La paura bianca: “Moby Dick”

Con l’arrivo di Halloween, vuoi per atmosfera, vuoi per tradizione, rifletto sempre sul concetto di paura. L’anno scorso era stata la volta di alcuni titoli usati per combattere specifiche paure, come se fossero ansiolitici. Il popolo dell’autunno mitigava la mia angoscia per gli specchi (e dopo aver rivisto di recente L’avvocato del diavolo questo disagio si è ripresentato); Vacanze all’isola dei gabbiani aiutava contro le api e le vespe; L’inventore di sogni combatteva fieramente contro le bambole.

Quest’anno mi sono imbattuta in una vignetta (e mannaggia se riesco a ritrovarla nel mare magnum del web) in cui si vede un fantasmino leggere ed emettere il caratteristico “boooo” che viene trasformato in “boooook”. Quindi i libri possono fare paura?

Diciamo più un timore reverenziale.

Ci sono alcuni titoli che spaventano anche il lettore più accanito: romanzi che sono circondati dall’aura di difficoltà nella comprensione e nello stile, altri incombono con la loro mole (chi non salta un battito nel vedere Infinite Jest?), altri sono penalizzati dalla fama del loro autore. Così ci risolviamo a lasciarli sugli scaffali, nostri o altrui, trincerandoci dietro il “non è il momento” oppure fingendo biecamente di averli letti. Perché questi titoli spaventosi sono anche famosi ed entrati nell’immaginario collettivo come modi di dire anche per chi non li ha mai aperti.

C’è una puntata di The Mentalist in cui il colpevole viene preso proprio per via della presenza del mio libro spauracchio in casa sua: Moby Dick di Herman Melville.

Bene o male so di cosa parla. Achab e la balena bianca, oltre che essere citati anche come modo di dire, sono stati da base e ispirazione per tante altre produzioni. Lo squalo, tanto per citarne una. Questo mi ha messo al riparo per molto tempo perché è opinione comune che una lettrice forte sia passata per tutte le tappe obbligate dei classici. Quest’anno, forte del mio tema avventuroso per le letture del 2019, ho deciso di smettere di vivere nella menzogna e salpare sul Pequod. Ci ho provato due volte. Sono dovuta scendere a terra tutte e due le volte.

Ci sono stati dei pezzi che mi hanno coinvolto. Il pezzo di Quiqueg che rispetta il Ramadan chiuso nella sua stanza e spinge il narratore a sfondare la porta convinto che sia morto di fame, mi ha fatto sorridere. Le declamazioni shakespeariane di Achab mi hanno incantato. Ho anche saltato delle parti, forte del mio diritto di lettrice: il lungo sermone prima della partenza era al di là delle mie forze. Ma, intorno a pagina 200, passata Nuntaket mi sono dovuta arrendere. Le infinite divagazioni mi hanno guastato ogni sete di avventura. Moby Dick è diventato il mio Moby Dick: non avrò pace fino a che non sarò riuscita a portarlo a termine e uccidere questo gigantesco cetaceo.

In quella puntata di The Mentalist però Patrick Jane afferma che molti professori universitari non sono mia riusciti a finirlo. Un po’ di consolazione mi resta e mitiga il mio terrore nei confronti della gigantesca balena.

E voi? Avete dei libri che vi fanno paura e che non riuscite ad affrontare o finire?

Jules

Oggi si consiglia… per vacanze brevi

Siamo ormai agli sgoccioli. Siete tutti in partenza. Ad agosto, nelle sue “lunghe e oziose ore”, non si lavora, è per eccellenza il mese di vacanza. Forse non avete in programma vacanze eleganti, lunghe o avventurose delle quali ci siamo occupati nei consigli precedenti: forse riuscite a ritagliarvi giusto qualche giorno, un week end lungo per piccole tappe non troppo lontane. Forse la maggioranza di noi si concede solo questo tipo di vacanze. Non fanno per voi lunghi romanzi e tomi voluminosi; serve qualcosa di piccolo e compatto, che si possa leggere anche poche pagine alla volta. Serve, in definitiva, una raccolta di racconti.

