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Oggi si consiglia a… mamme in attesa

Mamme in attesa

La gravidanza è un periodo impegnativo: visite, programmi, acquisti, scelte, gioia, ansia, regali. Un turbine di attività volte a cercare di programmare i successivi mesi (anni!) di vita. Da fare ce n’è tantissimo, ma niente a confronto di quanto arriverà dopo. In questi mesi si possono ancora avere week end pigri in coppia o da soli (non proprio del tutto, ma il senso è chiaro); ci si può concedere di perdere un po’ di tempo, di rallentare al lavoro, di godersi qualche sfizio in più. Proprio in questi mesi ci si può concedere qualche piacere anche nella lettura: qualcosa di leggero, che rilassi la mente da alternare ai manuali sulla gravidanza e alle letture sui primi mesi del bambino, ma che punti già l’occhio sul futuro prossimo venturo: Ma come fa a far tutto? di Allison Pearson.

Mrs Reddy è una consulente finanziaria della City. Vola da un continente all’altro per redigere contratti importanti, consulta le quotazioni dello Hang Seng mentre beve il caffè e ha sicuro istinto su tutto quello che riguarda il denaro.

Kate ha due figli sotto gli otto anni, Emily e Ben. Questo comporta portarli a scuola, preparare i dolcetti fatti in casa per le recite, metterli a letto, occuparsi delle vacanze, non trascurare il marito, lisciare i suoceri per il verso giusto.

Kate e Mrs Reddy sono la stessa persona. Alternando una chiamata al pediatra ad una teleconferenza a New York, una scelta sulla torta della festa di compleanno e una liquidazione totale di un’azienda, Kate cerca di riuscire a tenere tutto sotto controllo, a essere eccellente sia come madre sia al lavoro in un mondo dominato da uomini. Ce la fa? Ce la fa! Perché se fosse una cosa facile, la farebbero fare ad un uomo.

Ricordati di : parlare con Paula in tono cortese ma fermo di parrucchieri per bambini e puntualità. Parlare con Rod Task in tono cortese ma fermo delle mie mansioni. NON SONO MICA UNA GEISHA PER LE EMERGENZE! Aumento di stipendio […] Chiedere preventivo moquette scale. Comprare albero di Natale + decorazioni. Regalo Richard, suoceri […] Controllare tariffe personal shopper. Esercizi di tonificazione pelvica, uno-due, uno-due. STRISCIO!!! Mèches. Criceto?

Dal romanzo hanno tratto un film con Sarah Jessica Parker nei panni di Kate, film che banalizza abbastanza il romanzo. Kate è una donna, parafrasando un trio di comici italiani, con i coglioni cubici: nella scelta se essere una brava mamma o fare carriera al lavoro lei sceglie di eccellere in entrambe le cose. Sa che questo richiede un costo alto, in termini di stress e relazioni: eczemi, rimandare continuamente gli appuntamenti con le amiche, dover aggiungere alla lista di cose da fare anche il sesso con il marito, sono tutte cose che lei mette in conto senza recriminazioni e con, anzi, un pizzico di nera ironia. Il suo cervello viaggia sempre a velocità supersonica, in grado di prendere decisioni multiple nel giro di poco e dando corpo all’odioso termine multitasking che tanto piace alla società contemporanea. Questo ci spinge a girare le pagine più velocemente, sempre più velocemente per stare al passo con Kate e vedere dove questa crescita esponenziale di responsabilità e decisioni la porterà. Sempre con la domanda: ma ce la farà? La risposta sarà sempre sì, ma a volte approdando a scelte e situazioni diverse dalla vita che ci si era programmati.

Il romanzo, per le mamme in attesa, ha duplice valenza: una, appunto, quello di concedersi un buon chick lit pigramente accoccolate sul divano in modo da ricordarsi di prendersi ancora qualche pausa. La seconda è di rispondere alla domanda che sorgerà nei momenti di ansia: ce la farò? Magari prendendo spunto, nel bene e nel male, da Kate, saprete che la risposta sarà sempre sì.

