Oggi si consiglia… per iniziare la primavera “Somnium”

Il nostro pianeta è in pericolo. Non è l’inizio di un film di supereroi, non è una dichiarazione ad effetto: è la verità. Stiamo spingendo la Terra sempre più verso un punto di non ritorno tanto da sembrare all’inizio di un film post apocalittico quando tutti prendono sottogamba le dichiarazioni degli scienziati e gli allarmi sempre più frequenti. Ma sì, in fondo, cosa volete che succeda veramente? Oggi inizia la primavera, la natura si risveglia e siamo tutti preda di un sentimento d’amore per il pianeta che ci fa da casa. Per cercare di mantenere questo sentimento non c’è nulla di più adatto di “Somnium” romanzo fantasy a firma di Feliscia Silva (alias Il Lettore curioso) e Gloria Credali.

«Tu non sei un’umana, sei un Blazon. Sei un Uomo-Animale. Il tuo compito è quello di mantenere l’equilibrio naturale nel mondo e svolgere i doveri che ti verranno assegnati.»

Doli è una nativa americana scappata dalla propria famiglia per non dover fare i conti con il proprio pesante retaggio. Ha studiato, si è costruita una carriera e vive solo per il proprio massacrante lavoro che non le lascia spazio per altro. Un giorno, in ritardo per andare a prendere un illustre cliente della propria azienda, incontra un personaggio eccentrico che si presenta come Dex Folives e le rivela che lei è un Blazon, un essere metà umano e metà animale che ha come scopo quello di proteggere la Terra. Doli incarna il potentissimo spirito dell’Aquila, un Blazon che non si vedeva da centinaia di anni. Dovrà seguirlo e andare con lui su Somnium per iniziare il proprio addestramento. Doli, che ha lavorato sodo per lasciarsi alle spalle tutto il misticismo della sua gente, marchia la cosa come follia. Eppure non può ignorare le ali che le lacerano la maglietta; non può fingere che il suo vicino di casa l’abbia attaccata per portarla dalla parte di una misteriosa Fazione; e non può liquidare come follia il mondo di Somnium che, come un primigenio Eden, si apre ora sotto i suoi occhi.

Scrivere romanzi a quattro mani e tutt’altro che semplice. Riuscire a rendere fluida la narrazione amalgamando gli stili è lavoro complesso, ma le autrici sono riuscite benissimo nell’intento. “Somnium” è un fantasy che mescola l’avventura, il romanzo di formazione e il significato allegorico in maniera ben calibrata.

Lo scontro di valori che si svolge in “Somnium” è strettamente legato alla Terra. Come ne “Il Signore degli Anelli” dove la selvaggia industrializzazione di Saruman si scontra con le forze degli Ent, nel romanzo a quattro mani di Feliscia e Gloria la vita in comunione con il pianeta è il punto di partenza. I Blazon esistono per aiutare la Terra Umana a mantenere la sua armonia e, d’altra parte, vivono su Somnium in piena simbiosi con il mondo che li circonda. Simbiosi accentuata dal legame che ciascun Blazon ha con il proprio Incarnato, l’animale guida. Un mondo che può essere feroce, una Madre Natura Matrigna, ma che fornisce sempre il rimedio, la cura e tutto ciò che può servire ai propri abitanti. Esattamente come la Terra Umana se ci si desse la pena di ascoltarla. In contrapposizione a questa difesa che si riunisce sotto la guida del saggio per eccellenza Cole Sowl (l’Uomo Gufo e Mentore Supremo) si schiera la Fazione, Blazon ribelli che vogliono solo portare distruzione attorno a loro. Composta da animali tradizionalmente giudicati malvagi o ambigui (l’Uomo Coccodrillo, l’Uomo Squalo, l’Uomo Serpente), la Fazione genera caos e mira alla rottura di tutti gli equilibi.

Per quanto Doli sia considerata la più potente e la più rara dei Blazon, senza la cooperazione degli altri ciascuno portatore di un potere speciale legato alla propria forma animale, non può trionfare. Non è un’Eletta in senso stretto, anche se il suo marchio a forma di saetta fa scattare un’associazione, ma è un tassello importante nel mantenimento dell’equilibrio e dell’armonia. Perché di questo parla Somnium: di bilanciamento ed equilibrio. Senza la pretesa di sradicare del tutto il male perché anche con la sconfitta tornerà sempre a ripresentarsi, ma sulla comunione d’intenti e sul far fronte comune.

