Ex Novo: per il cambio di stagione

Oggi è una giornata difficilissima: questo week end è cambiata l’ora. Certo, la sera c’è più luce, non serve bardarsi per uscire, ma non dimentichiamo che si dorme un’ora in meno. E con il cambio di stagione in agguato (non solo quello dell’armadio, anche quello personale) la fatica si fa sentire. La gravità del letto sembra aumentare.

Per contrastare il problema ci sono vari rimedi: chi si affida allo sport per aumentare endorfine e senso di energia. Chi inizia le diete detox per liberare il corpo dalla pesantezza dell’inverno data dalla polenta. Chi prova con la meditazione e chi si impegna a praticare il work-life balance. In Collegio Nuovo lo sanno bene, e i consigli rivolti soprattutto a chi si spostava per master o erasmus, (ma anche applicabili per il difficile transito primaverile) non sono mai mancati: prenditi cura di te stessa. Mantieni degli orari, delle abitudini e dei momenti piacevoli. In altre parole, non farti prendere dalla frenesia che finisce per ledere sia te stessa, che la tua produttività.

E poi c’è chi si affida ai ricostituenti, naturali o chimici che siano. Alcuni danno tali sferzate di energia da parere quasi dei rimedi miracolosi. Proprio su uno di questi ricostituenti si basa il romanzo “Il rimedio miracoloso” di H.G.Wells.

«Vedi», disse mio zio in un lento bisbiglio confidenziale, con gli occhi ben spalancati e la fronte aggrottata, «è gradevole per via di» (e qui nominò un ingrediente che aggiungeva sapore e un’essenza aromatica), «è stimolante per via di» (e qui nominò due tonici molto efficaci, uno dei quali ha una decisa azione sui reni). «E poi i» (e qui nominò altri due ingredienti) «lo rendono piuttosto inebriante. Fa rizzare la coda. E poi c’è» (ma qui sfioro il segreto essenziale). «Eccoti accontentato. L’ho preso da un vecchio libro di prescrizioni…»

L’Inghilterra vittoriana offre molte possibilità. Innovative tecnologie, persone energiche e con uno sguardo rivolto prepotentemente al futuro, la pubblicità, il nuovo che avanza sono un fertile humus per chiunque abbia abbastanza spregiudicatezza per approfittarne. George Ponderevo, figlio di una governante, viene colpito da questa “forza obliqua” del progresso che lo rapisce al suo ceto sociale e lo innalza a vette che mai avrebbe immaginato: essere il braccio destro di suo zio, farmacista e inventore di un tonico eccezionale, il Tono- Bungay. Da queste boccette di ricostituente scaturisce il loro successo e diventa inesauribile fonte di denaro, di progetti e nuove possibilità. Però, si sa, quando si sale così in alto e così in fretta, le cadute possono essere molto dolorose.

Di imperi finanziari che si basano su una bevanda dalla composizione misteriosa ne abbiamo esempi concreti in ogni scaffale di un supermercato. “Il rimedio miracolosoha una composizione complessa: c’è analisi sociale, politica, amore, riflessioni filosofiche, autobiografia il tutto bilanciato da un pizzico di humor. Dickensiana a tratti, questa biografia narrata da George in prima persona si può leggere come un grafico di borsa, fatto di vertiginose salite e rovinose cadute. Tutta l’impresa commerciale del Tono- Bungay sarebbe impossibile senza lo zio di George, Edward Ponderevo. Edward è un visionario, un istrionico imbonitore di fiera che richiama le signore decantando le meraviglie di un prodotto che, a conti fatti, è inutile. Sfruttando una vecchia ricetta con qualche aggiustamento mette sul mercato un tonico miracoloso che è solo il primo mattone di un impero finanziario luminoso quanto falso. George di questo è ben consapevole e si esprime in maniera molto severa nei confronti dello zio: sa che non ha creato nulla di nuovo e di buono e senza la spinta propulsiva della pubblicità non avrebbe avuto tutto questo successo. George è proprio l’ingrediente di bilanciamento di questa avventura. Con studi solidi alle spalle, una simpatia per il socialismo e un certo cinismo nell’osservare la vita sin dalla prima infanzia, pur disprezzando questo commercio di acqua tinta e tutto il baraccone che si è creato sulle sue spalle, cerca di organizzare e gestire con metodo l’affare e le consociate del Tono- Bungay. Senza però mai trarne un reale piacere se non quello effimero che danno i soldi e che gli consentono di cercare la propria curva ascendente in un’attività molto più nobile del commercio: il volo. Spericolato avventuriero di quest’arte e ideatore di palloni aerostatici e deltaplani, si sforza in ogni modo di alzarsi da questa terra, di sorvolare su questa società disgraziata e senza valori.

