Ex Novo: settembre fa rima con trasloco

Ex Novo
Il trasloco era ufficialmente finito quando si parcheggiava la bici. L’anno al Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei poteva iniziare

Gli anni dell’università vedevano sempre due momenti in cui fare grosse valigie nel corso dell’anno. Il primo era a luglio, il secondo a settembre, rispettivamente per svuotare e poi rimontare la camera in Collegio dopo la pausa estiva. Se in vacanza riuscivo a partire sempre piuttosto leggera, quando si trattava di riportare tutte le cose che mi servivano per avviare l’anno scolastico occorrevano sempre un paio di viaggi in macchina, con il bagagliaio ben pieno e la bici legata sul tettuccio perché senza di lei gli spostamenti in città si sarebbero rivelati faticosi.

Ricordo il settembre in cui mi trasferii: avevo visto le foto, certo, ma si trattava pur sempre della mia prima sistemazione fuori casa ed ero del tutto digiuna sulle cose di cui avrei avuto bisogno, degli spazi che avrei potuto occupare e di come mi sarei trovata con le altre “inquiline”. Perché, a conti fatti, avrei avuto delle vicine e delle dirimpettaie tutte mie per la prima volta: gente che magari sarebbe stata rumorosa o che si sarebbe lamentata per la mia musica. O forse avrei trovato lì alcune delle persone a me più care.

Per fortuna è andata proprio così.

Ciò non toglie che il primo trasloco generi ansia e timore dell’ignoto. Proprio per questa occasione è caldamente raccomandata la lettura de Lo Straordinario di Eva Clesis.

Questa cosa che scopri le corna il giorno stesso in cui il tuo caporedattore – che beve cibo sintetico Soylent e che all’inizio diceva che eri una penna tanto brillante, la loro pasionaria della moda – ti dà il benservito con una manina curatissima premuta sul petto e un plurale majestatis per dirti che “forse quello che ci manca è la sintonia” e “siamo sicuri di essere noi il tuo sogno nel cassetto, Lea?!; questa cosa che scopri le corna il giorno stesso in cui il caporedattore ti caccia via a pedate accade solo nei film e in certe serie tv. Certa sfiga è pura fiction. O Leopardi

Lea non riesce a crederci. Nella stessa giornata ha perso il lavoro dopo un infernale stage  (non pagato, ma non sottilizziamo) a Vogue Italia e ha scoperto che il suo ragazzo la tradisce. Quello stesso ragazzo che è intestatario del contratto d’affitto della casa in cui lei vive. Come può trovare una nuova sistemazione senza più un lavoro nella competitiva Milano? L’annuncio in cui incappa per caso parla di un appartamento mansardato per una miseria d’affitto. Il condominio, chiamato da tutti, lo Straordinario, sta a metà tra una comune hippie e una casa delle bambole: è perfetto, profumato, autosufficiente e tutti i condomini sono di una cortesia squisita. Certo, i proprietari sono due vecchietti un po’ invadenti che cercano di accoppiarla con il figlio e il tempo da dedicare al lavoro collettivo sembra un po’ eccessivo, ma cosa si può trovare di meglio dello Straordinario? Con i suoi uccellini e i suoi deliziosi tè autoprodotti può forse essere diverso dal quell’idilliaco luogo che sembra?

Pensare a condominio e non andare subito a Ballard* risulta difficile. Le interazioni che nascono tra i pianerottoli coprono tutta la gamma dei rapporti umani: si va dalla semplice indifferenza fino all’amore per la ragazza della porta accanto e all’odio per quella che sta sopra di noi e, mannaggia se si toglie i tacchi per camminare in casa dopo mezzanotte. Eva Clesis crea una storia brillante e ironica che riflette sulle difficoltà della generazione precaria definita “marcia”, cresciuta a suon di sospetti e impossibilitata ad affrontare la vita adulta. Lo Straordinario, oltre a essere una splendida ambientazione, è un personaggio vero e proprio, bello e vorace come un’orchidea dai vividi colori. A metà tra humor, distopia e thriller il romanzo rivede il concetto di trasloco: se una cosa sembra troppo bella per essere vera, è probabile che nasconda qualcosa di oscuro.

State per trasferirvi o tornare al Nuovo?

*pausa a effetto*

State tranquille e pigiate bene le cose nelle vostre valigie. Gli uccellini non cinguettano sempre come in un film Disney, il tè e il caffè sono buoni e tra le vostre vicine troverete alcune delle migliori amiche che potrete mai avere. Senza trucco e senza inganno.

Jules

*Vi siete persi Il condominio? Andate subito qui

 

Ex Novo: tornare a casa

Ex Novo
Quante cose c’erano da staccare dalle pareti a luglio! Quante cose da portare via per tornare a casa!

