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Ex Novo: di legami vicini e lontani

I legami stretti in Collegio Nuovo resistono e persistono anche da città e vite lontane

L’università è il miglior terreno possibile per stringere rapporti che dureranno per tutta la vita. Più che durante il liceo, si incontrano persone con i nostri stessi interessi e vocazioni e i legami saranno inevitabili. In alcuni casi si tratterà di indissolubile amicizia, in altri casi di amore totalizzante, alcune volte saranno gelosie, incomprensioni e tradimenti. Nel mio triennio universitario a Pavia al Collegio Nuovo ho avuto la fortuna di incappare in un gruppo di persone che, a dispetto della distanza e delle vite piene di ognuno, resiste. Si affrontano difficoltà legate al tempo e allo spazio e ci si tiene in contatto e ci si vede ogni volta possibile. E anche quando non ci si riesce, il silenzio non pesa e quando ci si ritrova sembra sempre di riprendere una conversazione interrotta poche ore prima.

La mia seconda parte di formazione universitaria si è svolta in un’altra città dalla lunga tradizione studentesca, Padova, e proprio in questa città si ambienta “Eravamo tutti vivi” di Claudia Grendene che esplora il tema delle relazioni tra un gruppo di amici nella Padova universitaria tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Dieci del nuovo millennio. In un racconto cronologicamente inverso, seguiamo Chiara e il suo amore per Max; Agnese, ribelle e spigliata anche in campo sentimentale; Alberto e Anita e la loro passione impossibile; Isabella ed Elia, insieme da quando erano ragazzi e pronti a cadere nella trappola più vecchia del mondo: il tradimento. Passando tra i portici della città universitaria tra uno spritz e l’altro, ci immergiamo in un mondo pieno di nostalgia, non necessariamente buona, ma di certo feroce e ci specchiamo nella spietatezza che possono avere solo le piccole storie comuni.

Il giorno dopo aver visto Agnese, Chiara tornò al Liviano, dopo quasi vent’anni. Pomeriggio di nuvole e vento, la bicicletta bianca non ne voleva sapere di scorrere lungo la ciclabile. Chiara spingeva di gambe e di testa. Arrivò in piazzetta Capitaniato affannata. Le lauree dottore dottore dal buso, piccoli cosi vicino a ogni albero della piazza: le sorsate di bibitone alcolico durante la lettura obbligat del papiro, gli scherzi spiacevoli, uova, farina, marmellata a imbrattare il travestimento del neolaureato.

Sullo sfondo del periodo che è il più formativo nella vita di ognuno, l’autrice crea un mosaico a sette voci nelle quali è davvero difficile non riconoscersi o riconoscere persone che hanno fatto parte della nostra esperienza. Persone che possono andare e venire, allontanarsi per poi ritornare, ma per sempre segnate dagli anni universitari, substrato di speranze e progetti poi infranti dal confuso e precario periodo storico che ancora non ci abbandona. A farla da padrone sono le voci dei personaggi femminili. Nessuna eccessivamente sopra le righe, nessuna eroina, nessuna donna straordinaria, ma tutte così vere da non sembrare nemmeno abitare la dimensione cartacea. C’è Agnese, bella e spregiudicata nelle sue relazioni, l’unica che non si costruisce una famiglia e vive a Londra, meta per eccellenza dei cervelli in fuga, si fa viva ogni tanto con il vecchio gruppo, ma senza sentirsi troppo legata. Chiara e Isabella che conseguono la laurea, si sposano, fanno figli e vedono i loro matrimoni perdere lo smalto a causa della quotidianità e, nel caso di Isabella, di una diciottenne “dalle unghiette rosse”. Anita, figlia mal riconosciuta di una famiglia veneta nobile e innamorata, ricambiata, di Alberto, suo cugino.

