Ex Novo: may the fourth be with you

Mai come quest’anno il 4 di maggio ha avuto un significato speciale. E non parlo solo degli appassionati di Star Wars. Oggi sarà il nuovo capodanno per molti di noi perché dopo due mesi di isolamento si potrà di nuovo uscire, con tutte le precauzioni del caso. Chi ha parecchi congiunti fino al sesto grado si trova avvantaggiato. Chi ha parecchi congiunti ma, come la sottoscritta, è un disastro nel calcolare le parentele, è meglio che si fermi al quinto grado.

La sottoscritta non rientra nella categoria degli uscenti e guarda chi saltella fuori dai duecento metri prescritti pensando magnanimamente di concedere loro un po’ di vantaggio. Un Ex Novo, anche per questo mese, di quarantena: scuole, università e luoghi di cultura sono ancora in attesa del via libera che arriverà in tempi diversi e molto lunghi. Quindi oggi ci prendiamo un po’ di soddisfazione e usciamo anche noi, popolo senza congiunti, per fare un lungo viaggio anche fuori regione. Lo facciamo leggendo Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf edito da Iperborea.

Per fortuna il giardino del Collegio Nuovo offre una bella vista e un bello spazio anche senza dover uscire

Il cielo non era più azzurro, ma si incurvava sopra di lui come una coppa di vetro verde. Il mare era bianco latte. Fin dove arrivava lo sguardo, si vedevano rotolare piccole onde bianche con scintillii argentei sulla cresta. Sparse in tutto quel bianco c’erano le tantissime isole dell’arcipelago, nere come il carbone. Sì, persino le case, le chiese e i mulini, in genere bianchi o rossi, si stagliavano neri sul cielo verde. Al ragazzo sembrava quasi che gli avessero cambiato la terra sotto i piedi e fosse arrivato in un altro mondo.

Nils Holgersson è un ragazzino svedese: non è un gran lavoratore, non è particolarmente osservante dei Comandamenti e si comporta male con gli animali. Oggi lo si definirebbe “iperattivo”, ma nei secoli passati un bambino simile spezzava il cuore a una madre e rendeva un padre preoccupato del futuro della propria fattoria. Un giorno Nils, riesce a evitare la noia della Messa, ma mentre sta pensando di svignarsela per sparare con lo schioppo del padre, ecco che vede un folletto. In Svezia sono abbastanza comuni e se li si lascia in pace, proteggono la casa e i loro occupanti. Nils, immemore di questi racconti, ma desideroso solo di farsi rivelare la posizione del tesoro del folletto, cerca di intrappolarlo. Ma la cosa non va come lui aveva previsto e il bambino viene tramutato a sua volta in un folletto. Nel tentativo di fermare Mårten, il loro papero bianco e maestoso che scappa per migrare con le oche selvatiche, Nils (ribattezzato Pollicetto) inizia un fantastico viaggio per la Svezia. Sotto la guida della saggia e vecchia oca, Akka del Kebnekajse, imparerà la bontà d’animo e l’altruismo, alla ricerca di un modo per spezzare l’incantesimo che lo ha reso alto come un ditale da cucito.

Nils accompagna i lettori adulti e bambini alla scoperta della Svezia sotto ogni punto di vista. Ogni tappa del viaggio è dettagliatamente spiegata dal punto di vista geografico, naturalistico e artigianale/industriale. Invece di scrivere, come nei migliori sussidiari della nostra infanzia (perché io ho fatto scuola con ancora il sussidiario), che nello Jemtland ci sono i monti Frostviksfällen è molto più poetico e divertente sapere che sono stati messi lì dal dio Asa-Thor per mostrare tutta la sua forza ad una coppia di Giganti. Invece di fare una noiosa lezione sulle risorse minerarie di Falun è meglio raccontare di come la figlia del Gigante rivelò al contadino di come arrivare ai filoni di rame sotto la montagna.  Profondamente legata alla spiritualità pagana e al ricco bagaglio di leggende della propria terra, l’autrice fa corrispondere ad ogni tappa del viaggio leggende, storie, racconti di usi e costumi e feste popolari, il tutto incorniciato da descrizioni naturalistiche di struggente bellezza.

Per noi che siamo ancora a casa, pagine simili sono un toccasana perché fanno respirare le fresche arie del Nord e abbattono le pareti di case che ormai conosciamo molto bene. Speriamo sempre che ci sia un folletto pronto a proteggerci casa.

Jules

Ex Novo: torneremo a stare vicini, ma nel frattempo…

Inutile dire che questo periodo porterà grossi cambiamenti nella vita di tutti. Non parlo di quelli massicci che andranno a influire sul lavoro e le nostre sicurezze: sono appannaggio personale di ciascuno di noi. Parlo delle cose minute, settori e argomenti a latere di cui ora non siamo consapevoli e che non è nemmeno così urgente identificare; ma ci saranno.

Per fare qualche esempio: probabilmente ci abitueremo a starnutire nella piega del gomito e non più portando la mano davanti alla bocca. Lavarsi le mani avrà acquisito una gestualità frutto delle numerose filastrocche e canzoni (anche per adulti) che ormai imperversano. Saremo più attenti e modulati nel fare le spesa. Avremo tutti imparato a fare il pane.