Ormai i telefoni multifunzione (multi anche loro) hanno il compito di facilitarci la vita, ma sempre meglio avere a disposizione tante superfici per prendere appunti sulle cosa da fare: post- it, lavagne, qualunque superficie (muri esclusi magari: quelli li lascerete poi a bambini da colorare) sarà buona per ricordarsi tutto quello che c’è da ricordare. E appuntate in ogni angolo la parola “sì”: giusto per avere sempre la risposta alla domanda che vi balenerà in testa.

Ah, ricordate che c’è un’altra domanda alla quale potrete rispondere di sì: posso farmi aiutare?

Jules

 

I libri del lunedì: il Tao è invisibile

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Il lunedì serve forza d’animo. Si vorrebbe essere placidi e sereni come un fiore di camelia e invece si ascoltano le notizie in radio e la pressione sale; non rispettano la precedenza in una rotonda e parte il primo insulto della giornata; un cliente, un collega ciascuno con i proprio problemi, ti dà una rispostaccia. Forse era a loro che hai suonato e dato del cornuto quando ti hanno tagliato la strada.

Cerca in tutti i modi possibili di liberare il cuore,

Accertati di essere aggrappato forte alla quiete.

Tutte le cose crescono e si sviluppano,

e io vedo con ciò i loro cicli.

Lao Tsu è una delle più importanti figure della filosofia cinese. Un po’ come per il poeta epico più famoso del mondo ellenico, la sua reale esistenza è oggetto di dibattito. Viene considerato l’autore dell’opera Tao Te Ching: composo da solo 5000 logogrammi, contiene una serie di avvertenze, massime, dettami morali per seguire il Tao, ovvero la Via. Per un occidentale il Tao Te Ching non è semplice da capire. Il Tao prevede una “politica” fatta di non azione, di mancanza di desideri, di pacifismo e di oscurantismo della massa. Chiaramente, ne sto parlando in soldoni, perché un volumetto anche così smilzo andrebbe letto e riletto, studiato e commentato prima di riuscire a capire l’effettivo messaggio. Difficilmente applicabile nella vita di tutti i giorni, il lunedì si può però tenere in borsa e usare come fonte di ispirazione e di calma di fronte ai nodi che la vita mette davanti. Sentiamo le notizie politiche e il caffè va di traverso?

I migliori governanti sono coloro di cui la gente non conosce niente se non la loro esistenza. […] Quando alcuni affari saranno portati a termine, tutta la gente comune dirà “Noi siamo in noi”.

Non sarebbe male. A volte, la non azione al governo potrebbe essere una buona soluzione.

Un collega si prende il merito per un nostro suggerimento e ci mette in ombra?

Colui che per stare più in alto si mette in punta di piedi non è stabile;

colui che vuole raddoppiare il suo passo non è capace di affrettarsi; […]

colui che si considera superiore non è qualificato per il comando;

Non farà passare il nervoso, ma offrirà una certa consolazione filosofica.

Vorremmo essere altrove, in vacanza, e ci sembra di perderci un sacco di cose?

Senza uscire dalla porta, si possono conoscere le cose sotto il Cielo;

Senza guardare fuori dalla finestra, si può vedere la Via del Cielo;

Più in là si va, meno si conosce;

Anche se continuo a pensare che capirei meglio il significato dalla vita in una spiaggia di Bali.

Sia chiaro che il Tao Te Ching non andrebbe usato come magazzino di frasi motivazionali. Estrapolate dal contesto e dall’intera dottrina possono anche essere fuorivanti. Però, come detto, per noi occidentali sono concetti quasi del tutto alieni, inapplicabili in coda in autostrada o dopo un’ora di attesa alle poste. Questo può essere un modo per avvicinarvisi: anche con un pizzico di irriguardosa e nevrotica ironia.

Jules

I luoghi dello shopping. Dalla terra nascono storie: Pentàgora

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Il panorama editoriale italiano è quanto mai multiforme e molteplice. I dati Aie riportano, al primo semestre delle scorso anno, 4877 case editrici che hanno pubblicato almeno un titolo nel corso dell’anno. C’è di che rimanere frastornati. Tutti noi abbiamo il nostro paniere di conoscenze, di pubblicazioni ed editori favoriti, ma, se da un lato numeri così sconfinati fanno perdere il senso dell’orientamento, c’è di buono che si può parafrasare un celebre detto: a volte penso a quante case editrici mi restano da leggere e mi sento felice.

