I luoghi dello sheep…ing: le isole Faroe

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Benvenuti alle isole Faroe

Dopo avervi fatto una testa così sulle Faroe prima di partire, dopo avervi fatto due teste così durante il viaggio, ora vi ammorbo anche dopo il viaggio. Anzitutto, perché soffro di una sindrome nostalgica non da poco e poi perché, tutto sommato, è un posto poco conosciuto e poco esplorato. Spero che queste mie notazioni di viaggio possano essere utili a futuri viaggiatori del Nord. Questo non è, stricto sensu, un blog di viaggi, ma visto che la popolarissima rubrica “I luoghi dello shopping” è sempre apprezzata, applicherò il termine in senso più ampio a questo resoconto diviso per pratici vocaboli posti in ordine sparso.

E sì, nel titolo non ho resistito allo stupido gioco di parole.

ARRIVARE (E PURTROPPO RIPARTIRE, FACENDO LA TRAFILA AL CONTRARIO)

Andare e venire dalle isole Faroe non è stato il viaggio più diretto del mondo. Partendo da Bergamo c’è stato lo scalo obbligato a Copenaghen. Che sfortuna, vero? Costretti a passeggiare per qualche ora tra casette colorate e a far passare il tempo con una Carlsberg scura bevuta lungo i canali della città.

Ex Novo

Da Copenaghen ci si imbarca su voli Atlantic Airlines, destinazione Vágar. La Atlantic consente il check in al proprio volo solo a partire da 22 ore prima della partenza. C’è una splendida applicazione CheckMyTrip che fornisce reminder, informa sulle condizioni meteo e sull’attuale cambio di valuta. In aeroporto si potrà poi stampare alle macchinette il biglietto e il talloncino per i bagagli da imbarcare. Se riuscite, programmate il volo con qualche mese di anticipo perché, abituati alle tariffe low cost, si potrebbe avere un piccolo scompenso nel vedere il costo dei biglietti: 20 cc di contanti in endovena, subito!

Il volo è partito molto presto, alle 6.15 del mattino, ma 1200 km più a nord e un fuso orario indietro si atterra su una pista molto corta e si fa subito la conoscenza della più vasta popolazione dell’arcipelago: gli ovini che ti guardano e ruminano e già si bullano per il fatto di essere i legittimi abitanti di quel posto incredibile.

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Qui ci vivo io!

Le Faroe, pur essendo tecnicamente appartenenti al regno danese, sono formalmente autonome e indipendenti tanto da non essere dentro Schenghen. Munitevi di passaporto anche se, a voler proprio essere onesti, nessuno me l’ha chiesto né all’arrivo né alla partenza.

GUIDARE

I collegamenti da e per la capitale, Tórshavn, e i luoghi limitrofi sono ben strutturati. Per poter girare bene l’arcipelago la macchina è fondamentale. In aeroporto si trovano le classiche Avis e Hertz, serie e affidabili. La guida è a destra, e fin qui: ma ci sono alcune piacevoli regole da rispettare che vengono illustrate ai viaggiatori all’arrivo. Molte delle strade sono a corsia unica, ma a doppio senso di percorrenza, si inoltrano nel fondo della montagna e sotto svariati metri cubi di acqua. Aggiungere la costante presenza di pecore sulla strada e le nuvole che colano giù dai fianchi della montagna, rendono necessarie alcune accortezze.

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Hai fatto tutta questa strada? Be’, cercati un altro parcheggio! Questo l’ho visto prima io!

1- i limiti sono 50 km/h nei centri abitati e 80 km/h fuori dai centri abitati. A volte, sembrano persino troppi. Luci sempre accese, tergicristalli pronti all’uso.

2- nelle strade a corsia unica, il guidatore che si trova la piazzole di sosta alla sua destra deve fermarsi e dare la precedenza a chi arriva. Le piazzole sono una ogni 100 m circa, sia su strada che nei cunicoli della montagna. Salutate e ringraziate chi vi fa strada.

3- chi va in discesa deve dare la precedenza a chi va in salita (sempre fermo restando le piazzole di cui sopra).

4- i camion hanno la precedenza

5- i camper sono arroganti e fanno quello che gli pare

6- le pecore sono i vostri maggiori concorrenti nella ricerca di parcheggio.

7- non fate i fari alle pecore che si sono messe a centro strada. Vi beleranno in faccia piuttosto scocciate e sculetteranno davanti a voi per i successivi 800 m. In quel caso, 80 km/h diventeranno un miraggio inarrivabile

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Vai piano!

8- i tunnel sottomarini che collegano alcune delle isole maggiori sono a pagamento. Se avete la macchina a noleggio, il costo verrà aggiunto sul vostro conto. In caso abbiate la vostra macchina dovete fermarvi a pagare alle stazioni di servizio.

All’arrivo vi danno uno specchietto informativo illustrato: vi avviso che non troverete tutte queste regole, ma vi lascio indovinare quali ho aggiunto di mia sponte e a seguito dell’esperienza (*coff* punto 5, *coff* punto 6 e 7)

CIBO

La domanda che mio padre mi fa ogni volta che vado da qualche parte è: ma cosa avete mangiato? Fuori da Tórshavn non è così ovvio trovare punti di ristoro. Se in molti agglomerati si vive in 15/20 persone, una caffetteria non è la priorità. Quindi a futura memoria del viaggiatori affamati, vi lascio un paio di indirizzi.

Eiði: esattamente di fronte al supermercato del paese c’è una casetta bianca. Alle 11.00, la casetta si apre e la gentile proprietaria offre caffè e il dolce del giorno. La signora fa un crumble ripieno di rabarbaro così buono che LASCIA LA TEGLIA! LASCIALA A TERRA E ALLONTANATI E NESSUNO DI FARÀ DEL MALE! Provatela, ecco.