Il rimedio miracoloso è una storia di salite e di discese. Tutti provano a modo loro a innalzarsi seguendo i valori che più si confanno ai loro interessi. Lo zio Edward con i soldi, George con il volo, Beatrice, la giovane e sempiterna passione di George, con l’amore. Tutti sembrano staccarsi dal suolo per poi rovinare. E la loro caduta dipende sempre dall’ingrediente segreto che non può mancare in un prodotto simile: questa bieca forza obliqua che strappa qualcuno dal proprio ruolo e dal proprio ceto sociale e lo costringe (o gli offre la possibilità a seconda dei punti di vista) a giocare in un ruolo che non è il suo non è ben chiaro quale sia. Potrebbe essere il destino, intraprendenza, fortuna, casualità, progresso. Ma se ne fossimo certi non sarebbe davvero un ingrediente segreto.

Dopo tutti questi rimedi suggeriti non potete che affrontare il cambio di stagione con le giusta energia.

Jules

Ex Novo: quanto è bella primavera che si fugge tuttavia

Marzo richiede che tiriamo fuori la testa dal piumone. Se anche (come la sottoscritta) non vi siete ancora liberati dell’influeza e se anche le prime avvisaglie del cambio di stagione si stanno facendo sentire, l’aria tiepida tira tentatrice verso l’esterno. Meglio ancora, verso l’estero in cerca di mete in cui potersi scrollare di dosso il grigiume e l’apatia che i mesi invernali ci lasciano in regalo.

Dai tropici al giardino del Collegio si assiste ai primi risvegli

Non che in Collegio Nuovo si stesse mai troppo in letargo: tra gente che andava e veniva, partiva e ritornava dalle varie mete di intership, Erasmus, scambi e viaggi studio non c’era periodo di restare troppo ferme: l’esotico ha sempre chiamato. Tendenza che non è cambiata con gli anni a giudicare dalle foto che arrivano da ogni angolo del globo. E anche chi è rimasta in un pezzetto di pianeta più vicino non mostra certo di aver bisogno di uscire dal torpore. Ma se ci fosse qualcuno con una certa necessità e motivazione a ripartire con la bella stagione, ecco il romanzo che può fare al caso suo: “Il club dei nevrastenici” di René Dalize.

Nei 135 articoli del regolamento del Club che aveva minuziosamente redatto, Archibald aveva esposto le sue idee al riguardo. E tra queste vi era la convinzione che per gli stanchi intellettuali e per gli artisti la vita notturna fosse preferibile a quella del giorno. La luce abbagliante del sole esasperava infatti un sistema nervoso che al contrario si schiudeva discretamente sotto i raggi della luna.

È il 1915 e, dalla Cina, arriva una violenta pestilenza. Parigi è nel caos. Chi cerca di emigrare, chi teme ogni colpo di tosse o vertigine. In mezzo a questo trambusto, c’è un gruppo di imperturbabili gentiluomini e gentildonne che non temono il morbo: il club dei Nevrastenici. Tutti non sposati, indipendenti, con sacro orrore delle responsabilità e di qualunque forma di movimento, si crogiolano nel languore e nel cinismo. Non fosse per una misteriosa missione affidata al loro segretario generale, Alain-Claude Morcœur, chissà? forse penserebbero addirittura al suicidio pur di non dover affrontare la peste. Dal vecchio continente fino alle Antille alla ricerca di una giovane creola, il raffinato gruppo affronta le vicissitudini più assurde, sempre con lo snobismo che distingue la buona società parigina. Una pestilenza, un vulcano o un naufragio non sono buoni motivi per perdere il controllo o per non cambiarsi di toeletta nel pomeriggio, che diamine!

