Shopping: i saldi non sono mai troppo lontani

Complice la stagione primaverile ballerina, il cambio di stagione è arrivato tardi. I deliziosi maglioncini mezzo peso, gli spolverini e le scarpette sono rimasti nell’armadio e siamo passati da maglioni di lana ai top nel giro di una settimana. Con una simile confusione atmosferica è normale che il nostro guardaroba sia un po’ confuso e con l’avvicinarsi veloce dei saldi estivi è bene mettere ordine e capire come organizzare al meglio i nostri abbinamenti. Per fortuna, in questo arduo compito non siamo da soli, perché ci viene in soccorso Ines de la Fressange e la sua “La Parigina. Guida allo chic”.

Non occorre essere nati a Parigi per avere uno stile da Parigina.

“Chic” e “parisienne” sono quasi sinonimi. Tutto il mondo sa che se si parla di moda, si parla di Parigi. L’assistente di Miranda Priestly ne “Il diavolo veste Prada” era pronta a vivere di soli cubetti di formaggio pur di essere magra ed elegante per la settimana della moda nella capitale francese.  Da Maria Antonietta in poi, la moda, quella vera e senza tempo, arriva dalla Francia. Lo sa bene Ines de la Fressange che, con questo volume uscito nel 2010 in sodalizio con la giornalista di moda Sophie Gachet, dà il via a una fortunata serie di pubblicazioni sullo stile, qui in Italia editi da Ippocampo. Si parla dei luoghi della sua Parigi e su come vestirsi in ogni occasione.  
Ines de la Fressange, modella, musa di Lagerferld a Chanel, stilista e portatrice sana di geni nobiliari da parte di padre, ha passato la sua vita immersa nello stile parigino. Ma che cos’è e come si costruisce? Generosamente, l’autrice prova a comporre un prontuario per approppriarsi di questa aura. Il manuale, che già di per sé è un volume molto chic, è diviso in quattro sezioni e corredato dai simpatici disegni dell’autrice e dalle foto di moda della figlia Nine d’Urso; parte con l’abbigliamento e si apre con una massima che andrebbe scolpita sull’anta dell’armadio come un ammonimento dantesco: il buon look si fa con buoni basici! Il look della parigina non deve essere per forza eccessivo e costoso. Anzi! L’effetto in assoluto da evitare è quello bling, troppo ricco: siate rock, non siate borghesi! Le perle portatele con una maglietta spiritosa, e non con un twin-set. Non cedete alla tentazione di caricarvi di troppi gioielli, abolite il coordinato, combinate, spezzate, andate a caccia di quello che fa per voi. Perché la parigina deve sentirsi disinvolta con i propri abiti. Se i tacchi non fanno per voi, allora che ballerine siano. E senza rimpianti per i trampoli che fanno oscillare conferendo una falcata poco elegante. Secondo ammonimento: Il resto è solo una questione di abbinamenti. Il gusto personale e lo stile della parigina vengono fuori in queste due massime. Un armadio può anche essere composto da pochi capi base, ma di ottima qualità: il resto lo fanno gli accessori. Va smontanto anche il mito delle migliaia di scarpe che ogni donna dovrebbe possedere: bastano cinque modelli di eccellente fattura e la parigina è pronta per andare ovunque. Il manuale prosegue con i consigli di bellezza. La parigina si cura della propria bellezza, ma non passa ore e ore in bagno. Basta seguire qualche regola base nella propria beauty routine, interiorizzarla e in dieci minutì si sarà sempre curate e preparate.

Essere parigina diventa uno stile di vita, un modo di pensare che influenza ogni aspetto di sè. Dall’arredamento che deve essere sobrio e semplice, ma con tocchi di originalità (le lampade e le poltrone sono da considerarsi gli “accessori” della casa). Anche qui, come in tutto, è sempre una questione di abbinamenti. Non temete, però: in ogni sezione saranno indicati i faux pas, i passi falsi in cui potreste incorrere. Se siete in dubbio, consultate questo volume come se fosse I Ching dello stile e andrete sempre sul sicuro. La parigina inoltre non ha esitazioni sui posti da frequentare. Parigi può essere una città disorientante: offre tanto, quasi troppo e il visitatore, così come l’abitante, può essere preso da ansia da prestazione. Deve vedere tutto e tutti i posti giusti. L’ultima sezione viene in soccorso indicando ristoranti, alberghi, musei quasi sconosciuti, luoghi adatti ai bambini e, non serve dirlo, le migliori boutique per gli acquisti. Il top per le candele? Ma chiaramente Cire Trudon. Guanti di pelle? Causse. Se li portava anche Jackie Kennedy… Finito il volume non avrete dubbi su dove andare e riuscirete anche a stupire i parigini con le vostre approfondite conoscenze della città.

Si possono poi seguire tutte le regole, ma non bisogna mai dimenticare di emanare quel certo je ne sais quoi che aleggia intorno a tutte le donne di classe, parigine e non, come un profumo. Anche se si indossano dei semplici jeans, quelli che ci stanno meglio, e delle immortali Converse.

C’è un volume gemello a questo intitolato “Il Parigino”. Non si dica che Ines de la Fressange abbandona gli uomini a loro stessi nel momento dello shopping.

Abbinatelo con una borsa piccolina per avere le mani e le braccia libere da caricare con i vostri acquisti. I saldi ora saranno più semplici da affrontare in maniera mirata.

