Ex Novo: quante maschere a febbraio

Febbraio è il mese del Carnevale. Febbraio vola via veloce. Febbraio ha i primi soli malati. Febbraio ti vizia con le frittelle e le chiacchiere. Febbraio è burlone e anche se vestito in maniera variopinta ti tormenta con le ultime influenze. Febbraio è poliedrico e multisfaccettato, indossa una maschera per ogni occasione. Febbraio, quando sei all’università, ti accoglie sfinito dopo la sessione di esami, ma ti aspetta con l’apertura dell’anno accademico e le nuove lezioni. Febbraio è come l’insegnante sorridente che ti appioppa tre versioni di greco per il giorno dopo. Insomma, io di febbraio non mi fido: ha troppi aspetti, troppe personalità. Devi far fronte a molte cose, devi essere guitto e anche santo, godereccio e morigerato. Ci vorrebbe quasi la capacità di essere in più posti contemporaneamente, di avere una borsa sempre pronta con dentro il necessario per ogni avventura, pronta a fronteggiare la nuova testa dell’Idra di Febbraio. Per fortuna c’è un’eroina che sembra fatta apposta per entrare nella giusta atmosfera per gareggiare con questo mese: sto parlando di Lily Bells e delle sue straordinarie bilocazioni uscite dalla penna di Valentina Ferri ed edito per L’Iguana Editrice.

Anche le Nuovine si bislocano 😀 un po’ qui nei corridoio del Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei e un po’ nell’antica Roma con il toga party

Lily Bells disegna tappezzerie e tessuti a tema volatili che purtroppo nessuno vuole acquistare; organizza ogni giorno feste di compleanno per dei bambini immaginari; si prende cura dei gatti di tutto il vicinato; adora indossare la guêpière (e da qualche parte ha anche nascosto il frustino); ha questo straordinario potere delle bilocazioni, ovvero di essere in due posti allo stesso momento. Influenzata dalle sue letture serali e dalla sua passione per le vite delle sante, può sdraiarsi a letto e trovarsi catapultata nella Spagna di Filippo IV; essere rinchiusa in un sotterraneo e rischiare di il rogo come strega dopo aver ballato un fandango in un’equivoca taverna. Lily ha un borsa che fa invidia a Mary Poppins con all’interno

Una bussola. Ah, questa è fondamentale, sa. Di questi tempi, di quando in quando (ma solo di quando in quando) mi perdo. Deve essere il cambio di stagione, con queste luci che variano dal mattino al pomeriggio e che mi lasciano un poco disorientata. Così, ecco la bussola. […] «Spago, un bel gomitolo grosso. Un maglione di lana di pecora scozzese. Due scatole di fiammiferi lunghi. Un coltello da cucina (avrei preferito un coltellino di quelli svizzeri, con le lame che escono, scattano e poi spariscono, ma non l’ho trovato da nessuna parte). Un astuccetto di seta gialla ricamata a ideogrammi con set di aghi, filo lilla e verde muschio, spille da balia e un ditale di plastica made in china. Poi le spiego a che mi servono. Una confezione di brioches alla marmellata a lunga conservazione (queste sono per me: io sono di una golosità irrefrenabile) una scatoletta di dadi vegetali senza glutammato, un quaderno a quadretti di 4 mm con la copertina rigida, due penne a sfera blu. Poi… vediamo… ah, sì: una giacca impermeabile rossa, utilissima in caso di pioggia, con chiusura a doppia fascia elastica e velcro superadesivo. C’è anche un piccolo mappamondo di cartapesta, guardi un po’ qua se non è carino. E poi… Ah, ecco. Tre bustine di tè al bergamotto e quattro scatole di croccantini al fosforo per gatti in crescita.

Lily Bells è il prototipo dell’eroina stramba, la vicina un po’ pazzerella che sembra agire spinta dal vento dispettoso di Carnevale, ma che in realtà è molto più preparata di noi ad affrontare situazioni impreviste. Febbraio richiede immaginazione e adattamento e leggere un po’ di Lily può solo che aiutarci. Prendete esempio da lei nel buttare in borsa le cose che vi servono per la giornata.