Di conseguenza: affronteremo una crisi mondiale del lievito. Gli abiti dell’autunno-inverno 2020-2021 avranno l’interno manica sostituibile e lavabile. La lobby delle creme mani prenderà il sopravvento. Torneremo a fare la spesa per tutta la settimana e ci abitueremo a trovare i supermercati chiusi la domenica.

Ex Novo di questo mese si adatta ai tempi e sarà un po’ diverso. A seguire ci saranno alcuni suggerimenti di lettura per tutti, indipendentemente da facoltà, corso, studenti e lavoratori. Per allietare la reclusione di molti di noi e per procurare un po’ di svago a chi l’emergenza la vive in prima linea. Così presto torneremo, con le dovute modifiche di cui sopra, alla nostra vita più o meno regolare.

Il giardino del Collegio Nuovo Fondazione Sandra e Enea Mattei è vuoto in questi giorni. Fiorisce, in attesa del momento in cui potremo di nuovo stare vicini

Per prepararsi all’apocalisse: “L’allegra apocalisse” di Arto Paasilinna, Iperborea

Asser Toropainen, che in gioventù non si è risparmiato nell’appiccare fuoco agli edifici di culto, sul letto di morte decide di lasciare al nipote Eemeli fondi sufficienti per costruire una chiesa tra i boschi di Finlandia. Quando ci sono soldi, terreni e una sauna per convincere i burocrati locali ad autorizzare la costruzione, i problemi sembrano svanire. Quando poi si dice chiesa, è chiaro che serve anche un cimitero e una Fondazione funeraria alle spalle. E poi una casa per il pastore; e una per il presidente della fondazione e sua moglie. E queste persone dovranno mangiare e bere alcol e serviranno case per chi alleva e coltiva. Ci vuole poco per costruire un piccolo centro ricco e fiorente, edificio dopo edificio. Chissà che questo piccolo centro arcadico non sia il solo nucleo in grado di sopravvivere alla distruzione del mondo e allo sterminio della razza umana. Sappiate che, se si è preparati, si ha sufficiente grappa e scorta di coregonini, anche un fallout nucleare non sarà un problema. Perché ogni morte ha in sé i seme della rinascita. Paasilinna, con lo humor pungente anche su argomenti scomodi, non ci permette di dimenticare questa verità: anche se tutto sta andando in malora, sappiate che da qualche parte un vecchio bruciachiese ha preparato per noi il germoglio per una nuova società.

Per stare all’aperto (ma tra le pagine): “Kilmeny del frutteto” di Lucy M. Montogomery, Caravaggio editore

Dall’autrice di “Anna dai capelli rossi”, una storia d’amore che sembra uscire da un quadro di William Waterhouse. Eric Marshall, giovane laureato, arriva sull’isola del Principe Edoardo per diventare maestro di scuola. Lì conosce Kilmeny che vive da sempre isolata, vuoi per la sua menomazione alla voce, vuoi per le chiacchiere che girano sulla madre e sulla sua nascita al limite del decoroso. L’amore fiorisce immediato e spontaneo, benedetto dalla famiglia di lei: gli unici contrasti che sorgono sono dati dalla naturale ritrosia della giovane e dal suo disagio nel non poter parlare e quindi essere una buona moglie per Eric e dalla gelosia di Neil, un italiano poco raccomandabile adottato dalla famiglia Gordon. A farla da padrone, lo splendore del giardino dove i due giovani si incontrano. Chiocchiolii d’acqua, profumo di lillà e mughetti, stormire di fronde e i numerosi rimandi poetici ad autori quali Alfred Tennyson e William Wordsworth immergono in un luogo che sembra quasi la terra degli elfi, dove il tempo passa diversamente e una sola mezz’ora può corrispondere a sette anni.

Per farsi una risata: “Sesso amore e croccantini” di Flavia Borelli, Fazi editore

Micioara, gattina randagia trovata nel motore di una macchina ma perfettamente riconvertita alla vita d’appartamento e al lusso, è in calore perpetuo: la sua proprietaria (anche se forse dovremmo dire “custode”) decide di trovarle un compagno per fornire sollazzo e, si spera, una cospicua nidiata di gattini. Dopo vari tentativi falliti con gatti di buona famiglia, arriva Giuda, abbigliato come il marchese di Carabas, che è pronto a distruggere l’appartamento per lunghi giorni di amplessi rumorosi e furibondi. Le descrizioni dei focosi incontri tra i due gatti e le lamentele dei vicini che, forti del regolamento condominiale del 1936, non tollerano animali domestici nel loro lussuoso condominio sfiorano la Commedia dell’Arte. La buona dose di albagìa intellettuale della protagonista fa ghignare con gusto quando i gatti scelgono di accoppiarsi per la tredicesima volta sul divano provenzale. Ma un buon umorismo non è mai fine a se stesso e questo romanzo nasconde un filo sotteso che mostra come i gatti, fedeli all’articolo 13 della costituzione di Užupis, sono d’aiuto al loro umano nel momento del bisogno.