A luglio, chi prima, chi dopo, in base alla fine della sessione d’esami, il Collegio Nuovo si svuotava. Enormi valigie transitavano per i corridoi e ci si domandava come avessimo potuto accumulare tutte quelle cose in una sola stanza. Si parlava delle vacanze imminenti, si appuntavano gli indirizzi per mandare cartoline (sì, sono abbastanza vecchia da ricordare le cartoline, croce e delizia di ogni vacanza) e si tornava a casa. Casa, le città natie, a volte a pochi chilometri di distanza, a volte raggiungibili sono con lunghi viaggi in treno o con l’aereo. Le più desiderose di tornare a casa erano le isolane: perché, a partire da Odisseo, chi è lontano dalla propria patria isolana è esule due volte. Per celebrare il ritorno estivo a casa e per augurare buone vacanze, oggi parliamo di un inno d’amore alle diciotto isole più solitarie d’Europa: le Faroe nel romanzo Isola di Siri Ranva Hjelm Jacobsen.

Con la sua Prince 100 tracciò un cerchio morbido che includeva tutto: le montagne, i fiordi profondi e i tunnel bui.

«Questa non è Europa. Queste sono le Faroe.»

«Hette er Føroyar.»

Queste isole ricche di verde, paesaggi mozzafiato e un mare freddo e pescoso, non sempre offrono molte scelte e prospettive agli abitanti del luogo che, con il cuore bagnato e pesante, sono costretti ad emigrare sul continente e sull’amata/odiata madrepatria. Siri Jacobsen, scrittrice e giornalista danese di origini faroensi e alla sua prima opera di narrativa, prende avvio dalle vicende della propria famiglia per raccontare la nostalgia che alberga nell’animo di ogni espatriato. Fino ad oggi questo arcipelago è sempre rimasto fuori dalla mappa della nostalgia. Le Faroe, formalmente danesi, intrinsecamente indipendenti, solo ora iniziano ad affacciarsi sul panorama letterario europeo. Con quest’opera, diventano anche loro punto di arrivo e ritorno per gli esuli del continente. Con una prosa poetica e struggente, l’autrice racconta la storia del suo abbi e della sua omma, il nonno e la nonna, emigrati in Danimarca poco prima della seconda guerra Mondiale. Il titolo originale è “Ø” che vuol dire “isola”, ma che graficamente (per noi) e mentalmente per i protagonisti è un punto a cui tendere: non solo geograficamente, ma anche mentalmente. Per il nonno è la possibilità di diventare ingegnere, per la nonna è un nostos al contrario, per l’autrice il recupero delle proprie radici. Traspare nostalgia, è un romanzo che si può leggere ad alta voce e farsi cullare dal verde e dalle onde di quel gruppetto di rocce con poche abitanti.

Così si resiste meglio agli ultimi giorni lontani da casa e ci si sente in buona compagnia nell’essere esuli, isolani e abitanti di terra ferma. E visto che vengo da una terra d’acqua, circondata da un mare a quadretti, posso in parte capire il desiderio dell’eterno ritorno. A qualunque distanza e latitudine.

Jules

Ex Novo: pomodori verdi fritti per avere energia per il futuro

Ex Novo
Per le liceali curiose di provare in anteprima la vita di collegio, il Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei offre la possibilità di passare un paio di giorni come una vera Nuovina

A fine maggio, ormai da *coff coff* anni, sogno l’esame di maturità. Non il classico sogno in cui ti interrogano e non sai rispondere, non sei preparato, non sei vestito… io sogno che la mia maturità è stata annullata perché non ho presentato tutti i documenti necessari: hanno fatto un controllo al Ministero (sai poi quale ministero) e che quindi tutti i miei titoli di studio non sono validi. Io e la burocrazia dobbiamo avere qualche problema irrisolto.

L’anno della maturità si inizia ad avvertire, per la prima volta nella propria vita, l’ansia da futuro prossimo, sindrome che poi tornerà per i successivi decenni, soprattutto nell’Era del Precariato: cosa faccio dopo? Sia che uno abbia già le idee chiare, sia che ancora veleggi inconsapevole e leggero baloccandosi tra la scelta di Lettere o Ingegneria Aerospaziale, oppure se trovare un lavoro, l’ansia c’è. Nel primo caso per la trepidazione del nuovo ambiente, i ritmi dell’Università, la possibilità di andare a vivere da solo, nel secondo perché, ad un certo punto, bisogna prendere una decisione e qualunque essa sia finirà per precluderti altre strade. Prima era tutto possibile, dopo ci saranno strade che non si potranno potenzialmente mai più percorrere.

A fine maggio dell’anno della mia maturità avevo alcuni punti fissi in mente: quell’estate ci sarebbero stati i Mondiali e il mio vicino avrebbe tifato a squarciagola disturbandomi il ripasso, sarei andata in vacanza in Irlanda e a settembre avrei provato i test di ammissione per i collegi di Pavia. Ci sarebbe voluto un certo coraggio per affrontare tutte quelle situazioni e allora questo mese è dedicato a fare coraggio a tutte le fanciulle in procinto di affrontare la maturità con una storia di donne toste: Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop di Fannie Flagg.

Famoso anche per la trasposizione cinematografica, il romanzo più famoso di Fannie Flagg racconta l’America della Grande Depressione in tono leggero e scanzonato, ben lontano dal furore steinbeckieano. Il romanzo, in un alternanza tra passato e presente, racconta storie di donne coraggiose. Nel passato abbiamo Idgie e Ruth che in un piccolo centro dell’Alabama aprono un caffè, sfidano molti pregiudizi sociali, razziali e sessuali. Nel presente Evelyn, casalinga degli anni Ottanta, si riappropria della propria vita e femminilità grazie ai racconti della vecchia signora Threadgood che la ispira con le storie su Idgie e Ruth. L’atmosfera, soprattutto quella degli anni Trenta, sembra risuonare delle note dell’armonica a bocca; gli stati del sud degli USA, pur con tutte le forti problematiche, trasmette un senso di convivialità e calore umano.