Pubblicato nel 1912 a firma (sotto pseudonimo) dell’autore amico di Apollinaire, il romanzo d’avventura parte con un rifiuto verso la società e la natura. I Nevrastenici si isolano tramite oppiacei, l’alcol, con la razionalità filosofica, ma tutti si sentono a disagio nella moderna Parigi. La luce del sole li disturba e non consente loro di uscire, il movimento, fosse anche per attraversare una piazza, crea ansia, il lavoro e le responsabilità, come quello di crearsi una famiglia, possono causare l’espulsione dal club. La peste che travolge Parigi sembra offrire una buona scappatoia da questa vita che causa solo invincibile languore. Ma la missione di ritrovare una parente illegittima che vive nelle Antille è una buona via di fuga. I Nevrastenici decidono quindi di intraprendere questo viaggio rimandando il suicidio collettivo che avevano organizzato con cura.

Ma fuori Parigi li aspetta la natura. Una natura, da principio, rifiutata, visto che alla prima traversata oceanica il mal di mare li spinge a tornare indietro, ma poi affrontata e capita. I raffinati Nevrastenici passano attraverso un naufragio (causato in parte dal filosofo del gruppo che spinge il capitano dell’imbarcazione a dubitare di se stesso), a una traversata della foresta amazzonica, all’eruzione di un vulcano. Il crescendo di difficoltà, alle quali si intreccia anche la lotta contro un disonesto e truffaldino parente di Morcœuer, porta i Nevrastenici a sentirsi meglio. Le emicranie, le dipendenze e la spossatezza che li accompagnavano a Parigi, a contatto con la natura e con situazioni spartane, scompaiono e in loro si riaccendono desideri e passioni che cozzano con il ferreo statuto del club. Echeggiante con la filosofia di Rousseau, a tratti con sentori del Candido e con una deliziosa ironia che anticipa il migliore Wodehouse, Il club dei Nevrastenici inneggia all’armonia tra uomo e natura: solo in essa si può trovare la vera salvezza.

Con la stanchezza di stagione può coglierci un pericoloso languore. Ma se i Nevrastenici ce l’hanno fatta a superare la loro indolenza, allora per noi sarà una passeggiata fare il primo passo fuori dalla porta. Come diceva Bilbo, è sempre quello il più pericoloso ma promettente.

Jules

Ex Novo: quante maschere a febbraio

Febbraio è il mese del Carnevale. Febbraio vola via veloce. Febbraio ha i primi soli malati. Febbraio ti vizia con le frittelle e le chiacchiere. Febbraio è burlone e anche se vestito in maniera variopinta ti tormenta con le ultime influenze. Febbraio è poliedrico e multisfaccettato, indossa una maschera per ogni occasione. Febbraio, quando sei all’università, ti accoglie sfinito dopo la sessione di esami, ma ti aspetta con l’apertura dell’anno accademico e le nuove lezioni. Febbraio è come l’insegnante sorridente che ti appioppa tre versioni di greco per il giorno dopo. Insomma, io di febbraio non mi fido: ha troppi aspetti, troppe personalità. Devi far fronte a molte cose, devi essere guitto e anche santo, godereccio e morigerato. Ci vorrebbe quasi la capacità di essere in più posti contemporaneamente, di avere una borsa sempre pronta con dentro il necessario per ogni avventura, pronta a fronteggiare la nuova testa dell’Idra di Febbraio. Per fortuna c’è un’eroina che sembra fatta apposta per entrare nella giusta atmosfera per gareggiare con questo mese: sto parlando di Lily Bells e delle sue straordinarie bilocazioni uscite dalla penna di Valentina Ferri ed edito per L’Iguana Editrice.