Proprio in quest’ottica, ho ultimamente scoperto una casa editrice che si può definire, con l’abusata formula del “tre”, piccina, ridotta e curata. Nata in terra ligure e orientata sulle storie rurali, pare l’incarnazione delle “storie vere che sembrano favole”, come diceva la voce fuori campo dei film di Don Camillo. E proprio grazie alla voce altrettanto calma e rilassante del direttore Massimo Angelini, oggi vi racconto la storia della piccola Pentàgora.

Si era sul finire del 2012, un anno di dense riflessioni da parte del fondatore e direttore Massimo Angelini. Anche lui, come tanti autori, pensava alla situazione editoriale italiana. Anche lui si era scontrato con i  “Bello il libro, ma… da parte sua ci vorrebbe un contributo, che so?, per esempio l’acquisto di 400 copie…”. Che ci vogliamo fare? La piccola editoria può vivere solo così. Ed quel “solo” che non si lasciava deglutire. E da quel “solo” nasce una complessa domanda: si può fare buona editoria, curando editing e impaginazione e confezione come-dio-comanda, senza chiedere agli autori un centesimo né l’acquisto di un solo libro, senza sovvenzioni da parte dell’università o da altri enti, pagando i diritti fin dalla prima copia venduta, con un contratto semplice di pochi articoli chiari e scritti in corpo leggibile, mantenendo un prezzo di copertina contenuto perché i libri possano essere accessibili a tutti? Prendete fiato dopo questa lunga domanda ed urlate “Si può fare!” perché Pentàgora, in quel 2012, nasce per incarnare la celebre citazione

A progetto speciale serve nome speciale. Pentàgora viene scelto perché… non vuole dire nulla. Proprio così! Eppure, leggendo il nome, le evocazioni sono immediate: qualche retaggio filosofico che riemerge dai tempi della scuola, un suono esoterico o forse geometrico, magari qualcosa di greco: ma in realtà è un nome unico, senza omonimi che posso confondere. Pentàgora è solo Pentàgora.

Piccola e curata, Pentàgora non sforna titoli a getto continuo. Preferisce un ritmo più lento, quasi in linea con i ritmi delle stagioni e della terra che costituiscono il fulcro del loro catalogo. Pubblicano 9-10 libri l’anno, solo cartacei, per poterli seguire al meglio, e i filoni sono quelli del mondo rurale e della cultura contadina, dell’antropologia del quotidiano.

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Uno degli ultimi titoli del catalogo fresco di stampa

E visto che di favola vera parliamo, possiamo concederci il lusso di immaginare il lettore e lo scrittore ideale, gli eroi della storia. Massimo Angelini ha entrambe le categorie bene in mente, già ritratte con cura. Il lettore vive la buona lettura come una porta aperta sulla bellezza, dà importanza allo stile e ai particolari, scrive e dialoga con la casa editrice e con gli autori.

Gli autori invece scrivono di ciò che tocca molti in un modo che possa arrivare a molti, senza complicazioni, fantasticherie, esoterismi, specialismi, e senza scriversi addosso – e quanti manoscritti arrivano così – cura i testi e la loro stesura con attenzione per i dettagli; non è permaloso e accetta di confrontarsi con un editor; ha il senso del gioco di squadra e non si limita a pubblicare e scomparire.

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Altro nuovo nato di Pentàgora e che ci sarà al Salone di Torino

Pentàgora è essenzialmente questo: una squadra editoriale, in molti casi una squadra di amici. Quindi se qualche lettore si riconosce in questa descrizione  e ha qualche proposta, la porta di Pentàgora è più che aperta. Essere scelti per uno dei nove titoli annui è un grande riconoscimento.

Lo sa bene il primo autore della scuderia, Alessandro Marenco: operaio cassintegrato, poi panettiere, penna felice e grande ritrattista. Dopo un paio di autopubblicazioni, alla nascita di Pentàgora il suo talento viene messo in luce come merita. Il suo ultimo lavoro, Come foglie, è uscito nel 2017.