In questa giornata ci piacerebbe forse pensare che possa esistere un gruppetto di predestinati che veglia su di noi e ci impedisce di attraversare quel punto di non ritorno. Ma forse è meglio pensare che possiamo essere parte di quel gruppetto e cercare di fare fronte comune per salvaguardare il nostro pianeta. Non c’è un pianeta B, non ci sono Blazon pronti a salvarci: ma ci siamo noi.

Jules

Have a break… la famiglia

 

Il temuto “anche a te e famiglia” si sta avvicinando. Tra poco più di un mese con le feste di Natale, la frequentazione con i membri del proprio circolo genetico vicini e lontani sarà inevitabile. Occasione gioiosa da un parte, dall’altra genera una buona dose di stress. Non è solo una mia convinzione, ma anche negli ospedali potranno confermare che le liti e le aggressioni familiari aumentano nel periodo festivo.

O almeno, così dicono sempre in Grey’s Anatomy e io non ho motivo di non credere al mio medical drama preferito.

Visto che per novembre stiamo scivolando in letargo e cerchiamo dei rimedi per le fonti di stress della vita di tutti i giorni, senza peccare di ipocrisia inseriamo la famiglia tra queste fonti di ansia e troviamo la cura. Se non ce l’avete in casa correte a recuperare Il corrierino delle famiglie di Giovanni Guareschi, il papà di Peppone e Don Camillo.

 

Perché io vi parlo sempre di me e della gente di casa mia? Per parlarvi di voi e della gente di casa vostra. Per consolare me e voi della nostra vita banale di onesta gente comune. Per sorridere assieme dei nostri piccoli guai quotidiani. Per cercare di togliere a questi piccoli guai (piccoli anche se sono grossi) quel cupo color di tragedia che spesso essi assumono quando vengano tenuti celati nel chiuso del nostro animo.

In casa mia questo volume è inesauribile fonte di citazioni e battute. “Sono tre giorni che mangiamo gli avanzi dell’arrosto: non finisce più, sembra la cicciolata di Guareschi”. “Margherita dice che andare al sud si va sempre in discesa e si arriva prima.” Giovanni Guareschi con la moglie Margherita e i figli Albertino e la Pasionaria (all’anagrafe, Carlotta) sono attori di infinite scenette che variano dal comico, al commovente all’esasperante e mettono in scena piccole tragedie quotidiane. Margherita che gioca a ripartire l’eredità mentre è ancora in vita e descrive il proprio funerale per far piangere i pargoli, la Pasionaria che racconta una storia strappalacrime per convincere il padre a firmare un brutto voto in calligrafia, Albertino che mette a letto la bicicletta di Guareschi per farla riposare perché “è stanca di stare in piedi” sono il ritratto dell’Italia da poco uscita dalla guerra. Dove abbondavano i problemi, dentro e fuori casa, ma dove si respirava aria di speranza e ottimismo. Tutti i drammi della famiglia si risolvono sempre con ironia (e anche con qualche urlata) senza dimenticare i sani principi che costituiscono la neonata repubblica italiana.

 

Io, quando rincaso, la sera, non lascio i principi democratici fuori dalla porta come fanno tanti padri di famiglia che, campioni del liberalismo nella vita pubblica, sono, in casa, dei feroci dittatori. In casa mia comando io ma decidono gli altri perché io, anche in casa, conto per uno e gli altri tre sono in netta maggioranza.

Guareschi fu uomo di grande e sanguigno spirito. È, da sempre, uno dei miei autori italiani preferiti e mi punge sempre un po’ constatare come sia considerato un autore minore del nostro panorama. Aveva ironia, intelligenza, un garbo un po’ rustico e forti convinzioni. Le sue storie vere che sembrano favole, oltre a depositarsi lungo il grande fiume, si svolgono anche tra le mura di casa sua. Storie comuni a tutti, problemi piccoli che scavano l’armonia. Se siete alle prese con un tacchino o l’arrosto e avete per le mani un coltello e vostra cugina commenta che, no!, non si taglia così, voi pensate alle pagine di Guareschi, sorridere e con bel garbo andate avanti. Non fate come Don Camillo che prendeva a tavolate i suoi avversari.