Il caffè di Whistle Stop ha aperto la settimana scorsa, proprio di fianco a me alla posta, e le proprietarie Idgie Threadgoode e Ruth Jamison, affermano che fin dal primo giorno gli affari sono andati a gonfie vele […] Idgie dice che la colazione viene servita dalle 5.30 alle 7.30 e il menù prevede uova, farina di granoturco, biscotti, pancetta affumicata, salsiccia, prosciutto, sugo di carne e caffè, il tutto per 25 centesimi. Per pranzo e cena: pollo fritto, braciole di maiale al sugo, pescegatto, pollo e gnocchi o barbecue e tre verdure a scelta, gallette e pane di granoturco, bevande e dessert per 35 centesimi.

Due suggerimenti da chi ha passato da *coff coff* anni quei momenti: il primo è di tirarsi su maniche (e capelli se li avete lunghi: io all’epoca ero molto più attrezzata con gli accessori per capelli, oggi ci sono solo rimasugli) in modo che nulla vi intralci in questi mesi impegnativi. Il secondo è di prendere spunto dalle colazioni di Idgie e Ruth: servirà tantissima energia.

Jules

 

 

Ex Novo: di giardini presenti e passati

Progetto senza titolo(1)
Tempo splendido e natura rigogliosa al quarantennale del Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei

Questo week end sono tornata a Pavia nella mia prima città universitaria. Cadeva il quarantennale del Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei e non potevo proprio perdermi la festa, per (almeno) tre ordini di motivi.

Il primo era rivedere le mie amiche ed ex compagne di collegio. Cogliamo ogni occasionne per incontrarci qui e lì, ma la festa è un punto abbastanza fermo.

Il secondo era il polpo con mozzarella e patate. Piatto stabile e osannato delle celebrazioni, non ti lascia andare se prima non te ne sei servita tre volte. Mandando anche qualcuno a fare il quarto giro se si è timidi.

Il terzo è il giardino. Attorno al collegio c’è un grande verde, fiori, alberi e sentieri che, in questa stagione, sono luogo rilassante, adatto al relax, allo studio o al primo tentativo di abbronzatura. Dopo pranzo mi sono fermata un po’ sotto gli alberi, tirava un venticello leggero e c’era un brusio di sottofondo nell’aria. Prima di diventare troppo poetica ammetto che stavo mangiando la terza porzione di polpo.

Ex Novo di questo mese lo dedico allora al nostro (fatemi ancora usare questo aggettivo  in prima plurale) giardino. Nessuna scrittrice potrebbe essere più innamorata del verde di Elizabeth Von Arnim che nel suo lavoro Il giardino di Elizabeth descrive con amore e trasporto il suo immenso parco in Pomerania.

Il giardino è il luogo in cui mi rifugio, in cui cerco riparo; non la casa, regno del dovere e delle seccature, della servitù da esortare e ammonire, delle suppellettili e dei pasti. Là fuori, le benedizioni del cielo mi si affollano attorno ad ogni passo…È in giardino che mi addoloro per la meschinità che ho dentro e per certi pensieri egoisti che sono assai peggiori di come li percepisco. È là che tutti i miei peccati e le mie scempiaggini sono perdonati; là che mi sento protetta e a casa, con i fiori e le erbacce come amici e gli alberi come amanti. Quando sono contrariata corro da loro a cercare conforto, e quando sono arrabbiata senza motivo da loro trovo assoluzione. Quando mai una donna ha avuto così tanti amici?

Elizabeth, trasferitasi in campagna al seguito del marito, non si ritiene sfortunata come tutte le dame del circondario pensano: per lei vivere in città era soffocante, una prigione. L’isolamento e la pace che può trovare nel suo giardino sono i beni più preziosi del mondo. Scenario di conversazione con le sue amiche, luogo di educazione per le sue tre bimbe e terreno di prova per lei come giardiniera alle prime armi, il giardino ha una connotazione di ritorno all’Eden, ben lontano dalle seccature e dai doveri imposti dal suo rango.

Cugina di Katherine Mansfield, Elizabeth Von Arnim sta ritornando alla ribalta letteraria con le nuove ristampe edite da Fazi Editore che da poco ha pubblicato anche Un incantevole aprile. Elizabeth innalza un canto d’amore al suo giardino che è quasi una forma di preghiera, un ritorno al naturale che la fa vivere meglio e riporta alla mente ricordi sepolti, affina il suo spirito critico e battagliero, la ispira ed esorta a scrivere. Anche lei, i primi tempi, è tutt’altro che esperta nell’addomesticare il verde che le sta intorno, ma la sua passione è così forte da consolarla anche quando le rose tea non vengono su come dovrebbero e i giardinieri non le danno retta perché donna.