Iniziamo aprile con la fiducia che, in tempi ragionevoli, potremo tornare a trovarci. Nel frattempo, abbiamo di che impiegare le nostre giornate.

Jules

Ex Novo: “what if…?” in politica

In preda all’emergenza, so che vi sareste aspettati un inizio mese all’insegna della medicina o di letture dedicate alla sopravvivenza per un’eventuale apocalisse.*

Una situazione come quella che stiamo vivendo adesso mette a nudo il rapporto tra le persone. Per diversi giorni siamo stati impegnati in due cose: la prima, è stata fare razzia nei supermercati discriminando le povere penne lisce. La seconda, è stata di cercare un “colpevole”, meglio ancora se facilmente identificabile in tratti somatici diversi dai nostri. Quello che mi sta affascinando in queste prove generali di pandemia sono le reazioni degli esseri umani: spesso sono peggiori del male stesso.

E quando le persone si uniscono a formare uno Stato, creano un’istituzione di carattere politico, sociale e culturale che svolge una funzione sovrana ed è costituita da un territorio e da una popolazione che lo occupa, da un ordinamento giuridico formato da istituzioni e norme giuridiche. Così dice la definizione. E questi Stati hanno bisogno di relazionarsi e di parlare tra di loro. E per fare questo servono figure specifiche e formate: diplomatici, esperti in relazioni internazionali. Gente che ha studiato sociologia e politica e che analizza, spiega, risolve e valuta i rapporti che intercorrono tra le istituzioni.

Matricole e laureande di scienze politiche al Collegio Nuovo-Fondazione Sandra e Enea Mattei. Sperado che il “cosa sarebbe successo se…?” di Lewis le affascini

La lettura di questo mese è quindi consigliata per studenti ed esperti di scienze politiche, per aprire l’affascinante scenario del: cosa sarebbe successo se…? Parliamo del romanzo ucronico Qui da noi non può succedere del premio Nobel Sinclair Lewis.

La cosa che più lo rendeva perplesso era che potesse esistere un dittatore in apparenza così diverso dai ferventi Hitler e dai gesticolanti e fascisti Cesari con l’alloro sulla zucca pelata; un dittatore con il ruvido senso dell’umorismo americano di un Mark Twain, un George Ade, un Will Rogers o un Artemus Ward. Windrip sapeva essere assolutamente divertente quando parlava dei suoi avversari seriosi dalla mascella penzolante, o del miglior modo di allevare quello che chiamava il “segugio da pulci siamese”. Tutto ciò – si scervellava Doremus – lo rendeva più o meno pericoloso? (p. 151)

A metà degli anni Trenta prende il potere un politico che difende il concetto di razza, si scaglia contro gli intellettuali a lui avversi, demonizza l’ebraismo, fa costruire campi di prigionia dove interna nemici politici e appartenenti a razze diverse da quella bianca, maschia e forte. Incoraggia gli uomini al vigore e alla prestanza fisica, dichiara che le donne sono destinate ad accudire il focolare domestico e a fare figli per la gloria della patria. Presentandosi come salvatore della nazione, in breve tempo limita ogni tipo di libertà politica, di pensiero, parola e espressione e trascina il suo paese in una guerra disastrosa. Ah, dimenticavo: questa storia è ambientata negli Stati Uniti d’America.

L’assunto alla base della storia è molto semplice: e se Roosvelt non avesse vinto le elezioni e fosse stato eletto un presidente come Windrip Barzelius, finto democratico che mira a sconfiggere la Povertà e l’Intolleranza? Un uomo che, al di là che lo chiamino socialista, fascista, liberale persegue ideali alti?

La lungimiranza dell’autore che compone quest’opera nel 1936 mostra con raggelante precisione gli step con cui una tirannia viene seminata, cresce e soffoca: come un’erba infestante, il regime costruito da Windrip Barzelius finisce per tradire e sterminare anche i più accesi sostenitori. Oltre all’indubbia preveggenza (e non ho le compentenze per un accostamento alle varie situazioni odierne, ma i testi di Federico Rampini possono fare più luce), il romanzo, come tutte le opere che trattano di regimi totalitari, pone l’accento sulla gente comune. Su chi è convinto, su chi lo era e si è pentito, su chi si è opposto fin dall’inizio e sulla categoria più diffusa di tutti: i danteschi ignavi, abbastanza consapevoli da mal sopportare la tirannia, abbastanza coscienziosi da non lasciarsi cinicamente corrompere, eppure senza il coraggio di scegliere l’esilio o andare incontro alla prigione e al patibolo… Tutti hanno famiglia, d’altra parte.