Per fortuna, anche al Collegio Nuovo, non manca quel pizzico di fantasia e di multisfaccettatura che permette di correre attraverso febbraio: un mese che passa alla velocità della luce e comincia a ricordarti che il letargo sta per finire. State pronti.

Jules

Ex Novo: a gennaio mi iscrivo in palestra

Quali sono le frasi che sentiamo dire più spesso?

“Non ci sono più le mezze stagioni”.

“Ma che ne sanno i 2000?”

“E allora il PD?”

“A gennaio mi iscrivo in palestra”

Non dite che in questa prima settimana del nuovo anno non avete ancora sentito qualcuno, pieno di buone intenzioni e cotechino fino alle orecchie, pronunciare questa fatidica sentenza. Gennaio porta la voglia di lasciarsi alle spalle le vecchie cattive abitudini e il vecchio confortante grasso. Gennaio ispira pensieri salutisti suicidi, fa dichiarare con orgoglio di aver pranzato con una centrifuga di broccoli e pompelmo, fa venir voglia di fare tutto per bene.

Circa metà della mia vita è stata dedicata a uno sport che ho amato tantissimo: la pallavolo. Scelta condivisa, tra l’altro, da un buon 80% della mia generazione perché tutte guardavamo i cartoni con Mila e Mimì e volevamo fare i palleggi alla velocità della luce e stare in aria mentre il fuoco ribolliva in fondo ai nostri occhi. Quando ho iniziato l’università ho continuato a giocare nella squadra del Collegio Nuovo perché a Pavia si disputava il torneo intracollegiale che dava il via ad accese rivalità che non si vedono nemmeno nelle gare di canottaggio tra Yale e Harvard. I tornei coprivano buona parte degli sport e il collegio che collezionava più vittorie si aggiudicava il Coppone. Avere il Coppone in Collegio era motivo di vanto e lo si dichiarava con lo stesso orgoglio con cui la McGranitt sfotte Piton quando Grifondoro vince il torneo di Quiddich. Tra gli sport non poteva mancare il calcio e poteva contare su un’agguerrita curva di sostenitori e sostenitrici che mettevano nel tifo la stessa passione che anima Nick Hornby nel suo supporto alla squadra del cuore: l’Arsenal.

Foto che ormai rientra nel vintage: 2001, squadra nuovina vincitrice del Torneo Intercollegiale di calcio a sette

Febbre a 90°, dal quale è stato tratto un film con Colin Firth nei panni del protagonista, è una biografia dell’autore vista in relazione e sotto la lente della passione calcistica. Nick Hornby da bambino si appassiona alle vicende della squadra dell’Arsenal e dai dieci anni in poi tutta la sua vita sarà ispirata e condizionata dalle peripezie del club. In continuo parallelo tra le vicende della sua vita e quelle della squadra, Hornby prova a far capire a chi tifoso non è cosa può spingere un uomo a saltare ricorrenze, rifiutare lavori, ignorare gli amici in virtù della programmazione del campionato. Il calcio non è solo uno sport, ma un modello su cui capire qualcosa del mondo e su se stessi. L’Arsenal è per lui uno sprone a pensare che le cose non possano andare male per sempre, il calcio è parte integrante della sua formazione.

“Buona parte della mia conoscenza dei luoghi in Gran Bretagna e Europa non deriva dalla scuola, ma dalle partite fuori casa o dalle pagine sportive, e il fenomeno degli hooligan mi ha fornito sia un certo gusto per la sociologia che un certo grado di esperienza sul campo. Ho appreso il valore di investire tempo ed emozioni in cose che non sono io a controllare, e di appartenere a una comunità della quale condivido le aspirazioni in maniera totale e acritica. E la prima volta che andai allo stadio di Selhurst Park con il mio amico Rospo vidi un morto, il mio primo e ancora unico morto, e imparai qualcosa, be’, sulla vita.”

Condito da dettagliati riferimenti a ogni singolo incontro dagli anni Sessanta in poi, Febbre a 90° è educazione sentimentale e sociale per l’autore. L’Arsenal pare andare in parallelo con la sua vita, gli tende la mano nel momento del bisogno, lo esorta a ignorare una caviglia slogata pur di andare in tribuna a tifare per il suo club. Come per chiunque abbia una vera passione (al limite dell’ossessivo), il calcio è il punto fisso della sua vita e riesce a far percepire a chi tifoso non è un po’ di questa travolgente malattia. Sempre con la discreta ironia che fa di Hornby un autore piacevole, il romanzo può essere letto anche da chi (come la sottoscritta) di calcio non sa nulla. Per ricordarsi di fare attenzione ai buoni propositi: non sia mai che da un banale “a gennaio faccio sport” non si trasformi in una divorante e totalizzante passione.

