo che diventa blu, e poi verde, e poi scuro come la fine del mondo.

Lassù, in alto in alto, c’è una nazione con grandi spazi, ancora indecisa se migrare sempre di più verso la Groenlandia o restare ancorata alla Vecchia Europa. L’Islanda, orgogliosa terra di vulcani, geyser e ricordi vichinghi, è disseminata di paesini di poche anime. Quattrocento persone, a farla larga, e qualche altro grumo nelle fattorie dalle sconfinate estensioni. Posti così dispersi che non hanno nemmeno un cimitero perché anche la morte si è dimenticata di quegli abitanti e i centenari la sera ridacchiano e giocano a minigolf. Proprio uno di questi paesi è al centro della narrazione del romanzo corale di Stefánsson che fa luce sulla vita dei piccoli centri sperduti islandesi: solo perché un posto è piccolo, non vuol dire che non contenga storie dal respiro così ampio da arrivare fino al cielo.
E proprio dal cielo parte la narrazione, la prima favola con cui l’autore ci intrattiene: quella dell’Astronomo. Un tempo direttore del Maglificio, dopo aver iniziato a sognare in latino abbandona il lavoro e la sicurezza economica per dedicarsi a osservare i misteri del cielo. Viene chiamato da tutti “l’Astronomo” e, una volta al mese, tiene conferenze per i suoi compaesani dove li aggiorna sulle sue scoperte fatte anche grazie alla corrispondenza in latino che gli arriva da ogni pare del mondo. Di questa corrispondenza sono tutti informati grazie ad Ágústa che gestisce l’ufficio postale e ha un’innata curiosità nel sapere cosa succede nelle vite degli altri. Per fortuna c’è lei che con le informazioni che riceve aiuta a salvare matrimoni e a mettere il cuore in pace a chi non ha speranza di recuperare un rapporto. L’Astronomo è aiutato da Elísabet, ragazza dalla conturbante bellezza e restia a indossare il reggiseno, abitudine che scatena le fantasie di tutti gli uomini e le maldicenze di tutte le donne per bene del paese. Lei ama Matthías, di origine slava, che per anni ha girato il mondo e che torna da lei e fanno l’amore sul pavimento dove è incollata la cartina del Sud America così i capelli di Elísabet possono accarezzare la foresta amazzonica. E via di questo passo. Perché in un posto così piccolo è normale che tutte le storie si intreccino e crescano unite. 

Pare facile raccontare le vite dei paesi. Nei mondi piccoli di ogni latitudine e longitudine c’è un’atmosfera favolistica, cristallizzata in un tempo eterno e impreciso e che suscita la nostalgia del lettore: un bene e un male, perché tutti i paesini felici finiscono per assomigliarsi. Nella narrazione di Stefánsson però non si scade mai in questa trappola perché pur con tutta la poesia e lo struggimento che una terra come l’Islanda non manca mai di ispirare, non ci si dimentica di quelli che sono gli inevitabili aspetti cupi. Con accenni ben mirati che sottendono a tutta la narrazione, si ricorda il problema dell’alcolismo, piaga sociale di tutti i paesi del Nord Europa; la depressione che può colpire chi vive in questi centri così piccoli e sfociare nel suicidio; le sventure che sembrano capitare a fagiolo per separare chi si cerca da una vita. In questi paesi, dove la luce dura poco, anche le cose belle sono effimere: bisogna goderne finché ce n’è e prepararsi ai lunghi mesi di buio. 

Sebbene sia una lettrice con un buon numero di testi all’attivo, è raro che un romanzo mi commuova fino alle lacrime. Stefánsson è riuscito nell’impresa e mi ha suscitato una forte nostalgia sia di posti lasciati che di posti ancora da visitare. Posti che hanno in comune una luce che dura fino a tardi.

