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Glossario vecchio/nuovo “Signore degli Anelli” parte 2

Mi sto regalando qualche settimana di solo fantasy, sia nelle letture che nelle serie Tv. Tra Luna nera di Tiziana Triana e Cursed su Netflix, sono ovviamente andata avanti con la rilettura del Signore degli anelli nella nuova traduzione di Ottavio Fatica. A maggio è infatti uscito Le due torri, un po’ più in sordina rispetto alla Compagnia dell’anello e alle contestazioni dall’epico sapore.

Vuoi che la colpa sia del Covid, vuoi che i lettori o hanno abbandonato l’impresa o si sono abituati alla nuova possibile versione, Le due torri ha fatto il suo ingresso in libreria indisturbato: manca ancora la mappa (aspettiamo con pazienza Il ritorno del re, ma continuo a pensare che non sia stata una mossa saggia) e la copertina risulta sempre con il fastidioso suolo di Marte in filigrana dorata.

A parte queste due perplessità, resto schierata dalla parte dei sostenitori del lavoro di Fatica. I personaggi hanno una parlata sempre molto riconoscibile (Sam e Pippin su tutti “parlano come mangiano”), l’epicità nelle scene di battaglia e negli scontri tra Maghi è mantenuta alta e il sole tramonta sempre a occaso denotando una scelta linguistica molto raffinata.

Ma, punto più riconoscibile, i nomi hano subito variazioni e serve anche qui un piccolo aggiornamento di lessico. La prima parte del glossario la trovate qui casomai ve la foste persa.

VECCHIA TRADUZIONE V.A.V.NUOVA TRADUZIONE O.F.
EntalluvioGuado di Ent
Il MarkLa Marca
Gandalf GrigiomantoGandalf Cappabigia
OmbromantoMantombroso
BrecciaVarco
OvestfaldaVallea di Westfold
VermilinguoRettilingua
DunclivoFanclivo
Zoccofuoco (il cavallo di Éomer)Zoccolodifuoco
Nevecrino (il cavallo di Theoden)Crindineve
Helm BrandimartelloHelm Manodimaglio
TrombatorrioneBorgocorno
Mura FossatoMuraglia del Fosso
DunlandLandumbria
SveltolampoSorbolesto
UcorniHuorn
SudroniSudron
ShelobAragne

Pensare che «Dov’era Gondor quando cadde l’Ovestfalda?» possa diventare «Dov’era Gondor quando cadde la Vallea di Westfold?» è un duro colpo. Ma c’è una certa grazia britannica nella scelta, quasi fosse lo sfondo di un’avventura di Re Artù o di Robin Hood. La scelta di Aragne è un perfetto parallelismo con l’originale Shelob, ma qui ci vorrà un po’ perché ci faccia l’abitudine.

Se mi è scappato qualche nome fatemi sapere nei commenti.

Jules

Dopo pasto: “Il gioco della vita” di Mazo de la Roche

Non ho mai avuto grossi problemi con gli spoiler. Sarà che mi interessa sapere e cercare di analizzare il come e il perché una determinata svolta narrativa si verifica e non tanto esclamare: “Wow! Chi se lo aspettava?”. Anche perché la sorpresa totale è davvero difficile trovarla.

Gli spoiler sono però uno dei mali del nostro secolo oltre che una potente arma in ogni tipo di contesa.

«Se non la smetti/se non dici che ho ragione/se non mi porti in vacanza ai Caraibi, ti dico come muore Albus Silente!»

Quando si parla di qualunque prodotto di narrativa, sia esso romanzo, fumetto, film o serie tv, bisogna sempre fare attenzione e camminare sulle uova: si può dire di cosa parla, ma facendo sempre attenzione e non rivelare troppo. Parlare dei temi, ma non come questi si concretizzano nelle scene clou di una narrazione. Un elegante balletto in cui bruci dalla voglia di rivelare il punto di crisi e pressi il tuo interlocutore perché si decida a vedere/finire di leggere la storia in questione in modo da poterne parlare liberamente.

Ho visto amicizie messe in crisi solo da due cose: il +4 a Uno e gli spoiler su Game of Thrones.