Le antologie di racconti non godono dell’attenzione che meriterebbero. Scrivere racconti è una delle attività più difficili in cui uno scrittore possa cimentarsi: richiede controllo, attenzione somma alle scelte linguistiche, perfetta calibrazione di tempi e snodi. Non sono semplici nemmeno per il lettore perché in poche pagine va mantenuta un’attenzione alta, si richiede un tipo di lettura attivo. Il lettore deve mettere in gioco intuito e comprensione molto più che nella lettura di un romanzo corposo. Come mi dicevano sempre anche a scuola, se un testo è breve non vuol dire che sia meno difficile o meno valido di uno lungo: anzi, molto spesso è vero il contrario. Non mi addentro qui in un’analisi più approfondita perché state finendo i bagagli e volete capire cosa mettere in valigia, ma se l’argomento vi interessa vi rimando a una bella inchiesta di Vanni Santoni pubblicata su Vice nel 2016. Scoprirete che la stessa parola “racconti” è vittima di damnatio memoriae.

Se parliamo poi di antologie di autori vari ed esordienti, il percorso si fa ancora più difficile. Difficile pubblicizzarle, difficile venderle. E così va a finire che si perdono vere e proprie chicche solo perché non si sa di doverle cercare e leggere. Quindi per il vostro viaggio breve mettete nello zaino l’antologia “Fuori dai margini”, autori vari, edita da Ciesse Edizioni e a cura di Laura Liberale, Giulia Pretta e Heman Zed. Gli autori, esordienti nella quasi totalità, hanno lavorato sul tema dell’integrazione.

Tematica tanto ampia quanto di difficile inquadramento e trattazione, sopratutto nell’attuale momento storico e politico. Si rischia di scadere negli eccessi e negli estremismi (sia da un lato che dall’altro) oppure, ed è peggio, nel banale. Ma gli autori della raccolta sono riusciti ad aggirare molto bene il pericolo e hanno ragionato sulla tematica da prospettive originali e per niente scontate.

Troverete ben poco della classica triade accoglienza-accettazione-inclusione ma ragionerete sulle differenze culturali che possono esserci, che so?, tra una cuoca e un gruppo di alieni che vuole imparare a cucinare il ragù alla bolognese. Oppure rifletterete sull’integrazione che possiamo avere noi stessi con le molte voci e inclinazioni che si annidano nel nostro animo. O quanto l’ombra maestosa di un toro possa sconvolgere gli spettatori di un'”innocente” corrida.

“Fuori dai margini” non resta tra le righe e non si adegua a un solo canone. Come una compilation musicale oscilla tra pezzi lenti e altri più ritmati, tra quelli scanzonati e semplici e quelli più onirici, tra veri e propri micro romanzi, esperienze di vita reale, e brevi squarci di situazioni più ampie.

Ora, non mi nascondo dietro un dito: tra i nomi di copertina c’è anche il mio e in genere non faccio mai pubblicità per testi che mi riguardano. O comunque la limito molto, concedetemelo. Ma in questo caso, in cui il mio intervento si può definire marginale, ci tengo a far conoscere questa raccolta di racconti. Perché molti testi di valore rischiano di restare soffocati dalla mole di carta che esce ogni giorno. Perché il coraggio di pubblicare un’antologia di racconti brevi, che sempre di più abitano solo nelle riviste, va premiato. Perché le raccolte di racconti sono come i luoghi di vacanza breve: ti ci addentri con aspettative minori (come è capitato a me per Vilnius non più tardi di due settimane fa) e ne resti folgorata. Apprezzi i piccoli dettagli, la scelta attenta delle parole, l’originalità delle variazioni sul tema. E quello che ne esce fuori è una gran bella sinfonia.