Jules

I luoghi dello shopping: un breve week end lungo a Lione

Per una volta non mi faccio riprendere di spalle

C’è un pezzo del mio libro preferito dell’infanzia, “Vacanze all’isola dei gabbiani”, che mi ha sempre colpito l’immaginazione. Una delle ragazzine dell’isola, Fredrika detta Fred, legge talmente tanto da avere i pensieri stipati come sardine e ha quasi l’impressione che possano sprizzarle fuori dalle orecchie. Arrivata e Lione ho avuto l’impressione che la città sperimentasse la stessa sensazione di Fred e che avesse così tanti libri e tante parole da non sapere più dove metterli. Così, per risolvere il problema, Lione si è risolta a sistemare libri ovunque ci fosse spazio: lungo il fiume, fuori dalle librerie, sulle pareti.

Va fatta una premessa: Lione è una città ricchissima. È piena di scorci interessanti, di locali e ristoranti, di negozi e di librerie. Non farete fatica a trovare queste cose, ci inciamperete anche senza camminare 15 chilometri al giorno come ho fatto io. Quindi mi limito a suggerire alcuni luoghi che sono riuscita a visitare in questo breve week end lungo. La domenica è tutto chiuso (beati loro!) e le mie incursioni librarie si sono limitate alla giornata del sabato.

LIBRI

Il famoso ingresso de “Le bal des ardents”: spero non siate interessati proprio al titolo alla base dell’arco

Le bal des ardents: l’ingresso di questa libreria è giustamente famoso. Nelle varie pagine di appassionati bibliofili va spesso in coppia con la libreria Acqua Alta di Venezia in quanto a originalità. Quando si entra da questo piccolo ingresso non si è quasi preparati allo spazio che si sviluppa all’interno. Ambienti enormi con scaffali ordinatissimi e ogni sezione segnalata da una targa a mosaico. Le pubblicazioni sono in larghissima parte in francese.

La Bourse: poco distante c’è la libreria la Bourse, paradiso dell’usato garantito. Non solo libri, manga e fumetti (e una ricchissima e pervasiva presenza di Corto Maltese che è quasi più affascinante quando parla francese), ma anche cd e vinili. Il Grande Nerd ha trovato dei classici di musica metal che cercava da lustri mentre io e l’amica cicerone prendevamo in giro le copertine degli album.

La tradizione di bouquiniste

Il lungo Rodano: Lione è attraversata da due grandi fiumi, il Rodano e la Saona. Come nella migliore tradizione francese dei bouquiniste, sul lungo Rodano il sabato c’è il mercatino dei libri. Se volete un Asterix che parla gallico usato e in buone condizioni, dovete proprio passeggiare sul lungo fiume.

CIBO

Anche per i non amanti della cucina francese sappiate che a Lione si mangia davvero bene. I ristoranti tipici della città, detti bouchon, sono ovunque, sono buoni e affrontabili a livello di prezzo. Consiglio però due posti (che non sono bouchon) uno per la cena e uno per la colazione.

Le fromagivores: per amanti del formaggio, un ristorante che serve e vende solo formaggio. Al tavolo trovate la piastra, la cameriera vi porta circa tre etti di raclette (con vari sapori tra i quali scegliere. Quella al tartufo mi attirava così tanto, ma essendo sprovvista di primogenito da vendere per pagare il conto ho dovuto “accontentarmi” di quella al naturale) e ve la incastra sulla piastra. La raclette si scioglierà morbidamente sulle patate e voi finirete la cena desiderando di aprire un ristorante simile anche in Italia.

Anti cafè: si sta che il tempo è prezioso. Perché allora, in un caffè, non far pagare né cibo né bevande, ma chiedere una tariffa oraria? All’Anticafè si può mangiare e bere quanto si vuole: c’è un frigo ben rifornito di cibo, pane fresco, acque aromatizzate, tè e caffé. Si può lavorare, giocare a Scarabeo, studiare. Il prezzo è di 5 € all’ora, le marmellate sono molto buone e lo spazio non manca. Ottima soluzione per lavorare fuori da casa e lontano dalla confusione di Starbuks. È una catena quindi si trova anche in altre città europee.

Brioche con praline rosa: queste si trovano ovunque, in qualunque panetteria e pasticceria. Sono brioche costellate di praline di zucchero rosa Barbie. Buone senza essere stucchevoli e ti fanno sentire nel mondo della Mattel. Come non portarsi a casa qualche pralina per poi provare a replicare la ricetta?

ALTRI PUNTI DI VISTA

Per chi non lo sapesse, Lione è fatta di salite e discese. Non metaforiche, è una città piena di ripidi pendii e di scale vertiginose che consentono però una visuale stupenda sulla città. A parte un paio di grattacieli che sembrano piovuti lì per caso, la città dall’alto è molto ordinata, bianca e con tanti graziosi balconcini. Se non vi va di scarpinare, vicino al duomo si può prendere la funicolare (3€ biglietto a/r) e arrivare fino alla chiesa di, vicino alla zona romana della città. La vista è spettacolare.

La Confluence, coloratissima, divertentissima

Lione ha anche un’anima meno francese almeno all’apparenza. Alla confluenza di Rodano e Saona sorge il quartire della Confluence, un tempo zona industriale e negli ultimi quindici anni riqualificata con edifici di design. Passeggiate e vi trovate circondati da edifici moderni e cubi colorati sui quali spiccano il cubo arancione a firma Jacob e Mcfarlane architects e la sede verde di Euronews. I due fori sulla facciata sono gli occhi dell’emittente puntati sul mondo. Oppure sembra un gigantesco gufo.