Le voci maschili emettono sofferenza. Chi ha subito violenze da bambino, chi è sotto psicofarmaci, chi dimentica i lutti nell’alcol e non ha il coraggio di amare chi dovrebbe, chi tradisce, chi non supporta. Non c’è niente di sopra le righe in questi lucidi ritratti. Potrebbero essere storie vere, come inventate, ma non lasciano scampo al lettore che è costretto, nel leggere di queste piccole miserie, a riconoscere eventi che lo hanno sfiorato o interessato almeno una volta nella vita.

Padova è sfondo discreto a queste avventure e non è necessario aver fatto qui gli studi per potersi trovare bene e ambientare. Perché è un romanzo che emana onde di sentimenti universali e ci mette di fronte alla spietatezza delle vite comuni.

Ci sono legami che vanno e vengono e a giugno, quando ci si laurea e si prendono strade diverse, viene spontaneo interrogarsi sul futuro delle nostre amicizie. Per esperienza personale e, a questo punto, anche letteraria, posso affermare che quelli importanti resistono, nel bene e nel male. E ci fanno compagnia durante tutto il resto del percorso.

Jules

500 chicche per il lunedì

Se avete avuto una nonna (ed è cosa abbastanza probabile) appassionata di cruciverba (questo forse è statisticamente meno probabile, ma comunque possibile), ricorderete i pomeriggi dedicati alla Settimana Enigmistica. Dal più semplice in copertina, al mostruoso Bartezzaghi, mia nonna se li passava tutti. La sua vera abilità però risiedeva nei rebus: quelli semplici, a inversione, sostituzione, allo specchio, nessun rebus che passava sotto la sua matita restava irrisolto.

Io non ero una buona allieva. Contribuivo con qualche definizione per i cruciverba (ma solo quando si parlava di attori o cantanti moderni) ed ero bravissima a collegare i puntini e annerire gli spazi. Anche con le figure in cui si dovevano trovare le differenze non me la cavavo male. Capite quindi che dopo tutto questo gran lavoro, serviva alleggerire la mente con le freddure e le vignette che sono tratto distintivo dei giornali di enigmistica. Per rinfrancare lo spirito tra un enigma e l’altro era la prima pagina che cercavo, seguita da risate a denti stretti.

Quando mi sono trovata tra le mani “500 chicche di riso” di Alessandro Pagani, mi sono di nuovo trovata catapultata in quei felici pomeriggi. Solo che adesso lo stress da smaltire e lo spirito da rinfrancare è molto di più e 500 chicche sono proprio quello che può servire al lunedì.

Far ridere non è semplice. In scrittura risulta più facile far commuovere che non divertire con intelligenza: reggere poi la risata per 500 volte appare un compito quasi impossibile. Eppure l’autore riesce a far sempre incurvare le labbra con giochi di parole, espressioni legate al dialettale, e calmebour, splendida espressione che ho recuperato grazie all’introduzione di Cristiano Militello. Ma visto che sono convinta che l’umorismo non si possa e non si riesca a spiegare, vi lascio in compagnia di qualche chicca, in modo che anche il vostro lunedì si possa risollevare.

Partiamo con alcuni che più di tutti hanno risvegliato i miei ricordi enigmistici.

9. Il marito della cuoca è geloso del suo passato.

74. Tizio in una sartoria: «Per favore, mi attacca un bottone?»

«Tutto iniziò sabato quattro agosto millenovecentocinquantasette alle ore diciannove e trentacinque in una giornata fredda e nuvolosa, quando nacqui nel reparto maternità dell’ospedale…»

Anche i lettori di Topolino avevano le loro pagine dedicate alle battute. Il cane Sansone e le sue marachelle erano un appuntamento fisso e le vignette intervallavano le barzellette.

180. «Cameriere, ho trovato un chiodo negli spinaci.»

«E allora? Non lo sa che contengono ferro?»

Altri invece ricordano giochi di parole tipo “qual è il contrario di abbondantemente?*

402. «Scusi per Sesto Fiorentino?»