Jules

Oggi si consiglia… per viaggi avventurosi

Da ragazzina andavo matta per il programma “Donna avventura”. Un gruppo di ragazze belle, toniche, sorridenti e vestite Alviero Martini andavano in giro per il mondo alla scoperta di luoghi un po’ fuori dai normali giri turistici*. All’epoca, quelle vacanze per me erano un sogno: avrei voluto fare un viaggio così avventuroso (anche se loro erano seguite da un fior di staff e la cosa più avventurosa era il make up anche in Papua Nuova Guinea), esplorare angoli remoti e stare via mesi interi. Con il passare degli anni e fattasi ‘na certa (età) mi sono resa conto di avere una predilezione più spiccata per i viaggi con qualche comodità. Non amo il campeggio, preferisco non condividere il bagno con estranei, voglio dormire in un letto la sera e non sono molto socievole o espansiva quando incontro persone nuove. Limite mio, certamente mi perdo un sacco di esperienze irripetibili.

Se invece voi amate o avete in programma un viaggio avventuroso, zaino in spalla e treni presi al volo – forse il mio immaginario si è fermato ai primi anni Ottanta – ecco la vostra lettura da buttare in borsa e da consumare e maltrattare: “Cosmic bandidos” di Allen C. Weisbecker.

Ho letto più volte il paragrafo a High Pockets, poi ho messo giù il libro, mi sono fumato una canna, ho mandato giù un po’ di rum distillato in casa, e ho letto di nuovo quel passaggio.

Fino a questo punto non avevo preso il libro molto seriamente. In realtà pensavo che fossero un mucchio di cazzate, ma devo ammettere che questo ultimo concetto mi ha fatto pensare.

…esistono contemporaneamente differenti versioni di noi stessi in differenti mondi… e ognuno di questi è reale. 

Se sei un avventuriero-bandido-signore della droga e tutte le agenzie del mondo con la CIA in testa ti stanno cercando, puoi solo nasconderti nel cuore della Colombia e aspettare che passi la buriana. Così pensa il nostro che, in compagnia del cane dalla lingua lunghissima High Pockets e il pitone Legs che ama dormire attorno alla canna fumante di un M16, ha come unico contatto con il resto del mondo il signore della droga decaduto a bandido, Josè. Ma Dio, che non gioca certo a dadi o domino con l’universo, un giorno fa sì che Josè derubi una famiglia americana. Tra le valigie si scopre un bottino interessante: anzitutto, la corrispondenza segreta di Tina, un’adolescente che pare essere molto attiva sul fronte sessuale. E poi libri su libri di meccanica quantistica. Se sei un avventuriero-bandido-signore della droga in clandestinità con poco da fare capisci che questo è il momento giusto per addentrarsi a fondo nella teoria dei quanti. Sicuramente, la quantità illimitata di droghe e alcol a disposizione possono solo facilitare il processo di apprendimento.