Io non ho un giardino, meno che mai grande quanto mezza Pomerania, e con le piante, per dirla con un eufemismo, sono poco abile. Però l’altro giorno, sotto l’ippocastano, con il mio polpo e le chiacchiere con le amiche, ho immaginato per qualche minuto di essere come Elizabeth, cullata dalla presenza amicale degli alberi e dei fiori.

Alla faccia delle allergie e con un brindisi silente a tutti i rosmarini deceduti nel corso degli anni quando affidati alle mie cure.

Jules

Ex Novo: ciliegi a primavera

Progetto senza titolo
Le collegiali del Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei in Giappone mentre provano i kimono. Il Nuovo è sempre all’estero con scambi, viaggi, programmi internazionali

Tra le ultime settimane di marzo e le prime di aprile, in Giappone cade la festa di hanami. Il termine, che significa grossomodo “guardare i fiori”, celebra la famosa fioritura dei ciliegi che trasformano la nazione in una distesa di bioccoli bianchi e rosa. I fiori di ciliegio, sakura, rappresentano la fragilità, ma anche la bellezza e la rinascita annuale della vita. Questo evento attira turisti da tutto il mondo. Si possono guardare foto, leggere resoconti e ascoltare chi è stato così fortunato da andarci, ma sfuggirà sempre qualcosa della delicatezza di questa fioritura. Si può però aggiungere un tassello ai nostri racconti con il romanzo di Makoto Shinkai 5 cm al secondo

Sai, sembrano neve.

Eh? Tu dici?

Uhm. Bah, lasciamo perdere, disse seccamente Akari per poi voltarsi indietro, due passi davanti a me. I suoi capelli castani risplendevano della luce riflessa del cielo, e poi lei pronunciò altre parole misteriose.

Sai, dicono che sia di cinque centimenti al secondo

Eh? Che cosa?

Ragionaci un po’ con la tua testa, Takaki.

Nonostante il suo invito a ragionarci, non ci arrivavo da solo, così le risposi sinceramente che non lo sapevo.

È la velocità con cui cadono i fiori di ciliegio. Cinque centimetri al secondo. […] la pioggia va a cinque metri al secondo. Le nuvole a un centimetro al secondo.

Takaki e Akari vanno alle elementari insieme e, anche se forse sono troppo piccoli per la parola “amore”, sono innamorati l’uno dell’altra. Ma entrambi sono figli di genitori che spesso si spostano per lavoro e la loro separazione è inevitabile. Che direzione può prendere la tua vita se vieni allontanato dal tuo primo amore? Cercherai ovunque il suo riflesso o imparerai ad andare avanti pur sapendo che qualcosa ti mancherà sempre?

Makoto Shinkai è diventato famoso anche per il pubblico occidentale dopo l’uscita di Your name nel 2016. I suoi romanzi, sempre tratti o realizzati in contemporanea ai film d’animazione, sintetizzano con le parole la dolcezza e la suggestione delle immagini. L’amore viene trattato in maniera poetica e acquerellata, pare di osservare ipnotizzati le fantasie di un kimono di seta. L’amore di Takaki e Akari è giovane e destinato a durare poco, come la fioritura dei ciliegi o come i fiocchi di neve a cui tanto assomigliano: ma proprio per questo risplende di bellezza e tenerezza e lascia entrambi i protagonisti a desiderare di provare ancora la stessa magia. Anche se i ciliegi fioriscono ogni anno, se si è lontani e senza la persona giusta a fianco non si riesce a vederne il pieno splendore. Sicuramente meno maturo di Your name e con uno sviluppo molto più lento, 5 cm al secondo gioca sulla sensazione e la suggestione data dall’ambiente circostante: i ciliegi, il mare, i grattacieli di Tokyo che scintillano, tutto è specchio, tutto avvolge lentamente nella sottile percezione di assenza che i due protagonisti non finiranno mai di provare, pur sperimentando altri amori. Un romanzo sulla bellezza della caducità, perfetto per queste prime giornate di primavera dove bisogna godersi al massimo le fragili fioriture che durano troppo poco.

Purtroppo non sono mai stata in Giappone. È sicuramente una meta in lista, ma per il momento devo accontentarmi delle narrazioni romanzesche e di collezionare qualche oggetto di abbigliamento come la borsa in cotone di uno yukata che ben si abbina al romanzo. Per questo guardo anche con un pizzico d’invidia le foto delle collegiali del Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei che hanno avuto la fortuna di volare fino là.

Un felice inizio primavera a tutti e buon hanami. Sicuramente anche intorno a voi ci sono ciliegi in fiore da osservare.

Jules

Ex Novo: giovani dottoresse alla riscossa

Copia di Ex Novo
I gruppi di mediche al Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei sono sempre nutritissimi

Ormai ho preso l’avvio sulle figure femminili della scienza. Dopo l’inizio di febbraio fantascientifico e che ritrovate qui, questo mese, per Ex Novo, vi racconto di un personaggio ormai conosciutissimo e amatissimo dal pubblico italiano, complice anche la serie realizzata dalla Rai: Alice Allevi, la specializzanda in medicina legale protagonista della saga di romanzi de L’allieva e creata da Alessia Gazzola.