E per il futuro? Vissero felici e contenti? Pentàgora mira ovviamente a crescere, ma non in numero di pubblicazioni: vuole crescere in qualità, diffusione di libri e relazioni umane per creare un altissimo artigianato di storie e sapori.

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Pentàgora a Torino 2017. Così potete riconoscere lo stand che si troverà al punto R23

Come tutti sanno, in questi giorni c’è il Salone del libro di Torino. Quando avrete davanti quell’immensa mappa, segnate il punto R23 e inseritelo nei vostri percorsi per andare a scoprire una casa editrice che forse ancora mancava nel vostro carniere di caccia.

Jules

 

Ex Novo: di giardini presenti e passati

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Tempo splendido e natura rigogliosa al quarantennale del Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei

Questo week end sono tornata a Pavia nella mia prima città universitaria. Cadeva il quarantennale del Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei e non potevo proprio perdermi la festa, per (almeno) tre ordini di motivi.

Il primo era rivedere le mie amiche ed ex compagne di collegio. Cogliamo ogni occasionne per incontrarci qui e lì, ma la festa è un punto abbastanza fermo.

Il secondo era il polpo con mozzarella e patate. Piatto stabile e osannato delle celebrazioni, non ti lascia andare se prima non te ne sei servita tre volte. Mandando anche qualcuno a fare il quarto giro se si è timidi.

Il terzo è il giardino. Attorno al collegio c’è un grande verde, fiori, alberi e sentieri che, in questa stagione, sono luogo rilassante, adatto al relax, allo studio o al primo tentativo di abbronzatura. Dopo pranzo mi sono fermata un po’ sotto gli alberi, tirava un venticello leggero e c’era un brusio di sottofondo nell’aria. Prima di diventare troppo poetica ammetto che stavo mangiando la terza porzione di polpo.

Ex Novo di questo mese lo dedico allora al nostro (fatemi ancora usare questo aggettivo  in prima plurale) giardino. Nessuna scrittrice potrebbe essere più innamorata del verde di Elizabeth Von Arnim che nel suo lavoro Il giardino di Elizabeth descrive con amore e trasporto il suo immenso parco in Pomerania.

Il giardino è il luogo in cui mi rifugio, in cui cerco riparo; non la casa, regno del dovere e delle seccature, della servitù da esortare e ammonire, delle suppellettili e dei pasti. Là fuori, le benedizioni del cielo mi si affollano attorno ad ogni passo…È in giardino che mi addoloro per la meschinità che ho dentro e per certi pensieri egoisti che sono assai peggiori di come li percepisco. È là che tutti i miei peccati e le mie scempiaggini sono perdonati; là che mi sento protetta e a casa, con i fiori e le erbacce come amici e gli alberi come amanti. Quando sono contrariata corro da loro a cercare conforto, e quando sono arrabbiata senza motivo da loro trovo assoluzione. Quando mai una donna ha avuto così tanti amici?

Elizabeth, trasferitasi in campagna al seguito del marito, non si ritiene sfortunata come tutte le dame del circondario pensano: per lei vivere in città era soffocante, una prigione. L’isolamento e la pace che può trovare nel suo giardino sono i beni più preziosi del mondo. Scenario di conversazione con le sue amiche, luogo di educazione per le sue tre bimbe e terreno di prova per lei come giardiniera alle prime armi, il giardino ha una connotazione di ritorno all’Eden, ben lontano dalle seccature e dai doveri imposti dal suo rango.

Cugina di Katherine Mansfield, Elizabeth Von Arnim sta ritornando alla ribalta letteraria con le nuove ristampe edite da Fazi Editore che da poco ha pubblicato anche Un incantevole aprile. Elizabeth innalza un canto d’amore al suo giardino che è quasi una forma di preghiera, un ritorno al naturale che la fa vivere meglio e riporta alla mente ricordi sepolti, affina il suo spirito critico e battagliero, la ispira ed esorta a scrivere. Anche lei, i primi tempi, è tutt’altro che esperta nell’addomesticare il verde che le sta intorno, ma la sua passione è così forte da consolarla anche quando le rose tea non vengono su come dovrebbero e i giardinieri non le danno retta perché donna.