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La cascata Múlafossur, timidamente velata da nubi

 

Gásadalur: famoso per la sua splendida cascata Múlafossur che decora anche i francobolli faroesi. Tra un tetto d’erba e l’altro c’è un’insegna CAFE. Entrate, ammirate le foto degli abitanti del luogo di metà Ottocento e mangiate la torta alla cannella: sembra di mangiare il Natale.

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Un tributo a Bojack Horseman

Nólsoy: nell’isola decorata dalla scritta Nollywood c’è una bistrot in stile british: “Maggie’s“. Sembra una stupidaggine, ma il loro fish and chips è di una bontà strepitosa e si sente che il pesce è fresco. Non fatevi impressionare dall’orologio alla parete: non siete caduti nella tana del bianconiglio, va davvero al contrario.

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Il giro in barca attorno a Vestmanna. Verde e blu a perdita d’occhio

Vestmanna: il centro turistico di Vestmanna, da dove partono le escursioni in barca tra le scogliere (vi consiglio caldamente di fare il tour, dura un paio d’ore), offre a pranzo una zuppa di pesce da trasecolare. Sì, lo ripeto: trasecolare! Se poi avete sofferto il mal di mare dopo due ore di beccheggio furioso della barchetta, vi rimette al mondo.

Su Torshavn la scelta è abbastanza varia: segnalo i bagel del Kaspar Cafè e le torte del Paname di cui parleremo nella sezione libri

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Cheesecake al rabarbaro del Paname Cafè

Beee ora mi fermo. Ci rivediamo venerdì con altri vocaboli sulle Faroe. Devo pur diluire per contrastare la nostalgia.

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Vi aspetto venerdì!

Jules

 

 

I luoghi dello shopping. Dalla terra nascono storie: Pentàgora

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Il panorama editoriale italiano è quanto mai multiforme e molteplice. I dati Aie riportano, al primo semestre delle scorso anno, 4877 case editrici che hanno pubblicato almeno un titolo nel corso dell’anno. C’è di che rimanere frastornati. Tutti noi abbiamo il nostro paniere di conoscenze, di pubblicazioni ed editori favoriti, ma, se da un lato numeri così sconfinati fanno perdere il senso dell’orientamento, c’è di buono che si può parafrasare un celebre detto: a volte penso a quante case editrici mi restano da leggere e mi sento felice.

Proprio in quest’ottica, ho ultimamente scoperto una casa editrice che si può definire, con l’abusata formula del “tre”, piccina, ridotta e curata. Nata in terra ligure e orientata sulle storie rurali, pare l’incarnazione delle “storie vere che sembrano favole”, come diceva la voce fuori campo dei film di Don Camillo. E proprio grazie alla voce altrettanto calma e rilassante del direttore Massimo Angelini, oggi vi racconto la storia della piccola Pentàgora.

Si era sul finire del 2012, un anno di dense riflessioni da parte del fondatore e direttore Massimo Angelini. Anche lui, come tanti autori, pensava alla situazione editoriale italiana. Anche lui si era scontrato con i  “Bello il libro, ma… da parte sua ci vorrebbe un contributo, che so?, per esempio l’acquisto di 400 copie…”. Che ci vogliamo fare? La piccola editoria può vivere solo così. Ed quel “solo” che non si lasciava deglutire. E da quel “solo” nasce una complessa domanda: si può fare buona editoria, curando editing e impaginazione e confezione come-dio-comanda, senza chiedere agli autori un centesimo né l’acquisto di un solo libro, senza sovvenzioni da parte dell’università o da altri enti, pagando i diritti fin dalla prima copia venduta, con un contratto semplice di pochi articoli chiari e scritti in corpo leggibile, mantenendo un prezzo di copertina contenuto perché i libri possano essere accessibili a tutti? Prendete fiato dopo questa lunga domanda ed urlate “Si può fare!” perché Pentàgora, in quel 2012, nasce per incarnare la celebre citazione

A progetto speciale serve nome speciale. Pentàgora viene scelto perché… non vuole dire nulla. Proprio così! Eppure, leggendo il nome, le evocazioni sono immediate: qualche retaggio filosofico che riemerge dai tempi della scuola, un suono esoterico o forse geometrico, magari qualcosa di greco: ma in realtà è un nome unico, senza omonimi che posso confondere. Pentàgora è solo Pentàgora.

Piccola e curata, Pentàgora non sforna titoli a getto continuo. Preferisce un ritmo più lento, quasi in linea con i ritmi delle stagioni e della terra che costituiscono il fulcro del loro catalogo. Pubblicano 9-10 libri l’anno, solo cartacei, per poterli seguire al meglio, e i filoni sono quelli del mondo rurale e della cultura contadina, dell’antropologia del quotidiano.

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Uno degli ultimi titoli del catalogo fresco di stampa

E visto che di favola vera parliamo, possiamo concederci il lusso di immaginare il lettore e lo scrittore ideale, gli eroi della storia. Massimo Angelini ha entrambe le categorie bene in mente, già ritratte con cura. Il lettore vive la buona lettura come una porta aperta sulla bellezza, dà importanza allo stile e ai particolari, scrive e dialoga con la casa editrice e con gli autori.

Gli autori invece scrivono di ciò che tocca molti in un modo che possa arrivare a molti, senza complicazioni, fantasticherie, esoterismi, specialismi, e senza scriversi addosso – e quanti manoscritti arrivano così – cura i testi e la loro stesura con attenzione per i dettagli; non è permaloso e accetta di confrontarsi con un editor; ha il senso del gioco di squadra e non si limita a pubblicare e scomparire.