Sembrano scene reali

Infine, ma li ho tenuti per ultimi perché mi hanno incantata, i murales. Lione è città ingannevole: si contano oltre un centinaio di muri dipinti a trompe l’oeil dove si possono ammirare scene di vita quotidiana cristallizzate dalla pittura. Non sono semplici da trovare perché sono così realistici da ingannare al primo sguardo distratto. Il famoso Mur des camus riproduce scale, macchine gente che osserva gli annunci immobiliari con così tanta cura da sorprendere che si tratti di un dipinto. La prima versione è stata fatta nel 1987 e guardando le foto si vede come, invecchiando, il dipinto migliori. Essendo nato in un anno simile non c’era da aspettarsi altro.

Da bibliofila non potevo perdere il murales de la biblioteque de la cité dove il dipinto arriva fino al cielo con citazioni che incombono e accolgono. È uno dei luoghi più fotografati e imperdibile per gli amanti dei libri e di tutti i loro corollari. Le citazioni, ovviamente, sono solo di scrittori francesi: si sa quanto ci tengono alla loro lingua e alla loro superiorità morale. D’altra parte, sono forti di una millenaria democrazia 😉

Jules

I luoghi dello shopping: autumn in Stockholm

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Se giri per Stoccolma in autunno ti fai un’idea del perché la bandiera nazionale sia blu e gialla. Il cielo, nelle giornate di vento freddo e pulito, è di un turchese violento, quasi un pugno sulla spalla. Le betulle, flessuose e civettuole, agitano la chioma dorata e giocano con il cielo. Assisti a un’opera di seduzione tra cielo e terra.

Per curare la mia sempiterna nostalgia del nord Europa, mi sono concessa una mini fuga nella città del mio cuore, quella che mi ha definitivamente fatto innamorare della latitudini fredde: Stoccolma. Ci ero già stata in estate e portavo indietro l’azzurro dell’arcipelago e la scoperta dei kanelbullar. Sono tornata per respirare di nuovo l’aria piena di cannella e cibi fritti e per verificare che tutte le foto sulla pagina Facebook di Visit Stockholm non fossero fotomontaggi: un autunno così bello sembrava saturato apposta per le brochure turistiche.

Dopo aver toccato con mano che la città è bella come la ricordavo e fotogenica, mi sono messa a esplorare i tanti angoli che ancora mi mancavano con un’attenzione agli scaffali pieni di libri. Rispetto ad altri paesi nordici, le librerie non sono nascoste o difficili da trovare. Complice il fatto che circa il 12% della popolazione della nazione vive in questa città e visto il sapore internazionale degli abitati, le librerie (anche multilingua) non mancano. Vi riporto i luoghi testati con mano in un elenco molto poco esaustivo, ma in questo viaggio ho mangiato più girelle alla cannella di quante pagine abbia letto. E le girelle che mi sono azzardata a ordinare in svedese sono state le più buone di tutte.

La biblioteca pubblica

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Costruita dall’architetto Gunnar Asplund e inaugurata nel 1928, vista da fuori non prepara. Nessuno immagina di entrare e trovare un anfiteatro ospitante 2 milioni di volumi. Nessuno pensa di potersi sentire come Belle quando entra nella biblioteca della Bestia nel film Disney. Tre livelli e varie gallerie dal soffitto al pavimento che ti abbracciano e ti coccolano. Quasi tutto in svedese, va da sé, ma con alcune sezioni internazionali. L’ingresso è libero anche per i non abbonati, gratuito e la biblioteca è aperta tutta la settimana. Caffetteria inclusa, perché il caffè, lì, è uno stile di vita.IMG_0391

 

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Gli amanti di fantasy, manga, giochi e gadget non possono saltare  questa fermata nell’isola di Gamla Stan. Questa libreria organizzata su due piani è il paradiso dei nerd e simpatizzanti. Pareti intere di libri e manga (anche in inglese), un piano interno di giochi da tavolo, giochi di ruolo e miniature. Gadget, dvd di tutte le serie mai concepite da mente umana. Se state cercando una riproduzione della bacchetta di Harry Potter, il manuale di gioco di ruolo di Buffy (ebbene sì, c’è) o la versione onnicomprensiva di Carcassonne siete nel posto giusto.

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Un libro per curare l’insonnia parlando di argomenti soporiferi (come la monarchia lituana), una parete di giochi e la sparaporte di Rick e Morty. Serve altro?

Se siete una coppia di nerd ciascuno con le proprie specifiche aree di interesse, accordatevi per trovarvi all’uscita. Tanto vi perderete.

Hedengrens

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Libreria indipendente in Stureplan: la via vi dirà poco, quindi specifico che è tra i quartieri di Östermalm e Norrmalm. Tutto più chiaro ora, giusto? Immensa. I negozi svedesi tendono a fregarti: da fuori sembrano piccoli e raccolti e poi si entra e si scoprono spazi inimmaginabili. La libreria è su due piani e al piano inferiore ci sono volumi in quasi tutte le lingue europee. La sezione italiana vanta le traduzioni di Astrid Lindgren, Umberto Eco, Italo Calvino e Elena Ferrante. Ricca, anche se un po’ disordinata, la sezione arte. La sezione cucina, una gioia per i turisti alla ricerca di ricettari. Lo dico da esperta.