«No, io non persi ‘sto fiorentino.»

486. «Matilde di Canossa»

«Nossa.»

Corredate dalle illustrazioni di Massimiliano Zatini, queste chicche possono aiutarvi a passare meglio questo lunedì. Portatele con voi insieme alla “schiscietta” del pranzo.

Jules

*Come nella migliore tradizione enigmistica, la risposta è in fondo alla pagina: il contrario di abbondantemente è “A Berlino Petrarca dice la verità”

Oggi si consiglia… per una crescita umile

Visto che maggio è in transito e si occupa di formazione, oggi parliamo di un difetto che può accompagnare, talvolta, la crescita: ovvero la mancanza di umiltà.

A ogni passaggio, vuoi per l’età, vuoi per acquisite competenze, vuoi per maturazione, si assurge a una certa sicurezza. La sicurezza, di per sé, non è per nulla un male, ma se non viene controllata può sfociare in arroganza. Ben pochi di noi ne sono immuni e mi butto tranquillamente nel mezzo. Certe volte posso sputare sentenze con un’alterigia fastidiosa. Fino a ora non avevo trovato un testo che mi aiutasse a restare con i piedi per terra e mi facesse capire quanto si può risultare ridicoli in certe pose. Poi, al festival letterario Rovigo Racconta, sono incappata nella presentazione de “Il censimento dei radical chic” di Giacomo Papi.

Sono andata alla presentazione incuriosita dal grosso successo avuto dal volume, dal record di vendite e, soprattutto, dalla trama che stuzzicava il mio amore per le distopie sociali alla Sinclair Lewis.

In un’Italia che ricorda quella di oggi, con il disprezzo per la cultura, gli accrescitivi “professoroni, giornaloni” usati in senso spregiativo, un professore viene ucciso a calci e bastonate per aver citato Spinoza. Così si apre il romanzo, con un incipit che, a mio avviso, diventerà famoso e citato in futuro.

Il primo lo ammazzarono a bastonate perché aveva citato Spinoza durante un talk show. In effetti da parte del professor Giovanni Prospero era stata un’imprudenza aggravata dal fatto che si era presentato in studio indossando un golfino di cashemire color aragosta.

A seguito di questo omicidio, il ministro dell’Interno, nel quale si può riconoscere un politico molto attuale, decide di istituire una sorta di albo, il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic. Solo per la loro sicurezza, sia chiaro: con un comodo obolo tramite tasse, i proprietari di biblioteche, giacche in tweed e in grado di citare Tolstoj, saranno protetti dalle forze dell’ordine contro la massa meno acculturata. C’è chi ne è entusiasta perché vede riconosciuto il proprio status di intellettuale; c’è chi ne è spaventato; c’è chi butta via le proprie biblioteche e chi si affanna a comprare giacche con le toppe di velluto per poter appartenere alla preziosa categoria. La premessa, va riconosciuta, è intrigante. Unito al disclaimer che recita: “I fatti narrati in questo libro accadranno”, il romanzo ha delle potenzialità incredibili.

A sentire l’autore, il testo, oltre che denuncia dei tempi in cui viviamo in cui la semplificazione linguistica la sta facendo da padrone e dove bisogna ripetere allo sfinimento che la terra è tonda, tonda!, serve anche per prendere in giro la classe degli intellettuali, sottolineare la loro pomposità. Il compito è affidato a Clelia e Anna, cugine di primo grado e mogli di uomini di cultura che, tramite le loro telefonate, ridicolizzano chi non è “come loro”.

“Dice che basta l’autocertificazione”

“Ma li faranno i controlli, spero! Altrimenti pur di avere la scorta si iscriveranno anche i barboni.”

“Faranno delle ispezioni, credo. Ci contatteranno dal ministero per fissare un appuntamento, poi verranno a controllare i libri che abbiamo in casa, cose così…”

“Come i libri? Tutti?”