Questo romanzo è fatto di rapporto causa-effetto. Risaliamo insieme i passaggi. Allan C. Weisbecker, sceneggiatore di cult come Miami Vice, molla il suo lavoro cinematografico e si mette a girare l’America in camper. Prende ispirazione dal suo cane che nella finzione letteraria diventa High Pockets, cane bandido e ricercato tanto quanto il suo padrone. Saliamo di un gradino e incontriamo il suo padrone, l’elusivo Mister Quark che, nonostante un’infanzia normale da bravo ragazzino che andava ai campi estivi, come lui stesso dichiara, a un certo punto e non si sa bene a che svincolo della vita, si è ritrovato immerso nel commercio di armi e stupefacenti, passando dall’essere ricchissimo alla miseria nello spazio di una giornata e via così. Insieme ai suoi compari, un ex dipendente di Nixon con la passione per le granate, un farmaceutico che soffre il mal di mare, e un aviatore che vola solo a filo degli alberi e ha un cane come secondo pilota, ha vissuto avventure psichedeliche ed è ricercato in quasi tutto il continente americano, arcipelaghi e isole incluse. Una di queste avventure lo porta a doversi rifugiare in Colombia.Qui saliamo di ancora un gradino nella catena e arriviamo all’interesse per la meccanica dei quanti. Se Tina, la figlia del professore, non fosse stata così ninfomane da attirare l’attenzione di Mister Quark chissà se quei tomi sui quanti sarebbero mai stati aperti. Da lì non sarebbero partite le missive per il povero professore, non sarebbe stato necessario rapire un bibliotecario mandandolo in coma per lo spavento e la tequila e nemmeno intraprendere una vera e propria crociata dei pezzenti per risalire fino in California a chiedere spiegazioni al professore, evangelizzando alla fede quantica tutti i bandidos sulla strada. Questo caotico e surreale insieme di elementi si fonde in un’opera esilarante. Saltando tra il passato, con le avventure che hanno portato Mister Quark all’esilio, e il presente con lo studio dei quanti intervallato da alcol e droga a volontà, qualche nozione passa in testa anche a noi. Perché qui viene applicato ogni principio fisico e quantistico alla società bandido. Un bandido imprigionato con una bombola di gas nervino che aspetta che il colonnello finisca di sbattersi la propria donna prima di scoprire se sia vivo o morto, rende il felino di Schrödinger di certo meno interessante.

Prendete fiato, bevete un sorso di tequila e provate a risalire questa catena di eventi. Riderete, parecchio. C’è il piccolo rischio che le vostre avventure reali diventino un po’ scialbe rispetto alla folle cacofonia di Mister Quark, ma non preoccupatevi: in un altro universo parallelo di certo state vivendo la più strampalata delle vicende.

Jules

*Ho anche tentato il provino, una volta. Mi sono fermata alla seconda selezione.

Oggi si consiglia… per vacanze lunghe

Il mito dell’estate italiana fatta di mesi al mare, compagnie di amici, falò sulla spiaggia e cuori di panna è vivo nel nostro immaginario. Vivo come lo potrebbe essere una vacanza di due mesi in giro per il mondo. Vivo quanto la Terra di Mezzo perché ormai sappiamo tutti che queste tipologie di vacanze non esistono per molti di noi.

Forse però c’è ancora qualche fortunato che sta per partire per lunghe settimane di puro relax lontano dalla città e dal proprio lavoro. Se ci siete, se siete queste creature mitologiche, allora vi servono letture adatte*.

L’unico inconveniente che riesco a individuare in questa tipologia di vacanze è la nostalgia. Può essere che, a stare lontani così a lungo, manchino le abitudini di tutti giorni e che serva ricostruire la vostra routine fuori dagli schemi normali. La cura per la nostalgia è di circondarsi di persone amiche e alle quali affezionarsi giorno dopo giorno. Ecco perché dovreste mettere in valigia “La famiglia Aubrey” di Rebecca West.

Ascoltate, ascoltate, dovete cercare di capire. Vedete, Cordelia e voi allo stesso modo avete avuto un’infanzia spaventosa. Ma voi tre, Mary, Rose e Richard Quin – non mi sono sbagliata, vero? Bambini dovete essere onesti e dirmi se mi sbaglio – anche se il senso di colpa per avervi dato un’infanzia così mi fa arrossire, penso che voi tre l’abbiate apprezzata.