Quando vedrete nel titolo l’espressione “Dopo pasto” saprete che nell’articolo ci saranno spoiler. Quindi, prima di proseguire, assicuratevi di due cose: o di non aver paura del baubau della anticipazioni o di aver terminato “Il gioco della vita” di Mazo de la Roche, secondo volume della saga di Jalna che tratta delle vicende della famiglia canadese dei Whiteoak, edito da Fazi Editore.

Come dopo pasto, visto che fa caldo, è tempo di crema after eight

La presenza di un’eredità è in grado di scuotere anche le famiglie più robuste. Se si tratta di un’eredità cospicua, si moltiplica il livello di competitività e ansia in base agli zeri. Se il futuro de cuius esprime la sua volontà di lasciare tutti i suoi beni a un unico erede senza specificare a chi, le reazioni dei parenti possono assumere sfumature che variamo dal commovente al grottesco.

“Il gioco della vita” è diviso a metà: la prima parte è un profondo respiro prima dell’inevitabile, anche se triste, morte di uno dei personaggi più divertenti della famiglia Whiteoak. Adeline Court, la nonna ultracentenaria con un invidiabile appetito, la lingua lunga e un controllo dispotico su tutte le generazioni dei Whiteoak, è purtroppo arrivata alla fine della sua lunga esperienza terrena. Nonostante tutti, i figli per primi, la reputassero quasi immortale e non riescano a immaginare una vita senza di lei, albero secolare della famiglia, Adeline si è congedata da questo mondo e da questa storia dichiarando “Gammon!” come ultima parola.

Per una donna così appassionata di backgammon e whist, anche la questione dell’eredità diventa un gioco.

Le era bastato far sapere che il testamento riguardava un membro solo della famiglia

Le reazioni e i comportamenti generati da questo singolare stato di cose, nella maggior parte dei casi, non fanno onore ai Whiteoak di Jalna.

La generazione più anziana, quella di Augusta, Ernest e Nicholas, è discreta, ma forte del suo diritto. Augusta, che alla fine del primo romanzo era rimasta in Canada, si assume il compito di badare alla madre e di prendere il posto di Meg, ormai sposata e con una figlia, nella gestione della tenuta. Ben sapendo dell’antipatia per lei della madre, dimostrata in ogni occasione con lo storpiare il suo nome e non riconoscere la sua nobiltà di dama inglese, si comporta come una burbera e ruvidamente affettuosa badante, riponendo però tutte le speranze nel fratello Ernest. Facendo così sprofondare Nicholas nella paranoia di essere oggetto di complotto da parte dei fratelli e facendo guardare a tutti loro con sospetto persino all’altro capo della linea dinastica: il piccolo Maurice, figlio di Pheasant e Piers, viene visto come un pericolo e ogni bacio che la nonna reclama dal bisnipote è una conferma ulteriore che il patrimonio stia loro sfuggendo dalle dita.

La grande nidiata dei figli di primo e secondo letto di Philip pare essere più moderata. Chi spicca è, come sempre, il piccolo Wakefield che ha ormai undici anni e mostra di saper ben sfruttare il proprio ascendente e la propria condizione di malato di cuore (per quanto non ci siano stati mostrati ancora sintomi così rilevanti). Inizia infatti un gioco sottile, fatto di preghiere personalizzate sulla nonna. Adeline, in tutto ciò, si diverte moltissimo e non manca mai di chiedere al nipote per cosa l’avesse ricordata.

«Ho pregato per…hmmm vediamo… per…», il suo sguardo si posò sulla mano di Pheasant. «Ho pregato che tu facessi un regalo e che… ne ricevessi uno!».

Adattando ogni volta le sue preghiere a quanto appena successo, Wake mostra un talento che non stonerebbe in un indovino da fiera e suscita lo sdegno di Nicholas che, oltre che una furberia, vede in queste preghiere un cattivo auspicio per il destino di sua madre. Queste preghiere gli danno (o almeno, così Wake ci fa pensare) l’illusione di essere l’erede destinato e, millantando le sue future disponibilità economiche, può avere a credito i dolcetti e la gazzosa di cui è tanto goloso.