Ci sono alcuni responsabili più di altri, si dice anche in V per vendetta, ma se uno cerca i veri colpevoli non deve fare altro che guardarsi allo specchio. I regimi come quello descritto da Lewis e come i tanti che costellano la storia mondiale, sono, sì, pensati da un ristretto gruppo, ma senza la quiescenza della popolazione non sarebbero possibili. Così riflette Doremus Jessup, uno dei personaggi principali. Direttore di un giornale passa attraverso varie fasi in rapporto al regime: da votante contrario, a timidi tentativi di opposizione stroncati dall’omicidio del genero, all’accondiscendenza per paura fino alla ribellione e alla prigionia. Doremus Jessup è una figura proteiforme, incarnazione di tutti gli uomini che credono nel significato di scelta e autodeterminazione. Un personaggio che, anche se soccombe, non può morire e finché ci saranno dei Doremus ci sarà sempre speranza, nonostante i loro dubbi e i loro errori.

Cosa sarebbe successo se…? Se avessimo saputo prima? Se fossimo intervenuti meglio e con più rapidità? Non lo possiamo sapere: lo possiamo ipotizzare ed esplorare con studi o con la letteratura. Sempre tenendo a mente che ogni “what if…?” porta con sé conseguenze non sempre prevedibili.

Jules

*Per questo vi rimando su Criticaletteraria a scoprire la lettura per me fondamentale in caso di pandemia, guerra nucleare o invasione aliena.

Ex Novo: storia VS archeologia

Una delle prime distinzioni che ci hanno insegnato a fare, è che l’archeologia e la storia non sono per nulla la stessa cosa; che l’archeologia fornisce i dati materiali per costuire la storia; che è mattone, cenere e frammenti; che non è così divertente da raccontare come lo è la storia. Perché se nei programmi con gli Angela nazionali sentiamo tanto dire “gli archeologi hanno scoperto che…” in realtà ascoltiamo una mediazione di quella che sarebbe una relazione più fredda e meccanica: al livello x della sezione y è stato ritrovato uno strato di terra misto a cenere, colore Munsell z, con tracce di w che sembrerebbero indicare un livello di distruzione*. Sentir raccontare per filo e per segno una battaglia, udire il rantolo di Bucefalo mentre Alessandro Magno passa in rassegna le truppe, immaginare la faccia impietrita di Napoleone a Waterloo è di certo più emozionante e non recuperabile da evidenze materiali, ma dalle fonti scritte, più ambito degli storici. Inutile dire che l’antipatia tra le due fazioni era piuttosto accesa e noi ci consolavamo pensando che loro, con la frase “faccio lo storico”, rimorchiassero molto meno di un ben piazzato: “sai, sono archeologa/o”.

Per fare pace, a distanza di anni, con la categoria degli storici, dedico loro il testo di questo mese. Un romanzo che pone l’attenzione su un aspetto della storia recente meno noto (o che, almeno, io non avevo mai sentito nominare), quello del regime croato degli Ustascia: Il purgatorio non è eterno di Claudio Uguccioni (opera prima e segnalata al XXXI Premio Calvino) edito da Ronzani editore.

Anche se il romanzo non parla di un campo di sua indagine, questo mese ricordiamo il professor Emilio Gabba, pavese e somma autorità per la storia romana, qui in compagnia di classiciste del Collegio Nuovo-Fondazione Sandra e Enea Mattei

Il termine Ustascia significava “ribellarsi” e il capo del gruppo era Ante Pavelić, detto il duce croato. All’inizio della Seconda Guerra Mondiale, le forze dell’Asse, Germania e Italia avevano invaso il regno di Jugoslavia e nell’aprile del 1941 era stato costituito lo Stato Indipendente di Croazia, alleato dei nazisti.

Roma 1995: il professore di storia Émile Martin viene trovato morto. Si è sparato con una Beretta calibro 22 e, visto che la moglie e il figlio sono morti in un incidente d’auto pochi mesi prima, il suicidio pare la risposta più ovvia. Al vice commissario Luigi Ranieri però la cosa non torna: perché uccidersi in un anonimo motel di Roma? Perché prenotare un volo per Washington proprio poco prima di spararsi? Perché il Vaticano e le sue forze dell’ordine si stanno interessando a questo ignoto storico francese?

La trama, per come l’ho scritta io, è volutamente provocatoria è un po’ fuorviante: perché potrebbe sembrare un thriller di quelli con codici relativi a geni del Rinascimento. Si tratta però di un romanzo con una ricerca storica accurata, una costruzione dei personaggi ben calibrata e un ritmo sostenuto che aprono lo sguardo su uno degli scenari forse un po’ trascurati, narrativamente parlando, della nostra storia contemporanea: la politica della ex Jugoslavia.

Il romanzo si snoda su tre nuclei temporali. Il primo, brevissimo, nel 1945 durante il regime croato degli Ustascia e la loro pulizia etnica contro la popolazione serba. Il secondo, negli anni Novanta nel periodo del massacro di Szabrenica, con l’omicidio di Émine Martin e le indagini del vice commissario Luigi Ranieri e il magistrato Elena Mariani. Infine, nel 2019, quando si giunge alla risoluzione di quasi un secolo guerra e intrighi che non hanno risparmiato due grandi potenze come l’America e Stato Città del Vaticano.