La saga, adesso al secondo volume edito da Fazi Editore, presenta una famiglia che interpreta, a suo modo, l’inizio del Ventesimo secolo in Gran Bretagna. La ricchezza degli Aubrey non sta nei bei mobili, nei vestiti alla moda o nel sostanzioso conto in banca. Gli Aubrey, tutti, dal primo all’ultimo, sono musicisti, scrittori, filosofi, sensitivi. La madre, pianista con un passato di vera gloria sui teatri europei; il padre, acceso scrittore di pamphlet politici con il vizio del gioco in borsa; i figli, Cordelia, Mary, Rose e Richard Quin con talento per la musica, attraversano, nel primo capitolo della trilogia loro dedicata, la loro infanzia per poi continuare nel secondo romanzo “Nel cuore della notte” con la loro maggiore età e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Gli Aubrey non sono una saga di immediata lettura. Le vicende della famiglia, narrate in prima persona da Rose, paiono a volte scorrere lente. Dietro ogni evento c’è riflessione, pensiero, filosofia: una semplice rissa da pub riflette sulle differenze culturali dei litiganti. Una chiacchierata notturna è presagio del destino dell’oratore. C’è dietro uno studio dell’immagine e una scelta così calibrata di ogni singolo termine che rende la lettura una contemplazione. Ogni singola pagina merita la nostra piena attenzione e lascia un senso di sazietà che si può avere nell’ammirare per ore un quadro alla ricerca di ogni singolo dettaglio che lo rende così perfetto.

E dietro tutto risuona la musica, vera chiave di interpretazione del mondo per questa eccentrica famiglia. Mary e Rose, le figlie minori, seguono le orme della madre come pianiste e sono dotate di talento e impegno. Per loro, il mondo è musica e provare interesse per persone che non suonano sembra quanto di più lontano dal loro sentire: la cugina Rosamud è all’inizio guardata con sospetto perché non suona alcuno strumento e gioca a scacchi e le sorelle si domandano come sia possibile affezionarsi a chi vive senza musica. Chi suona male è etichettato come nemico. La sorella maggiore, Cordelia, suonatrice di violino, il cugino Jock, flautista, musicisti ritenuti senza talento, sono considerate persone sgradevoli. Non a caso suonano strumenti tradizionalmente attribuiti al Diavolo. Soprattutto tra sorelle, la distinzione genera una netta separazione: Cordelia è entità a parte rispetto a Mary e Rose e anche rispetto alla madre che quasi non ci capacita di aver generato qualcuno senza talento musicale e la compatisce.

Gli Aubrey vanno conosciuti con calma, giorno per giorno, e diventa impossibile non affezionarsi a loro, una volta superato lo scoglio della loro riservatezza. Saranno ottimi compagni di viaggio, anche per le lunghe vacanze che vi accingete ad intraprendere.

Jules

*Se ci siete battete un colpo. Anzi diteci quanto e dove andate in vacanza. Sono valide quelle dai 20 giorni in su.

Oggi si consiglia… per le vacanze eleganti

Le vostre vacanze prevedono dimore di lusso? Tè delle cinque, lunghe passeggiate nei giardini tra una pioggia e l’altra? Sperate di riuscire a inserire una battuta di caccia o, se siete contrari, una distensiva cavalcata prima di un pic-nic sulle rive del fiume?

Se sì, anzitutto, complimenti per tanta fortuna e poi serve che vi portiate letture adatte al luogo in modo da potervi adagiare sotto un frondoso albero a leggere. C’è niente di meglio di un romanzo del creatore di Downton Abbey per entrare nello spirito?*

L’Europa è con il fiato sospeso alla vigilia di una delle battaglie che potrebbero cambiare il volto del continente: Waterloo, dove Napoleone si giocherà la propria risalita o l’esilio definitivo. Nel fermento della guerra, alcune convenzioni sociali che sembravano inamovibili possono subite una scossa. Può quindi avvenire che la figlia di un fornitore dell’esercito si innamori, ricambiata, di un esponente della migliore nobiltà. E la loro unione, così brutalmente distrutta sul campo di battaglia, può creare intrighi e scompigli a distanza decenni nelle sale riccamente decorate della Londra vittoriana.

«Devo presumere che Lord Bellasis abbia procurato gli inviti per il ballo?» Ellis sollevò lo sguardo dalla sua posizione ai piedi di Anne Trenchard, dov’era impegnata a cambiarle le pantofoline. La domanda infastidì la padrona. Che diritto aveva una cameriera di interrrogarsi a voce alta su come i suoi padroni fossero stati ammessi nell’Olimpo degli invitati? O sul fatto di essere stati invitati, se era per questo. Decise di non rispondere, e lasciò cadere la domanda. Ciò non le impedì di ragionare sulla stranezza delle loro vite a Bruxelles e su come le cose fossero cambiate da quando James aveva attirato l’attenzione del grande duca di Wellington.