Ma se Piers e soprattutto Pheasant sperano nell’influenza del giovane pronipote, se Eden e Alayne sono fuori dai giochi e anche, parzialmente, fuori dalla casa per via della malattia di Eden e se Renny pare essere il giusto erede dato che è lui a occuparsi di ogni esigenza di ogni singolo membro della famiglia, è il giovane e da sempre bistrattato Finch a riservare la maggiore delle sorprese.

Finch in questo capitolo della saga ha diritto al suo giusto riscatto. Incompreso e da sempre deriso, alla costante ricerca della sua strada in ambiti artistici come la musica e il teatro che una famiglia sanguigna come i Whiteoak non possono accettare, ne “Il gioco della vita” diventa protagonista e punto di vista privilegiato delle vicende narrate. E trova proprio nella nonna, una donna che non ha mai accettato, anzi “tollerato”, la debolezza in vita sua, proprio la migliore delle alleate.

Un Court che ha paura della vita? Non lo tollero. Non devi avere paura della vita, devi prenderla per le corna, stringerla dove è più facile che ti sfugga: devi farle paura.

Istruisce così il nipote, lo incoraggia sui suoi risultati musicali e gli offre una visione su una fede religiosa che è così lontana dalla mentalità di Jalna da apparire quasi degna di rogo. E, nel tentativo di fornire al più debole della cucciolata gli strumenti per diventare un vero Court, lo nomina, a sorpresa, suo erede. Nonostante lui avesse sempre parteggiato per Renny e generando così una vera e propria rivolta in seno alla famiglia che non può accettare di dover dipendere da quel ragazzo “bianchiccio e tremebondo” come viene cortesemente definito.

Dopo questo rivolgimento e l’evento traumatico che cambia per sempre la vita dei Whiteoak, le reazioni contro Finch non si fanno attendere.

C’è arriva ad accusarlo di aver accorciato la vita ad Adeline con le loro chiacchierate notturne portandolo a un esaurimento tale da spingerlo verso un tentativo di suicidio. C’è chi mostra interesse e si offre come aiuto finanziario, come il piccolo Wakafield non manca di fare accettando anche, con una certa eleganza e disinteresse, il non essere l’erede designato. C’è chi mostra per lui un interesse che prima non sarebbe mai giunto come la svenevole Ada Leigh. E chi non si fa scrupoli a raggirarlo, come Eden: da sempre fuori da ogni scommessa nel toto-erede ha preferito giocare la carta della confidenza e della comprensione per farsi finanziare un viaggio a Parigi con la sua nuova fiamma, la procace bambinaia Minny Ware.

Nella speranza che le intenzioni di Adeline si rivelino corrette e che la sicurezza del ruolo e del patrimonio rendano Finch più consapevole e di peso all’interno della famiglia, alla fine del romanzo abbiamo una sola certezza: che è stato tutto un gran bel gioco. E, in vita come in morte, la vincitrice è sempre l’indomita progenitrice giunta dall’India con un pappagallo sulla spalla.

Jules

Ex Novo: una strana estate

Alla domanda: “Vai in ferie o quest’estate ci sei?” la risposta è un sospiro carico di pazienza e rassegnazione*. Certo, nell’ordine delle cose e in prospettiva, il non poter andare in vacanza è un problema minimo e trascurabile. Ma dopo i mesi che abbiamo passato e già preoccupati per quanto forse potrebbe avvenire in autunno, l’idea di dover comunque lavorare nelle settimane consacrate al mare ha il suo peso. Sia che si lavori e si vedano sfumare le ferie, sia che si studi ancora e si debba affrontare la sessione estiva sostenendo gli esami a distanza.

La cosa migliore che possiamo fare, dal punto di vista della lettura, è allontanarci un po’ dal nostro mondo, sprofondare in un fantasy inusuale che parte da un’intrigante premessa: e se tutti gli orribili eventi della storia del Novecento non fossero altro che il frutto di una disarmonia tra il nostro mondo, quello della terra, e quello degli elfi, il mondo delle brume? Ecco da cosa parte Uno strano paese, secondo romanzo della saga degli elfi di Muriel Barbery, già autrice dell’Eleganza del riccio.