Anche le Nuovine si bislocano 😀 un po’ qui nei corridoio del Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei e un po’ nell’antica Roma con il toga party

Lily Bells disegna tappezzerie e tessuti a tema volatili che purtroppo nessuno vuole acquistare; organizza ogni giorno feste di compleanno per dei bambini immaginari; si prende cura dei gatti di tutto il vicinato; adora indossare la guêpière (e da qualche parte ha anche nascosto il frustino); ha questo straordinario potere delle bilocazioni, ovvero di essere in due posti allo stesso momento. Influenzata dalle sue letture serali e dalla sua passione per le vite delle sante, può sdraiarsi a letto e trovarsi catapultata nella Spagna di Filippo IV; essere rinchiusa in un sotterraneo e rischiare di il rogo come strega dopo aver ballato un fandango in un’equivoca taverna. Lily ha un borsa che fa invidia a Mary Poppins con all’interno

Una bussola. Ah, questa è fondamentale, sa. Di questi tempi, di quando in quando (ma solo di quando in quando) mi perdo. Deve essere il cambio di stagione, con queste luci che variano dal mattino al pomeriggio e che mi lasciano un poco disorientata. Così, ecco la bussola. […] «Spago, un bel gomitolo grosso. Un maglione di lana di pecora scozzese. Due scatole di fiammiferi lunghi. Un coltello da cucina (avrei preferito un coltellino di quelli svizzeri, con le lame che escono, scattano e poi spariscono, ma non l’ho trovato da nessuna parte). Un astuccetto di seta gialla ricamata a ideogrammi con set di aghi, filo lilla e verde muschio, spille da balia e un ditale di plastica made in china. Poi le spiego a che mi servono. Una confezione di brioches alla marmellata a lunga conservazione (queste sono per me: io sono di una golosità irrefrenabile) una scatoletta di dadi vegetali senza glutammato, un quaderno a quadretti di 4 mm con la copertina rigida, due penne a sfera blu. Poi… vediamo… ah, sì: una giacca impermeabile rossa, utilissima in caso di pioggia, con chiusura a doppia fascia elastica e velcro superadesivo. C’è anche un piccolo mappamondo di cartapesta, guardi un po’ qua se non è carino. E poi… Ah, ecco. Tre bustine di tè al bergamotto e quattro scatole di croccantini al fosforo per gatti in crescita.

Lily Bells è il prototipo dell’eroina stramba, la vicina un po’ pazzerella che sembra agire spinta dal vento dispettoso di Carnevale, ma che in realtà è molto più preparata di noi ad affrontare situazioni impreviste. Febbraio richiede immaginazione e adattamento e leggere un po’ di Lily può solo che aiutarci. Prendete esempio da lei nel buttare in borsa le cose che vi servono per la giornata.

Per fortuna, anche al Collegio Nuovo, non manca quel pizzico di fantasia e di multisfaccettatura che permette di correre attraverso febbraio: un mese che passa alla velocità della luce e comincia a ricordarti che il letargo sta per finire. State pronti.

Jules

Ex Novo: a gennaio mi iscrivo in palestra

Quali sono le frasi che sentiamo dire più spesso?

“Non ci sono più le mezze stagioni”.

“Ma che ne sanno i 2000?”

“E allora il PD?”

“A gennaio mi iscrivo in palestra”

Non dite che in questa prima settimana del nuovo anno non avete ancora sentito qualcuno, pieno di buone intenzioni e cotechino fino alle orecchie, pronunciare questa fatidica sentenza. Gennaio porta la voglia di lasciarsi alle spalle le vecchie cattive abitudini e il vecchio confortante grasso. Gennaio ispira pensieri salutisti suicidi, fa dichiarare con orgoglio di aver pranzato con una centrifuga di broccoli e pompelmo, fa venir voglia di fare tutto per bene.