Jules

Ex Novo: di legami vicini e lontani

I legami stretti in Collegio Nuovo resistono e persistono anche da città e vite lontane

L’università è il miglior terreno possibile per stringere rapporti che dureranno per tutta la vita. Più che durante il liceo, si incontrano persone con i nostri stessi interessi e vocazioni e i legami saranno inevitabili. In alcuni casi si tratterà di indissolubile amicizia, in altri casi di amore totalizzante, alcune volte saranno gelosie, incomprensioni e tradimenti. Nel mio triennio universitario a Pavia al Collegio Nuovo ho avuto la fortuna di incappare in un gruppo di persone che, a dispetto della distanza e delle vite piene di ognuno, resiste. Si affrontano difficoltà legate al tempo e allo spazio e ci si tiene in contatto e ci si vede ogni volta possibile. E anche quando non ci si riesce, il silenzio non pesa e quando ci si ritrova sembra sempre di riprendere una conversazione interrotta poche ore prima.

La mia seconda parte di formazione universitaria si è svolta in un’altra città dalla lunga tradizione studentesca, Padova, e proprio in questa città si ambienta “Eravamo tutti vivi” di Claudia Grendene che esplora il tema delle relazioni tra un gruppo di amici nella Padova universitaria tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Dieci del nuovo millennio. In un racconto cronologicamente inverso, seguiamo Chiara e il suo amore per Max; Agnese, ribelle e spigliata anche in campo sentimentale; Alberto e Anita e la loro passione impossibile; Isabella ed Elia, insieme da quando erano ragazzi e pronti a cadere nella trappola più vecchia del mondo: il tradimento. Passando tra i portici della città universitaria tra uno spritz e l’altro, ci immergiamo in un mondo pieno di nostalgia, non necessariamente buona, ma di certo feroce e ci specchiamo nella spietatezza che possono avere solo le piccole storie comuni.

Il giorno dopo aver visto Agnese, Chiara tornò al Liviano, dopo quasi vent’anni. Pomeriggio di nuvole e vento, la bicicletta bianca non ne voleva sapere di scorrere lungo la ciclabile. Chiara spingeva di gambe e di testa. Arrivò in piazzetta Capitaniato affannata. Le lauree dottore dottore dal buso, piccoli cosi vicino a ogni albero della piazza: le sorsate di bibitone alcolico durante la lettura obbligat del papiro, gli scherzi spiacevoli, uova, farina, marmellata a imbrattare il travestimento del neolaureato.

Sullo sfondo del periodo che è il più formativo nella vita di ognuno, l’autrice crea un mosaico a sette voci nelle quali è davvero difficile non riconoscersi o riconoscere persone che hanno fatto parte della nostra esperienza. Persone che possono andare e venire, allontanarsi per poi ritornare, ma per sempre segnate dagli anni universitari, substrato di speranze e progetti poi infranti dal confuso e precario periodo storico che ancora non ci abbandona. A farla da padrone sono le voci dei personaggi femminili. Nessuna eccessivamente sopra le righe, nessuna eroina, nessuna donna straordinaria, ma tutte così vere da non sembrare nemmeno abitare la dimensione cartacea. C’è Agnese, bella e spregiudicata nelle sue relazioni, l’unica che non si costruisce una famiglia e vive a Londra, meta per eccellenza dei cervelli in fuga, si fa viva ogni tanto con il vecchio gruppo, ma senza sentirsi troppo legata. Chiara e Isabella che conseguono la laurea, si sposano, fanno figli e vedono i loro matrimoni perdere lo smalto a causa della quotidianità e, nel caso di Isabella, di una diciottenne “dalle unghiette rosse”. Anita, figlia mal riconosciuta di una famiglia veneta nobile e innamorata, ricambiata, di Alberto, suo cugino.

Le voci maschili emettono sofferenza. Chi ha subito violenze da bambino, chi è sotto psicofarmaci, chi dimentica i lutti nell’alcol e non ha il coraggio di amare chi dovrebbe, chi tradisce, chi non supporta. Non c’è niente di sopra le righe in questi lucidi ritratti. Potrebbero essere storie vere, come inventate, ma non lasciano scampo al lettore che è costretto, nel leggere di queste piccole miserie, a riconoscere eventi che lo hanno sfiorato o interessato almeno una volta nella vita.

Padova è sfondo discreto a queste avventure e non è necessario aver fatto qui gli studi per potersi trovare bene e ambientare. Perché è un romanzo che emana onde di sentimenti universali e ci mette di fronte alla spietatezza delle vite comuni.