Jules

Have a break… la scuola

Copia di meals

Il ponte dei morti è passato, Natale si prospetta in lontananza, le gite non ne parliamo: novembre, a livello scolastico è lungo e difficile, sia per insegnanti che per alunni di ogni ordine e grado. È venuta una punta di ansia a me nel vedere i compiti previsti per il lontano novembre in cui andavo al liceo, figuriamoci per chi ci sta ancora in mezzo. Studenti e insegnanti che state leggendo, come facciamo per quest’ansia? Vi regalo qualche chicca tratta da uno spassoso volume francese, piuttosto datato (la prima edizione è del 1965) che fa una gran concorrenza a Io speriamo che me la cavo. Ha duplice valenza: per gli insegnanti per tirarsi su di morale, per gli studenti per riuscire a evitare qualche colossale errore. Ben venuti nelle pagine di Jean-Charles La fiera delle castronerie.

Partiamo da un po’ di storia

Le tre grandi epoche dell’umanità sono l’età della pietra, l’età del bronzo e l’età della pensione. L’età della pietra si divide in età della pietra scheggiata ed età della pietra pomice.

I greci erano degli eccellenti artisti. Le loro opere più conosciute sono Sandra Milo e il Pollo del Belvedere.

La società romana si divideva in padri vizi, plebei e schiavi. Questi avevano il diritto di tacere. I plebei chiedevano allo stato pane e oche e amavano molto le corse dei gatti e i combattimenti di radiatori.

Viste alcune imprecisioni del film Il gladiatore quasi quasi potrei crederci ai combattimenti di radiatori. Fisica?

Ci sono dei corpi solidi, dei corpi liquidi e dei corpi graziosi. I corpi si dilatano sotto l’azione del calore. Esempio: d’estate i giorni si allungano perché fa caldo.

Principio di Archimede: ogni corpo tuffato in un liquido, se non è tornato a galla dopo mezz’ora deve considerarsi perduto.

Chimica che è stata la mia croce per gli anni delle superiori. Alcune di queste assurdità avrei potuto scriverle anch’io.

L’ossigeno si prepara con il biossido di maionese.

Il ferro è molto utile. Esempio: il ferro da stiro.

I carboni portati al rosso diventano indecenti.

Gli studenti definiti “Pierini” della Francia degli anni Cinquanta regalano delle vere e proprie chicche. Non mi dilungo ulteriormente perché so che avete i compiti da preparare, da correggere o da copiare. Chiudo con qualche chicca matematica che trovate in foto. Courage! Vedrete che Natale arriverà prima del previsto.

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Da notare la rilegatura ormai a brandelli. Da ragazzina l’ho letto molte volte

Jules

Have a break… il telefonino

Copia di meals

Vi ricordate la pubblicità del Kit Kat degli anni Novanta? Due cacciatori in cerca di anatre con il loro bravo richiamo: nessun’anatra è abbastanza ingenua da cascarci: i cacciatori si stufano e spezzano un Kit Kat: lo schiocco è così forte che le anatre, in maniera gucciniana, prendono il volo: i cacciatori, invece di approfittare della possibilità di fare carniere, mangiano lo snack mentre compare la scritta “Have a break… have a Kit Kat”. Suppongo si siano fatti rimborsare i soldi spesi per il richiamo poco funzionale.

Come annunciato dal volume per Ex Novo della scorsa settimana, questo mese scivoliamo verso il letargo: si parlerà di libri per staccare da tutti gli elementi che causano stress alla nostra vita. Partiamo da un oggetto che in qualunque formato monopolizza la nostra vita: il telefonino. E ho scelto il termine retrò apposta in modo che si sentano inclusi i possessori di smartphone, cellulari, blackberry e similari. Ciò che vi serve è la lettura de Il canto della fontana di Marzia Verona, edito da Pentàgora.

Fissavo lo schermo anche quando il mio sguardo avrebbe potuto andare più distante. Avrei dovuto farlo! Ero volutamente miope, scartavo la realtà concreta che mi circondava e mi lasciavo avvolgere da un mondo inconsistente. Gli occhi mi dolevano costantemente. Smartphone, tablet, portatile. Foto da scattare e condividere in tempo reale. Contava solo più quello che veniva immesso nel mondo virtuale. Proprio io, in quanto scrittore, avrei dovuto rendermi conto che si trattava di un ossimoro. Ciò che è virtuale non può essere reale. Era diventato tutto compulsivo: immettere continuamente testi, foto, links e controllare le reazioni altrui, gli apprezzamenti, i commenti, replicare a questi ultimi e perdersi in discussioni infinite che mi sfibravano, ma che credevo importanti, fondamentali.