“Belgravia” è un romanzo piacevole. Anche se i protagonisti non sono quelli della serie tanto amata, è impossibile non figurarseli tali mentre si leggono delle vicende delle famiglie Trenchard e Bellasis. Da una parte James, imprenditore di umili origini che desidera una scalata sociale che è possibile, ma anche ostacolata, dai suoi soldi, considerati con disprezzo dalla nobiltà. Dall’altra i duchi di Richmond che coltivano il ricordo del figlio morto a Waterloo e che tutto vorrebbero tranne il ricordo dell’unione con questa famiglia così borghese. Ritroviamo i lunghi pranzi, i balli e le cene fatte di discussioni in codice per non far trapelare nulla davanti ai domestici. Domestici che hanno meno spessore e meno storie personali rispetto a quelli dei conti di Grantham, ma che fungono da perfetto contrappunto alle vicende dei loro padroni.

Una borghesia intelligente e rampante, una nobiltà che inizia a risentire di una certa debolezza economica (ma ancora non di spirito e alterigia) e tutti i vizi e gli intrighi che si possono nascondere solo sotto i tessuti più raffinati e tra i gioielli più sfavillanti.

Mettetelo in valigia con della crinolina e un cappellino adatto a un garden party. Chissà cosa vi toccherà fare nella cornice di una vacanza così raffinata.

P.S. scherzi a parte, se volete provare l’esperienza di una vacanza in dimore storiche, date un’occhiata sul sito di Landmark Trust, fondazione specializzata nell’affitto di dimore storiche e di lusso. Potrebbe sorprendervi la relativa facilità di soggiornare in una villa edoardiana.

Jules

Oggi si consiglia… per una crescita umile

Visto che maggio è in transito e si occupa di formazione, oggi parliamo di un difetto che può accompagnare, talvolta, la crescita: ovvero la mancanza di umiltà.

A ogni passaggio, vuoi per l’età, vuoi per acquisite competenze, vuoi per maturazione, si assurge a una certa sicurezza. La sicurezza, di per sé, non è per nulla un male, ma se non viene controllata può sfociare in arroganza. Ben pochi di noi ne sono immuni e mi butto tranquillamente nel mezzo. Certe volte posso sputare sentenze con un’alterigia fastidiosa. Fino a ora non avevo trovato un testo che mi aiutasse a restare con i piedi per terra e mi facesse capire quanto si può risultare ridicoli in certe pose. Poi, al festival letterario Rovigo Racconta, sono incappata nella presentazione de “Il censimento dei radical chic” di Giacomo Papi.

Sono andata alla presentazione incuriosita dal grosso successo avuto dal volume, dal record di vendite e, soprattutto, dalla trama che stuzzicava il mio amore per le distopie sociali alla Sinclair Lewis.

In un’Italia che ricorda quella di oggi, con il disprezzo per la cultura, gli accrescitivi “professoroni, giornaloni” usati in senso spregiativo, un professore viene ucciso a calci e bastonate per aver citato Spinoza. Così si apre il romanzo, con un incipit che, a mio avviso, diventerà famoso e citato in futuro.

Il primo lo ammazzarono a bastonate perché aveva citato Spinoza durante un talk show. In effetti da parte del professor Giovanni Prospero era stata un’imprudenza aggravata dal fatto che si era presentato in studio indossando un golfino di cashemire color aragosta.