Di tutto un po’, letteratura qui e lì

Stoccolma ama i libri. Oltre alle librerie, moltissime caffetterie sono attrezzate con scaffali carichi; persino i sotterranei dei pub hanno dei volumi appoggiati quasi per caso qui e lì. Un posto in cui non mi sarei aspettata delle letture è il Museo dell’Alcol. Ebbene, c’è un museo dell’alcol ed è molto divertente. Se avete curiosità da scoprire come si fa il sidro mentre sperimentate gli effetti dell’hangover, potete leggere qualche pubblicazione messa a disposizione. img_0484.jpg

Merita una sosta il Museo del Nobel. Le colonne interattive de “Il Nobel attraverso i decenni” hanno schede dedicate a tutti i vincitori e sono in esposizione anche una parte dei volumi della biblioteca privata di Nobel. Anche lui voleva diventare scrittore e poeta, ma finì a inventare la dinamite e a istituire il premio più prestigioso al mondo. Tu guarda i casi della vita.

Se avete il piacere di andare in questa stagione e un po’ di vento non vi spaventa troppo, approfittate di tutti i parchi per leggere qualche pagina all’aria aperta. State solo attenti: Stoccolma, quando decide di sedurre qualcuno, non smette fino a che non l’ha conquistato.

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Jules

I luoghi dello shopping: la LibrOsteria a Padova

«Ho vissuto qui in zona per qualche anno e non riesco a ricordare cosa ci fosse prima».

«Un negozio di pellami. Una parete di meno e la LibrOsteria ha tutto lo spazio che occorre».

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Il 19 luglio ha aperto in via Savonarola a Padova, di fronte al collegio Mazza, la LibrOsteria. Si scrive con una o sola, il logo ne ha due per indicare la compagnia e l’accoglienza…o forse perché dopo le prime due ombre inizi a vedere doppio? Questo nuovo locale a metà tra libreria e osteria sta per inaugurare ufficialmente il 15 settembre. Per arrivare preparata a inizio settembre e con lo stomaco convenientemente vuoto, sono andata a sbirciare in anteprima e a chiacchierare un po’ con Marianna Bonelli e Elisa De Rossi, le librOsti.

Marianna Bonelli è un’istrionica condottiera, già fondatrice di Spritz Letterario. L’associazione, nata a Vicenza e cresciuta raminga con lo scopo di raccogliere quanti più lettori e non lettori possibili, trova nella Librosteria la sua sede naturale: d’altra parte, anche le associazioni diventano grandi e decidono di prendere casa.

A mio avviso, questi luoghi dove parole e cibo si combinano dovrebbero avere due caratteristiche: la prima è di farti sentire a tuo agio in un ambiente già ben definito e con il proprio carattere. La seconda di farti capire che è uno spazio in cui puoi vivere e interagire, contribuendo alla crescita. IMG_0009

La LibrOsteria soddisfa entrambi i requisiti: da una parte, porta con sé il bagaglio e l’esperienza decennale di Spritz Letterario con tutte le iniziative rodate negli anni, dall’altra si presenta come uno spazio aperto dove includere nuovi lettori e non lettori e fornire la base per nuove attività. Nonostante sia aperta da pochissimo, infatti, si stanno già creando i primi gruppi di lettura.

Per gli aficionados non dirò nulla di nuovo. La LibrOsteria ospiterà alcune delle attività storiche di Spritz Letterario: la bancarella dello scrivente, ovvero l’asta per aggiudicarsi testi inediti di prosa e poesia. Milk Lettarario, rivolto ai bambini. Le discussioni dedicate al vino e ai libri ovvero qual è il vino giusto per supportare/ sopportare la lettura di un determinato romanzo. Andando di pari passo e parlando un po’ con il sommelier e un po’ con le libraie si arriverà a selezionare un vino perfetto di accompagnamento alle parole. Nicolai Lilin, ad esempio, si può leggere bevendo un Amarone che con il suo rosso si aggancia al sangue dei tatuaggi.

Ma Marianna non è persona da fossilizzarsi sul passato o solo su format collaudati. Stanno lavorando alla ristrutturazione del piano inferiore per poter ospitare anche gruppi di scrittura creativa, cinema, momenti di lettura. Da non escludere un futuro circolo per gli scacchi e giornate dedicate ai tornei di Trivial lettarario. Ogni ultimo martedì del mese ci sarà la serata jazz. Per coppie di futuri sposi ci sarà la possibilità di fare la propria lista nozze e non verranno trascurate le feste di laurea. Con il collegio proprio di fronte poi non mancheranno le occasioni.

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Un bicchiere di vino? Un’acqua tonica allo zenzero? Uno sponciotto?

Dopo tutto questo parlare di libri, vale la pena fermarsi e ristorarsi parlando di cibo. Perché non bisogna assolutamente dimenticare la parte mangereccia. Cosa si servirà in LibrOsteria? Be’, anzitutto cose buone, risponde Elisa da dietro il banco. Vini principalmente veneti e friulani e sponciotti per accompagnare. Perché è fondamentale non uscire da lì a stomaco (e a mente) vuoto. Le librOsti sono ferratissime sui vini e non ti lasciano andare via senza consigliarti un libro: perché i due cerchi del logo stanno anche a indicare che le due anime del luogo non possono e non devono essere separate.