L’Allieva è il primo romanzo in ordine di pubblicazione di una serie di 7 volumi culminata con l’ultima uscita dal titolo Arabesque. I romanzi si incentrano su Alice Allevi, specializzanda in medicina legale e sulle sue prime indagini. Alice non è la figura che siamo abituate a leggere nelle crime story. Non è una supereroina che parla correntemente 12 lingue, non ha una competenza così particolare e specifica da renderla indispensabile alle polizie di tutto il mondo, non sta scappando da una pericolosa cosca che ha tragicamente segnato il suo passato. È una giovane studentessa normale, anzi un po’ pasticciona, ritardataria, procrastinatrice cronica e molto romantica al limite del naïf. Però, quando ci si mette, conosce il suo lavoro ed e se di super poteri dobbiamo parlare, ha una spiccata empatia che le offre un punto di vista privilegiato sui crimini e le consente di osservare la vicenda in un modo fresco rispetto ai suoi colleghi e anche ai suoi professori. Certo che avere tra i propri tutor un uomo bello e str… indisponente come Claudio Conforti non aiuta di certo ad essere serene ed obiettive sul lavoro.

In auto, Claudio mi osserva dallo specchietto retrovisore; io giaccio sfatta sul sedile posteriore, mentre Ambra non riesce a fare a meno di ammorbarci di chiacchiere.

«Che ti prende?» mi domanda interrompendola

«Niente.»

«Sei stravolta. Lo dico sempre che non sei tagliata per questo mestiere.»

Con un moto di insofferenza metto le mani alla fronte. Sono quasi le due di notte e sto crollando per la stanchezza.

«Non è vero e lo sai. In questi anni ho visto di tutto e ho sopportato qualunque vista e qualunque odore.»

«E allora cosa c’è di diverso questa volta?» incalza lui. mentre Ambra sbadiglia.

«Conoscevo Giulia Valenti, di vista. Non ti capita mai, comunque, di essere colpito da un caso in maniera particolare?»

«Solo da un punto di vista scientifico. Allevi, devi imparare che è l’unico aspetto che ti deve interessare o eserciterai la tua professione senza obiettività.»

La sezione di “mediche” al Collegio Nuovo è sempre parecchio nutrita. A volte, anche solo sentendole ripetere e studiare, qualche nozione ti si infilava in testa: almeno sugli esami più “semplici” potevo far finta di capire qualcosa. Leggendo L’Allieva mi sono venute in mente alcune colleghe di collegio che magari a colazione erano capaci di rovesciare la tazza di latte perché sbadate e poi sul lavoro essere dei medici strepitosi. Nessuna ironwomen, ma persone preparate, intelligenti e appassionate.

Alice Allevi, come personaggio, un po’ divide il pubblico dei lettori. Certo, fa tenerezza con le sue distrazioni, si tenta di giustificare la sua goffaggine, ma spesso si sente un moto di irritazione nel leggerla. Verrebbe voglia di infilare una mano tra le pagine e darle una sonora scrollata perché, dai, come fai a farti incantare dal tuo capo? E come puoi essere così in ritardo sulla consegna dei tuoi lavori? Non piangerti addosso, accidenti! E poi si capisce il perché di questi moti di fastidio: perché, mediche e non, tutti facciamo o abbiamo fatto quello che fa lei. Siamo state tutte i ritardo, abbiamo tirato lungo un lavoro, siamo rimaste ad autocommiserarci invece di rimboccarci le maniche. Su di noi troviamo giustificazioni, ma leggerle su carta e riconoscersi fa male. Certo, Alice può irritare, ma la sua lettura è sempre piacevole. L’Allieva è un romanzo che scorre veloce, alterna con intelligenza la vita privata della protagonista e il filo dell’indagine intrecciando tutto con equilibrio. Perché Alice, pasticciona quanto si vuole, ha un istinto sicuro e riesce a vedere la verità che sfugge ai colleghi più navigati ed esperti. Basterebbe solo che imparasse a non farsi incantare da un CC qualunque.

Jules

Ex Novo: la scienza non è per donne (?!?!)

Copia di Ex Novo
Al Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei si “spazia” 😀 le Nuovine arrivano addirittura all’Europeans Space Operation Centre

Ci sono alcune attività che le donne, nel sentire comune, non sanno fare o comunque fanno meno bene degli uomini. Un comico italiano le riassumeva in sputare, fumare la pipa e chiudere lo sportello della macchina. Ma alla lista ne vanno aggiunte altre. Guidare e ciò che ha a che fare con i motori; l’idraulica, l’elettricità e tutte le piccole riparazioni di casa; la matematica e le materie scientifiche in generale.

Non raccontiamocela: i pregiudizi ci sono e rimangono.

Frequentando il Collegio Nuovo nei miei primi anni d’università ho avuto modo di vedere smentito, ogni mattina a colazione, questo assurdo cliché. Le colleghe e le amiche che studiavano fisica o matematica non scarseggiavano di certo e hanno, come si diceva quando ero bambina, “bagnato il naso” a parecchi colleghi maschi. Quindi questo mese vi presento un romanzo che racchiude in sé tutta la summa dell’impossibile: è fantascientifico, è scritto da una donna, e l’autrice è italiana altro elemento che non sempre si sposa con il genere. In onore di tutte le donne che si avventurano nel campo (fanta)scientifico e come omaggio alla grande Ursula K. Le Guin recentemente scomparsa, oggi parliamo di Quando nascesti tu, stella lucente di Nadia Tarantini ed edito da L’Iguana Editrice.