Anche in Collegio Nuovo ci si adatta a questi tempi strani e si studia al fresco del giardino però mantenendo le giuste distanze 🙂

Nel cielo vivono gli elfi del mondo delle brume, esseri cangianti e polimorfi, per un terzo animali, per un terzo cavalli e per un terzo in forma umana. Traggono dal tè la loro linfa vitale e le loro vicissitudini sono molto più intrecciate al nostro mondo di quando non possiamo immaginare. La disarmonia di uno dei regni può portare, di riflesso, terrore e scompiglio anche nell’altro.  

Muriel Barbery in Uno strano paese ci cala in un mondo che è magico non in virtù degli incantesimi che ci si aspetterebbe di trovare in un fantasy, ma per la forza pittorica delle sue descrizioni che pescano molto dall’immaginario orientale. Già nell’Eleganza del riccio l’autrice aveva inserito molto del Giappone, sia nelle parti di Renée che in quelle di Paloma, ma in quest’ultimo romanzo sembra quasi di riuscire a “leggere” un’incisione di Hiroshige.

Come a Nanzen, le verande giravano tutto intorno alle case di tegole grigie, alcune minuscole, altre più vaste e simili a templi. Ce n’era in particolare una che attirava lo sguardo. Era preceduta da un grande cortile rettangolare coperto di neve in cui crescevano alberi disseminati di fiocchi caduti a casaccio sui rami scuri. Su quei rami d’inverno, contorti e nodosi come quelli dei vecchi alberi da frutto, si erano schiusi fiori delicati rosa o rossi con stami chiari e petali rotondi striati di scarlatto e di bianco.

Un mondo che, nonostante la preziosità delle descrizioni, non è idilliaco e non è esente da intrighi politici e, in particolare, dallo scontro di due fazioni in cui una dichiara che gli umani sono il male e inneggia alla purezza della razza. E vista la stretta connessione tra i due mondi, non è difficile vedere il riflesso dei governi e delle guerre del nostro secolo scorso. 

Scopriamo che ci sono elfi che hanno scelto di vivere nel mondo umano. Alcuni, come Petrus, l’elfo che assomiglia più a un fauno per la sua goffaggine e la sua smodata passione per il cibo, il tè e per il vino umano, sono agenti di collegamento che vagano per il nostro mondo portando e ricevendo informazioni. Altri sono invece arrivati a ruoli di potere e influenzano l’andamento del nostro mondo. Altri ancora sono a metà strada, non del tutto elfi e non proprio umani, come nel caso di Maria e Clara, le bimbe “di novembre e di neve”.

La commistione dei due mondi è ulteriormente rafforzata dalla “normalità” che viene inserita nel mondo delle brume e dalla “magia” del mondo della terra. Il mondo delle brume è reso più concreto da Petrus che si ingozza di paté e tè prima di una traversata sulle brume con conseguenze poco piacevoli o dagli stessi intrighi politici che fanno cadere il popolo degli elfi dall’inarrivabile piedistallo. Di contro, nel mondo di terra, il giovane stratega Alajendro de Yepes ha un forte legame con il mondo dei morti e con la più alta poesia, argomenti che mai ti aspetteresti nella mente di un soldato durante un conflitto mondiale. 

L’idea è effettivamente stuzzicante, ma la sua forza viene sminuita dal lungo capitolo descrittivo della vita di Petrus che, sebbene ci dia un’idea approfondita del mondo degli elfi e ci incanti con l’ambientazione, fa nascere un guizzo d’impazienza nel lettore. Inoltre, i vari capitoletti che intervallano la narrazione, quasi piccole incursioni nella filosofia orientale, danno vita a un romanzo con un ritmo molto diverso da quanto la premessa lascia intendere. C’è guerra, ci sono tradimenti, c’è amore e avventure come in ogni fantasy che si rispetti, ma bisogna essere pronti ad andare con calma e non saltare nemmeno una riga per gustarsi il viaggio. E va letto nelle calde sere d’estate, immaginando che tutto quanto è successo e potrebbe ancora succedere sia frutto di una scollatura tra noi e mondi al di là del cielo e delle nebbie.

Jules

*Nello specifico, in questi giorni dovrei essere in Grecia, ahimè.