Io non ho un giardino, meno che mai grande quanto mezza Pomerania, e con le piante, per dirla con un eufemismo, sono poco abile. Però l’altro giorno, sotto l’ippocastano, con il mio polpo e le chiacchiere con le amiche, ho immaginato per qualche minuto di essere come Elizabeth, cullata dalla presenza amicale degli alberi e dei fiori.

Alla faccia delle allergie e con un brindisi silente a tutti i rosmarini deceduti nel corso degli anni quando affidati alle mie cure.

Jules

Shopping: reunion tra amiche

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Buona parte di voi probabilmente è appena uscita da uno splendido e lunghissimo ponte. Avrete fatto gite fuori porta, viaggetti, pranzi fuori, visitato parchi e musei.

Io ero una delle persone dall’altra parte della barricata. Ho osservato le vostre facce rilassate e abbronzate e vi ha invidiato con tutto il cuore. L’unica speranza che mi ha tenuta su è stato pensare ai giorni successivi, quando tutti sarebbero tornati al lavoro e io mi sarei finalmente presa qualche giorno di stacco. Nello specifico, questo week end ho la possibilità di fare una piccola reunion con alcune delle mie più care amiche dei tempi dell’università e due domande sono spontaneamente saltate fuori: cosa metto in valigia? Quale libro può aiutarmi a uscire dalla mentalità sfibrata del lavoro e aiutarmi a entrare nel mood pettegolezzi e relax? A volte i classici sono la risposta migliore: Sex and the city di Candace Bushnell.

Sì, va detto: Sex and the city è un classico della letteratura chick-lit. Fine della discussione!

Benvenuti nell’età della Non-Innocenza. Le luci di scena che facevano di sfondo ai convegni gonfiabustini di Edith Wharton sono ancora accese, ma il palco è deserto. Nessuno va a fare colazione da Tiffany e nessuno ha storie da ricordare: noi facciamo colazione alle sette del mattino e abbiamo storie che cerchiamo di dimenticare il prima possibile. Com’è che ci siamo messi in questo casino?

Le prime frasi del libro sono conosciute a tutte le fan della serie perché sono pronunciate da Carrie nel primissimo episodio della serie HBO andato in onda il 6 giugno 1998. Oltre a questo desclaimer e a qualche scena nei primi episodi pilota, la somiglianza tra il romanzo e la versione sullo schermo termina qui.

Tutte, più o meno, conosciamo le quattro girls newyorkesi che si destreggiano tra carriera e appuntamenti sempre alla ricerca dell’uomo perfetto. Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte si supportano, si spalleggiano, litigano e condividono tutte le loro avventure e non in campo sentimentale. Carrie, la dramatis personae dietro cui si cela l’autrice Candance Bushnell, è la voce fuori campo e narratrice (nonché scrittrice e giornalista) di tutte le storie. Sono donne che “parlano di sesso come gli uomini”, hanno guardaroba strepitosi e vivono una vita che non ci rispecchia assolutamente, ma nella quale cerchiamo somiglianze e specchi: tutte abbiamo avuto il nostro “mister Big”, abbiamo passato il nostro momento alla Samantha…

La versione cartacea è meno scintillante e più di cronaca. Nato dalla raccolta di articoli che Candace Bushnell (C.B. come Carrie Bradshaw) scrisse per il New York Observer, offre una visione della vita relazionale e sentimentale della New York anni Novanta. Carrie e le ragazze sono molto meno centrali rispetto al romanzo e compaiono come protagoniste solo di alcuni episodi e non sono così strettamente legate. Il quadro che ne emerge è senza dubbio quello di una città vivace e trasgressiva, ma anche desolante. Certo, il cinisco newyorkese non ha bisogno di spiegazioni o presentazioni, ma nel racconto di queste molteplici relazioni che naufragano c’è un fondo di isteria infantile; quella che prende i bambini quando iniziano a piangere con enormi lacrimoni e non capiscono come hanno fatto a farsi così tanto male.