A seguito di questo omicidio, il ministro dell’Interno, nel quale si può riconoscere un politico molto attuale, decide di istituire una sorta di albo, il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic. Solo per la loro sicurezza, sia chiaro: con un comodo obolo tramite tasse, i proprietari di biblioteche, giacche in tweed e in grado di citare Tolstoj, saranno protetti dalle forze dell’ordine contro la massa meno acculturata. C’è chi ne è entusiasta perché vede riconosciuto il proprio status di intellettuale; c’è chi ne è spaventato; c’è chi butta via le proprie biblioteche e chi si affanna a comprare giacche con le toppe di velluto per poter appartenere alla preziosa categoria. La premessa, va riconosciuta, è intrigante. Unito al disclaimer che recita: “I fatti narrati in questo libro accadranno”, il romanzo ha delle potenzialità incredibili.

A sentire l’autore, il testo, oltre che denuncia dei tempi in cui viviamo in cui la semplificazione linguistica la sta facendo da padrone e dove bisogna ripetere allo sfinimento che la terra è tonda, tonda!, serve anche per prendere in giro la classe degli intellettuali, sottolineare la loro pomposità. Il compito è affidato a Clelia e Anna, cugine di primo grado e mogli di uomini di cultura che, tramite le loro telefonate, ridicolizzano chi non è “come loro”.

“Dice che basta l’autocertificazione”

“Ma li faranno i controlli, spero! Altrimenti pur di avere la scorta si iscriveranno anche i barboni.”

“Faranno delle ispezioni, credo. Ci contatteranno dal ministero per fissare un appuntamento, poi verranno a controllare i libri che abbiamo in casa, cose così…”

“Come i libri? Tutti?”

“Ma no! Non tutti. Immagino ci saranno dei punteggi!”

“Volevo ben dire: non è che se leggi Fabio Volo ti danno la scorta, mi auguro…”

“Devi avere in casa almeno L’Anti-Edipo di Deleuze-Guatari…”

Sono ridicole sì, ma tutto il romanzo di Papi, non è una sincera autocritica del ruolo dell’intellettuale che si sta svuotando della sua funzione all’interno della società. Il romanzo ha la stessa valenza di autocritica e denuncia di una donna che esclama, con finta contrizione: «Oddio, vorrei tanto ingrassare, ma niente da fare. Mangio come una betoniera e resto magra».

“Il censimento dei radical chic” ha dentro parecchio. La figura del ministro, un Buzz Windrip più insicuro; la censura dei testi nei quali vengono eliminati i lemmi difficili e che non convincono il revisore, anche se, a un certo punto, inizierà a dubitare dell’utilità e della bellezza del suo compito, come mostra la progressione delle note. Il libretto delle parole da non usare pena denuncia e multa. Una repressione dell’intellighenzia che avrebbe potuto andare molto più a fondo e invece si ferma alla superficie e tratta in maniera macchiettistica la questione, quasi con la preoccupazione di dire qualcosa di offensivo. Segno di una classe di pensatori che si sta svuotando del suo ruolo, che ci tiene al proprio stato e non ha il coraggio di prendere una posizione netta. Fiera di poter andare alle sagre e guardare dall’alto in basso che si ingozza di costine.

Ed è davvero un peccato perché questo romanzo è un’occasione mancata, un gioco divertente che ti lascia poco tra le dita, se non un certo imbarazzo nel leggere della finta canzonatura di quella che dovrebbe essere la classe pensante.

La lettura del romanzo, meglio se indossando un indumento un po’ ruvido per automortificazione, fa sentire il lettore a disagio nel pensare ai propri atteggiamenti tracotanti in questo o quel settore e nel rispecchiarsi in un romanzo che poteva essere un “Da noi non può succedere” e invece si è fermato timoroso sulla soglia.