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Altro nuovo nato di Pentàgora e che ci sarà al Salone di Torino

Pentàgora è essenzialmente questo: una squadra editoriale, in molti casi una squadra di amici. Quindi se qualche lettore si riconosce in questa descrizione  e ha qualche proposta, la porta di Pentàgora è più che aperta. Essere scelti per uno dei nove titoli annui è un grande riconoscimento.

Lo sa bene il primo autore della scuderia, Alessandro Marenco: operaio cassintegrato, poi panettiere, penna felice e grande ritrattista. Dopo un paio di autopubblicazioni, alla nascita di Pentàgora il suo talento viene messo in luce come merita. Il suo ultimo lavoro, Come foglie, è uscito nel 2017.

E per il futuro? Vissero felici e contenti? Pentàgora mira ovviamente a crescere, ma non in numero di pubblicazioni: vuole crescere in qualità, diffusione di libri e relazioni umane per creare un altissimo artigianato di storie e sapori.

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Pentàgora a Torino 2017. Così potete riconoscere lo stand che si troverà al punto R23

Come tutti sanno, in questi giorni c’è il Salone del libro di Torino. Quando avrete davanti quell’immensa mappa, segnate il punto R23 e inseritelo nei vostri percorsi per andare a scoprire una casa editrice che forse ancora mancava nel vostro carniere di caccia.

Jules

 

Shopping: reunion tra amiche

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Buona parte di voi probabilmente è appena uscita da uno splendido e lunghissimo ponte. Avrete fatto gite fuori porta, viaggetti, pranzi fuori, visitato parchi e musei.

Io ero una delle persone dall’altra parte della barricata. Ho osservato le vostre facce rilassate e abbronzate e vi ha invidiato con tutto il cuore. L’unica speranza che mi ha tenuta su è stato pensare ai giorni successivi, quando tutti sarebbero tornati al lavoro e io mi sarei finalmente presa qualche giorno di stacco. Nello specifico, questo week end ho la possibilità di fare una piccola reunion con alcune delle mie più care amiche dei tempi dell’università e due domande sono spontaneamente saltate fuori: cosa metto in valigia? Quale libro può aiutarmi a uscire dalla mentalità sfibrata del lavoro e aiutarmi a entrare nel mood pettegolezzi e relax? A volte i classici sono la risposta migliore: Sex and the city di Candace Bushnell.

Sì, va detto: Sex and the city è un classico della letteratura chick-lit. Fine della discussione!

Benvenuti nell’età della Non-Innocenza. Le luci di scena che facevano di sfondo ai convegni gonfiabustini di Edith Wharton sono ancora accese, ma il palco è deserto. Nessuno va a fare colazione da Tiffany e nessuno ha storie da ricordare: noi facciamo colazione alle sette del mattino e abbiamo storie che cerchiamo di dimenticare il prima possibile. Com’è che ci siamo messi in questo casino?

Le prime frasi del libro sono conosciute a tutte le fan della serie perché sono pronunciate da Carrie nel primissimo episodio della serie HBO andato in onda il 6 giugno 1998. Oltre a questo desclaimer e a qualche scena nei primi episodi pilota, la somiglianza tra il romanzo e la versione sullo schermo termina qui.

Tutte, più o meno, conosciamo le quattro girls newyorkesi che si destreggiano tra carriera e appuntamenti sempre alla ricerca dell’uomo perfetto. Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte si supportano, si spalleggiano, litigano e condividono tutte le loro avventure e non in campo sentimentale. Carrie, la dramatis personae dietro cui si cela l’autrice Candance Bushnell, è la voce fuori campo e narratrice (nonché scrittrice e giornalista) di tutte le storie. Sono donne che “parlano di sesso come gli uomini”, hanno guardaroba strepitosi e vivono una vita che non ci rispecchia assolutamente, ma nella quale cerchiamo somiglianze e specchi: tutte abbiamo avuto il nostro “mister Big”, abbiamo passato il nostro momento alla Samantha…

La versione cartacea è meno scintillante e più di cronaca. Nato dalla raccolta di articoli che Candace Bushnell (C.B. come Carrie Bradshaw) scrisse per il New York Observer, offre una visione della vita relazionale e sentimentale della New York anni Novanta. Carrie e le ragazze sono molto meno centrali rispetto al romanzo e compaiono come protagoniste solo di alcuni episodi e non sono così strettamente legate. Il quadro che ne emerge è senza dubbio quello di una città vivace e trasgressiva, ma anche desolante. Certo, il cinisco newyorkese non ha bisogno di spiegazioni o presentazioni, ma nel racconto di queste molteplici relazioni che naufragano c’è un fondo di isteria infantile; quella che prende i bambini quando iniziano a piangere con enormi lacrimoni e non capiscono come hanno fatto a farsi così tanto male.

Sulla brillantezza però non si discute perché i pettegolezzi e le manie della capitale morale USA sono divertenti da leggere; fanno venir voglia di trovarsi con le amiche, con un drink in mano a raccontare dell’ultima trovata della capa al lavoro o del messaggio sconclusionato arrivato da quel tizio che sembrava tanto carino e invece è solo un complessato come tutti gli altri.

Va da sé che va indossato con una gonna di tulle: Carrie insegna.

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Il 4 è un ottimo numero per le compagnie femminili, lo si ritrova spesso: permette di offrire uno spettro abbastanza ampio di donne diverse tra loro e vedere le loro interazioni e punti di vista. Io ho un gruppo di 5 e posso dire che è un numero che funziona benissimo.