Un giornalista scopre di essere diventato single per via di un aggiornamento di stato di Facebook. Così concentrato sul mondo digitale da non accorgersi che la sua relazione si stava esaurendo, una volta alzato lo sguardo dai vari schermi luminosi realizza che la sua compagna lo ha lasciato. Decide quindi di prendersi un periodo di pausa e isolarsi dal mondo e dalle persone andando a vivere in un’isolata casetta in montagna. Dico “decide”, ma è in realtà uno step naturale, quasi obbligato, per cercare di rimettere ordine nella propria vita. Si organizza quindi in modo da poter restare solo con se stesso, una cosa che nel mondo digitale è praticamente impossibile da realizzare, e da poter affrontare la vita in montagna con meno contatti possibili con il mondo. Il contatto con la natura, con la terra e con le montagne gli sarà modo di conoscere di nuovo se stesso e trovare una nuova voce, sia interna che narrativa.

Un po’ Mauro Corona e un po’ Christopher McCandless, il protagonista vive in un paese dove non si avventurano nemmeno gli escursionisti e offre una visione della montagna vivida e rinfrancante. Seguendo il ritmo delle stagioni e con uno sguardo sulla montagna che può solo far innamorare, passa dalla solitudine, all’arrivo degli animali e poi al ritorno, o meglio, all’irruzione della società di nuovo nella sua vita. Un percorso quasi detox che fa desiderare di poter fare lo stesso, di staccare e isolarsi in un piccolo eremo con camino e profumo di legna bruciata.

Fate la prova: il mio telefono, leggermente sadico, ogni domenica mi informa del tempo percentuale che passo attaccata allo schermo, indicandomi se sono andata meglio o peggio rispetto alla settimana precedente. Non so, dal punto di vista della Apple, quale sia il meglio o il peggio. Dopo la lettura di questo romanzo, vincitore del premio letterario Parole di Terra 2017, vedrete che il vostro consumo tecnologico calerà in maniera sensibile.

Jules

 

Ex Novo: scivolando in letargo

Progetto senza titolo
Il buio di novembre invita ad alternare studio e letture di svago

Con il volume di cui parlerò tra poco si prendono due ricorrenze in una. Anzitutto è ora di Ex Novo, la rubrica in collaborazione con il Collegio Nuovo Fondazione Sandra e Enea Mattei. Il mese di novembre sarà dedicato al tema dell’ozio e del riposo. Quando ero all’università, a novembre si poltriva un po’. Complice la nebbia sempre più fitta fuori dalla finestra, con le prove e le celebrazioni per le matricole terminate e con le feste di Natale ancora lontane, questo mese invitava a stare il più possibile al caldo, alternando lo studio un po’ pigro alle puntate in biblioteca per cercare qualcosa da leggere di svago. Facendo un rapido riepilogo mentale, statisticamente a novembre ho letto i libri più disimpegnati (e a volte vergognosi tanto da non essere mai dichiarati) di tutta la mia vita. Che soddisfazione poter scivolare un po’ in letargo.

Ma si diceva della doppia ricorrenza: oltre a inaugurare il mese con Ex Novo, concludiamo anche il tema della paura che ha portato fino a Halloween. Questo volume è consigliato infatti per curare la paura di restare senza libri. Non so se abbia un nome tecnico, ma non sono riuscita a trovarlo. Se qualcuno ne sa di più o è di forte inventiva e vuole provare a proporne uno, aspetto i commenti. Il volume misterioso, panacea di tanti mali, è Le parole degli altri di Michaël Uras.

Dunque la letteratura è la vita dall’altro lato della finestra. In questo può aiutarci. Perché è quasi la vita. Occorre semplicemente adattare il testo alla situazione. In quel «semplicemente» sta tutto il sale del mio mestiere. Offrire il romanzo o la poesia che, tra milioni di opere esistenti, sappia parlare a un povero essere umano. E non uso il verbo «parlare» a caso. Un testo che ci parla crea una vera e propria intimità col suo lettore.

Yann, un adolescente con il viso sfigurato da un terribile incidente stradale; Robert,  venditore di orologi di lusso consumato dallo stress; Anthony, calciatore francese. Queste persone hanno come punto in comune quello di frequentare tutti lo stesso terapista: un biblioterapeuta, nello specifico, un uomo che aggiusta le persone tramite i libri. Alexandre è l’unico professionista del genere nella capitale francese; i libri occupano tutta la sua vita, lavorativa e personale. Sono anzi troppo ingombranti visto che da poco è stato lasciato da Mélanie, la sua compagna. Forse ha anche lui bisogno di un suggerimento, di libri che lo possano rimettere in sesto. Lui, così bravo a trovare per tutti il romanzo o la raccolta di poesie adatta, si trova nella situazione di essere paziente di se stesso: forse il paziente più difficile con cui avere a che fare.