Jules

Ex Novo: rituali di Natale

Il presepe si faceva anche in Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei e ci si sentiva a casa prima di rientrare per le vacanze

Tutti, con l’arrivo delle feste natalizie, abbiamo i nostri rituali. C’è chi, come i protagonisti di Ricordo di Natale di Capote, fanno il panfrutto; c’è chi fa l’albero rigorosamente l’8 dicembre, non prima e non dopo; c’è chi mangia Pan di Stelle solo a dicembre; chi fa i regali in anticipo e chi corre frenetico la sera della vigilia. Quando ero in collegio, dicembre voleva dire programmare il rientro a casa: hai già prenotato il volo/treno? Cosa facciamo l’ultima sera? erano domande che si rincorrevano di frequente. Dicembre era poi il mese delle feste danzanti (e sì, sono demodé apposta) e quindi ci si accordava a quale andare, quanti biglietti comprare, chi si sperava di incontrare. I rituali ci aiutano a sentire l’appartenenza a un luogo o a un periodo particolare. 

Sono passati gli anni e le feste danzanti non sono più parte della mia routine natalizia anche perché, come direbbe la Marchesa Colombi, alla mia età si è troppo vecchi per ballare*.  Però se c’è una costante che non viene mai meno durante il periodo natalizio è quella di avere tra gli autori in lettura Luisa May Alcott. Jo March borbottava che “un Natale senza regali non è Natale” e io esclamo che un Natale senza la Alcott non è veramente Natale. Questo dicembre, per restare in compagnia dell’autrice, ma per allentare un po’ la simbiosi con la famiglia March, è consigliata la lettura di Hospital Sketches edito da L’Iguana Editrice. 

Mi precipitai a casa attraversando la poltiglia di neve dicembrina come se fossi inseguita dai ribelli e, come molte altre reclute, feci irruzione tra i miei familiari con l’annuncio:
-Mi sono arruolata!-
Seguì un silenzio impressionante. Tom, l’incorreggibile, lo interruppe con una manata sulla spalla e l’aggraziato complimento.
-Vecchia Trib, sei un asso!-

Ho sempre pensato fosse un peccato che le opere “spurie” della Alcott restassero nell’ombra di casa March.
Hospital Sketches, ad esempio, non ha avuto edizioni italiane fino ad oggi e il volume, con il testo inglese a fronte, è appena stato pubblicato da Iguana Editrice. Si tratta di una raccolta di lettere scritte durante il servizio sotto le armi. Utilizzando la figura fittizia dell’infermiera Tribulation Periwinkle tra il maggio e il giugno del 1863 la Alcott pubblicò le sue scenette di vita militare sul giornale Boston Commonwealth.  Per tutte le ragazzine ormai diventate donne, ritrovare la penna ironica e scanzonata della Alcott è puro piacere soprattutto per una ragione: vedere Jo March affrontare la guerra, non solo tagliandosi i capelli, ma andando fisicamente incontro al pericolo.L’infermiera Trib è Jo March e la lettura di queste lettere spinge a ricercare i tratti della piccola donna preferita di tutti. I sondaggi non mentono sulla vittoria di Jo rispetto alle altre sorelle. Troviamo quindi una donna con un certo senso dell’umorismo: se in Piccole donne non aveva paura ad indossare un enorme cappello di paglia anche a costo di sembrare uno spaventapasseri, qui appena arruolata assume, in maniera divertente e applicato ai suoi vestiti, il modo di parlare militaresco. Se Jo viveva la guerra da lontano sferruzzando calze e preoccupandosi per le sorti del padre, qui si sporca le mani e si lancia nel pieno dell’azione, mostrando l’empatia riservata alla sola Beth ora applicata a tutti i giovani di ritorno dal fronte. 

Che Natale sarebbe senza la Alcott? Posso continuare la mia tradizione iniziata quando ero ancora bambina. Quali sono i vostri rituali in preparazione alle feste?