Questo genere di romanzi ha di solito due grossi ostacoli: la didattica e l’ambientazione. Siamo abituati a thriller storici con protagonisti d’oltreoceano (tengo ovviamente fuori dalla risma Guglielmo da Baskerville) e quindi, anche quando il romanzo viene ambientato in Italia sembra di assistere a delle sensazionali indagini a stelle e strisce. Qui invece abbiamo un’ambientazione ben costruita e calata nel territorio. Non mancano gli intrecci con le realtà mafiose vissute in prima persona da Elena Mariani, giovane magistrato che ha lavorato nella squadra di Borsellino, e incrociate poi da Luigi Ranieri nel presente con l’attualissimo tema dello smaltimento dei rifiuti elettronici.

Il non essere una storia americana aiuta a evitare anche il secondo problema, ovvero quello della didattica. Quando si parla di argomeni storici non conosciuti ai più, lo scivolone nello “spiegone” da parte dell’esperto di turno non è così raro. Tutto quello che serve sapere si dispiega nel corso della narrazione: ogni personaggio è mancante di determinati tasselli e il lettore, seguendo prima uno e poi l’altro in un perfetto lavoro di squadra, si addentra senza nemmeno accorgersene in una lezione di storia molto completa su argomenti meno noti della nostra storia contemporanea. Se tutti ricordiamo la guerra degli anni Novanta, è più difficile che durante lo studio della seconda guerra mondiale abbiamo analizzato la questione degli Ustascia e dell’impatto che hanno avuto sulla penisola balcanica. E, meno che mai, abbiamo capito di come il Vaticano si sia sporcato le mani durante le guerre del XX secolo.

La presenza del Vaticano è scevra di qualunque alone mistico: trattato come uno stato sovrano con interessi e grosse somme di denaro in gioco, qui si rivela come uno dei Paesi più potenti sulla scacchiera. Non ci sono manoscritti, reliquie, strane discendenze, ma pizzini, conti correnti, traffico d’armi che portano tutto su un piano molto sporco e molto umano. Non paiono essere scoraggiati dalla possibiità della dannazione eterna.

C’è una profonda rassegnazione di fondo, la sensazione che tutti i personaggi, nonostante possano fare del loro meglio e cercare di sistemare il pezzetto di mondo e di Storia intorno a loro, non riusciranno mai a sconfiggere ciò che di grande, nel male, c’è nel mondo. Potranno solo cercare di tenerlo a bada. Condannati a scontare un purgatorio sulla terra per le ragioni più svariate, i personaggi vivranno soli e con pochi raggi di speranza a bucare il loro orizzonte.

Che si occupino di storia antica o contemporanea, è grazie agli storici che abbiamo la possibilità di mantenere la nostra memoria e imparare da ciò che c’è già stato.

Basta sempre riordarsi che non potrebbero fare nulla senza il fondamentale apporto dedgli archeologi.

Jules

*se un qualunque archeologo sta passando di qui, siate clementi per questa semplificazione. Non è dovuta alla necessità di rendere comprensibile il processo, ma è perché non lavoro sul campo da un decennio abbondante e ho perso mano e lessico.

Ex Novo: ah studi lettere?

Ho fatto l’università negli anni della crisi: quella dei ristoranti sempre pieni nonostante quei mutui subprime che echeggiavano dall’altra parte dell’oceano. Scegliere il proprio percorso di studi superiori quando il lavoro inizia a scarseggiare non è una cosa da prendere alla leggera. Anche se mentalmente non si è ancora adulti e pronti a prendere una strada che influenzerà tutta la vita, bisogna essere lungimiranti e rivolgersi verso carriere accademiche che possano garantirti un minimo di appiglio.

Infatti mi sono iscritta ad archeologia. Una professione che non ha mai fatto la ricchezza di nessuno, nemmeno nei tempi d’oro in cui potevi far esplodere le porte delle tombe e girare armato di piccone. Dovevi già essere ricco per potertelo permettere a inizi Novecento, figuriamoci intraprendere la carriera nel nuovo millennio e con una crisi economica che Steinbeck si è mangiato le mani per non averla potuta raccontare.

Strano che nel mio corso fossimo solo in dodici, vero?

Crisi a parte, nonostante le effettive difficoltà, la strada degli studi umanistici è sempre stata trafficata. Gli iscritti a Lettere, per fortuna, non mancano mai. Ma sorgeva spesso l’indelicata domanda: ah studi Lettere? E oltre all’insegnamento poi cosa potrai fare? Vuoi mica fare la scrittrice?

Non vi dico le reazioni di quando confessavo la specializzazione del mio corso di studi.

La digressione è servita per introdurre il focus di Ex Novo di quest’anno: dopo avervi raccontato della vita al Collegio Nuovo, quest’anno parleremo di romanzi adatti a ogni corso di studi. Partiamo quindi dal grande calderone di Lettere.