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Sono libri o sono i menù? Apriteli

Dopo esserci rifocillati con la lista per il pranzo, torniamo a parlare di libri. Va da sé che la Librosteria è libreria indipendente al 99,99%. Marianna tiene libero lo 0,01% perché gli estremismi, in ogni campo, non fanno mai bene e ci sono autori pubblicati dalle tanto temute major che non si possono escludere. Con la sua conoscenza letteraria maturata negli anni non si resta delusi dalle proposte di titoli e dalla selezione delle case editrici presenti. La sua conoscenza è poi chiaramente estesa anche agli autori: il calendario si preannuncia già fittissimo. Anzi tutto, durante l’inaugurazione, non è escluso di incontrare qualche autore che viene a rifocillarsi durante il festival di Mantova, ma la prima presentazione ufficiale è fissata per il 20 settembre con Carla Fiorentino e il suo volume Fandango: Cosa fanno i cucù nelle mezz’ore. Converrà restare sempre aggiornati sulla loro pagina Facebook.

Il quartiere ha reagito benissimo a questo nuovo arrivo, nonostante il vuoto dato dalla stagione estiva. Si sono già formati i gruppetti di abituè (e i cani sono molto ben accetti) e la commistione cibo-libri pare funzionare molto bene. Per fare una media in soldoni, per ogni cicchetto consumato si è acquistato anche un libro, giusto per sfamare ogni aspetto.

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Tenete ben a mente l’orario di apertura!

Un’oretta in compagnia di Marianna e faccio fatica a tenere dietro e appuntare ogni cosa (e se ho saltato qualcosa chiedo venia), ed esco sapendo che nei prossimi mesi potrò andare lì ogni volta che sentirò il pungolo della fame: fisica e mentale.

 

Ci si trova in LibrOsteria il 15 settembre dalle 16 alle 24 per inaugurare degnamente.

Jules

I luoghi dello sheep…ing: le isole Faroe parte 2

Con un occhio già sui prossimi voli per Scandinavia e affini, continuo a curare la mia nostalgia per le isole Faroe, così belle da essere bramate dei giganti islandesi che hanno sempre cercato di trascinare le “isole delle pecore” verso le loro coste. Almeno così narrano le leggende e non fatico a crederci. Seconda parte dei piccoli consigli di viaggio e esperienze on the road: abbiamo già parlato dell’arrivo, della guida e del cibo. Continuiamo!

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Giuro che era la stessa giornata a 20 km di distanza

CLIMA

Se il tempo non ti piace aspetta cinque minuti e vedrai che cambia. Saggio proverbio che riassume la situazione climatica faroese. Su un’isola può piovere e su quella accanto esserci il cielo limpido. Due tornanti possono essere infradiciati dalle nuvole gonfie e un cunicolo dopo può risplendere il sole. Inutile negare che sia un arcipelago piovoso: portate il kway e lasciate l’ombrello a casa perché il vento lo renderà inutilizzabile. Non abbiate paura di sfoggiare berretti di lana, ma restate a strati.

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Ho sofferto un po’ il mal di mare, lo ammetto!

Potreste persino azzardare una manica tre quarti se siete spavaldi. L’importante è controllare il meteo ogni mattina: c’è l’utilissima applicazione Landsverk che segnala le condizioni atmosferiche con una precisione micidiale. Fidatevi e siate pronti a cieli e mari color opale.

GENTE (E PECORE)

In un luogo con 46.000 abitanti e 75.000 pecore, è forse più utile sapere come interagire con le pecore. Non fate loro i fari, non avvicinatevi troppo alle zone recintate e lasciate loro parcheggio e spazio. Se non lo fate vi colpirà la maledizione del montone.  Tremende pene aspettano il folle che oserà avvicinarsi per fare foto ai regali ovini: sprofonderà in una pozza di fango e liquami nascosta dall’erba alta.

L’ho visto accadere sotto i miei occhi. Tutankhamon fa un baffo al montone.

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Hai osato farmi una foto? Sprofonda, povero folle, sprofonda!

Parliamo delle persone. Non ho avuto moltissimo tempo per stringere amicizie o per andare oltre le due chiacchiere di convenevoli. Se io sono una persona molto riservata, i faroesi lo sono di più. Sono gentili, cordiali, ma non vanno mai oltre. Persino la nostra ospite Airbnb, dopo averci consegnato la chiave e dato due informazioni, è stata discreta. Abbiamo ricavato molti sorrisi stile Queen Elizabeth in “The Crown”. Però se possono si prodigano per gli sperduti viaggiatori.

Sketch 1.

Fermo un giovane fumatore. Non porto mai l’accendino per non doverlo abbandonare ai controlli all’imbarco e, pur avendo girato supermercati e negozi, ho trovato abbondanza di sigarette, ma non di accendini. Chiedo al giovane dove posso acquistarne uno. Risata divertita come se avessi chiesto dove recuperare del crack.

«Ma da dove vieni?»

«Italia».

«Ah! Senti, facciamo così: ti regalo il mio accendino».

Gentile, ma non ho risolto il grosso dilemma su dove comprare un banalissimo Bic.

Sketch 2.

«Ti dico che dovrebbe esserci una caffetteria qui». Il Vecchio Nerd controlla e ricontrolla Google. Sono senza internet quindi mi devo fidare del suo maps che ha la tendenza a fare quel caz…. a non essere sempre accurato, di tanto in tanto.