Jules

 

I luoghi dello shopping: tra scenari di film e romanzi

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Sono tre le grosse città che più di altre sono state utilizzate come fondali per romanzi e film: Parigi, New York e Londra. Qualche settimana fa ho affrontato l’ultima di questa sacra trimurti di metropoli dopo tantissimi anni di assenza. Dico “affrontato” non a caso: anzitutto, perché dopo tre anni di eccellente salute, ho sperimentato una discreta botta di influenza esplosa in aereo e placatasi due giorni dopo. Questo mi ha costretta a usare la metropolitana molto più di quanto avrei voluto, da camminatrice patita, e mi ha limitato nelle ore trascorse all’aperto. In secondo luogo, e qui lo affermo a gran voce, le città del calibro di Londra non mi piacciono molto. Mi trovo più a mio agio in spazi più ampi, meno abitati e con una diversa percentuale di particolati nell’aria. Tralasciando la sensazione da “contadina in visita alla grande città”, a fine giornata avevo sempre una sensazione di fastidio alla gola come se avessi respirato polvere di carbone ancora nell’aria dalla Rivoluzione Industriale.

Città così ampie richiedono un ruolino di marcia molto preciso: tante cose da vedere in poco tempo, dislocate in punti anche distanti, hanno bisogno di una bella tabella. Non serve nemmeno precisare che sono andata in cerca di librerie, ma visto lo scenario cinematografico d’eccezione non mi sono fatta mancare alcuni luoghi per me iconici del mondo del cinema. Pronti, un bel respiro, sciarpa a coprire anche il naso per via del vento pungente e si parte.

Ho preso alloggio a Pimlico, in Vauxhall Bridge Road, nemmeno a farlo apposta a 10 numeri civici di distanza dalla sede della Penguin.

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C’è chi si è messo a ridere mentre mi vedeva fotografare l’insegna

Linea azzurra, cambio a Oxford Circus, linea marrone, arrivo in zona Baker Street. La prima tappa è stata Daunts Books in Marylebone. Entrando si ha l’impressione di essere in una serra per libri, oppure in una vecchia fermata parigina della metro. Vetro, legno, mazzi di fiori ovunque e luce, tanta, per quanto consente il tempo british. La libreria ha due interi piani specializzati in viaggi; non solo le classiche guide e mappe, ma narrativa dei vari luoghi. Così troviamo Chris Steward e la sua casa tra i limoni vicino alle guide Routard dell’Andalusia, Chatwin (poteva mancare?) vicino alle mappe della Patagonia. Con egocentrismo tutto coloniale, la sola Europa occupa lo stesso spazio di “tutto il resto del mondo”. Progetto senza titolo(1)

 

Ma la fermata Baker Street può voler dire solo una cosa: Sherlock Holmes, mi pare elementare!

Sì, lo so, Holmes non ha mai detto “elementare, Watson”. Ma d’altra parte anche il museo che hanno allestito al 221b di Baker Street è una ricostruzione di fantasia. La casa si sviluppa su tre piani, arredati con oggetti originali di epoca vittoriana e ricostruzione dei personaggi e degli oggetti di scena dei casi più celebri del detective. Possiamo dirlo: gli ultimi due piani sono un po’ pacchiani. Vi raccomando la visione dei manichini e della splendida testa del mastino dei Baskerville.

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Bau!

Il primo piano invece dove si trova il salotto dove Sherlock Holmes e Watson ricevevano offre un bel colpo d’occhio: è sovraccarico di oggetti, c’è l’angolo dove Holmes si dilettava di chimica, uno scrittoio ingombro, il violino (l’eroina non l’ho notata), ed è piccolissimo. Non so come mai ma lo immaginavo enorme vista la quantità di avventure e ingegno contenute in quei pochi metri quadri. Ma per quanto ricostruito, fatto apposta e fortemente improntato al merchandising mi ha divertito. Sherlock Holmes è antipatico a molti, in primis al suo creatore Conan Doyle, ma io ho sempre avuto un debole per lui e vedere “casa” sua è valso i soldi del biglietto.

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Non si può dire che lo spazio non sia organizzato

Tachipirina, fish and chips, una pinta di birra e la mattina dopo ero abbastanza in forma per ripartire. Linea azzurra, cambio a Victoria, Circle/ District Line, fermata Notthing Hill.

Per le fanciulle della mia generazione Notthing Hill vuol solo dire che da quelle parti c’è un libraio che ha di fronte una semplice ragazza che gli chiede di amarla. Il capolavoro delle commedie romantiche di fine anni Novanta con Hugh Grant e Julia Roberts richiama moltissime donne, ansiose di farsi la foto davanti alla porta blu al 280 di 280 Westbourne Park Road

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Potevo mancare? Ma ho rifiutato di mettermi in posa. Dopo tutto i proprietari saranno anche stufi di fan davanti a casa loro

e di rintracciare la libreria di viaggi a poca distanza. Ormai è meno di viaggi e più di IMG_5635narrativa varia e i prodotti legati al film sono molto meno invadenti di quanto si possa pensare. La ragazza che lavora lì probabilmente non era nemmeno nata quando tutte noi canticchiavamo al ritmo di Ronan Keating, ma l’ho vista un po’ annoiata nel vendermi quella che doveva essere l’ennesima cartolina con la frase celebre di Julia Roberts. Ma oltre a questo, praticamente dirimpettaia alla libreria, c’è un posto che mi premeva moltissimo vedere: Books for Cooks.