Jules

Per la giornata mondiale della Terra si ritorna alla terra: “La raccontadina” di Francesca Pachetti

Oggi è una felice coincidenza. La maggior parte di noi è a casa per la Pasquetta e assapora i lunghio giorni di ponte. Se il tempo assiste, si può stare all’aperto a dondolarsi su un’amaca o sdraiati su un prato a smaltire i ricchi pasti. La possibilità di restare più a contatto con la natura cade proprio a fagiolo visto che oggi è la giornata mondiale della Terra. L’Earth Day cerca di ricordarci come il nostro pianeta vada salvaguardato: è un pensiero che dovrebbe accompagnarci ogni giorno e guidare le nostre scelte. Come si ama dire, le rivoluzioni partono sempre dal basso: un riutilizzo in più di un contenitore di plastica, la scelta della bicicletta invece della macchina, l’utilizzo di materiali diversi dalla plastica, l’attenzione a cosa si mangia e dove si acquista. Per sentire questa Terra un po’ più vicina, è bene cercare di tornare verso la terra. E se oggi non riuscite a sdraiarvi in un bucolico campo (o anche se ci riuscite) potete accompagnarvi con le parole di Franchesca Pachetti, la “Raccontadina”.

I numeri non li capisco e neanche le misure.
So che in una cassetta alta di legno ci stanno dodici chili di patate, in una bassa otto.
Se il secchio rosso lo faccio pieno, di pomodori ce ne stanno sette chili, all’incirca, se lo faccio a metà, quattro, più o meno.
‘Quanto le fa al chilo le zucche?’
Io non lo so quanto le faccio le zucche al chilo.
Una piccola tre euro, quella media cinque, grande dieci.
Questa è la mia misura.
Non vendo a peso, vendo a buon senso, a cuore, a
occhio, talvolta a circostanza, a baratto, a regalo.
Se il catino azzurro è pieno fino all’orlo, ha piovuto molto: è stato temporale.

Nato da una pagina social omonima, “La raccontadina, racconti a passo di vanga” è una raccolta, un testo buono: buono come può esserla una micca di pane fresco. Buono da sgranocchiare o da far sciogliere in bocca. Scritto quasi come una poesia o una filastrocca in certi pezzi; con tocchi alla Julie Andrews negli elenchi delle cose che si vogliono; ironici negli scambi con i clienti che vengono ad acquistare i prodotti dei campi e devono imparare quanto sia diverso dalla corsa e dalla fretta del supermercato.

– Buongiorno.
– Salve, mi dica.
– Ho visto il cartello che indica la vendita di verdura.
– Sì, cosa le serve?
– Hai solo questo?
– In questo momento sì: rapini, bietola e cavolo nero, dalla prossima settimana saranno pronti anche cavolfiori, radicchi e finocchi.
– Quindi hai solo questo?
Va bene, tu vedi ‘solo questo’. Posso dirti invece cosa ci vedo io?

E ognuno di questi scambi è spunto per riflessioni, occasioni per chiarire il punto di vista di chi è “tornato” alla terra, ma che, in fondo all’animo, alla terra è sempre appartenuto.

Corredato dalle foto di Sheila Bernard, i racconti oltre che a ritmo di vanga, vanno a ritmo delle stagioni. Ciascuna con le sue virtù e le sue difficoltà, le sue semine e le sue raccolte, in costante dialogo con la natura e con se stessi.

Dalla lettura di questo testo (non riesco a definirlo romanzo, o raccolta di racconti benché sia un po’ dell’uno e un po’ dell’altro) si guadagna una mente più silenziosa e tranquilla; un desiderio e uno stimolo a fare più attenzione a quello che mangiamo; la voglia di aumentare la propria consapevolezza in armonia con la terra, senza visioni da Paradiso Terrestre o da Arcadia perché la relazione con la Terra è fatta anche di fatica e di sacrifici; per me che lavoro a contatto con il pubblico, il desiderio di trarre dalle buffe richieste, insegnamenti e riflessioni.

“Non sono alternativa, sono nata contadina” ci dice l’autrice: per chi di noi invece non sente di essere nato così, provate a essere alternativi. Iniziate dalle Giornata della Terra e invertite alcuni vostri modi di fare e di pensare. Radicatevi a terra: se non vi viene semplicissimo, la raccontadina è pronta ad aiutarvi e guidarvi con queste pagine.

Trovate la Raccontadina su Facebook e il libro su Pentàgora Edizioni

Jules