Le Letterate non mancano mai al Collegio Nuovo Fondazione Sandra e Enea Mattei. Anzi, c’è chi, dopo anni di altre facoltà, inverte la rotta e si dedica alle materie umanistiche

Non c’è penuria di scrittori protagonisti di romanzi, nonostante le indicazioni delle scuole di scrittura che sconsigliano di usarli. Visto quanto può essere in salita la strada di chi sceglie di fare Lettere, è bene leggere di un’eroina che, nonostante la partenza difficile, non ha mai smesso di rinunciare al proprio sogno di diventare una scrittrice: Judy Abbot

Papà, papà, Gambalunga, Gambalunga,tu per Judy sei davvero importante. Papà, papà, Gambalunga, Gambalunga, lei ti pensa e ti ripensa ogni istante

Esatto, proprio la Judy di Papà Gambalunga, il cartone che guardavamo facendo merenda. I cartoni giapponesi ispirati alle opere della letteratura occidentale si definiscono “meisaku” e Papà Gambalunga è ripreso dall’omonimo romanzo epistolare della scrittrice americana Jean Webster.

La storia dovremmo ricordarcela tutti: Jerusha (Judy) Abbot, orfana dell’istituto John Grier, riceve la possibilità di continuare gli studi grazie a un misterioso benefattore di cui lei intravede solo l’ombra. Proprio per via delle gambe lunghissime proiettate sul muro, lei lo ribattezza con l’appellativo di papà Gambalunga, prendendo il nome dal ragno daddy long legs. Da quel momento Judy potrà andare al college (nel romanzo) e al liceo (nell’anime) e intratterrà una corrispondenza con papà Gambalunga senza mai poterlo incontrare o ricevere la benché minima risposta. L’anime ha lavorato in maniera fedele il testo originale.

Da bambini, la questione dell’essere orfani è percepita come una grande avventura. Pippi Calzelunghe, Peter Pan, Judy Abbot ci hanno presentato un mondo ricco di avventure e, a parte qualche rara malinconia, non hanno mai mostrato lo sconfortante senso di solitudine che questa situazione porta con sé. La Judy del romanzo però nonostante il modo scanzonato con il quale affronta la vita e le vivaci lettere punteggiate da disegni che invia al suo tutore rivelano un disperato bisogno di appartenenza e svelano la crudele realtà della vita in orfanotrofio.

Quando si mette una bambina affamata di nove anni nella dispensa a pulire i coltelli, con un vasetto di biscotti vicino al gomito, e ci si allontana e la si lascia sola; e poi improvvisamente si ritorna, non ci si aspetta di trovarla un po’ coperta di briciole? E poi quando la si strattona per il braccio e le si tirano le orecchie, e la si fa allontanare dal tavolo quando arriva il pudding, e si dice agli altri bambini che è una ladra, come non aspettarsi che scappi? Mi sono allontanata solo di quattro miglia. Mi hanno presa e riportata indietro, e ogni giorno per una settimana venivo legata, come un cucciolo disobbediente, a un palo nel cortile retrostante mentre gli altri bambini erano fuori durante la ricreazione.

Se nell’anime questo episodio viene fatto passare come un racconto di fantasia di Judy nei suoi primi tentativi come scrittrice, qui emerge con tutta la sua crudezza. Nessuna sorpresa che Judy si affezioni così tanto a questo misterioso benefattore: un uomo che risulta un manipolatore oppressivo che spera di tenere alla catena la ragazza solo in virtù del suo esborso di denaro. È papà Gambalunga che le proibisce di andare in vacanza con le amiche se c’è rischio di conoscere o passare del tempo con dei giovanotti; lui che si oppone strenuamente al fatto che lei accetti una borsa di studio che la renderebbe indipendente; lui che, anche nei panni di Jervis, la spinge a dibattersi tra  la riconoscenza, l’amore, il senso del dovere e il bisogno di avere “qualcuno”, sentimenti che sfoceranno in una relazione nata da presupposti sbagliati. Per i nostri ricordi infantili, questa lettura è sconvolgente e il romanzo di Jean Webster ci toglie qualunque illusione sulla dolcezza dei cartoni animati.

Judy, tra queste righe, emerge come un personaggio molto stratificato: consapevole del suo inestinguibile debito di riconoscenza, affamata di affetto, testarda, dalle idee politiche definite e con un desiderio di indipendenza ben fisso. Peccato che non si accorge di essere avviluppata nella sottile ragnatela del suo daddy long legs. 

Relazione malata a parte, Judy non ha mai smesso di lottare per il proprio desiderio. Ha scritto, si è fatta valere, ha studiato e pubblicato. E alla domanda “ma allora studi Lettere?” ha sempre risposto orgogliosamente di sì.

Jules

Ex Novo: favole per il freddo

Non che dichiari di aver vissuto nel villaggio del giovane Adam in “Good Omens”, ma per diversi anni della mia vita, a Natale o nei giorni limitrofi ha spesso nevicato. I grassi fiocchi di neve non hanno solo deliziato la mia infanzia, ma anche funestato i primi anni di patente: quando guardi la neve e pensi che le strade saranno impraticabili sai di aver passato un confine che ti separa dalla fanciullezza.