Circa metà della mia vita è stata dedicata a uno sport che ho amato tantissimo: la pallavolo. Scelta condivisa, tra l’altro, da un buon 80% della mia generazione perché tutte guardavamo i cartoni con Mila e Mimì e volevamo fare i palleggi alla velocità della luce e stare in aria mentre il fuoco ribolliva in fondo ai nostri occhi. Quando ho iniziato l’università ho continuato a giocare nella squadra del Collegio Nuovo perché a Pavia si disputava il torneo intracollegiale che dava il via ad accese rivalità che non si vedono nemmeno nelle gare di canottaggio tra Yale e Harvard. I tornei coprivano buona parte degli sport e il collegio che collezionava più vittorie si aggiudicava il Coppone. Avere il Coppone in Collegio era motivo di vanto e lo si dichiarava con lo stesso orgoglio con cui la McGranitt sfotte Piton quando Grifondoro vince il torneo di Quiddich. Tra gli sport non poteva mancare il calcio e poteva contare su un’agguerrita curva di sostenitori e sostenitrici che mettevano nel tifo la stessa passione che anima Nick Hornby nel suo supporto alla squadra del cuore: l’Arsenal.

Foto che ormai rientra nel vintage: 2001, squadra nuovina vincitrice del Torneo Intercollegiale di calcio a sette

Febbre a 90°, dal quale è stato tratto un film con Colin Firth nei panni del protagonista, è una biografia dell’autore vista in relazione e sotto la lente della passione calcistica. Nick Hornby da bambino si appassiona alle vicende della squadra dell’Arsenal e dai dieci anni in poi tutta la sua vita sarà ispirata e condizionata dalle peripezie del club. In continuo parallelo tra le vicende della sua vita e quelle della squadra, Hornby prova a far capire a chi tifoso non è cosa può spingere un uomo a saltare ricorrenze, rifiutare lavori, ignorare gli amici in virtù della programmazione del campionato. Il calcio non è solo uno sport, ma un modello su cui capire qualcosa del mondo e su se stessi. L’Arsenal è per lui uno sprone a pensare che le cose non possano andare male per sempre, il calcio è parte integrante della sua formazione.

“Buona parte della mia conoscenza dei luoghi in Gran Bretagna e Europa non deriva dalla scuola, ma dalle partite fuori casa o dalle pagine sportive, e il fenomeno degli hooligan mi ha fornito sia un certo gusto per la sociologia che un certo grado di esperienza sul campo. Ho appreso il valore di investire tempo ed emozioni in cose che non sono io a controllare, e di appartenere a una comunità della quale condivido le aspirazioni in maniera totale e acritica. E la prima volta che andai allo stadio di Selhurst Park con il mio amico Rospo vidi un morto, il mio primo e ancora unico morto, e imparai qualcosa, be’, sulla vita.”

Condito da dettagliati riferimenti a ogni singolo incontro dagli anni Sessanta in poi, Febbre a 90° è educazione sentimentale e sociale per l’autore. L’Arsenal pare andare in parallelo con la sua vita, gli tende la mano nel momento del bisogno, lo esorta a ignorare una caviglia slogata pur di andare in tribuna a tifare per il suo club. Come per chiunque abbia una vera passione (al limite dell’ossessivo), il calcio è il punto fisso della sua vita e riesce a far percepire a chi tifoso non è un po’ di questa travolgente malattia. Sempre con la discreta ironia che fa di Hornby un autore piacevole, il romanzo può essere letto anche da chi (come la sottoscritta) di calcio non sa nulla. Per ricordarsi di fare attenzione ai buoni propositi: non sia mai che da un banale “a gennaio faccio sport” non si trasformi in una divorante e totalizzante passione.

Jules

Ex Novo: rituali di Natale

Il presepe si faceva anche in Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei e ci si sentiva a casa prima di rientrare per le vacanze

Tutti, con l’arrivo delle feste natalizie, abbiamo i nostri rituali. C’è chi, come i protagonisti di Ricordo di Natale di Capote, fanno il panfrutto; c’è chi fa l’albero rigorosamente l’8 dicembre, non prima e non dopo; c’è chi mangia Pan di Stelle solo a dicembre; chi fa i regali in anticipo e chi corre frenetico la sera della vigilia. Quando ero in collegio, dicembre voleva dire programmare il rientro a casa: hai già prenotato il volo/treno? Cosa facciamo l’ultima sera? erano domande che si rincorrevano di frequente. Dicembre era poi il mese delle feste danzanti (e sì, sono demodé apposta) e quindi ci si accordava a quale andare, quanti biglietti comprare, chi si sperava di incontrare. I rituali ci aiutano a sentire l’appartenenza a un luogo o a un periodo particolare. 