Qui vi lascio anche il video consiglio che trovate su LuciaLibri

Oggi si consiglia… a chi si sente troppo buono

Siamo onesti: guardando La Bella addormentata nel bosco sapevamo che la bionda stucchevolezza di Aurora non poteva competere con il glamour di Malefica. Per quanto mi terrorizzasse nel profondo (la scena con la luce verde che conduce all’arcolaio e la musica di sottofondo mi obbligavano a guardare la scena in compagnia di un adulto) un po’ tifavo per lei e non capivo come il Principe Filippo non si accorgesse del suo fascino maturo e intrigante. Ma si sa che lì la mente pensante era il cavallo Sansone.

Ci crescono con l’ammonizione: sii buono. E se a livello di una costruzione sociale legalmente e/o moralmente valida è un buon principio, tutti abbiamo sentito il fascino e il desiderio di essere una cattiva o cattivo ragazza o ragazzo.

In Veneto ho sentito spesso pronunciare il proverbio “Na volta bon xe bon, do volte bon xe santo, tre volte bon xe mona!” che fa il paio con quanto mi dicevano da bambina ovvero di essere, sì, buona, ma non cogliona. Questo sicuramente più dell’ovvietà del fascino del male, mi fa propendere per un consiglio di lettura per tutti quelli che a volte arrivano alla terza volta di essere buoni: Perfide di Roberta Balestrucci Fancellu con le illustrazioni di Jessica Cioffi edito da Hop!

Hop! Edizioni è una casa editrice pavese specializzata in graphic novel e volumi illustrati: tra le sue collane, giusto per fare qualche esempio, da segnalare le biografie illustrate (e quella di Audrey Hepburn illustrata da Roberta Zeta merita la menzione d’onore) e tra i suoi autori l’illustratrice Elena Triolo alias Carote e cannella.

Perfide è un volumetto che raccoglie venti brevi biografie di donne che sono passate alla storia per il loro ruolo di cattive. Ruolo che, in alcuni casi, è effettivamente giustificato come nella storia di Ilse Koch, la Iena di Buchenwald, o di Elena Ceaușescu per il ruolo avuto nella dittatura rumena, per altre donne si confonde con la leggenda o è sinonimo di figure troppo disinvolte ed emancipate per i loro tempi. È il caso di Tomoe Gozen, samurai donna del Dodicesimo secolo, o di Christine Keeler, spia della Guerra Fredda e protagonista dello scandalo Profumo nel 1963. E ancora la storia delle piratesse dei Caraibi Anne Bonny e Mary Read che, se fossero nate uomini, si sarebbero potute ammantare dell’aura di eroi romantici e scavezzacollo.

Tutte le illustrazioni, sui toni del nero e del grigio con tocchi di rosso, sono goticheggianti con qualche richiamo alle illustrazioni giapponesi: occhi allungati e magnetici, tratti del viso affilati, pelle di porcellana e mani sottili. Un male raffinato, che strega anche quando mette di fronte ad atroci delitti e che seduce il lettore.

Prendere solo un pizzico di quella oscura determinazione, rende la lettura di questo volumetto corroborante nelle giornate in cui sentiamo che qualcuno si è approfittato del nostro buon cuore. Non che si suggerisca di girare armate di veleno come Lucrezia Borgia, ma di certo il suo fascino e la sua determinazione ci saranno di ispirazione.

Oggi poi ricorre l’anniversario della morte di Bonnie Parker, morta il 23 maggio 1934, insieme al suo compagno di vita e rapine Clyde Barrow. Se una piccolina e minuta come lei suscitava terrore nei cuori pensate a quanto rispetto si può ottenere con solo un grammo di cattiveria ben calibrata.

Jules

Ex Novo: may the fourth be with you

Mai come quest’anno il 4 di maggio ha avuto un significato speciale. E non parlo solo degli appassionati di Star Wars. Oggi sarà il nuovo capodanno per molti di noi perché dopo due mesi di isolamento si potrà di nuovo uscire, con tutte le precauzioni del caso. Chi ha parecchi congiunti fino al sesto grado si trova avvantaggiato. Chi ha parecchi congiunti ma, come la sottoscritta, è un disastro nel calcolare le parentele, è meglio che si fermi al quinto grado.