Jules

*mi ha sconvolto rendermi conto di questa realtà

Ex Novo: scivolando in letargo

Progetto senza titolo
Il buio di novembre invita ad alternare studio e letture di svago

Con il volume di cui parlerò tra poco si prendono due ricorrenze in una. Anzitutto è ora di Ex Novo, la rubrica in collaborazione con il Collegio Nuovo Fondazione Sandra e Enea Mattei. Il mese di novembre sarà dedicato al tema dell’ozio e del riposo. Quando ero all’università, a novembre si poltriva un po’. Complice la nebbia sempre più fitta fuori dalla finestra, con le prove e le celebrazioni per le matricole terminate e con le feste di Natale ancora lontane, questo mese invitava a stare il più possibile al caldo, alternando lo studio un po’ pigro alle puntate in biblioteca per cercare qualcosa da leggere di svago. Facendo un rapido riepilogo mentale, statisticamente a novembre ho letto i libri più disimpegnati (e a volte vergognosi tanto da non essere mai dichiarati) di tutta la mia vita. Che soddisfazione poter scivolare un po’ in letargo.

Ma si diceva della doppia ricorrenza: oltre a inaugurare il mese con Ex Novo, concludiamo anche il tema della paura che ha portato fino a Halloween. Questo volume è consigliato infatti per curare la paura di restare senza libri. Non so se abbia un nome tecnico, ma non sono riuscita a trovarlo. Se qualcuno ne sa di più o è di forte inventiva e vuole provare a proporne uno, aspetto i commenti. Il volume misterioso, panacea di tanti mali, è Le parole degli altri di Michaël Uras.

Dunque la letteratura è la vita dall’altro lato della finestra. In questo può aiutarci. Perché è quasi la vita. Occorre semplicemente adattare il testo alla situazione. In quel «semplicemente» sta tutto il sale del mio mestiere. Offrire il romanzo o la poesia che, tra milioni di opere esistenti, sappia parlare a un povero essere umano. E non uso il verbo «parlare» a caso. Un testo che ci parla crea una vera e propria intimità col suo lettore.

Yann, un adolescente con il viso sfigurato da un terribile incidente stradale; Robert,  venditore di orologi di lusso consumato dallo stress; Anthony, calciatore francese. Queste persone hanno come punto in comune quello di frequentare tutti lo stesso terapista: un biblioterapeuta, nello specifico, un uomo che aggiusta le persone tramite i libri. Alexandre è l’unico professionista del genere nella capitale francese; i libri occupano tutta la sua vita, lavorativa e personale. Sono anzi troppo ingombranti visto che da poco è stato lasciato da Mélanie, la sua compagna. Forse ha anche lui bisogno di un suggerimento, di libri che lo possano rimettere in sesto. Lui, così bravo a trovare per tutti il romanzo o la raccolta di poesie adatta, si trova nella situazione di essere paziente di se stesso: forse il paziente più difficile con cui avere a che fare.

Lo faccio anch’io, pur senza velleità curative: abbinare il libro giusto al mood, alla situazione, trovare un rimedio tramite le parole. Se un tempo erano i negozi di cioccolato a essere circonfusi di magia, adesso lo sono le librerie, dove luminosi librai, gatti, fanciulle, burberi signori, dispensano consigli e rivoluzionano la vita alle persone intorno a loro. È un messaggio splendido, non starei nemmeno scrivendo se non lo pensassi, ma a volte forse può servire riportare i libri a un livello più materiale. Perché il romanzo di Michaël Uras non ha nulla della patina colorata che potrebbe avere un’ottimista storia americana, e anzi smonta un po’ l’alone magico dato dalle cure librarie. Le parole degli altri mostra come la farmacologia dei libri possa essere tutt’altro che infallibile. Lo stesso Alex, il protagonista, si accorge di come i libri abbiano spinto fuori dalla porta tutto il resto della sua vita e, lungi dal considerare il suo mestiere di bibliopatologo una missione, le restituisce il suo pragmatismo: è un lavoro, un modo per mantenersi. “Un motivo spregevole dal punto di vista filosofico, ma io non vivevo in una manuale di filosofia.” afferma ad un certo punto.

