Ex Novo: a gennaio mi iscrivo in palestra

Quali sono le frasi che sentiamo dire più spesso?

“Non ci sono più le mezze stagioni”.

“Ma che ne sanno i 2000?”

“E allora il PD?”

“A gennaio mi iscrivo in palestra”

Non dite che in questa prima settimana del nuovo anno non avete ancora sentito qualcuno, pieno di buone intenzioni e cotechino fino alle orecchie, pronunciare questa fatidica sentenza. Gennaio porta la voglia di lasciarsi alle spalle le vecchie cattive abitudini e il vecchio confortante grasso. Gennaio ispira pensieri salutisti suicidi, fa dichiarare con orgoglio di aver pranzato con una centrifuga di broccoli e pompelmo, fa venir voglia di fare tutto per bene.

Circa metà della mia vita è stata dedicata a uno sport che ho amato tantissimo: la pallavolo. Scelta condivisa, tra l’altro, da un buon 80% della mia generazione perché tutte guardavamo i cartoni con Mila e Mimì e volevamo fare i palleggi alla velocità della luce e stare in aria mentre il fuoco ribolliva in fondo ai nostri occhi. Quando ho iniziato l’università ho continuato a giocare nella squadra del Collegio Nuovo perché a Pavia si disputava il torneo intracollegiale che dava il via ad accese rivalità che non si vedono nemmeno nelle gare di canottaggio tra Yale e Harvard. I tornei coprivano buona parte degli sport e il collegio che collezionava più vittorie si aggiudicava il Coppone. Avere il Coppone in Collegio era motivo di vanto e lo si dichiarava con lo stesso orgoglio con cui la McGranitt sfotte Piton quando Grifondoro vince il torneo di Quiddich. Tra gli sport non poteva mancare il calcio e poteva contare su un’agguerrita curva di sostenitori e sostenitrici che mettevano nel tifo la stessa passione che anima Nick Hornby nel suo supporto alla squadra del cuore: l’Arsenal.

Foto che ormai rientra nel vintage: 2001, squadra nuovina vincitrice del Torneo Intercollegiale di calcio a sette

Febbre a 90°, dal quale è stato tratto un film con Colin Firth nei panni del protagonista, è una biografia dell’autore vista in relazione e sotto la lente della passione calcistica. Nick Hornby da bambino si appassiona alle vicende della squadra dell’Arsenal e dai dieci anni in poi tutta la sua vita sarà ispirata e condizionata dalle peripezie del club. In continuo parallelo tra le vicende della sua vita e quelle della squadra, Hornby prova a far capire a chi tifoso non è cosa può spingere un uomo a saltare ricorrenze, rifiutare lavori, ignorare gli amici in virtù della programmazione del campionato. Il calcio non è solo uno sport, ma un modello su cui capire qualcosa del mondo e su se stessi. L’Arsenal è per lui uno sprone a pensare che le cose non possano andare male per sempre, il calcio è parte integrante della sua formazione.

“Buona parte della mia conoscenza dei luoghi in Gran Bretagna e Europa non deriva dalla scuola, ma dalle partite fuori casa o dalle pagine sportive, e il fenomeno degli hooligan mi ha fornito sia un certo gusto per la sociologia che un certo grado di esperienza sul campo. Ho appreso il valore di investire tempo ed emozioni in cose che non sono io a controllare, e di appartenere a una comunità della quale condivido le aspirazioni in maniera totale e acritica. E la prima volta che andai allo stadio di Selhurst Park con il mio amico Rospo vidi un morto, il mio primo e ancora unico morto, e imparai qualcosa, be’, sulla vita.”