Fu all’inizio del terzo millennio, intorno al 2045. L’aria divenne pesante, irrespirabile nella maggior parte delle terre. Nelle principali città si usciva con una maschera antigas, e anche nelle campagne, arrivati al mezzogiorno, ci voleva un riparo. In alcune ore era impossibile stare all’aperto: la rarefazione dell’aria si combinava con i raggi di un sole malato e produceva eczemi immediati in ogni porzione di pelle visibile, catarri improvvisi e soffocanti, allergie a ripetizione. Si decise di accelerare e ampliare un progetto che era già allo stadio sperimentale. Costruire una Grande Calotta nel continente che più soffriva del cambiamento climatico e della miseria endemica. Una terra ormai quasi desertificata; le antiche foreste e savane mangiate dall’avidità e dal disprezzo della vita umana.

Il mondo è andato incontro ad un tremendo disastro ambientale. L’avanzata tecnologia della Grande Calotta tiene al sicuro gli esseri umani rimasti; ognuno di loro vive diverse vite e reincarnazioni acquisendo quante più conoscenze e memorie possibili. Dopo svariate incarnazioni, Marcela è arrivata al suo trentesimo anno d’età nella sua diciassettesima vita ed è giunto il momento per lei di fare la Scelta: potrà entrare nei Cubi, dove vivrà in eterno e le sue conoscenze verranno utilizzate per il bene futuro, oppure potrà continuare ad esistere come essere umano andando però incontro all’invecchiamento e alla morte. Potrebbe sembrare una scelta quasi ovvia: chi vorrebbe invecchiare e morire? Eppure Marcela viene in contatto con i Sepolti, anziani non innestati nei Cubi e che pare sappiano cosa si nasconde dietro il Grande Disastro che ha portato il pianeta sull’orlo del tracollo.

Questo romanzo ha un grosso impianto tecnologico. I rulli di movimento di asimoviana memoria, la telepatia avanzata, i Cubi… sembrano quasi dipingere un pianeta e una società aridi e votati al progresso. L’autrice fa però un grosso lavoro a livello psicologico dei personaggi. L’ultimo anno prima della Scelta solletica quelli che sono i sentimenti base di ogni essere umano, antico o moderno che sia: il desiderio di maternità, il dubbio di fare la cosa giusta, la gelosia e l’attrazione quando un individuo da fuori la Calotta viene a rimescolare la vita di Marcela. In un’epoca assolutamente futuristica persiste il culto della Dea Madre in una tendenza per il ritorno alla spiritualità della natura che smorza e movimenta la scienza imperante.

Leggendo questo romanzo complesso e da linguaggio corposo e nutriente, ci si accorge che Nadia Tarantini ha realizzato un’epopea fantascientifica dal gusto umano e di forte empatia; la scienza non deve necessariamente essere fredda e queste pagine dimostrano come le donne riescano alla grande anche nelle categorie meno usuali. E l’autrice, come tante altre donne, conferma il fatto che, forse, le uniche attività in cui davvero siamo negate è sputare, fumare la pipa e chiudere bene lo sportello della macchina. Ma solo forse.

Jules

Ex Novo: i saldi da Zola ai tempi moderni

Progetto senza titolo(1)
Non ci si merita un po’ di shopping per iniziare bene l’anno? Qualche accessorio nuovo, una maglia che dimostri chi siamo… peccato non aver avuto questa maglietta quando ero al Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei

Oggi non sarà il Blue Monday, ma ricominciare (per chi si è fermato) dopo due settimane di festeggiamenti quasi continui non è affare da poco. Magari qualcuno è già caduto nella temibile sessione d’esami di gennaio! Che cosa può tirare su e aiutare a superare questo primo lunedì del 2018? I saldi, ovviamente!

Nessuna delle lettrici arricci il naso infastidita da questo cliché donna=saldo. E nemmeno i lettori, perché so da fonti sicure che anche il sesso maschile non è immune dai grandi cartelli rossi con le percentuali in negativo.

E non pensiamo neanche che questo fenomeno di accaparramento sia figlio di questi debosciati tempi moderni, di questi decenni superficiali. Perché le svendite e i grandi magazzini hanno un illustre romanziere che ha dedicato loro un capitolo di una delle più importanti saghe degli ultimi due secoli: per questi giorni di saldi, parliamo di Al paradiso delle signore, undicesimo capitolo della saga dei Rougon- Macquart di Émile Zola.

Il romanzo si incentra su Octave Mouret, scaltro e sanguigno provenzale che apre, nella Parigi di fine Ottocento, l’antenato dei nostri moderni centri commerciali, appunto “Il paradiso delle signore”. Giunge a cercare impiego presso il magazzino Denise, giovinetta di campagna rimasta orfana e con due fratelli al seguito affidati alle sue cure. La ragazza è timida, impacciata e nipote di uno dei bottegai di quartiere che si vede ormai andare in rovina a causa del nuovo e spregiudicato modo di condurre gli affari di Mouret. Una storia d’amore tra i due sembra impossibile e fuori da ogni logica: Mouret la trova piuttosto insignificante, da principio,  e la povera Denise deve difendersi dal mobbing da parte delle colleghe e dell’amante del padrone, Madame Desforges. Eppure Mouret perde la testa per la rettitudine e la viva intelligenza della ragazza che, dopo lunghi tentennamenti ed esami di coscienza, decide di convolare a nozze con il suo padrone.