Questo dovrebbe smorzare un po’ la nostra paura di restare senza libri, far perdere un po’ la loro patina lucente e riportarli a un piano più materiale. Senza desiderio di minimizzare o negare il loro grande potere, questo non mi stancherò mai di dirlo e di ripeterlo. E per godersi un libro che parla di libri* proprio mentre ci si prepara al confortevole tepore di novembre.

*il termine “libro” è volutamente calcato, con buona pace di Pennac.

Jules

Ex Novo: la paura fa novanta…libri

Ex Novo
Per ogni malanno la pastiglia giusta o il libro adeguato. E lo schedario della biblioteca del Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei è in grado di affrontare ogni sintomo. P.c. dello schedario Laila Pozzo per il Collegio Nuovo

 

Uno dei miei posti preferiti in assoluto è la biblioteca. C’è chi per sentirsi al sicuro va da Tiffany, e chi si tranquillizza girando tra gli scaffali delle biblioteche. Mi spingerei quasi ad affermare che le biblioteche mi piacciono più delle librerie perché se vedo più di un titolo che mi ispira, lo posso prendere senza sensi di colpa o dovendo fare i conti con il portafoglio. In più lì ho anche il brivido dell’avventura: troverò il libro che cerco oppure no? Sarà al posto giusto o dovrò iniziare una caccia al tesoro per recuperarlo, interrogando le bibliotecarie ed esaminando i segni della polvere?

La prima cosa che ho localizzato quando sono arrivata in Collegio (e dopo aver sbagliato due volte il corridoio per raggiungere la mia camera) è stata la biblioteca. La comodità di averla a pochi gradini di distanza, la possibilità di aggiungere i titoli che mi interessavano alla lista degli acquisti erano fonte di gioia. Per un certo periodo ho anche aiutato aprendola alla sera per i prestiti: in realtà così potevo tenere gli scaffali sotto controllo nel caso di comparsa di nuovi arrivi. Questa rubrica, in fondo, è nata anche per questo: per avere la sensazione di poter ancora arricchire la biblioteca del mio collegio con nuovi suggerimenti e titoli.

Ma ora veniamo al titolo che ricorda sospettosamente uno degli speciali di Halloween dei Simpson. Perché ottobre per me vuol dire che Halloween si avvicina. Ho una serie di rituali: intaglio la famosa zucca Jack O’Lantern (ovvero, scelgo il disegno e guardo chi intaglia), rileggo Dracula di Bram Stoker, faccio dolci alla zucca e castagne e, fedele allo spirito del terrore della festa, leggo libri moderatamente horror. Sono abbastanza impressionabile e capace di avere incubi raccapriccianti anche leggendo Il castello di Otranto.

Come si cura la paura?

Come qualunque saggio o personaggio dei cartoni animati in ruolo di mentore potrà dirvi, la paura è sana perché senza di essa non esisterebbe il coraggio. Non bisogna però lasciarsi sopraffare.

Già. Facile. Ma io che ho paura degli aghi cosa faccio? Non c’è una lettura che mi aiuti a superare questa fobia?

Ci sono due autrici che si sono poste questa domanda in senso molto più ampio ovvero c’è una medicina libresca per ogni malanno? Invece di andare i farmacia*, perché non scorrere gli scaffali delle biblioteca alla ricerca del proprio rimedio? Elle Berthoud e Susan Elderkin hanno quindi realizzato un prontuario Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno. Siete ricoverati in ospedale? C’è una lista con i dieci migliori titoli da leggere su letto reclinabile. Siete in sindrome premestruale? Che pasticcio Bridget Jones vi aiuterà a uscirne. Via così con un rigoroso ordine alfabetico che rende la consultazione immediata potrete trovare il rimedio adeguato a ogni vostro fastidio. Un po’ come il vecchio libro sulle erbe officinali che la nonna teneva in cucina, così questo manuale sarà la vostra salvezza. O la vostra rovina, dipende se vivete vicino a una biblioteca o a una libreria e a quanto la vostra connessione internet è veloce. Dentro troverete titoli che non avevate mai nemmeno sentito nominare e potrete scendere direttamente nella biblioteca del Collegio per cercarli. Se mancano, aggiungete agli acquisti.