“Ma no! Non tutti. Immagino ci saranno dei punteggi!”

“Volevo ben dire: non è che se leggi Fabio Volo ti danno la scorta, mi auguro…”

“Devi avere in casa almeno L’Anti-Edipo di Deleuze-Guatari…”

Sono ridicole sì, ma tutto il romanzo di Papi, non è una sincera autocritica del ruolo dell’intellettuale che si sta svuotando della sua funzione all’interno della società. Il romanzo ha la stessa valenza di autocritica e denuncia di una donna che esclama, con finta contrizione: «Oddio, vorrei tanto ingrassare, ma niente da fare. Mangio come una betoniera e resto magra».

“Il censimento dei radical chic” ha dentro parecchio. La figura del ministro, un Buzz Windrip più insicuro; la censura dei testi nei quali vengono eliminati i lemmi difficili e che non convincono il revisore, anche se, a un certo punto, inizierà a dubitare dell’utilità e della bellezza del suo compito, come mostra la progressione delle note. Il libretto delle parole da non usare pena denuncia e multa. Una repressione dell’intellighenzia che avrebbe potuto andare molto più a fondo e invece si ferma alla superficie e tratta in maniera macchiettistica la questione, quasi con la preoccupazione di dire qualcosa di offensivo. Segno di una classe di pensatori che si sta svuotando del suo ruolo, che ci tiene al proprio stato e non ha il coraggio di prendere una posizione netta. Fiera di poter andare alle sagre e guardare dall’alto in basso che si ingozza di costine.

Ed è davvero un peccato perché questo romanzo è un’occasione mancata, un gioco divertente che ti lascia poco tra le dita, se non un certo imbarazzo nel leggere della finta canzonatura di quella che dovrebbe essere la classe pensante.

La lettura del romanzo, meglio se indossando un indumento un po’ ruvido per automortificazione, fa sentire il lettore a disagio nel pensare ai propri atteggiamenti tracotanti in questo o quel settore e nel rispecchiarsi in un romanzo che poteva essere un “Da noi non può succedere” e invece si è fermato timoroso sulla soglia.

Jules

Arrivederci ragazzi: l’antologia

Sembra il titolo dell’episodio finale di una trilogia di film di supereroi, ma se frequentate il blog da un po’ (voi affezionati dodici lettori) vi ricorderete del salotto letterario che abbiamo tenuto lo scorso autunno sul tema della formazione. Insieme a Renato Costa e Sandro La Gaccia, scrittori ed editor, abbiamo parlato di Bassani, Murakami e London e dei loro romanzi di formazione. Sono stata forzata a rileggere “Il giovane Holden” il mio grande spauracchio dell’adolescenza che non si è conquistato le mie simpatie in età adulta.

Dopo queste conversazioni è partito un progetto di scrittura creativa rivolto agli studenti dell’Università di Padova, con il patrocinio dell’ESU di Padova. L’obiettivo era la creazione di racconti che trattassero, appunto, di formazione. Con una gestazione relativamente breve, ecco che alcuni mesi dopo sono a presentarvi il prodotto del corso: “Arrivederci ragazzi”, l’antologia edito da Ciesse Edizioni.

Se penso ai rombi rossi, m’intristisco. Qualcosa che non ho mai avuto, mi dico, che non stringerò mai. Dovevano essere legati ai malumori di quell’autunno, quindi, quando lavoravo come postino nella città dov’ero studente della facoltà di lettere. Con la brutta stagione non erano aumentate solo le ore di buio, si era incupito anche il mio modo di pensare. Ero diventato pessimista, perché mi sembrava di sprecare tempo: tutta la settimana in giro con la bici, poi chiuso in casa nel week-end.