«Dice di fronte al supermercato e questo è il supermercato!» File e file di casette bianche e tutte uguali. Sarà… poco convinti iniziamo a girare in tondo, finiamo in un giardino privato, torniamo al punto di partenza. Ci intercetta un pescatore, più o meno l’unico essere umano che incontriamo da diverse curve.

«State cercando la caffetteria?» ci accompagna davanti a una delle casette. «La signora apre alle 11.00 con caffè e torta*».

«Be’, è di fronte al supermercato», puntualizza il Vecchio Nerd.

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E ora dove andiamo?

Tutti parlano danese, faroese e inglese. La comunicazione non sarà un problema: basterà non voler diventare amici di bevute subito.

LIBRI

Pensavate che potessi saltare la parte sui libri? Le librerie si nascondono in fondo all’arcobaleno, o almeno sono altrettanto difficili da trovare della pentola piena d’oro. In molti borghi non c’è nemmeno il supermercato e la libreria perde la classificazione di “servizio necessario”. Inoltre, il Nord Europa è abbastanza votato al digitale. Tenendo conto che il faroese scritto ha circa un secolo di vita, il nazionalismo e il desiderio di avere libri tradotti nella propria lingua è forte: gli scaffali sono occupati da volumi in faroese/danese, più raramente in lingua inglese. A Tórshavn c’è il Paname Cafè che, oltre alla meravigliosa cheesecake al rabarbaro, ha una sezione libreria con titoli internazionali in inglese. C’è anche una saletta dedicata a Jakob Jakobsen, uno dei loro eroi nazionali: fu lo studioso che “certificò” la morte della lingua norrena e si impegnò a far capire quanto il faroese andasse difeso e preservato. Un paese che ha come eroe nazionale un filologo può solo essere un grande paese.

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Lode ai filologi!

In giro per l’arcipelago trovate la catena Bókabúðin che fa da cartoleria, negozio di souvenir, prodotti per ufficio e anche sezione libreria. In questo caso i titoli sono in danese/faroese. Se andate in vacanza sprovvisti e pensate di acquistare in loco, sappiate che farete fatica. Ma so che partite sempre provvisti, quindi il problema non si pone.

Ah, momento spot autoreferenziale: sul canale IGTV di Instagram trovate tutte le puntate di #libriinloco dedicate a “Isola” di Siri Ranva Hjelm Jacobsen.

Nelle istruzioni all’arrivo sulle norme di guida e di comportamento c’è una clausola molto importante: “take a deep breath”. Respirate! Siete in uno dei posti più belli al mondo. Fermatevi, e respirate profondamente. Vorresti imbottigliarla quell’aria. Fare una boccetta piena di quel profumo di sale, di camomilla e di erba appena tagliata; appenderla al collo e trarre profonde boccate per superare la crisi di astinenza che vi colpirà, senza dubbio, non appena l’aereo si staccherà dalla corta pista di Vágar. Vorresti trattenere nelle orecchie il silenzio, fatto dal vento e dal belato delle pecore. Resti lì pochi giorni e ti sembra di averci trascorso una vita, ti sembra che il mondo esterno sia invecchiato in maniera diversa, nemmeno fossi la Fata Morgana di ritorno dalla terra degli Elfi. Ti riprometti di tornare, perché forse hai visto un terzo di quanto c’è da vedere e vuoi tornare. Devi tornare. Le terre degli Elfi generano eterna nostalgia del ritorno.

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Jules

*Riguardate il capitolo CIBO: è il luogo del crumble di rabarbaro

 

I luoghi dello sheep…ing: le isole Faroe

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Benvenuti alle isole Faroe

Dopo avervi fatto una testa così sulle Faroe prima di partire, dopo avervi fatto due teste così durante il viaggio, ora vi ammorbo anche dopo il viaggio. Anzitutto, perché soffro di una sindrome nostalgica non da poco e poi perché, tutto sommato, è un posto poco conosciuto e poco esplorato. Spero che queste mie notazioni di viaggio possano essere utili a futuri viaggiatori del Nord. Questo non è, stricto sensu, un blog di viaggi, ma visto che la popolarissima rubrica “I luoghi dello shopping” è sempre apprezzata, applicherò il termine in senso più ampio a questo resoconto diviso per pratici vocaboli posti in ordine sparso.

E sì, nel titolo non ho resistito allo stupido gioco di parole.

ARRIVARE (E PURTROPPO RIPARTIRE, FACENDO LA TRAFILA AL CONTRARIO)

Andare e venire dalle isole Faroe non è stato il viaggio più diretto del mondo. Partendo da Bergamo c’è stato lo scalo obbligato a Copenaghen. Che sfortuna, vero? Costretti a passeggiare per qualche ora tra casette colorate e a far passare il tempo con una Carlsberg scura bevuta lungo i canali della città.

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Da Copenaghen ci si imbarca su voli Atlantic Airlines, destinazione Vágar. La Atlantic consente il check in al proprio volo solo a partire da 22 ore prima della partenza. C’è una splendida applicazione CheckMyTrip che fornisce reminder, informa sulle condizioni meteo e sull’attuale cambio di valuta. In aeroporto si potrà poi stampare alle macchinette il biglietto e il talloncino per i bagagli da imbarcare. Se riuscite, programmate il volo con qualche mese di anticipo perché, abituati alle tariffe low cost, si potrebbe avere un piccolo scompenso nel vedere il costo dei biglietti: 20 cc di contanti in endovena, subito!