Concludo con una domanda per chi avesse voglia di partecipare: qual è la vostra paura? Avete un libro che ve la fa passare? Sappiate che questo mese sarà tutto dedicato alla cura delle paure: a ogni timore, i rimedio letterario adeguato. Senza copiare dalle inimitabili ed enciclopediche Berthoud-Elderkin. Tutta farina del mio sacco.

Un buon conto alla rovescia per Halloween a tutti.

*Attenzione: le righe che seguono non sostituiscono le prescrizioni del vostro medico curante. Se avete l’influenza prendete la tachipirina, non pensate di abbassare la temperatura leggendo i capitoli di Grande Inverno di George R.R. Martin.

Jules

Ex Novo: settembre fa rima con trasloco

Ex Novo
Il trasloco era ufficialmente finito quando si parcheggiava la bici. L’anno al Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei poteva iniziare

Gli anni dell’università vedevano sempre due momenti in cui fare grosse valigie nel corso dell’anno. Il primo era a luglio, il secondo a settembre, rispettivamente per svuotare e poi rimontare la camera in Collegio dopo la pausa estiva. Se in vacanza riuscivo a partire sempre piuttosto leggera, quando si trattava di riportare tutte le cose che mi servivano per avviare l’anno scolastico occorrevano sempre un paio di viaggi in macchina, con il bagagliaio ben pieno e la bici legata sul tettuccio perché senza di lei gli spostamenti in città si sarebbero rivelati faticosi.

Ricordo il settembre in cui mi trasferii: avevo visto le foto, certo, ma si trattava pur sempre della mia prima sistemazione fuori casa ed ero del tutto digiuna sulle cose di cui avrei avuto bisogno, degli spazi che avrei potuto occupare e di come mi sarei trovata con le altre “inquiline”. Perché, a conti fatti, avrei avuto delle vicine e delle dirimpettaie tutte mie per la prima volta: gente che magari sarebbe stata rumorosa o che si sarebbe lamentata per la mia musica. O forse avrei trovato lì alcune delle persone a me più care.

Per fortuna è andata proprio così.

Ciò non toglie che il primo trasloco generi ansia e timore dell’ignoto. Proprio per questa occasione è caldamente raccomandata la lettura de Lo Straordinario di Eva Clesis.

Questa cosa che scopri le corna il giorno stesso in cui il tuo caporedattore – che beve cibo sintetico Soylent e che all’inizio diceva che eri una penna tanto brillante, la loro pasionaria della moda – ti dà il benservito con una manina curatissima premuta sul petto e un plurale majestatis per dirti che “forse quello che ci manca è la sintonia” e “siamo sicuri di essere noi il tuo sogno nel cassetto, Lea?!; questa cosa che scopri le corna il giorno stesso in cui il caporedattore ti caccia via a pedate accade solo nei film e in certe serie tv. Certa sfiga è pura fiction. O Leopardi

Lea non riesce a crederci. Nella stessa giornata ha perso il lavoro dopo un infernale stage  (non pagato, ma non sottilizziamo) a Vogue Italia e ha scoperto che il suo ragazzo la tradisce. Quello stesso ragazzo che è intestatario del contratto d’affitto della casa in cui lei vive. Come può trovare una nuova sistemazione senza più un lavoro nella competitiva Milano? L’annuncio in cui incappa per caso parla di un appartamento mansardato per una miseria d’affitto. Il condominio, chiamato da tutti, lo Straordinario, sta a metà tra una comune hippie e una casa delle bambole: è perfetto, profumato, autosufficiente e tutti i condomini sono di una cortesia squisita. Certo, i proprietari sono due vecchietti un po’ invadenti che cercano di accoppiarla con il figlio e il tempo da dedicare al lavoro collettivo sembra un po’ eccessivo, ma cosa si può trovare di meglio dello Straordinario? Con i suoi uccellini e i suoi deliziosi tè autoprodotti può forse essere diverso dal quell’idilliaco luogo che sembra?