Questa libreria è diventata molto famosa da a seguito di un articolo uscito sul Guardian ormai un po’ di tempo fa. Vende solo libri di cucina e il proprietario, un francese con un ciuffo charmante, l’ha attrezzata in modo da ricavare una quindicina di coperti per mangiare. Lui sceglie un libro dagli scaffali e cucina piatti tratti da quel libro. Sono capitata di martedì, la giornata vegetariana. Conviene andare un po’ presto ed essere abbstanza sfacciati da passare davanti ai curiosi timidi se si vuole ricavare un posto. Ah, per presto intendo le 11.30/11.45 o non si riesce più a sedersi. Essendo da sola sono capitata al tavolo degli habitué, ben rodati sui meccanismi e curiosamente gentili verso gli stranieri: indipendentemente dal sesso e dall’età, mi sono trovata al tavolo con cinque Miss Marple. Copia di Ex Novo(1)

Il pranzo si è composto di crema calda di porri e patate: fantastica, soprattutto dopo una mattinata di vento tagliente. Risotto alla zucca: a mia madre sarebbe venuto un piccolo attacco di cuore, io ho dovuto sospendere il giudizio visto che provengo da una regione dove il riso è ragione di vita. Per “risotto” si intende un’insalata calda di orzo (!!!) legata con mascarpone e piselli, foglie di rucola intera che fa tanto “Italia” e zucca per far onore al nome. Posso dire che era buona, nutriente, confortante: basta cambiarle il nome e siamo a cavallo. Per dolce torta di mele: una fetta che avrebbe sfamato anche Dudley Dursley. Io e la ragazza di Barcellona al tavolo con me ci siamo guardate un po’ provate alla fine di questo pranzo, in modalità pitone che digerisce la gazzella. Costo totale: 7 sterline. Pensavo di aver capito male anch’io perché con quella cifra prendi il caffè e due tramezzini a Prêt a manger.

Per cercare di smaltire un po’ ho fatto due passi verso la fermata della metro successivo. Il vento era calato e la tachipirina aveva compiuto il suo miracolo. Così, più per svago che per reale curiosità, sono entrata in una libreria che ho trovato lungo Kensington Park Road, la Lutyens&Rubinstein e lì ho assistito ad un fenomeno che speravo di vedere da tempo. Mentre sbirciavo un po’ annebbiata i titoli sugli scaffali, sono stata affiancata da una delle ragazze che lavorano lì e ho visto che iniziava a spostare i libri. Non a toglierli per riordinarli, proprio a spostarli di poco sullo scaffale. Così per ridere ho pensato: “Ma sta cercando un passaggio segreto come quello delle librerie dei castelli?”

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Sembrano comuni scaffali, ma nascondono un segreto

Ebbene sì. Ha tolto un libro, ha tirato la parete che è scivolata di lato rivelando dietro di sè un ampio ufficio. A Londra lo spazio manca: bisogna ingegnarsi.

Ciotola di ramen, due pastiglie per la gola, linea azzurra fino a Kings Cross. Per gli amanti Kings Cross vuol dire due cose: la prima,  dove si struccano le puttane e si godono un po’ di tranquillità, come cantava Cisco in “Notturno Camnden Lock”. La seconda, molto più celebre, è dove si trova il binario 9 e 3/4 da dove parte l’Espresso di Hogwards della saga di Harry Potter. Per trovarlo, basta seguire la coda di persone che aspettano di farsi la foto con il carrello mezzo incastrato nella parete alla modica cifra di 9,50 sterline.

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Se poi sgomitando un po’ si vuole fare anche un giretto nel negozio, si trovano gadget di tutti i generi.

Cappuccino a portar via, nuovo fazzoletto, Circle/District Line, cambio sulla linea nera verso Borough Market. Lì, oltre alla veduta sul Tamigi, le enormi pentole di paella e spezzatino già alle dieci del mattino, c’è la casa di un altro mio idolo dell’adolescenza: Bridget Jones! Nel giorno del suo compleanno mi è sembrato opportuno rendere omaggio alla single britannica più celebre degli ultimi quarant’anni.

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Si sentiva chiaramente profumo di zuppa blu anche dalla strada e il latrare di pastori alsaziani

Salita sull’aereo del ritorno, tutti i miei problemi orofaringei si sono dileguati. Potrei quasi pensare di avere un po’ di allergia per le grandi città. O forse è stato entrare così a piè pari tra le pagine e le scenografie di alcune delle mie opere preferite a far degenerare una rara complicazione della sindrome di Stendhal: starnuti invece di svenimenti.

Jules

I luoghi dello shopping: Dennis

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Dennis mi ospita mentre leggo McCarthy

Dennis è rosso, simpatico, molto british. Ha 19 anni, quasi 20, ed è alto 4,20 m. Chi è? Dennis è un adorabile double-decker bus rosso, uno di quegli autobus a due piani che siamo abituati a veder girare per Londra ed è appena venuto a vivere a Spresiano, in provincia di Treviso. Nonostante l’età non più giovanissima è stato adottato da Sara e Simone. No, non è una storia tipo Cars. Sara e Simone sono due librai, di cui si sta perdendo lo stampino e hanno accolto Dennis in Veneto per dargli nuova vita: dopo tanti anni trascorsi a portare su e giù delle persone, tra pochissimo Dennis porterà in giro tanti libri. È destinato a diventare una libreria su due piani e quattro ruote, pronto a portare libri nei posti dove non ci sono. Ma proviamo ad andare con ordine.

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Ecco Dennis in tutti i suoi 4 m di splendore

Dico “proviamo” perché parlando con Sara e si incontra il suo entusiasmo, la sua passione, la sua competenza sui libri si fa fatica a seguire una serie precisa di domande. Senza soluzione di continuità ci siamo perse a chiacchierare di storie, di persone, di progetti passati e futuri, della Patagonia (eh sì!) e di mille altre cose che girano intorno a questo gigante rosso. Comodamente sedute sui sedili di fondo dell’autobus, quelli più ambiti nelle gite scolastiche, mi sono fatta raccontare di come Dennis è arrivato qui.