All’Universià però, la neve si traduceva in “lezioni sospese” (anche se lo scoprivi una volta fatta tutta la strada e trovavi solo un foglietto appeso alla porta dell’aula). Il che portava, di conseguenza, allo stare alla finestra a guardare il giardino completamente imbiancato, fare foto se avevi animo artistico e saccheggiare la biblioteca per leggere mentre i fiocchi turbinavano fuori dalla finestra.

Se hai un giardino e c’è neve, scopri di avere in te un animo da Catherine o da Fanny.

Quando nevica, il giardino del Collegio Nuovo-Fondazione Sandra e Enea Mattei diventa silente e soffice

La migliore lettura da affrontare a dicembre che si sposi con il clima e con il riconnettersi con il proprio io bambino, è spolverare volumi di favole e fiabe. E per esplorare aree meno battute, ecco che Iperborea viene in soccorso con le Fiabe Faroesi tradotte da Luca Taglianetti

C’era una volta un contadino che aveva con sé un gigante ad aiutarlo in tutti i lavori. Il contadino gli aveva detto che la sua paga consisteva nel poter scegliere, di tutto ciò che coltivavano, o la parte che stava al di sopra del terreno o la parte che stava al di sotto. Il primo anno il contadino coltivò rape. Quando venne il tempo della raccolta, chiese al gigante di scegliere. Il gigante pensò che le foglie della pianta fossero davvero belle a vedersi e volle come sua parte ciò che cresceva al di sopra del terreno.

Sapete quanto sia affezionata e innamorata del piccolo arcipelago lassù a Nord. Per il mio futuro (spero anche vicino) ritorno, mi piacerebbe poter assistere, sempre che si facciano ancora, alle kvøldsetur, ovvero sedute serali dove vecchie signore nubili raccontano storie e leggende attorno al fuoco: storie di troll, di giganti, di asini saggi e di ultimogeniti piuttosto svegli.
Il patrimonio di leggende faroesi è rimasto affidato alla tradizione orale fino a metà Ottocento. Le isole hanno dovuto aspettare la figura di Jakob Jakobsen, linguista e filologo, per avere la prima raccolta di favole scritte alla fine del XIX secolo. Proprio sul suo Færøske Folkesagn og Æventyr si fonda la selezione di queste favole nordiche.

Per chi è già un po’ avvezzo alla letteratura del nord Europa e alla sua mitologia, questo volume presenterà elementi molto ben riconoscibili. Troll e giganti malvagi (e non molto svegli) che sentono “odor di cristianucci” lontano miglia; cigni che in realtà sono splendide principesse sotto incantesimo (Odette, sei tu?); bambini che si perdono nel bosco e incappano in case deliziose fatte di dolci e frittelle. Ma alcuni nuclei e storie che non hanno eguali sul continente, proprio grazie all’isolamento che ha sempre “protetto” le isole Faroe.

Dalla lettura della fiabe si possono isolare alcuni elementi ricorrenti. I figli minori, quelli che in genere sono disprezzati dai fratelli più grandi, sono anche quelli che escono sempre vincenti dalle situazioni, riconoscono il sovrannaturale e sposano principesse. Poi è verità universalmente riconosciuta che perché una cosa vada a buon fine bisogna sempre superare almeno tre prove, oppure la stessa prova ripetuta tre volte come nel caso del racconto Il ragazzo che salvò la principessa dal troll del mare. I personaggi sono spesso senza nome, a parte rari casi in cui il racconto pesca ancora a piene mani dalla mitologia norrena: è il  caso del giovane Lokki di Il gigante e Lokki che ricorda il mendace dio Loki. L’elemento sovrannaturale è presente in misura molto minore rispetto al substrato nordico a cui siamo abituati. Streghe e incantesimi non mancano, ma le fiabe faroesi tendono a concentrarsi sugli esseri umani: sono loro che con la loro astuzia o stupidità, umiltà o arroganza, onestà o scaltrezza sono gli artefici della loro sorte. I giovani che alla fine sposano le principesse sono costretti alle prove di valore dalla maldicenza degli altri esseri umani come nel caso di L’asinello grigio dietro la porta. Non mancano le mutazioni umane in animali come nel caso di Fiuto, e nemmeno ammiccamenti a favole a noi più familiari come le storie di Ceneraccio, figlio più giovane e bistrattato che se ne sta sempre in mezzo alla cenere. Come tipico del nord Europa, il folklore pagano viene infiltrato dalla religione cristiana e dalla figura del diavolo come si racconta nella fiaba L’allievo supera il maestro. Tra elementi già noti, contaminazioni esterne e uno zoccolo duro di temi originali, le fiabe faroesi sono una perfetta interpretazione di quell’arcipelago che ancora adesso tiene alla propria riservatezza.

Guardando la neve, affidatevi al mormorio delle favole. Potrete immaginare di essere vicino al fuoco, lassù, in quelle isole che ti accolgono poco alla volta, facendoti prima superare le tre prove canoniche, ma che ti lasciano andare con profonda riluttanza.