La BBC ne ha tratto uno sceneggiato in due stagioni. Uno sceneggiato molto, molto, molto bello. Non a livello di Downton Abbey, ma si tratta di un ottimo adattamento dell’opera. La storia viene spostata in Inghilterra, ammantata di maggiore perbenismo (la BBC non poteva certo riprodurre le deprecabili e dissolute usanze francesi di metà Ottocento) e Denise, per incontrare i gusti del pubblico moderno, viene privata della fragilità zoliana e diventa una brillante ed indipendente maga del marketing e del merchandising. Le sue esitazioni nella relazione con Morey (anglismo per Mouret) non sono date dal decoro e dal buon costume, ma dal desiderio di mantenere la sua indipendenza: una store manager in carriera con idee assolutamente all’avanguardia.

Il protagonista, del romanzo e di questi primi giorni di gennaio, è il Paradiso, il grande magazzino. Zola lo dipinge come una macchina, un nuovo luogo di culto dove le donne vengono irretite e coinvolte in orge di acquisti dal sapore quasi di baccanale. “Il Paradiso” è una forza prepotente, oscura e totalizzante della vita di Parigi: assorbe e strappa tutto intorno a sé. Mangia le vecchie botteghe che vengono assorbite per la continua espansione; strappa ai bottegai del commercio al dettaglio ogni ragione e possibilità di vita; strappa persino la vita alla cugina di Denise, abbandonata dal promesso sposo perché invaghito della scostumata Claire, commessa del grande magazzino. Eppure è una forza inevitabile ed inarrestabile come il progresso.

Dio mio! Quanti dolori! Quante famiglie che piangono e quanti vecchi gettati sul lastrico! Quanti spaventosi drammi e rovina e miseria! E lei non poteva salvare nessuno e sentiva dentro di sé che tutto ciò accadeva per il bene: che ci voleva quel mucchio di miserie per la salute di Parigi.

Possiamo storcere il naso e deprecare questa ressa nei negozi, ma ci caschiamo tutti. Aspettiamo sempre questo periodo per poterci aggiudicare quella maglietta tanto carina, ma finché non cala del 30% titubiamo nel comprare. Zola fornisce un illustre modello al quale rifarsi e al quale pensare, perché no, con un pizzico di snobismo, mentre giriamo tra le affollate corsie, sperando che nessuno si sia portato via l’ultimo modello con la nostra taglia.

Jules

Ex Novo: dicembre, andiamo, è tempo di far festa

Copia di Ex Novo
Dicembre è periodo di feste a Pavia. Sfogliando vecchi scatti di quando con le Nuovine si andava al ballo… non stavamo solo chine sui libri

La scansione degli anni universitari, verità risaputa e conclamata, è data dalle sessioni d’esame. Quella per me più terrificante era a gennaio: significava passare il periodo natalizio con l’occhio della mente focalizzato sui tomi che aspettavano sotto l’albero. Il problema maggiore era che dicembre, a Pavia, per me era periodo di feste. Tutti i collegi organizzavano qualcosa, dal ballo più formale con quartetti d’archi, a serate più scatenate. Serate che necessitavano preparazione, come ogni ballo che si rispetti, e tempi di smaltimento nei giorni successivi. Ho sempre amato le colazioni delle mattine dopo una festa: eravamo ancora tutte con i capelli parzialmente in piega e il trucco tolto male e di fretta, qualcuna ancora con gli orecchini e lo smalto, ma in pigiama e poco propense a parlare a voce alta.

Presa da questi ricordi e sfogliando i vecchi album delle foto di quegli anni, ho pensato che la musa perfetta per questo mese di serate scintillanti potesse essere solo uno dei simboli del Novecento, una donna che ha incarnato fascino e seduzione ed è stata fonte di ispirazione per le generazioni a venire: Marilyn Monroe.

1

Ad essere onesta, non ho sempre apprezzato il suo personaggio: la percepivo, come lo stereotipo della bionda svampita e non particolarmente brillante. La bocca così rossa, le forme generose, gli atteggiamenti frivoli non me l’avevano mai fatta amare.  Per fortuna sono incappata in Goodbye Marilyn, una graphic novel scritta da Francesco Barilli e illustrato da Sakka per Becco Giallo edizioni, che sviluppa un interessante presente alternativo: e se Marilyn fosse sopravvissuta alla fatidica notte del 4 agosto 1962 e, ormai novantenne, avesse deciso di rilasciare un’intervista?