Sulla brillantezza però non si discute perché i pettegolezzi e le manie della capitale morale USA sono divertenti da leggere; fanno venir voglia di trovarsi con le amiche, con un drink in mano a raccontare dell’ultima trovata della capa al lavoro o del messaggio sconclusionato arrivato da quel tizio che sembrava tanto carino e invece è solo un complessato come tutti gli altri.

Va da sé che va indossato con una gonna di tulle: Carrie insegna.

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giphy.com

Il 4 è un ottimo numero per le compagnie femminili, lo si ritrova spesso: permette di offrire uno spettro abbastanza ampio di donne diverse tra loro e vedere le loro interazioni e punti di vista. Io ho un gruppo di 5 e posso dire che è un numero che funziona benissimo.

Jules

 

Oggi si consiglia a…chi si lascia

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La primavera è capricciosa. Colpisce con caldo anomalo e poi risprofonda nel freddo; ci fa desiderare più luce, ma ci disorienta con la stanchezza; consolida amori con una valanga di matrimoni, ma fa anche desiderare la libertà in vista dell’estate.

Sì, a primavera ci si sposa, ma ci si lascia anche. I fiori, gli uccellini, le belle giornate, diventano un’arma a doppio taglio se si è reduci da una rottura sentimentale. Per cercare di ammantare di poesia la fine di una storia d’amore e sperare che il nuovo grande amore sia a poche curve di distanza, si può sfogliare la graphic novel di Alessandro Baronciani, Le ragazze nello studio di Munari, pubblicato da Bao Publishing.

Fabio non riesce a dormire. Nel retrobottega del suo negozio di libri rari e usati, sdraiato sul soppalco, si rigira nel letto e pensa. I pensieri nella sua testa non sono mai lineari: tende a divagare, a creare collegamenti, a uscire dal seminato. Pensa ai suoi tesori più preziosi: l’autografo di Calvino, quello di Saba… tra tutti spicca quello di Bruno Munari.
Pensa ai momenti che hanno cambiato la sua vita: sono stati tre, uno ogni sette anni. La sua prima volta al liceo, nei bagni della scuola, il suo primo lavoro, quando ha conosciuto Zao, una modella coreana a Milano per delle sfilate. Squilla il telefono: Fedra gli scrive che è tornata a casa dai suoi e che lui è uno stronzo. Chissà Sonia cosa direbbe: sarebbe forse perplessa come quella volta che le ha fatto vedere la fabbrica del set “Deserto rosso”. Oppure… Stiamo di nuovo divagando: Fabio non riesce a dormire e inizia a scrivere di tre donne che lo hanno irrimediabilmente stregato.

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Fabio, protagonista e voce narrante di questo memoir delle sue relazioni, è un innamorato dell’idea dell’amore. In ogni donna che si trova davanti, sua musa in questa notte di insonnia e scrittura, lui riversa le sue passioni e le sue idee, completamente incapace di scendere a compromessi o cambiare per qualcun altro. Munari è il filtro e il modello di confronto che lui applica ad ogni relazione, a volte trovando riscontro dall’altra parte, a volte completa opposizione e rifiuto. C’è un tratto da esteta nella costruzione di ogni rapporto, una ricerca di equilibrio e perfezione che non è destinata a resistere alla vita di tutti i giorni.

Avere una relazione con uno come Fabio può essere esaltante i primi tempi, circondate da entusiasmo e fervore mentale, disastroso sul lungo tempo. Perché, anche se circondato dalla sua cultura e dalla sua malinconia esistenziale, Fabio è un ragazzino che non è in grado di far funzionare una relazione.

A 20 mi sarei innamorata di uno così. L’ho anche fatto. Ora, uno come Fabio non lo richiamerei nemmeno. Questa grapich novel, che andrebbe letta anche solo per le splendide e sorprendenti pagine di cartotecnica ispirate ai Pre libri, ha una duplice funzione: la prima, è quella di far sprofondare nella meravigliosa malinconia che tutti ci dobbiamo quando una storia giunge alla sua conclusione. La seconda è di farci capire che anche chi consideravamo perfetto, in realtà ci ha fatto quasi un piacere a lasciarci e che avere le Forchette parlanti sulla parete non vale nulla se poi non si è attenti ai desideri del proprio partner.