Condito da dettagliati riferimenti a ogni singolo incontro dagli anni Sessanta in poi, Febbre a 90° è educazione sentimentale e sociale per l’autore. L’Arsenal pare andare in parallelo con la sua vita, gli tende la mano nel momento del bisogno, lo esorta a ignorare una caviglia slogata pur di andare in tribuna a tifare per il suo club. Come per chiunque abbia una vera passione (al limite dell’ossessivo), il calcio è il punto fisso della sua vita e riesce a far percepire a chi tifoso non è un po’ di questa travolgente malattia. Sempre con la discreta ironia che fa di Hornby un autore piacevole, il romanzo può essere letto anche da chi (come la sottoscritta) di calcio non sa nulla. Per ricordarsi di fare attenzione ai buoni propositi: non sia mai che da un banale “a gennaio faccio sport” non si trasformi in una divorante e totalizzante passione.

Jules

No, non è un post sul bilancio 2017- buoni propositi 2018

Buongiorno a tutti,

buonafine-buoninizio, bestnine2017, liste, bilanci, buoni propositi. In questi giorni, com’è naturale, si tirano le somme dell’anno appena trascorso: i migliori libri letti, i peggiori abbandonati, la scoperta dell’anno… a seguire i buoni propositi.

Non sono un granché con i buoni propositi. Li ho sempre paragonati alla sensazione che si provava quando, alle elementari, si iniziava un quaderno nuovo. I primi giorni di scriveva bene, si stava attentissimi a non fare errori o cancellature; poi, con il passare del tempo, si scivolava inevitabilmente nelle nostre solite rilassatezze. Ma quanto stress i primi giorni! Sono quindi giunta alla conclusione che va bene cercare di fare il meglio possibile, ma bisogna anche sapere accettare il fatto che di sbaffi, nella vita, se ne fanno  tanti da riempire un paiolo da polenta per una famiglia numerosa.

Più che di buon proposito da lettrice, per il 2018 ho pensato di darmi sin dall’inizio un tema: il Nobel per la letteratura.

Con i premi Nobel ho un problema di relazione non da poco: mi sento sempre troppo poco intelligente per poterli apprezzare. Se mi capita tra le mani un nuovo autore e non lo so insignito del premio svedese, me lo gusto e lo apprezzo (o anche lo detesto) in base ai miei gusti e le mie competenze personali. Se lo vengo a sapere prima della lettura, il cervello mi si paralizza. Alla fine di quest’anno ho provato a invertire la tendenza: alla nomina di Kazuo Ishiguro ho preso il coraggio a due mani e ho affrontato Il gigante sepolto: la base fantasy e cavalleresca mi rassicurava.

Mi ha commosso fino alle lacrime.

In questi primi tre decenni di vita, quindi, la barriera del Nobel è sempre stata solo mia. Un po’ come chi dice di odiare le lumache e non le ha mai assaggiate. Sono andata a spulciare la lista dei vincitori del premio e ho deciso di recuperare un po’ degli autori mancanti. Ho escluso i poeti perché non ho (e questa volta sul serio!) le capacità per valutare un’opera in versi e mi sono ripromessa di fare #1Nobelalmese.

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Ne è risultata questa lista. Seguita e supportata da Lotario, il gufo blu bibliotecario che è uno dei miei guardiani di casa, mi dedicherò ai Nobel. Alcuni mi faranno innamorare, altri probabilmente mi annoieranno fino allo sfinimento. Alcuni è una vergogna non averli ancora letti (nessuno dica nulla su Hesse o la Deledda: lo so!), altri non li avevo nemmeno mai sentiti nominare, ma diventeranno i miei compagni preferenziali per questo nuovo anno.

Eh sì, alla fine è diventato un post sui bilanci e i nuovi propositi.

Posso solo augurarvi anch’io buonafine-buoninizio e quest’anno in cui il millennio diventa maggiorenne sia pieno di ogni cosa voi desideriate. Fosse anche un paiolo pieno di polenta come quello che mi accingo a mettere sul fuoco.

Jules

 

P.S. ovviamente non terrò per me le mie brillanti riflessioni su queste opere. Le troverete sia qui che su Criticaletteraria. Non si scappa!