La sottoscritta non rientra nella categoria degli uscenti e guarda chi saltella fuori dai duecento metri prescritti pensando magnanimamente di concedere loro un po’ di vantaggio. Un Ex Novo, anche per questo mese, di quarantena: scuole, università e luoghi di cultura sono ancora in attesa del via libera che arriverà in tempi diversi e molto lunghi. Quindi oggi ci prendiamo un po’ di soddisfazione e usciamo anche noi, popolo senza congiunti, per fare un lungo viaggio anche fuori regione. Lo facciamo leggendo Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf edito da Iperborea.

Per fortuna il giardino del Collegio Nuovo offre una bella vista e un bello spazio anche senza dover uscire

Il cielo non era più azzurro, ma si incurvava sopra di lui come una coppa di vetro verde. Il mare era bianco latte. Fin dove arrivava lo sguardo, si vedevano rotolare piccole onde bianche con scintillii argentei sulla cresta. Sparse in tutto quel bianco c’erano le tantissime isole dell’arcipelago, nere come il carbone. Sì, persino le case, le chiese e i mulini, in genere bianchi o rossi, si stagliavano neri sul cielo verde. Al ragazzo sembrava quasi che gli avessero cambiato la terra sotto i piedi e fosse arrivato in un altro mondo.

Nils Holgersson è un ragazzino svedese: non è un gran lavoratore, non è particolarmente osservante dei Comandamenti e si comporta male con gli animali. Oggi lo si definirebbe “iperattivo”, ma nei secoli passati un bambino simile spezzava il cuore a una madre e rendeva un padre preoccupato del futuro della propria fattoria. Un giorno Nils, riesce a evitare la noia della Messa, ma mentre sta pensando di svignarsela per sparare con lo schioppo del padre, ecco che vede un folletto. In Svezia sono abbastanza comuni e se li si lascia in pace, proteggono la casa e i loro occupanti. Nils, immemore di questi racconti, ma desideroso solo di farsi rivelare la posizione del tesoro del folletto, cerca di intrappolarlo. Ma la cosa non va come lui aveva previsto e il bambino viene tramutato a sua volta in un folletto. Nel tentativo di fermare Mårten, il loro papero bianco e maestoso che scappa per migrare con le oche selvatiche, Nils (ribattezzato Pollicetto) inizia un fantastico viaggio per la Svezia. Sotto la guida della saggia e vecchia oca, Akka del Kebnekajse, imparerà la bontà d’animo e l’altruismo, alla ricerca di un modo per spezzare l’incantesimo che lo ha reso alto come un ditale da cucito.

Nils accompagna i lettori adulti e bambini alla scoperta della Svezia sotto ogni punto di vista. Ogni tappa del viaggio è dettagliatamente spiegata dal punto di vista geografico, naturalistico e artigianale/industriale. Invece di scrivere, come nei migliori sussidiari della nostra infanzia (perché io ho fatto scuola con ancora il sussidiario), che nello Jemtland ci sono i monti Frostviksfällen è molto più poetico e divertente sapere che sono stati messi lì dal dio Asa-Thor per mostrare tutta la sua forza ad una coppia di Giganti. Invece di fare una noiosa lezione sulle risorse minerarie di Falun è meglio raccontare di come la figlia del Gigante rivelò al contadino di come arrivare ai filoni di rame sotto la montagna.  Profondamente legata alla spiritualità pagana e al ricco bagaglio di leggende della propria terra, l’autrice fa corrispondere ad ogni tappa del viaggio leggende, storie, racconti di usi e costumi e feste popolari, il tutto incorniciato da descrizioni naturalistiche di struggente bellezza.

Per noi che siamo ancora a casa, pagine simili sono un toccasana perché fanno respirare le fresche arie del Nord e abbattono le pareti di case che ormai conosciamo molto bene. Speriamo sempre che ci sia un folletto pronto a proteggerci casa.

Jules

Ex Novo: torneremo a stare vicini, ma nel frattempo…

Inutile dire che questo periodo porterà grossi cambiamenti nella vita di tutti. Non parlo di quelli massicci che andranno a influire sul lavoro e le nostre sicurezze: sono appannaggio personale di ciascuno di noi. Parlo delle cose minute, settori e argomenti a latere di cui ora non siamo consapevoli e che non è nemmeno così urgente identificare; ma ci saranno.