“Vertigine”

Visto che il mese di maggio è iniziato con un “Ex Novo” in transito, proseguiamo su questa falsa riga. Tutti siamo in transito, così come tutti siamo in formazione. Per fortuna, il nostro maturare non si ferma all’età adolescenziale, ma continua per tutta la nostra vita, chiaramente con problemi ed evoluzioni diverse. Quando ho incominciato la lettura dell’antologia, sono andata indietro con la memoria* ai miei punti nodali di formazione del periodo universitario. Mi sono immersa tra le pagine con un misto di curiosità e preoccupazione: curiosità per la scoperta di quali scogli ci fossero nelle vite dei ragazzi, preoccupazione perché temevo di non avere più il polso della situazione visto lo scarto generazionale. La lettura si è rivelata molto piacevole per due motivi.

Il primo (ed è quello serio) affonda nella narratologia. Si dice sempre che, per produrre un buon testo scritto, si deve raccontare il particolare per arrivare all’universale. Senza parlare di massimi sistemi e di sentimenti in generale, bisogna trovare il modo per esprimere ciò che tutti proviamo (amore, odio, invidia, solitudine) con una storia ben specifica. Allora leggiamo di racconti che fanno provare la sensazione di inadeguatezza che si prova al proprio primo lavoro come nel racconto “Primo soccorso”; la curiosità del “come saremo” da qui a cinque, dieci, vent’anni come ci viene raccontato in “Dieci anni dopo”; lo scoprire che gli “adulti” hanno la loro vita precedente fatta di gioie ed errori, esattamente come la nostra, e che si avviano verso l’ineluttabile declino come in “Dall’alto”; la perdita e le incomprensioni con gli amici come in “La stanza” e “Incomprensioni”. Piccoli racconti particolari che arrivano a farci provare sentimenti universali.

Il secondo (sembra meno serio) è che non sono così vecchia come credevo. Ovvero, l’empatia che scatta nella lettura di questi racconti trascende dall’essere in un canonico periodo di formazione come quello dell’adolescenza o degli studi. Un’antologia che è lettura coinvolgente per un pubblico di qualunque età.

Sensazione che suscita anche “Il giovane Holden”, a conti fatti; a prescindere dalla propria antipatia personale.

Jules

*sì, non sembra, ma è già passato un bel po’ di tempo.

Ex Novo: in transito

Siamo sempre tutti in transito. Da un punto A a un punto B, da un lavoro all’altro, da una relazione all’altra, da una città all’altra. Esemplificativo e omnicomprensivo di questa definizione è il periodo dell’università. Perché sono i primi passi nell’età “da grandi”, perché si esce di casa per la prima volta e si cambia modo di vivere, perché si esplora e si viaggia, fisicamente e intellettualmente. E ci si diverte, tutto sembra scintillante, ci si muove con nella testa il sottofondo di una colonna sonora, come se fossimo nei primi minuti di un film con noi come protagonisti. La più famosa figura che si fregiava della dicitura “in transito” è l’eroina di Truman Capote, Holly Golightly. Nella testa dello scrittore, l’attrice perfetta per poterla interpretare sarebbe stata Marilyn Monroe, ma la storia del cinema finì per consegnare il volto di Holly a Audrey Hepburn.

Per questo inizio maggio, mese che appare molto di transito visto che la primavera ancora non si è manifestata in pieno, non parleremo però di “Colazione da Tiffany”, ma proprio di Audrey Hepburn, donna e attrice che ha saputo adattarsi ed edificarsi incarnando appieno la continua mobilità e transitorietà e lo faremo con una graphic novel che è quasi una favola: “Audrey” con i disegni di Roberta Zeta edito da Hop Edizioni.