Sara e Simone sono gli ideatori di Libreria Diffusa, un progetto che mira a portare i libri in paesi in cui non ci sono librerie. Può sembrare assurdo, ma ci sono tanti posti orfani di un punto di riferimento importante come la libreria. Andando di mostra mercato in mostra mercato, di evento in evento, hanno portato la loro selezione di libri, la loro competenza e la loro passione in tantissimi paesi del Nord Italia. Proprio mentre si montava e smontava l’ennesimo stand, l’illuminazione: ma perché non costruirsi il proprio negozio itinerante? Correva il 2016.

La scelta originaria si orienta su un bello scuola bus giallo americano “Tipo quello dei Simpson” ride Sara. Ma il trasporto oltre oceano si prospetta come qualcosa di spaventoso (in termini economici) e quindi ci si avvicina restando nel Vecchio Continente: quale mezzo più adeguato di uno spazioso bus a due piani inglese? Così Sara e Simone vanno oltre Manica, prendono contatto con la ditta Ensignbus Company, e si mettono alla ricerca del mezzo giusto. Dennis, all’inizio, ha rischiato di non essere scelto. Stava per essere surclassato da un Leyland Olympian: ma questo, oltre ad avere un nome meno accattivante, era decisamente troppo alto. Così lo sguardo è caduto su Dennis: più giovane, il primo della sua epoca ad avere sospensioni idrauliche e che ha viaggiato tra Londra, Exeter, Manchestern e Plymouth. All’epoca, si presentava sgargiante in blu, bianco e arancione. Un bella pittura di rosso british ed era pronto a cambiare i suoi passeggeri: da persone a libri.

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Dennis si imbarca per arrivare a Livorno. Foto dalla pagina Facebook Parole in Movimento

Certo, andava ancora portato in Italia; scartata la possibilità di farlo viaggiare su strada per problemi assicurativi, Dennis si è imbarcato a Bristol e ha fatto rotta su Livorno. Sbarcato, sulla banchina ha avuto un piccolo attacco di timidezza: forse spaventato dall’idea di guidare sul lato sbagliato della strada (per lui) non ha voluto accendersi. Ma con un po’ di incoraggiamento e un intervento tecnico ha finalmente preso la rotta per Spresiano. Già in viaggio era una celebrità: la gente in autogrill si fermava a fotografarlo, sorpresa come se vedesse un animale esotico ad un safari. Sara racconta di essere salita al secondo piano e di aver fatto parte del viaggio osservando la strada da una prospettiva insolita.

Quando ieri l’ho conosciuto, l’ho trovato nel pieno dei lavori: i sedili sono stati tutti eliminati, ad eccezione di quelli di fondo che resteranno come area relax per sfogliare i libri che saranno esposti su scaffali di legno naturale proprio ora in preparazione. La domanda di ogni lettore a questo punto è: che libri ci saranno? E qui entra in gioco la pluriennale esperienza di Sara e Simone.

Perché a questo punto è bene spostare il focus dal celebre Dennis e concentrarsi sugli ideatori del progetto. Come dicevo, Sara e Simone non sono nuovi alle librerie temporanee ed itineranti. Dal 2012 sono in movimento per portare libri a mostre mercato ed eventi in posti dove le librerie non ci sono. “Il nostro scopo è creare occasioni di incontro da libri e persone” mi racconta Sara con entusiasmo. “Ad ogni evento, ad ogni località diversa, portiamo una selezione di titoli pensati ad hoc. Magari anche volumi  ormai fuori dai circuiti della grossa distribuzione che ha una corsa al ricambio e alla pubblicazione di titoli sempre nuovi da far girare la testa. Con i nostri consigli riusciamo ad instradare i lettori verso nuovi autori che non avevano mai sentito e gli stessi lettori ci offrono continui spunti e nuovi nomi che non conoscevamo. È uno scambio bilaterale che fa crescere entrambi. E la soddisfazione di avere persone che, anno dopo anno, ci seguono nei nostri eventi e ci ringraziano per i consigli offerti…be’ commuove, non si può dire altrimenti”.

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Anche i compassati inglesi scrivono sotto i sedili! Cose che ci scoprono quando si lavora

Mi fa vedere come saranno montati gli scaffali, mi dice che i pulsanti per prenotare la fermata funzionano ancora e mi fa leggere qualche “UK graffiti” che hanno trovato sotto i sedili appena rimossi. “Per Dennis stiamo pensando a fare la sezione bambini al secondo piano” e visto che con la testa sfioro il soffitto al piano superiore non posso che essere d’accordo. “Al primo piano, narrativa per adulti. Ci sarà sicuramente un focus sul viaggio, ma si troverà una miscellanea. Niente di rigido o incasellato”.

Scendiamo a fare qualche foto. “Dennis sta attirando moltissima curiosità perché tipi come lui qui in giro non se ne vedono molti” continua Sara mentre gentilmente mi fa anche sedere al posto di guida, “ma è di fatto una prosecuzione del progetto che portiamo già avanti da anni: far arrivare libri dove non ce ne sono. Ma vorremmo che poi Dennis venisse visto come “spazio liquido” come contenitore anche di altre iniziative: musica, fumetti, conferenze… la potenzialità di questi 40 mq è infinita!”

Progetto senza titolo
Segnatevi la targa!

Resta da capire quando Dennis farà la sua trionfale uscita. Già in tantissimi ne parlano e l’aspettativa cresce. “Dovremmo collaudare per fine aprile anche se… ci sarebbe già un’opportunità molto bella per metà aprile però vedremo. L’importante è fare un bel lavoro, realizzare quello che abbiamo in mente al nostro meglio”.