Un bel pianto, un paio di occhiali scuri che sono la cosa che più ti fa sentire al sicuro come diceva Coco Chanel, e godiamoci la primavera. Forse la libertà durante la bella stagione non è cosa da disprezzarsi.

Jules

Relax(?): pensiamo alla Terra

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Ogni anno, un mese e due giorni dopo l’Equinozio di primavera, in tutto il mondo si celebra la Giornata Mondiale della Terra: cioè oggi, 22 aprile. Ormai dovremmo saperlo e averlo ben capito che questo è l’unico pianeta che (al momento) abbiamo per vivere e dovremmo fare come i Puffi e rispettare Madre Natura sempre. Come tanti Gargamella invece ridiamo in maniera stridula e sardonica mentre non facciamo la differenziata o usiamo la macchina anche per fare 100 metri perché tanto “così fan tutti”. Lungi da me iniziare una qualunque filippica sull’irresponsabilità del genere umano però penso che l’agente Smith di Matrix non avesse tutti i torti nel definirci dei parassiti: e poi il cattivo era lui.

Per questa giornata della Terra possiamo metterci comodi, rilassarci perché è domenica e leggere un romanzo che non potrebbe essere più indicato per questa ricorrenza: La strada di Cormac McCarthy.

Gli orologi si fermarono all’una e diciassette. Una lunga lama di luce e poi una serie di scosse profonde. Lui si alzò e andò alla finestra. Cosa c’è?, disse lei. Lui non rispose. Andò in bagno e premette l’interruttore ma la corrente era già andata via. Un debole bagliore rosato alla finestra. Lui si chinò su un ginocchio e alzò la levetta per bloccare lo scarico della vasca e aprì al massimo tutti e due i rubinetti. Lei era ferma sulla porta in camicia da notte, aggrappata allo stipite, una mano a sostenere il pancione. Cosa c’è? Cosa succede?

Non lo so

Perché ti fai il bagno?

Non mi faccio il bagno.

Non un romanzo su prati verdi ed idilliaci colli; nel romanzo post apocalittico di McCarthy non ci sono colori. Solo la strada che porta a sud e un papà e un bambino che continuano a camminare per arrivare in un posto più caldo e sfuggire agli altri sopravvissuti che sono diventati cannibali. Loro sono i buoni, non mangiano altri umani, e portano con loro il fuoco. È un romanzo che, a livello basale senza analizzare struttura, impianto dialogico, senza ricamare sul cesello di ogni singola frase, ti azzanna alle viscere e smuove qualunque sentimento di paura, affetto e disperazione tu possa avere sedimentato che si legge veloce, una pagina dopo l’altra, e che lascia dietro di sé un senso di oppressione e inquietudine che dura per giorni. Un vaso di Pandora di cui non si vede il fondo. Però vedi l’amore di questo papà per il suo bambino, speranza per un mondo che ormai è sprofondato nella ferinità.

Perché questo romanzo proprio oggi per la giornata della Terra? Perché l’evento apocalittico che dà inizio a La strada non viene mai specificato. Non sappiamo cosa sia successo, cosa sia il bagliore e da dove siano venute le tempeste di fuoco. Forse è stato un evento naturale come un meteorite, o forse è qualcosa che abbiamo fatto noi umani. Forse un evento catastrofico ed improvviso, forse un progressivo accumularsi di cause. Possiamo perderci in mille arzigogoli pensando a guerre, fatalità, ma l’idea che dietro la distruzione del mondo ci sia la mano dell’uomo resta. Non sappiamo se sia stata colpa dell’ennesima bottiglia buttata in mare o di una guerra nucleare, ma potremmo essere sulla strada per avviarci ad un mondo come quello di McCarthy. Se riuscite state all’aperto, godetevi la primavera, e ricordatevi che anche noi potremmo trovarci sulla strada molto prima di quanto pensiamo.

Jules