Sono passati gli anni e le feste danzanti non sono più parte della mia routine natalizia anche perché, come direbbe la Marchesa Colombi, alla mia età si è troppo vecchi per ballare*.  Però se c’è una costante che non viene mai meno durante il periodo natalizio è quella di avere tra gli autori in lettura Luisa May Alcott. Jo March borbottava che “un Natale senza regali non è Natale” e io esclamo che un Natale senza la Alcott non è veramente Natale. Questo dicembre, per restare in compagnia dell’autrice, ma per allentare un po’ la simbiosi con la famiglia March, è consigliata la lettura di Hospital Sketches edito da L’Iguana Editrice. 

Mi precipitai a casa attraversando la poltiglia di neve dicembrina come se fossi inseguita dai ribelli e, come molte altre reclute, feci irruzione tra i miei familiari con l’annuncio:
-Mi sono arruolata!-
Seguì un silenzio impressionante. Tom, l’incorreggibile, lo interruppe con una manata sulla spalla e l’aggraziato complimento.
-Vecchia Trib, sei un asso!-

Ho sempre pensato fosse un peccato che le opere “spurie” della Alcott restassero nell’ombra di casa March.
Hospital Sketches, ad esempio, non ha avuto edizioni italiane fino ad oggi e il volume, con il testo inglese a fronte, è appena stato pubblicato da Iguana Editrice. Si tratta di una raccolta di lettere scritte durante il servizio sotto le armi. Utilizzando la figura fittizia dell’infermiera Tribulation Periwinkle tra il maggio e il giugno del 1863 la Alcott pubblicò le sue scenette di vita militare sul giornale Boston Commonwealth.  Per tutte le ragazzine ormai diventate donne, ritrovare la penna ironica e scanzonata della Alcott è puro piacere soprattutto per una ragione: vedere Jo March affrontare la guerra, non solo tagliandosi i capelli, ma andando fisicamente incontro al pericolo.L’infermiera Trib è Jo March e la lettura di queste lettere spinge a ricercare i tratti della piccola donna preferita di tutti. I sondaggi non mentono sulla vittoria di Jo rispetto alle altre sorelle. Troviamo quindi una donna con un certo senso dell’umorismo: se in Piccole donne non aveva paura ad indossare un enorme cappello di paglia anche a costo di sembrare uno spaventapasseri, qui appena arruolata assume, in maniera divertente e applicato ai suoi vestiti, il modo di parlare militaresco. Se Jo viveva la guerra da lontano sferruzzando calze e preoccupandosi per le sorti del padre, qui si sporca le mani e si lancia nel pieno dell’azione, mostrando l’empatia riservata alla sola Beth ora applicata a tutti i giovani di ritorno dal fronte. 

Che Natale sarebbe senza la Alcott? Posso continuare la mia tradizione iniziata quando ero ancora bambina. Quali sono i vostri rituali in preparazione alle feste?

Jules

*mi ha sconvolto rendermi conto di questa realtà

Ex Novo: scivolando in letargo

Progetto senza titolo
Il buio di novembre invita ad alternare studio e letture di svago

Con il volume di cui parlerò tra poco si prendono due ricorrenze in una. Anzitutto è ora di Ex Novo, la rubrica in collaborazione con il Collegio Nuovo Fondazione Sandra e Enea Mattei. Il mese di novembre sarà dedicato al tema dell’ozio e del riposo. Quando ero all’università, a novembre si poltriva un po’. Complice la nebbia sempre più fitta fuori dalla finestra, con le prove e le celebrazioni per le matricole terminate e con le feste di Natale ancora lontane, questo mese invitava a stare il più possibile al caldo, alternando lo studio un po’ pigro alle puntate in biblioteca per cercare qualcosa da leggere di svago. Facendo un rapido riepilogo mentale, statisticamente a novembre ho letto i libri più disimpegnati (e a volte vergognosi tanto da non essere mai dichiarati) di tutta la mia vita. Che soddisfazione poter scivolare un po’ in letargo.