Jules

Ex Novo: popcorn time

Novembre è un mese che invita al letargo. Forse quello che più di tutti ci ricorda la nostra natura animale che non deve sprecare preziose risorse ed energie. Sono passati i giorni di dorato inizio autunno e la frenesia del Natale è ancora lontana. La nebbia non è ancora bucata dalle intermittenti lucette e si smaltiscono i dolci di Halloween prima di attaccare con lo zucchero a velo dei pandori. Dopo lo sprint lavorativo del rientro dalle ferie ci si può rallentare prima dei consuntivi e dei budget di fine anno.

Anche per chi fa vita di collegio novembre è un parentesi più quieta. Finite le feste e le serate per la matricole, ci si prepara all’eventuale prima sessione di esami per prendere poi la rincorsa per le feste di Natale. O almeno, ai miei tempi, era così. Persino la Nave di fronte al Collegio Nuovo scompariva tra i banchi di nebbia e lasciava emergere solo qualche torretta. Spero che il riscaldamento globale non stia eliminando questa suggestiva e ovattata atmosfera.

Non so se si nota, ma novembre ispira anche un certo lirismo.

La cosa migliore da fare in questo mese è mettersi in pari con film e programmi che nei frenetici mesi precedenti si sono persi. Sempre ai miei tempi, si prenotava una delle sale tv del Collegio e si facevano maratone di film. Resta ben fresca nella mia memoria la maratona del Signore degli anelli e la rassegna di Woody Allen.

Novembre rende anche nostalgici e propensi alle narrazioni “ai miei tempi”.

Per chi è lettore accanito però la scelta tra film e libro è sempre un grosso dilemma. Recuperare una pellicola lasciata indietro o leggere pagine di grossi tomi adatti alla stagione? Il titolo di questo mese cerca di ovviare a questo problema perché sono racconti che, in realtà, sono film su carta: La commedia borghese di Irène Némirovsky.

Ai miei tempi… no, scherzo, anche ai miei tempi si faceva gruppo in sala tv per vedere un programma di svago e relax ogni tanto 🙂

All’inizio degli anni Trenta, l’autrice di origini russe vede su schermo l’adattamento del suo romanzo David Golder, per la regia di Julian Duvivier. Da quel momento, le risultano lampanti le potenzialità che possono avere le storie su pellicola. Non è la sola ad avere quell’impressione. Paul Morand, proprio in quegli anni, sta curando l’uscita di una nuova collana per la casa editrice Gallimard: si chiamerà La renaissance de la nouvelle e raccoglierà, per l’appunto, novelle e racconti. L’autrice viene quindi incoraggiata a presentare i propri scritti con l’idea di creare una raccolta di “film parlati”. Vedono così la luce i quattro racconti: I fumi del vino, Film parlato, Ida e La commedia borghese. Li chiamiamo racconti, ma nelle loro descrizioni, negli stacchi di scena, nei dialoghi, si vede molto chiaramente l’impostazione a sceneggiatura cinematografica. Basterebbe solo aggiungere indicazioni come ESTERNO – NOTTE.

Brusio confuso e dolce che si ingrossa e si avvicina rapidamente come un’onda nel mare. Piove. Le case annegano nell’ombra e nella caligine. Passa l’enorme faro di un’automobile, e squarcia la bruma. I marciapiedi bagnati e il tetto dell’Opera brillano sotto il temporale come specchi scuri. È Parigi, alla fine di marzo, al crepuscolo. Le luci girano così velocemente che si distingue solo un torrente di fiamme. Poi emergono delle parole, sempre le stesse, si avvicinano e si ingrandiscono a dismisura, tremano attraverso la pioggia. Bar, Hotel, Dancing. 

Fanno capolino i principi del naturalismo che Zola applicò nelle vicende dei Rougon-Macquart: l’autrice, naturalizzata francese anche nella produzione letteraria e quindi propensa all’osservazione della società, parte da conflitti archetipici quali gioventù vs. vecchiaia, controllo vs. passione, ricchezza vs. povertà, madre vs. figlia, e scrive delle vere e proprie scene cinematografiche che potremmo osservare non solo sulla pellicola, ma anche solo sbirciando in una delle finestre che si affacciano sulla strada e che vediamo tutti i giorni tornando a casa. Una donna che esce di nascosto per vivere un attimo di passione e viene coinvolta in una sorta di “notte del giudizio”, come avviene ne I fumi del vino. Una stella del teatro ormai vecchia che viene scalzata dalla giovane avversaria e che anticipa il conflitto fra due Eva. La resa “grande” di temi semplici, la minuta osservazione della psicologia che si nasconde dietro il velo di questa classe sociale che ancora lotta per una posizione, rendono queste novelle dei cortometraggi che si dipanano nella nostra testa senza bisogno di un proiettore. Sono racconti che, ancora di più, fanno rimpiangere la perdita prematura di questa autrice. La storia del cinema avrebbe avuto, forse, un’autrice in più se quegli anni non avessero maturato un dramma così grande da non essere previsto da alcun sceneggiatore.

L’unico dilemma che resta è se sgranocchiare popcorn, come vorrebbe ogni film degno di nota, o sorseggiare un tè caldo, come prescrive la moderna iconografia per la lettura di un libro. Io, nel dubbio, resto fedele alle mie torte.

Jules