Lo faccio anch’io, pur senza velleità curative: abbinare il libro giusto al mood, alla situazione, trovare un rimedio tramite le parole. Se un tempo erano i negozi di cioccolato a essere circonfusi di magia, adesso lo sono le librerie, dove luminosi librai, gatti, fanciulle, burberi signori, dispensano consigli e rivoluzionano la vita alle persone intorno a loro. È un messaggio splendido, non starei nemmeno scrivendo se non lo pensassi, ma a volte forse può servire riportare i libri a un livello più materiale. Perché il romanzo di Michaël Uras non ha nulla della patina colorata che potrebbe avere un’ottimista storia americana, e anzi smonta un po’ l’alone magico dato dalle cure librarie. Le parole degli altri mostra come la farmacologia dei libri possa essere tutt’altro che infallibile. Lo stesso Alex, il protagonista, si accorge di come i libri abbiano spinto fuori dalla porta tutto il resto della sua vita e, lungi dal considerare il suo mestiere di bibliopatologo una missione, le restituisce il suo pragmatismo: è un lavoro, un modo per mantenersi. “Un motivo spregevole dal punto di vista filosofico, ma io non vivevo in una manuale di filosofia.” afferma ad un certo punto.

Questo dovrebbe smorzare un po’ la nostra paura di restare senza libri, far perdere un po’ la loro patina lucente e riportarli a un piano più materiale. Senza desiderio di minimizzare o negare il loro grande potere, questo non mi stancherò mai di dirlo e di ripeterlo. E per godersi un libro che parla di libri* proprio mentre ci si prepara al confortevole tepore di novembre.

*il termine “libro” è volutamente calcato, con buona pace di Pennac.

Jules

Chi ha paura de… la Morte?

Copia di meals*

Che uno se la immagini con falce e mantello, che la veda come una luce bianca, la Morte fa paura. Codificata come tanatofobia, è una paura molto diffusa. Visto che domani è Halloween, festa dedicata principalmente ai morti che in questa notte vagano sulla terra, vale la pena cercare un modo per affrontare questa paura.

Ed è sorprendente, ma una paura così radicata può avere tantissimi rimedi. Vi suggerisco ben tre titoli, da scegliersi in base alla propensione personale. Tre rapidi sorsi per ogni romanzo.

Il tristo mietitore di Terry Pratchett.

Un terzo fulmine saettò in cielo. E stavolta non ci furono dubbi. Sulla cima della collina c’era una figura a cavallo. Incappucciata, E con una falce, impugnata con orgoglio come una lancia. È IN POSA. Bill Porta si voltò verso la signorina Flitworth. IN POSA. IO NON HO MAI FATTO NIENTE DEL GENERE. CHE SENSO HA? A CHE SCOPO?

Morte è stata licenziata. L’infallibile mietitore di Mondo Disco è stato sostituito e mandato a vivere tra gli uomini. Anzi, rischia lui stesso di diventare preda della Morte che ha preso il suo posto. La Morte di Pratchett è galante, sa ballare, disquisisce di filosofia ed è affascinante anche da umano. La si deve rispettare (e ci si può anche un po’ invaghire), ma di sicuro non temere.

Rivincite di Woody Allen

La Morte: Sono salita su per la grondaia. Volevo fare un’entrata drammatica. Vedo le grandi finestre e tu sei sveglio a leggere. Immagino che valga la pena di tentare. Sarei salita e entrata con un po’ di – hai capito… (schiocca le dita). Nel frattempo mi si impiglia la caviglia in un rampicante, la grondaia si rompe e resto appeso per miracolo. Poi mi si cominci a strappare  il mantello. Senti, andiamocene e basta. È stata una nottataccia.

Nat: mi hai rotto la grondaia?

Dal più grande umorista tanatofobico del nostro secolo, Woody Allen, si può solo imparare a gestire la propria fobia. D’altra parte, una Morte che per fare l’ingresso drammatico alla Faust ti rompe una grondaia e poi si fa anche battere a carte non può essere più di tanto terrificante. È un lavoro faticoso anche per lei, cosa credete?

Planctus di Laura Liberale

Il giorno dell’incidente in moto, Marte transitava opposto al suo Saturno e al suo Mercurio di nascita, e si congiungeva ai suoi Marte, Urano e Plutone di nascita. La Luna di transito si opponeva al suo Marte di nascita e Mercurio transitava in quadrato a Marte natale. Come poteva la vita piena e triofale dei suoi ventisei anni uscire illesa?