Ma si diceva della doppia ricorrenza: oltre a inaugurare il mese con Ex Novo, concludiamo anche il tema della paura che ha portato fino a Halloween. Questo volume è consigliato infatti per curare la paura di restare senza libri. Non so se abbia un nome tecnico, ma non sono riuscita a trovarlo. Se qualcuno ne sa di più o è di forte inventiva e vuole provare a proporne uno, aspetto i commenti. Il volume misterioso, panacea di tanti mali, è Le parole degli altri di Michaël Uras.

Dunque la letteratura è la vita dall’altro lato della finestra. In questo può aiutarci. Perché è quasi la vita. Occorre semplicemente adattare il testo alla situazione. In quel «semplicemente» sta tutto il sale del mio mestiere. Offrire il romanzo o la poesia che, tra milioni di opere esistenti, sappia parlare a un povero essere umano. E non uso il verbo «parlare» a caso. Un testo che ci parla crea una vera e propria intimità col suo lettore.

Yann, un adolescente con il viso sfigurato da un terribile incidente stradale; Robert,  venditore di orologi di lusso consumato dallo stress; Anthony, calciatore francese. Queste persone hanno come punto in comune quello di frequentare tutti lo stesso terapista: un biblioterapeuta, nello specifico, un uomo che aggiusta le persone tramite i libri. Alexandre è l’unico professionista del genere nella capitale francese; i libri occupano tutta la sua vita, lavorativa e personale. Sono anzi troppo ingombranti visto che da poco è stato lasciato da Mélanie, la sua compagna. Forse ha anche lui bisogno di un suggerimento, di libri che lo possano rimettere in sesto. Lui, così bravo a trovare per tutti il romanzo o la raccolta di poesie adatta, si trova nella situazione di essere paziente di se stesso: forse il paziente più difficile con cui avere a che fare.

Lo faccio anch’io, pur senza velleità curative: abbinare il libro giusto al mood, alla situazione, trovare un rimedio tramite le parole. Se un tempo erano i negozi di cioccolato a essere circonfusi di magia, adesso lo sono le librerie, dove luminosi librai, gatti, fanciulle, burberi signori, dispensano consigli e rivoluzionano la vita alle persone intorno a loro. È un messaggio splendido, non starei nemmeno scrivendo se non lo pensassi, ma a volte forse può servire riportare i libri a un livello più materiale. Perché il romanzo di Michaël Uras non ha nulla della patina colorata che potrebbe avere un’ottimista storia americana, e anzi smonta un po’ l’alone magico dato dalle cure librarie. Le parole degli altri mostra come la farmacologia dei libri possa essere tutt’altro che infallibile. Lo stesso Alex, il protagonista, si accorge di come i libri abbiano spinto fuori dalla porta tutto il resto della sua vita e, lungi dal considerare il suo mestiere di bibliopatologo una missione, le restituisce il suo pragmatismo: è un lavoro, un modo per mantenersi. “Un motivo spregevole dal punto di vista filosofico, ma io non vivevo in una manuale di filosofia.” afferma ad un certo punto.

Questo dovrebbe smorzare un po’ la nostra paura di restare senza libri, far perdere un po’ la loro patina lucente e riportarli a un piano più materiale. Senza desiderio di minimizzare o negare il loro grande potere, questo non mi stancherò mai di dirlo e di ripeterlo. E per godersi un libro che parla di libri* proprio mentre ci si prepara al confortevole tepore di novembre.

*il termine “libro” è volutamente calcato, con buona pace di Pennac.