Il volo è partito molto presto, alle 6.15 del mattino, ma 1200 km più a nord e un fuso orario indietro si atterra su una pista molto corta e si fa subito la conoscenza della più vasta popolazione dell’arcipelago: gli ovini che ti guardano e ruminano e già si bullano per il fatto di essere i legittimi abitanti di quel posto incredibile.

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Qui ci vivo io!

Le Faroe, pur essendo tecnicamente appartenenti al regno danese, sono formalmente autonome e indipendenti tanto da non essere dentro Schenghen. Munitevi di passaporto anche se, a voler proprio essere onesti, nessuno me l’ha chiesto né all’arrivo né alla partenza.

GUIDARE

I collegamenti da e per la capitale, Tórshavn, e i luoghi limitrofi sono ben strutturati. Per poter girare bene l’arcipelago la macchina è fondamentale. In aeroporto si trovano le classiche Avis e Hertz, serie e affidabili. La guida è a destra, e fin qui: ma ci sono alcune piacevoli regole da rispettare che vengono illustrate ai viaggiatori all’arrivo. Molte delle strade sono a corsia unica, ma a doppio senso di percorrenza, si inoltrano nel fondo della montagna e sotto svariati metri cubi di acqua. Aggiungere la costante presenza di pecore sulla strada e le nuvole che colano giù dai fianchi della montagna, rendono necessarie alcune accortezze.

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Hai fatto tutta questa strada? Be’, cercati un altro parcheggio! Questo l’ho visto prima io!

1- i limiti sono 50 km/h nei centri abitati e 80 km/h fuori dai centri abitati. A volte, sembrano persino troppi. Luci sempre accese, tergicristalli pronti all’uso.

2- nelle strade a corsia unica, il guidatore che si trova la piazzole di sosta alla sua destra deve fermarsi e dare la precedenza a chi arriva. Le piazzole sono una ogni 100 m circa, sia su strada che nei cunicoli della montagna. Salutate e ringraziate chi vi fa strada.

3- chi va in discesa deve dare la precedenza a chi va in salita (sempre fermo restando le piazzole di cui sopra).

4- i camion hanno la precedenza

5- i camper sono arroganti e fanno quello che gli pare

6- le pecore sono i vostri maggiori concorrenti nella ricerca di parcheggio.

7- non fate i fari alle pecore che si sono messe a centro strada. Vi beleranno in faccia piuttosto scocciate e sculetteranno davanti a voi per i successivi 800 m. In quel caso, 80 km/h diventeranno un miraggio inarrivabile

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Vai piano!

8- i tunnel sottomarini che collegano alcune delle isole maggiori sono a pagamento. Se avete la macchina a noleggio, il costo verrà aggiunto sul vostro conto. In caso abbiate la vostra macchina dovete fermarvi a pagare alle stazioni di servizio.

All’arrivo vi danno uno specchietto informativo illustrato: vi avviso che non troverete tutte queste regole, ma vi lascio indovinare quali ho aggiunto di mia sponte e a seguito dell’esperienza (*coff* punto 5, *coff* punto 6 e 7)

CIBO

La domanda che mio padre mi fa ogni volta che vado da qualche parte è: ma cosa avete mangiato? Fuori da Tórshavn non è così ovvio trovare punti di ristoro. Se in molti agglomerati si vive in 15/20 persone, una caffetteria non è la priorità. Quindi a futura memoria del viaggiatori affamati, vi lascio un paio di indirizzi.

Eiði: esattamente di fronte al supermercato del paese c’è una casetta bianca. Alle 11.00, la casetta si apre e la gentile proprietaria offre caffè e il dolce del giorno. La signora fa un crumble ripieno di rabarbaro così buono che LASCIA LA TEGLIA! LASCIALA A TERRA E ALLONTANATI E NESSUNO DI FARÀ DEL MALE! Provatela, ecco.

Progetto senza titolo
La cascata Múlafossur, timidamente velata da nubi

 

Gásadalur: famoso per la sua splendida cascata Múlafossur che decora anche i francobolli faroesi. Tra un tetto d’erba e l’altro c’è un’insegna CAFE. Entrate, ammirate le foto degli abitanti del luogo di metà Ottocento e mangiate la torta alla cannella: sembra di mangiare il Natale.

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Un tributo a Bojack Horseman

Nólsoy: nell’isola decorata dalla scritta Nollywood c’è una bistrot in stile british: “Maggie’s“. Sembra una stupidaggine, ma il loro fish and chips è di una bontà strepitosa e si sente che il pesce è fresco. Non fatevi impressionare dall’orologio alla parete: non siete caduti nella tana del bianconiglio, va davvero al contrario.

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Il giro in barca attorno a Vestmanna. Verde e blu a perdita d’occhio

Vestmanna: il centro turistico di Vestmanna, da dove partono le escursioni in barca tra le scogliere (vi consiglio caldamente di fare il tour, dura un paio d’ore), offre a pranzo una zuppa di pesce da trasecolare. Sì, lo ripeto: trasecolare! Se poi avete sofferto il mal di mare dopo due ore di beccheggio furioso della barchetta, vi rimette al mondo.

Su Torshavn la scelta è abbastanza varia: segnalo i bagel del Kaspar Cafè e le torte del Paname di cui parleremo nella sezione libri

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Cheesecake al rabarbaro del Paname Cafè

Beee ora mi fermo. Ci rivediamo venerdì con altri vocaboli sulle Faroe. Devo pur diluire per contrastare la nostalgia.