Pensare a condominio e non andare subito a Ballard* risulta difficile. Le interazioni che nascono tra i pianerottoli coprono tutta la gamma dei rapporti umani: si va dalla semplice indifferenza fino all’amore per la ragazza della porta accanto e all’odio per quella che sta sopra di noi e, mannaggia se si toglie i tacchi per camminare in casa dopo mezzanotte. Eva Clesis crea una storia brillante e ironica che riflette sulle difficoltà della generazione precaria definita “marcia”, cresciuta a suon di sospetti e impossibilitata ad affrontare la vita adulta. Lo Straordinario, oltre a essere una splendida ambientazione, è un personaggio vero e proprio, bello e vorace come un’orchidea dai vividi colori. A metà tra humor, distopia e thriller il romanzo rivede il concetto di trasloco: se una cosa sembra troppo bella per essere vera, è probabile che nasconda qualcosa di oscuro.

State per trasferirvi o tornare al Nuovo?

*pausa a effetto*

State tranquille e pigiate bene le cose nelle vostre valigie. Gli uccellini non cinguettano sempre come in un film Disney, il tè e il caffè sono buoni e tra le vostre vicine troverete alcune delle migliori amiche che potrete mai avere. Senza trucco e senza inganno.

Jules

*Vi siete persi Il condominio? Andate subito qui

 

Ex Novo: tornare a casa

Ex Novo
Quante cose c’erano da staccare dalle pareti a luglio! Quante cose da portare via per tornare a casa!

A luglio, chi prima, chi dopo, in base alla fine della sessione d’esami, il Collegio Nuovo si svuotava. Enormi valigie transitavano per i corridoi e ci si domandava come avessimo potuto accumulare tutte quelle cose in una sola stanza. Si parlava delle vacanze imminenti, si appuntavano gli indirizzi per mandare cartoline (sì, sono abbastanza vecchia da ricordare le cartoline, croce e delizia di ogni vacanza) e si tornava a casa. Casa, le città natie, a volte a pochi chilometri di distanza, a volte raggiungibili sono con lunghi viaggi in treno o con l’aereo. Le più desiderose di tornare a casa erano le isolane: perché, a partire da Odisseo, chi è lontano dalla propria patria isolana è esule due volte. Per celebrare il ritorno estivo a casa e per augurare buone vacanze, oggi parliamo di un inno d’amore alle diciotto isole più solitarie d’Europa: le Faroe nel romanzo Isola di Siri Ranva Hjelm Jacobsen.

Con la sua Prince 100 tracciò un cerchio morbido che includeva tutto: le montagne, i fiordi profondi e i tunnel bui.

«Questa non è Europa. Queste sono le Faroe.»

«Hette er Føroyar.»

Queste isole ricche di verde, paesaggi mozzafiato e un mare freddo e pescoso, non sempre offrono molte scelte e prospettive agli abitanti del luogo che, con il cuore bagnato e pesante, sono costretti ad emigrare sul continente e sull’amata/odiata madrepatria. Siri Jacobsen, scrittrice e giornalista danese di origini faroensi e alla sua prima opera di narrativa, prende avvio dalle vicende della propria famiglia per raccontare la nostalgia che alberga nell’animo di ogni espatriato. Fino ad oggi questo arcipelago è sempre rimasto fuori dalla mappa della nostalgia. Le Faroe, formalmente danesi, intrinsecamente indipendenti, solo ora iniziano ad affacciarsi sul panorama letterario europeo. Con quest’opera, diventano anche loro punto di arrivo e ritorno per gli esuli del continente. Con una prosa poetica e struggente, l’autrice racconta la storia del suo abbi e della sua omma, il nonno e la nonna, emigrati in Danimarca poco prima della seconda guerra Mondiale. Il titolo originale è “Ø” che vuol dire “isola”, ma che graficamente (per noi) e mentalmente per i protagonisti è un punto a cui tendere: non solo geograficamente, ma anche mentalmente. Per il nonno è la possibilità di diventare ingegnere, per la nonna è un nostos al contrario, per l’autrice il recupero delle proprie radici. Traspare nostalgia, è un romanzo che si può leggere ad alta voce e farsi cullare dal verde e dalle onde di quel gruppetto di rocce con poche abitanti.

Così si resiste meglio agli ultimi giorni lontani da casa e ci si sente in buona compagnia nell’essere esuli, isolani e abitanti di terra ferma. E visto che vengo da una terra d’acqua, circondata da un mare a quadretti, posso in parte capire il desiderio dell’eterno ritorno. A qualunque distanza e latitudine.

Jules