Ci sono legami che vanno e vengono e a giugno, quando ci si laurea e si prendono strade diverse, viene spontaneo interrogarsi sul futuro delle nostre amicizie. Per esperienza personale e, a questo punto, anche letteraria, posso affermare che quelli importanti resistono, nel bene e nel male. E ci fanno compagnia durante tutto il resto del percorso.

Jules

Ex Novo: in transito

Siamo sempre tutti in transito. Da un punto A a un punto B, da un lavoro all’altro, da una relazione all’altra, da una città all’altra. Esemplificativo e omnicomprensivo di questa definizione è il periodo dell’università. Perché sono i primi passi nell’età “da grandi”, perché si esce di casa per la prima volta e si cambia modo di vivere, perché si esplora e si viaggia, fisicamente e intellettualmente. E ci si diverte, tutto sembra scintillante, ci si muove con nella testa il sottofondo di una colonna sonora, come se fossimo nei primi minuti di un film con noi come protagonisti. La più famosa figura che si fregiava della dicitura “in transito” è l’eroina di Truman Capote, Holly Golightly. Nella testa dello scrittore, l’attrice perfetta per poterla interpretare sarebbe stata Marilyn Monroe, ma la storia del cinema finì per consegnare il volto di Holly a Audrey Hepburn.

Per questo inizio maggio, mese che appare molto di transito visto che la primavera ancora non si è manifestata in pieno, non parleremo però di “Colazione da Tiffany”, ma proprio di Audrey Hepburn, donna e attrice che ha saputo adattarsi ed edificarsi incarnando appieno la continua mobilità e transitorietà e lo faremo con una graphic novel che è quasi una favola: “Audrey” con i disegni di Roberta Zeta edito da Hop Edizioni.

Come non essere entusiasticamente in transito quando si è a New York? Le Nuovine fanno spesso su e giù con il continente americano con i viaggi e gli scambi messi a disposizione dal Collegio Nuovo

In questo volume, i testi sono descrizione discreta e accurata che completano le immagini e non distolgono l’attenzione dal tratto delicato ed elegante della disegnatrice. Accurato nella ricostruzione della vita dell’attrice, parte dalla sua infanzia in Olanda e Belgio portando in luce alcuni episodi meno noti vissuti dalla futura attrice come la mancanza della figura paterna, per poi passare alle difficoltà vissute durante la guerra quando il cibo scarseggiava e Audrey faceva la staffetta per consegnare messaggi agli oppositori del regime nazista. E poi la danza e l’abbandono di quella disciplina quando si accorge di non essere abbastanza brava, la scoperta del mondo del teatro. Le prime esperienze a Brodway, quando arrivò in America leggermente ingrassata per aver divorato dolci durante tutta la traversata e fu messa a dieta con bresaola e rucola per tornare la snella Audrey che era stata ingaggiata. Il successo, le diverse relazioni sempre però vissute lontane dagli scandali. Il suo stile e l’afflato creativo che instillò nella maison Givenchy. L’abbandono delle scene, l’impegno umanitario, il forte attaccamento alla famiglia e l’empatia per le miserie del mondo.

Si sfogliano le pagine a delicati colori pastello e ci si rende conto di come il transito di questa donna sia stato straordinario, ma non certo privo di dolore e di difficoltà. Viaggiando e dovendo soggiornare in alberghi, a volte anche per i lunghi periodi richiesti dalla lavorazione di un film, Audrey portava con sé i suoi oggetti più cari e i suoi mobili, in modo da potersi ricostruire un ambiente caldo e domestico.

Si legge con un sorriso, tornando più volte indietro per cogliere meglio le sfumature dei disegni, per ricercare qualche dettaglio sfuggito. Con un pizzico di narcisismo ci si immagina il proprio volume, come sarebbe disegnato, quali eventi nodali racconterebbe. Si sente suonare “Moon river” in lontananza, confuso con i rumori di New York. E l’idea di “transito” che a volte può sembrare spaventosa o, erroneamente, confinata nel passato diventa, di nuovo e di colpo, scintillante.

Jules