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Vi aspetto venerdì!

Jules

 

 

I luoghi dello shopping. Dalla terra nascono storie: Pentàgora

Senza-titolo

Il panorama editoriale italiano è quanto mai multiforme e molteplice. I dati Aie riportano, al primo semestre delle scorso anno, 4877 case editrici che hanno pubblicato almeno un titolo nel corso dell’anno. C’è di che rimanere frastornati. Tutti noi abbiamo il nostro paniere di conoscenze, di pubblicazioni ed editori favoriti, ma, se da un lato numeri così sconfinati fanno perdere il senso dell’orientamento, c’è di buono che si può parafrasare un celebre detto: a volte penso a quante case editrici mi restano da leggere e mi sento felice.

Proprio in quest’ottica, ho ultimamente scoperto una casa editrice che si può definire, con l’abusata formula del “tre”, piccina, ridotta e curata. Nata in terra ligure e orientata sulle storie rurali, pare l’incarnazione delle “storie vere che sembrano favole”, come diceva la voce fuori campo dei film di Don Camillo. E proprio grazie alla voce altrettanto calma e rilassante del direttore Massimo Angelini, oggi vi racconto la storia della piccola Pentàgora.

Si era sul finire del 2012, un anno di dense riflessioni da parte del fondatore e direttore Massimo Angelini. Anche lui, come tanti autori, pensava alla situazione editoriale italiana. Anche lui si era scontrato con i  “Bello il libro, ma… da parte sua ci vorrebbe un contributo, che so?, per esempio l’acquisto di 400 copie…”. Che ci vogliamo fare? La piccola editoria può vivere solo così. Ed quel “solo” che non si lasciava deglutire. E da quel “solo” nasce una complessa domanda: si può fare buona editoria, curando editing e impaginazione e confezione come-dio-comanda, senza chiedere agli autori un centesimo né l’acquisto di un solo libro, senza sovvenzioni da parte dell’università o da altri enti, pagando i diritti fin dalla prima copia venduta, con un contratto semplice di pochi articoli chiari e scritti in corpo leggibile, mantenendo un prezzo di copertina contenuto perché i libri possano essere accessibili a tutti? Prendete fiato dopo questa lunga domanda ed urlate “Si può fare!” perché Pentàgora, in quel 2012, nasce per incarnare la celebre citazione

A progetto speciale serve nome speciale. Pentàgora viene scelto perché… non vuole dire nulla. Proprio così! Eppure, leggendo il nome, le evocazioni sono immediate: qualche retaggio filosofico che riemerge dai tempi della scuola, un suono esoterico o forse geometrico, magari qualcosa di greco: ma in realtà è un nome unico, senza omonimi che posso confondere. Pentàgora è solo Pentàgora.

Piccola e curata, Pentàgora non sforna titoli a getto continuo. Preferisce un ritmo più lento, quasi in linea con i ritmi delle stagioni e della terra che costituiscono il fulcro del loro catalogo. Pubblicano 9-10 libri l’anno, solo cartacei, per poterli seguire al meglio, e i filoni sono quelli del mondo rurale e della cultura contadina, dell’antropologia del quotidiano.

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Uno degli ultimi titoli del catalogo fresco di stampa

E visto che di favola vera parliamo, possiamo concederci il lusso di immaginare il lettore e lo scrittore ideale, gli eroi della storia. Massimo Angelini ha entrambe le categorie bene in mente, già ritratte con cura. Il lettore vive la buona lettura come una porta aperta sulla bellezza, dà importanza allo stile e ai particolari, scrive e dialoga con la casa editrice e con gli autori.

Gli autori invece scrivono di ciò che tocca molti in un modo che possa arrivare a molti, senza complicazioni, fantasticherie, esoterismi, specialismi, e senza scriversi addosso – e quanti manoscritti arrivano così – cura i testi e la loro stesura con attenzione per i dettagli; non è permaloso e accetta di confrontarsi con un editor; ha il senso del gioco di squadra e non si limita a pubblicare e scomparire.

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Altro nuovo nato di Pentàgora e che ci sarà al Salone di Torino

Pentàgora è essenzialmente questo: una squadra editoriale, in molti casi una squadra di amici. Quindi se qualche lettore si riconosce in questa descrizione  e ha qualche proposta, la porta di Pentàgora è più che aperta. Essere scelti per uno dei nove titoli annui è un grande riconoscimento.

Lo sa bene il primo autore della scuderia, Alessandro Marenco: operaio cassintegrato, poi panettiere, penna felice e grande ritrattista. Dopo un paio di autopubblicazioni, alla nascita di Pentàgora il suo talento viene messo in luce come merita. Il suo ultimo lavoro, Come foglie, è uscito nel 2017.

E per il futuro? Vissero felici e contenti? Pentàgora mira ovviamente a crescere, ma non in numero di pubblicazioni: vuole crescere in qualità, diffusione di libri e relazioni umane per creare un altissimo artigianato di storie e sapori.

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Pentàgora a Torino 2017. Così potete riconoscere lo stand che si troverà al punto R23

Come tutti sanno, in questi giorni c’è il Salone del libro di Torino. Quando avrete davanti quell’immensa mappa, segnate il punto R23 e inseritelo nei vostri percorsi per andare a scoprire una casa editrice che forse ancora mancava nel vostro carniere di caccia.

Jules