Come non essere entusiasticamente in transito quando si è a New York? Le Nuovine fanno spesso su e giù con il continente americano con i viaggi e gli scambi messi a disposizione dal Collegio Nuovo

In questo volume, i testi sono descrizione discreta e accurata che completano le immagini e non distolgono l’attenzione dal tratto delicato ed elegante della disegnatrice. Accurato nella ricostruzione della vita dell’attrice, parte dalla sua infanzia in Olanda e Belgio portando in luce alcuni episodi meno noti vissuti dalla futura attrice come la mancanza della figura paterna, per poi passare alle difficoltà vissute durante la guerra quando il cibo scarseggiava e Audrey faceva la staffetta per consegnare messaggi agli oppositori del regime nazista. E poi la danza e l’abbandono di quella disciplina quando si accorge di non essere abbastanza brava, la scoperta del mondo del teatro. Le prime esperienze a Brodway, quando arrivò in America leggermente ingrassata per aver divorato dolci durante tutta la traversata e fu messa a dieta con bresaola e rucola per tornare la snella Audrey che era stata ingaggiata. Il successo, le diverse relazioni sempre però vissute lontane dagli scandali. Il suo stile e l’afflato creativo che instillò nella maison Givenchy. L’abbandono delle scene, l’impegno umanitario, il forte attaccamento alla famiglia e l’empatia per le miserie del mondo.

Si sfogliano le pagine a delicati colori pastello e ci si rende conto di come il transito di questa donna sia stato straordinario, ma non certo privo di dolore e di difficoltà. Viaggiando e dovendo soggiornare in alberghi, a volte anche per i lunghi periodi richiesti dalla lavorazione di un film, Audrey portava con sé i suoi oggetti più cari e i suoi mobili, in modo da potersi ricostruire un ambiente caldo e domestico.

Si legge con un sorriso, tornando più volte indietro per cogliere meglio le sfumature dei disegni, per ricercare qualche dettaglio sfuggito. Con un pizzico di narcisismo ci si immagina il proprio volume, come sarebbe disegnato, quali eventi nodali racconterebbe. Si sente suonare “Moon river” in lontananza, confuso con i rumori di New York. E l’idea di “transito” che a volte può sembrare spaventosa o, erroneamente, confinata nel passato diventa, di nuovo e di colpo, scintillante.

Jules

Per la giornata mondiale della Terra si ritorna alla terra: “La raccontadina” di Francesca Pachetti

Oggi è una felice coincidenza. La maggior parte di noi è a casa per la Pasquetta e assapora i lunghio giorni di ponte. Se il tempo assiste, si può stare all’aperto a dondolarsi su un’amaca o sdraiati su un prato a smaltire i ricchi pasti. La possibilità di restare più a contatto con la natura cade proprio a fagiolo visto che oggi è la giornata mondiale della Terra. L’Earth Day cerca di ricordarci come il nostro pianeta vada salvaguardato: è un pensiero che dovrebbe accompagnarci ogni giorno e guidare le nostre scelte. Come si ama dire, le rivoluzioni partono sempre dal basso: un riutilizzo in più di un contenitore di plastica, la scelta della bicicletta invece della macchina, l’utilizzo di materiali diversi dalla plastica, l’attenzione a cosa si mangia e dove si acquista. Per sentire questa Terra un po’ più vicina, è bene cercare di tornare verso la terra. E se oggi non riuscite a sdraiarvi in un bucolico campo (o anche se ci riuscite) potete accompagnarvi con le parole di Franchesca Pachetti, la “Raccontadina”.

I numeri non li capisco e neanche le misure.
So che in una cassetta alta di legno ci stanno dodici chili di patate, in una bassa otto.
Se il secchio rosso lo faccio pieno, di pomodori ce ne stanno sette chili, all’incirca, se lo faccio a metà, quattro, più o meno.
‘Quanto le fa al chilo le zucche?’
Io non lo so quanto le faccio le zucche al chilo.
Una piccola tre euro, quella media cinque, grande dieci.
Questa è la mia misura.
Non vendo a peso, vendo a buon senso, a cuore, a
occhio, talvolta a circostanza, a baratto, a regalo.
Se il catino azzurro è pieno fino all’orlo, ha piovuto molto: è stato temporale.