Un romanzo breve dalla cadenza e l’eleganza poetica sull’elaborazione del lutto. Uno psicodramma in cui quattro personaggi, la Gotica, la Maliarda, il Sopravvissuto e la Vulnerata elaborano, ciascuno a modo loro, la perdita di vite, di amore. Quattro voci (cinque con quella del loro mentore in questo percorso) tutte molto diverse e ciascuna con un diverso dramma da affrontare. Ricco di richiami alle varie culture su e della morte, tocca i nodi profondi della mente. Anche se breve, va letto lentamente, interiorizzando e riflettendo su ogni passaggio. La morte farà ancora paura, forse, ma si sarà compresa un po’ di più.

Cosa scegliete? Quale titolo si avvicina di più a curare questa paura che nessuno ammette, ma che tutti abbiamo?

Jules

*Si ringrazia il Grande Nerd che ogni Haloween diventa scultore con zucche dai disegni sempre più complicati

Chi ha paura de… le galline?

Copia di meals

Alectorofobia: paura delle galline. Non sapevo nemmeno che esistesse. Pare non sia frequentissima e insorga a seguito di eventi traumatici e sia legata, in larga parte, alla paura di essere beccati. Spulciando sull’Internet ho scoperto che, in casi limite, c’è chi ha paura di essere addirittura divorato. Bridget Jones temeva di essere ritrovata mangiata dai pastori alsaziani: forse perché a Londra le galline non abbondano.

Quale che sia l’origine, ogni paura, per chi ne soffre può essere invalidante. Come cercare di curare questa fobia? Si consiglia La gallina che sognava di volare di Sun-Mi Hwang con le illustrazioni dell’artista Nomoco.

Gemma era il nome più bello del mondo. C’erano dentro la foglia e la gemma insieme. La gemma diventa foglia e abbraccia il vento e il sole prima di sbocciare in fiori profumati, per poi cadere e marcire e trasformarsi in pacciame. Gemma voleva fare qualcosa nella vita, proprio come le gemme dell’acacia. Ecco perché si era data quel nome. In realtà nessuno la chiamava Gemma, e lei sapeva bene che la sua vita non assomigliava affatto a quella delle gemme, ma la faceva sentire bene comunque.

Gemma è una gallina ovaiola che ha un grande sogno: poter uscire dalla gabbia in cui è costretta a vivere, poter covare un uovo e vederlo schiudere. Perché lei viene obbligata a fare uova tutti i giorni, ma non sa che fine facciano. La moglie del fattore, ogni mattina, le porta via e lei guarda con grande invidia la gallina e il gallo nell’aia che possono crescere i loro piccoli. Quando, un po’ per stanchezza e un po’ per volontà, smette di fare uova e i contadini decidono di eliminarla, inizia il suo viaggio: verso la libertà, la ricerca di appartenenza a un gruppo, la maternità.

Le favole vengono in aiuto per vedere gli animali in un’ottica più umana. Da sempre incarnanti vizi e virtù dell’umanità, ci ha consegnato animali “simpatici” e “antipatici”. Lupo, ingordo, cattivo; agnello, innocente, buono; corvo, mistificatore, cattivo; pettirosso, armonioso, buono. La gallina, che forse richiama più l’idea della stoltezza, in questa storia è la chioccia che ben si presta all’incarnazione della maternità. Con l’attenzione puntata sugli orrori degli allevamenti intensivi e dello stress a cui sono sottoposte le galline ovaiole in batteria, questa favola allegorica si riveste di un’ulteriore interpretazione moderna. Gemma deve lottare contro tanti nemici dai più materiali (come la donnola), alla società che le impedisce di realizzare il suo sogno: poter vedere schiudere un uovo, il suo uovo, e conoscere il piccolo che vi dimora e farlo crescere. Una “gallina in fuga” di una dolcezza e di uno struggimento, sottolineata dai disegni minimali di Nomoco, che potrebbe portare un nuovo sguardo e una nuova empatia nei confronti dell’animale temuto. Sempre che non vogliate rispolverare i vostri volumi di Esopo, dove le galline non fanno mai una bella fine.

P.S. per essere multimediali, potete provare la puntata 2×5 di Bojack Horseman dal titolo “Galline”. E sì, non smetterò mai di consigliare questa serie Netflix.

Jules