La premessa a tutta la narrazione è che Marilyn, dopo essersi salvata da quella notte di barbiturici, si sia ritirata dal palcoscenico e abbia scelto di vivere una vita completamente isolata senza mai rilasciare commenti o interviste. Intenerita da un ritratto fattole dalla figlia di un giornalista italiano, sceglie di rompere questo pluridecennale silenzio e concedere un incontro. La narrazione non si snoda in lineare ordine cronologico. Si salta avanti e indietro, si mostrano stralci di eventi storici, di ricordi personali, di abitudini di trucco e si glissa, talvolta, su argomenti scottanti. Il meccanismo è esattamente quello che potrebbe mettere in atto una vecchia signora nel ricordare la propria vita. Con una narrazione molto intimista, scopriamo una donna che, ben lontana dall’incarnare l’oca bionda, è stata schiacciata dallo star system: il suo pretendere uguali compensi tra attori e attrici, la sua necessità di conoscere a fondo i registi con cui lavorare, il vezzo dei ritardi e dei “capricci” richiesti per incarnare un mito l’ha portata all’estromissione. Emerge una donna pacata, fatta di insicurezze e fragilità, ben sottolineate dal tratto grafico di Sakka (Roberta Sacchi): Marilyn risulta sottile, eterea, quasi il parto di un sogno.

Per questo mese, oltre a prendere idee sul suo make up per fare le labbra rosse e sensuali, ricordiamo che Marilyn è stata una figura diversa da quella da sempre proiettata nell’immaginario e ben lontana dal riassumersi nella scena della gonna bianca che si solleva al passaggio della metropolitana. Anche se un po’ di leggerezza non fa male e va bene ricordare che i diamanti restano i migliori amici di una ragazza.

Jules

Ex Novo: una magione emerge della nebbie

Copia di Ex Novo
Il Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei emerge dalle nebbie, proprio come la tenuta di Menderley

Sono una ferma sostenitrice delle stagionalità dei romanzi. Non tutti i titoli si prestano ad essere letti indifferentemente in estate o in inverno. Questo inizio novembre con il cambio dell’ora, Halloween appena passato ma ancora nell’aria, ispira la lettura di romanzi gotici, horror e del mistero. I grandi classici del periodo che dominano incontrastati i comodini e le borse dei lettori sono, in larga parte, Dracula, Frankenstein, Necronomicon vari e declinazioni sul genere di castelli in rovina e spiriti arrabbiati. In questo periodo sono incappata in un romanzo che tutto mi sarei immaginata meno che noir e profondamente inquietante: La prima moglie di Daphne du Murier

Egli non m’avrebbe mai amata, perché c’era Rebecca. Come aveva detto la Danvers, ella era nell’ala a ponente, nella biblioteca, nella stanza a mattina, nella galleria dei menestrelli. I suoi passi risonavano nei corridoi, il suo profumo impregnava l’aria. La servitù obbediva ai suoi ordini ancora, i cibi che mangiavamo erano i suoi preferiti. La signora de Winter era ancora Rebecca. Qui io ero un’intrusa.

Una giovane dama di compagnia in vacanza con la propria signora sulla riviera francese, incontra l’affascinante Maxime de Winter. È proprietario della ricca tenuta di Menderley ed è ancora in lutto per la perdita della moglie, la bellissima Rebecca morta in un incidente nautico pochi mesi prima. La giovane resta stregata da questo gentiluomo e intrigata dai suoi silenzi e dai modi a volte bruschi (che volete? Erano gli anni Trenta): quando poi lui le chiede di sposarlo le sembra di vivere un sogno. Quello che non immagina è che da lì in poi si aprirà per lei un periodo di continuo confronto con la defunta Rebecca, a lei tanto superiore. Istigata dalla devota governante, Miss Danvers, sprofonderà in giorni di continua paura, mentre i passi della prima moglie non smetteranno di riecheggiare tra i corridoi della dimora.

Sono partita molto prevenuta. Me ne avevano fatto una sinossi molto fuorviante, del tipo “lei sposa un vedovo, lui è ancora ossessionato dalla prima moglie”: mi aveva indotto ad immaginare una storia di tremori e svenimenti, lunghi pianti e corsetti sempre più stretti e invece sono rimasta agganciata dopo le prime sette righe (ed è veramente un caso raro). Tutta la storia svolge un sottile e realistico gioco psicologico sul senso di inferiorità e piccoli e ben mirati indizi mettono il lettore sull’avviso per indicargli che la realtà è ben diversa da quella percepita dalla protagonista. C’è un mistero torbido dietro la morte di Rebecca e la tenuta di Menderly e la natura intorno risultano protagonisti in primo piano. Il cupo brontolio del mare, le nebbie persistenti anche in estate e la natura quasi aggressiva che circonda la casa, stringe i personaggi in un angolo isolato e quasi claustrofobico, una situazione dalla quale non sembra esserci possibilità di risoluzione.

Hitchcock ne ha tratto anche uno splendido film nel 1940 con Laurence Olivier nel ruolo di Maxim de Winter. Perfetto da guardare in queste domeniche.

Da studentessa ho un preciso ricordo del Collegio che emerge dalle nebbie nelle mattine di novembre: arrivando in bicicletta si riuscivano appena a distinguere i contorni, là in mezzo alle nebbie padane. Un po’ come arrivare alla propria personale Menderley, anche se, sicuramente, con molta meno apprensione dei protagonisti del romanzo.

Jules