Per fare qualche esempio: probabilmente ci abitueremo a starnutire nella piega del gomito e non più portando la mano davanti alla bocca. Lavarsi le mani avrà acquisito una gestualità frutto delle numerose filastrocche e canzoni (anche per adulti) che ormai imperversano. Saremo più attenti e modulati nel fare le spesa. Avremo tutti imparato a fare il pane.

Di conseguenza: affronteremo una crisi mondiale del lievito. Gli abiti dell’autunno-inverno 2020-2021 avranno l’interno manica sostituibile e lavabile. La lobby delle creme mani prenderà il sopravvento. Torneremo a fare la spesa per tutta la settimana e ci abitueremo a trovare i supermercati chiusi la domenica.

Ex Novo di questo mese si adatta ai tempi e sarà un po’ diverso. A seguire ci saranno alcuni suggerimenti di lettura per tutti, indipendentemente da facoltà, corso, studenti e lavoratori. Per allietare la reclusione di molti di noi e per procurare un po’ di svago a chi l’emergenza la vive in prima linea. Così presto torneremo, con le dovute modifiche di cui sopra, alla nostra vita più o meno regolare.

Il giardino del Collegio Nuovo Fondazione Sandra e Enea Mattei è vuoto in questi giorni. Fiorisce, in attesa del momento in cui potremo di nuovo stare vicini

Per prepararsi all’apocalisse: “L’allegra apocalisse” di Arto Paasilinna, Iperborea

Asser Toropainen, che in gioventù non si è risparmiato nell’appiccare fuoco agli edifici di culto, sul letto di morte decide di lasciare al nipote Eemeli fondi sufficienti per costruire una chiesa tra i boschi di Finlandia. Quando ci sono soldi, terreni e una sauna per convincere i burocrati locali ad autorizzare la costruzione, i problemi sembrano svanire. Quando poi si dice chiesa, è chiaro che serve anche un cimitero e una Fondazione funeraria alle spalle. E poi una casa per il pastore; e una per il presidente della fondazione e sua moglie. E queste persone dovranno mangiare e bere alcol e serviranno case per chi alleva e coltiva. Ci vuole poco per costruire un piccolo centro ricco e fiorente, edificio dopo edificio. Chissà che questo piccolo centro arcadico non sia il solo nucleo in grado di sopravvivere alla distruzione del mondo e allo sterminio della razza umana. Sappiate che, se si è preparati, si ha sufficiente grappa e scorta di coregonini, anche un fallout nucleare non sarà un problema. Perché ogni morte ha in sé i seme della rinascita. Paasilinna, con lo humor pungente anche su argomenti scomodi, non ci permette di dimenticare questa verità: anche se tutto sta andando in malora, sappiate che da qualche parte un vecchio bruciachiese ha preparato per noi il germoglio per una nuova società.

Per stare all’aperto (ma tra le pagine): “Kilmeny del frutteto” di Lucy M. Montogomery, Caravaggio editore

Dall’autrice di “Anna dai capelli rossi”, una storia d’amore che sembra uscire da un quadro di William Waterhouse. Eric Marshall, giovane laureato, arriva sull’isola del Principe Edoardo per diventare maestro di scuola. Lì conosce Kilmeny che vive da sempre isolata, vuoi per la sua menomazione alla voce, vuoi per le chiacchiere che girano sulla madre e sulla sua nascita al limite del decoroso. L’amore fiorisce immediato e spontaneo, benedetto dalla famiglia di lei: gli unici contrasti che sorgono sono dati dalla naturale ritrosia della giovane e dal suo disagio nel non poter parlare e quindi essere una buona moglie per Eric e dalla gelosia di Neil, un italiano poco raccomandabile adottato dalla famiglia Gordon. A farla da padrone, lo splendore del giardino dove i due giovani si incontrano. Chiocchiolii d’acqua, profumo di lillà e mughetti, stormire di fronde e i numerosi rimandi poetici ad autori quali Alfred Tennyson e William Wordsworth immergono in un luogo che sembra quasi la terra degli elfi, dove il tempo passa diversamente e una sola mezz’ora può corrispondere a sette anni.