Per come l’ho visto io, Dennis è in fase di metamorfosi, ma mentre Sara parlava con entusiasmo e passione di tutto quello che hanno in mente di fare, vedevo il tutto prendere forma, come in quei film dove il personaggio vede le linee grafiche materializzarsi e comporre figure, oggetti, suoni. Però il lavoro non manca! Non potendo personalmente andare a svitare bulloni e cambiare i filtri, si può aiutare grazie ad una campagna di crowdfunding attivata su Ulule e che trovate qui per far sì che Dennis inizi il suo nuovo lavoro: e sappiamo bene quanto il mercato del lavoro in Italia sia spietato. Un aiuto serve sempre.

Abbiamo chiacchierato per due ore, saltando da un argomento all’altro, perdendoci, ritornando sui viaggi e sui tanti progetti che frullano in testa. Posso solo dire di essere molto orgogliosa di essere stata una dei primi a conoscere Dennis. Come dicono i talent scout: quel ragazzo è destinato a diventare una star.

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Dennis e Sara insieme. Foto dalla pagina Facebook Parole in Movimento

Trovate Dennis su Facebook, Ulule e Instagram.

Jules

Shopping: compleanni di giovani donne

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Uscendo piano piano e con fatica dalla morsa artica (si spera) si inizia a sbirciare con speranza alla primavera.

Sì, lo so, ha nevicato anche fuori dalla mia finestra, ma tant’è.

La primavera vuol dire fiori, abiti più leggeri, i primi tentativi di abbronzatura, gite fuori porta, l’arrivo degli inviti ai matrimoni e i compleanni.

Può darsi che capiti solo a me, ma passata la curva di febbraio esplode una ridda di compleanni. Se anche voi siete in questa situazione e avete amiche/i con già figli, questa settimana ci occupiamo di una categoria difficilissima: le ragazzine.

Avvicinandosi ai 10 anni le bambine iniziano a diventare difficili: non più bambine, non ancora adolescenti sono in quel limbo di interessi che fa snobbare loro i giochi dell’infanzia. Hanno tante curiosità e sono pronte a scoprire. Se vi trovate nella difficile situazione di dover fare un regalo ad una bambina di quell’età, il mio suggerimento è di orientarsi verso un romanzo che mescola storia, una città incantata e intrighi del Medioevo: La principessa e la sua forchetta di Annalisa Ponti.

Teodora, ha 12 anni, è una principessa e vive nella raffinata Bisanzio dell’Anno Mille. Veste abiti preziosi, è abituata a deliziose pietanze e ad aromi intensi e speziati. La vita di una principessa però non è fatta solo di piaceri, ma anche di doveri da adempiere per il bene della sua città. Teodora deve lasciare la sua amata Bisanzio perché il suo destino è di andare in sposa per suggellare un accordo commerciale. Dovrà sposarsi con il figlio cadetto del Doge, colui che è a capo di una città molto diversa da Bisanzio, ma altrettanto magica: Venezia.

La vicenda prende avvio da una storia realmente accaduta: non c’è sicurezza sulla figura di Teodora che potrebbe essere stata la moglie del doge Domenico Selvo oppure di Maria Argyropoulaina moglie del figlio del doge Pietro II Orseolo. A prescindere dalla Storia, pare che questa ragazza fosse guardata con molto sospetto per le sue abitudini bizzarre, quali fare il bagno e mangiare con la forchetta invece di prendere il cibo direttamente con le mani.

Questo romanzo parla di diversità. Teodora arriva a Venezia circondata da un’aura di mistero e di favola: si ipotizza che abbia la coda di sirena e non possa camminare visto che si muove in portantina e fa il bagno in grandi tinozze. Beve intrugli quasi malefici (il tè) in tazze di porcellana così fine da sembrare trasparente. E non mangia afferrando il cibo con le mani, ma con una preziosa forchetta dono per il suo compleanno. A quei tempi, il diverso spaventava. Nonostante il disagio e il sospetto con cui viene accolta, Teodora, da brava e compita principessa, sa come cavarsela e tirarsi fuori da una situazione che diplomaticamente potrebbe essere dannosa per la sua città. Fa amicizia con il suo promesso sposo, Giovanni, destinato a diventare mercante ma afflitto da un costante mal di mare e con intelligenza riesce a mettere al proprio posto anche il severo e fanatico Pietro il Castigatore.

E gli stranieri, tutti gli stranieri- si sa- parlano una lingua diversa, hanno abitudini eccentriche e mangiano cibi misteriosi, indossano abiti strani. Quindi… quindi costituiscono una minaccia, un pericolo. Portano disordine, confondono: potrebbero introdurre nuovo mode nelle tranquille tradizioni dei bravi veneziani. E in laguna non c’è nessun bisogno di novità!

Ma se allora il diverso sfumava spesso nel magico e nel diabolico, ai giorni nostri il diverso continua ad essere visto con sospetto. Pare quasi scontato dover ripetere e far capire alle nuove generazioni che il diverso è solo “altro”, né migliore né peggiore: solo diverso. Se la pillola con zucchero e stevia va giù meglio, questo importante messaggio passa meglio se si riesce a raccontarlo con grazia, con un pizzico di favolistico e di meraviglia. La principessa e la sua forchetta riesce in quest’intento a meraviglia.

Certo, un braccialetto o un paio di orecchini sono un porto sicuro per le ragazzine di tutte le età, ma una bambina già ben avviata sulla strada della lettura non potrò che apprezzare questa bella favola: se il romanzo fosse associato ad una bella gita a Venezia per visitare i luoghi di Teodora, il pacchetto regalo sarebbe davvero completo. Dopo tutto, arriva la primavera e le gite fuori porta sono un imperativo morale. Quando la neve si sarà sciolta.