Jules

Ex Novo: la paura fa novanta…libri

Ex Novo
Per ogni malanno la pastiglia giusta o il libro adeguato. E lo schedario della biblioteca del Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei è in grado di affrontare ogni sintomo. P.c. dello schedario Laila Pozzo per il Collegio Nuovo

 

Uno dei miei posti preferiti in assoluto è la biblioteca. C’è chi per sentirsi al sicuro va da Tiffany, e chi si tranquillizza girando tra gli scaffali delle biblioteche. Mi spingerei quasi ad affermare che le biblioteche mi piacciono più delle librerie perché se vedo più di un titolo che mi ispira, lo posso prendere senza sensi di colpa o dovendo fare i conti con il portafoglio. In più lì ho anche il brivido dell’avventura: troverò il libro che cerco oppure no? Sarà al posto giusto o dovrò iniziare una caccia al tesoro per recuperarlo, interrogando le bibliotecarie ed esaminando i segni della polvere?

La prima cosa che ho localizzato quando sono arrivata in Collegio (e dopo aver sbagliato due volte il corridoio per raggiungere la mia camera) è stata la biblioteca. La comodità di averla a pochi gradini di distanza, la possibilità di aggiungere i titoli che mi interessavano alla lista degli acquisti erano fonte di gioia. Per un certo periodo ho anche aiutato aprendola alla sera per i prestiti: in realtà così potevo tenere gli scaffali sotto controllo nel caso di comparsa di nuovi arrivi. Questa rubrica, in fondo, è nata anche per questo: per avere la sensazione di poter ancora arricchire la biblioteca del mio collegio con nuovi suggerimenti e titoli.

Ma ora veniamo al titolo che ricorda sospettosamente uno degli speciali di Halloween dei Simpson. Perché ottobre per me vuol dire che Halloween si avvicina. Ho una serie di rituali: intaglio la famosa zucca Jack O’Lantern (ovvero, scelgo il disegno e guardo chi intaglia), rileggo Dracula di Bram Stoker, faccio dolci alla zucca e castagne e, fedele allo spirito del terrore della festa, leggo libri moderatamente horror. Sono abbastanza impressionabile e capace di avere incubi raccapriccianti anche leggendo Il castello di Otranto.

Come si cura la paura?

Come qualunque saggio o personaggio dei cartoni animati in ruolo di mentore potrà dirvi, la paura è sana perché senza di essa non esisterebbe il coraggio. Non bisogna però lasciarsi sopraffare.

Già. Facile. Ma io che ho paura degli aghi cosa faccio? Non c’è una lettura che mi aiuti a superare questa fobia?

Ci sono due autrici che si sono poste questa domanda in senso molto più ampio ovvero c’è una medicina libresca per ogni malanno? Invece di andare i farmacia*, perché non scorrere gli scaffali delle biblioteca alla ricerca del proprio rimedio? Elle Berthoud e Susan Elderkin hanno quindi realizzato un prontuario Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno. Siete ricoverati in ospedale? C’è una lista con i dieci migliori titoli da leggere su letto reclinabile. Siete in sindrome premestruale? Che pasticcio Bridget Jones vi aiuterà a uscirne. Via così con un rigoroso ordine alfabetico che rende la consultazione immediata potrete trovare il rimedio adeguato a ogni vostro fastidio. Un po’ come il vecchio libro sulle erbe officinali che la nonna teneva in cucina, così questo manuale sarà la vostra salvezza. O la vostra rovina, dipende se vivete vicino a una biblioteca o a una libreria e a quanto la vostra connessione internet è veloce. Dentro troverete titoli che non avevate mai nemmeno sentito nominare e potrete scendere direttamente nella biblioteca del Collegio per cercarli. Se mancano, aggiungete agli acquisti.

Concludo con una domanda per chi avesse voglia di partecipare: qual è la vostra paura? Avete un libro che ve la fa passare? Sappiate che questo mese sarà tutto dedicato alla cura delle paure: a ogni timore, i rimedio letterario adeguato. Senza copiare dalle inimitabili ed enciclopediche Berthoud-Elderkin. Tutta farina del mio sacco.

Un buon conto alla rovescia per Halloween a tutti.

*Attenzione: le righe che seguono non sostituiscono le prescrizioni del vostro medico curante. Se avete l’influenza prendete la tachipirina, non pensate di abbassare la temperatura leggendo i capitoli di Grande Inverno di George R.R. Martin.

Jules