Nato da una pagina social omonima, “La raccontadina, racconti a passo di vanga” è una raccolta, un testo buono: buono come può esserla una micca di pane fresco. Buono da sgranocchiare o da far sciogliere in bocca. Scritto quasi come una poesia o una filastrocca in certi pezzi; con tocchi alla Julie Andrews negli elenchi delle cose che si vogliono; ironici negli scambi con i clienti che vengono ad acquistare i prodotti dei campi e devono imparare quanto sia diverso dalla corsa e dalla fretta del supermercato.

– Buongiorno.
– Salve, mi dica.
– Ho visto il cartello che indica la vendita di verdura.
– Sì, cosa le serve?
– Hai solo questo?
– In questo momento sì: rapini, bietola e cavolo nero, dalla prossima settimana saranno pronti anche cavolfiori, radicchi e finocchi.
– Quindi hai solo questo?
Va bene, tu vedi ‘solo questo’. Posso dirti invece cosa ci vedo io?

E ognuno di questi scambi è spunto per riflessioni, occasioni per chiarire il punto di vista di chi è “tornato” alla terra, ma che, in fondo all’animo, alla terra è sempre appartenuto.

Corredato dalle foto di Sheila Bernard, i racconti oltre che a ritmo di vanga, vanno a ritmo delle stagioni. Ciascuna con le sue virtù e le sue difficoltà, le sue semine e le sue raccolte, in costante dialogo con la natura e con se stessi.

Dalla lettura di questo testo (non riesco a definirlo romanzo, o raccolta di racconti benché sia un po’ dell’uno e un po’ dell’altro) si guadagna una mente più silenziosa e tranquilla; un desiderio e uno stimolo a fare più attenzione a quello che mangiamo; la voglia di aumentare la propria consapevolezza in armonia con la terra, senza visioni da Paradiso Terrestre o da Arcadia perché la relazione con la Terra è fatta anche di fatica e di sacrifici; per me che lavoro a contatto con il pubblico, il desiderio di trarre dalle buffe richieste, insegnamenti e riflessioni.

“Non sono alternativa, sono nata contadina” ci dice l’autrice: per chi di noi invece non sente di essere nato così, provate a essere alternativi. Iniziate dalle Giornata della Terra e invertite alcuni vostri modi di fare e di pensare. Radicatevi a terra: se non vi viene semplicissimo, la raccontadina è pronta ad aiutarvi e guidarvi con queste pagine.

Trovate la Raccontadina su Facebook e il libro su Pentàgora Edizioni

Jules

“L’ultima pagina” debutta

L’ultima pagina” di Giulia Pretta
Ciesse edizioni

Buongiorno e buon inizio settimana. Post di servizio che (spero) sarà oggetto di aggiornamenti.

Chi pensa che il difficile dello scrivere un testo sia scrivere il testo, non sa che quella, nel totale, è quasi la parte più semplice. Perché una volta che il tuo testo ha un titolo, una copertina e quella copertina porta il tuo nome bisogna che lo si faccia vedere in giro.

Un testo, divenuto romanzo, è come una debuttante della buona società di Savannah negli Stati Confederati: deve presentarsi in società e, possibilmente, “mangiare tanto quanto uccellino”. Quindi mi sto dando da fare per trovarle qualche piccolo ballo perché si faccia conoscere da una cerchia (si spera) di gente che avrà piacere di leggere la storia di Mark e Judy. Ecco in primi appuntamenti

18 aprile, ore 18.30: Padova, alla libreria “Il mondo che non vedo“. Presenteranno Laura Liberale ed Heman Zed

6 maggio, ore 18.30: Ponte di Brenta, alla pasticceria “Tombolato“. Presenterà Renato Costa

7 giugno, ore 18.00 (all’incirca): Vercelli, alla libreria Mondadori. Presenterà Ilde Lorenzola.

Continuo a cercare ingaggi.

Jules