Jules

I luoghi dello shopping: Boblu. Una parola inventata per un universo di carta

Logo boblu
La spirale indaco è il loro simbolo. L’indaco, con il tempo, non sbiadisce, anzi diventa più brillante e la spirale è spazio e tempo, percorsi non sempre lineari, svolte e cambi

Per fare tutto ci vuole un fiore. Così si cantava da bambini. E per fare un libro o un quaderno? Ci va ingegno, ci vanno idee, passione e tanto amore. E ci va la carta. Pochi giorni fa mi è arrivato un pacchetto con un ricettario personalizzato e uno scrap yoga journal realizzato da due artigiane che riuniscono tutte le qualità che ho appena elencato. E che usano carte di grande bellezza: sono Luciana e Roberta del marchio Boblu.

Come ogni narrazione che si rispetti, dobbiamo soddisfare la regola delle 5 W.

Who: Luciana Rutigliano e Roberta Dibenedetto, rispettivamente copywriter e graphic designer, insieme formano Boblu, un parola di fantasia (che si legge con l’accento sulla u) e che nell’anima è fatta di carta. Vecchie locandine, imballi, confezioni di pasta, prove di stampa… tutto può entrare nell’universo Boblu.

When: la mitografia narra che il primo seme sia stato piantato il giorno del compleanno di Luciana: ha ricevuto in regalo da Roberta un’agendina cucita da lei con carta “nuova e pulita”. Da lì a pensare di lavorare insieme per cucire carta di riciclo e darle nuova vita, il passo è stato breve. Ufficialmente il progetto è partito il 31 gennaio 2017 e quindi hanno appena festeggiato il primo compleanno

Where: la sede è a Barletta, ma raggiungono ogni punto dello stivale con le loro spedizioni. Il posto più lontano colonizzato dalla loro spirale indaco è Londra, dove hanno mandato dei segnaposti per un matrimonio

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Questa carta me la ricordo anche da bambina! La usava il negozietto/panetteria sotto casa!

What: non conventional paper. Agende, quaderni, ricettari, libri, segnaposti, inviti… tutto in carta riciclata

Why: perché la carta è bene prezioso ed è importante ridarle una seconda vita dopo il primo utilizzo.

Queste due mastro Geppetto della carta recuperano carta e cartone dai più disparati ambienti, la prendono, la plasmano e creano nuovi e meravigliosi universi di carta. Io le ho scoperte per caso, girando su quello sconfinato universo che è Instagram (e andate subito sul loro profilo), e sono rimasta ipnotizzata dalla spirale color indaco che è il loro logo. Per me la carta è magia: come già detto, se potessi mi farei i vestiti di carta. Purtroppo mi manca ogni tipo di manualità e la carta riesco solo ad impregnarla di parole. Trovare quindi i lavori di Boblu mi ha incantato e ho pensato a cosa farmi plasmare.

Chi un po’ mi legge/segue sa che libri-cucina-yoga sono la mia sacra triade. Le mie ricette sono sparse un po’ ovunque: salvate su file, sugli appunti del telefono, scritte sul retro di vecchi racconti stampati… immaginate la caccia al tesoro per ritrovarle ogni volta, anche perché non mi ricordo mai con esattezza le dosi da una volta all’altra. Primo prodotto della lista: un ricettario fatto apposta per me. Ecco il risultato

Progetto senza titolo
Ricettario personalizzato e scrap yoga journal

Tutte la pagine sono fatte esclusivamente di carta alimentare recuperata, intervallate da immagini a tema prese dalle locandine di Market Street food festival donate da Cristiana Ceglie, organizzatrice del festival. Boblu infatti ha attivo anche un programma per il recupero della carta. Invece di diventare donatori di sangue si può diventare donatori di carta: i modi sono tanti. C’è l’old but good sistema del passaparola e un gruppo pubblico specifico Facebook (Boblu_Carta nel cassetto). Nel gruppo vengono segnalati i tipi di carta necessari, vengono condivisi i lavori e si crea di fatto una rete sociale di amanti della carta di qualunque genere ed epoca. E arriva di tutto! Dalle vecchie riviste, ai cartoncini, fino ai bozzetti e alle prove di stampa di qualche illustratore. Per un universo di carta sempre più vario e colorato.

Copia di Ex Novo (1)
Ho già iniziato a trascrivere le ricette!

Per quanto riguarda lo yoga, le Boblu mi hanno introdotta nel mondo del paper sound. Se per i lettori il profumo della carta è drogante, il rumore può portare al più profondo rilassamento. Su youtube si trovano tantissimi video di paper sound con il crocchiare dei vari tipi di carta. Luciana e Roberta hanno realizzato uno splendido Scrap Yoga Journal, fatto con diversi tipi di carta da accarezzare, accartocciare e toccare ad occhi chiusi con le sezioni ordinate dai colori legati ai 7 chakra. Un po’ yogico e un po’ ispirato a Munari. Vi chiedo di prendervi un minuto per guardare questo breve video che spiega al meglio la sensazione che ho provato. Meditare dopo è stato molto più facile.

La rilegatura e la costa sono in carta ricavata da un diario Naj Oleari degli anni ’80 di ispirazione giapponese.

Copia di Ex Novo
Visto dall’alto è coloratissimo! E la rilegatura Naj Oleari mi ha fatto impazzire!

Sono in giro solo da un anno e sono lanciate in tanti progetti che includono recupero della carta, laboratori, fiere… La loro spirale color indaco si allarga sempre di più, quasi un’increspatura sull’acqua, e sta arrivando ovunque. Se volete che lambisca anche voi consultate il loro sito, la loro pagina Facebook e quella Instagram per potervi ordinare il vostro quaderno o la vostra agenda, un ricettario, insomma tutto quello che volete. Per fare tutto, alla fine, ci va proprio la carta

Jules