Per farsi una risata: “Sesso amore e croccantini” di Flavia Borelli, Fazi editore

Micioara, gattina randagia trovata nel motore di una macchina ma perfettamente riconvertita alla vita d’appartamento e al lusso, è in calore perpetuo: la sua proprietaria (anche se forse dovremmo dire “custode”) decide di trovarle un compagno per fornire sollazzo e, si spera, una cospicua nidiata di gattini. Dopo vari tentativi falliti con gatti di buona famiglia, arriva Giuda, abbigliato come il marchese di Carabas, che è pronto a distruggere l’appartamento per lunghi giorni di amplessi rumorosi e furibondi. Le descrizioni dei focosi incontri tra i due gatti e le lamentele dei vicini che, forti del regolamento condominiale del 1936, non tollerano animali domestici nel loro lussuoso condominio sfiorano la Commedia dell’Arte. La buona dose di albagìa intellettuale della protagonista fa ghignare con gusto quando i gatti scelgono di accoppiarsi per la tredicesima volta sul divano provenzale. Ma un buon umorismo non è mai fine a se stesso e questo romanzo nasconde un filo sotteso che mostra come i gatti, fedeli all’articolo 13 della costituzione di Užupis, sono d’aiuto al loro umano nel momento del bisogno.

Iniziamo aprile con la fiducia che, in tempi ragionevoli, potremo tornare a trovarci. Nel frattempo, abbiamo di che impiegare le nostre giornate.

Jules

Ex Novo: “what if…?” in politica

In preda all’emergenza, so che vi sareste aspettati un inizio mese all’insegna della medicina o di letture dedicate alla sopravvivenza per un’eventuale apocalisse.*

Una situazione come quella che stiamo vivendo adesso mette a nudo il rapporto tra le persone. Per diversi giorni siamo stati impegnati in due cose: la prima, è stata fare razzia nei supermercati discriminando le povere penne lisce. La seconda, è stata di cercare un “colpevole”, meglio ancora se facilmente identificabile in tratti somatici diversi dai nostri. Quello che mi sta affascinando in queste prove generali di pandemia sono le reazioni degli esseri umani: spesso sono peggiori del male stesso.

E quando le persone si uniscono a formare uno Stato, creano un’istituzione di carattere politico, sociale e culturale che svolge una funzione sovrana ed è costituita da un territorio e da una popolazione che lo occupa, da un ordinamento giuridico formato da istituzioni e norme giuridiche. Così dice la definizione. E questi Stati hanno bisogno di relazionarsi e di parlare tra di loro. E per fare questo servono figure specifiche e formate: diplomatici, esperti in relazioni internazionali. Gente che ha studiato sociologia e politica e che analizza, spiega, risolve e valuta i rapporti che intercorrono tra le istituzioni.

Matricole e laureande di scienze politiche al Collegio Nuovo-Fondazione Sandra e Enea Mattei. Sperado che il “cosa sarebbe successo se…?” di Lewis le affascini

La lettura di questo mese è quindi consigliata per studenti ed esperti di scienze politiche, per aprire l’affascinante scenario del: cosa sarebbe successo se…? Parliamo del romanzo ucronico Qui da noi non può succedere del premio Nobel Sinclair Lewis.

La cosa che più lo rendeva perplesso era che potesse esistere un dittatore in apparenza così diverso dai ferventi Hitler e dai gesticolanti e fascisti Cesari con l’alloro sulla zucca pelata; un dittatore con il ruvido senso dell’umorismo americano di un Mark Twain, un George Ade, un Will Rogers o un Artemus Ward. Windrip sapeva essere assolutamente divertente quando parlava dei suoi avversari seriosi dalla mascella penzolante, o del miglior modo di allevare quello che chiamava il “segugio da pulci siamese”. Tutto ciò – si scervellava Doremus – lo rendeva più o meno pericoloso? (p. 151)

A metà degli anni Trenta prende il potere un politico che difende il concetto di razza, si scaglia contro gli intellettuali a lui avversi, demonizza l’ebraismo, fa costruire campi di prigionia dove interna nemici politici e appartenenti a razze diverse da quella bianca, maschia e forte. Incoraggia gli uomini al vigore e alla prestanza fisica, dichiara che le donne sono destinate ad accudire il focolare domestico e a fare figli per la gloria della patria. Presentandosi come salvatore della nazione, in breve tempo limita ogni tipo di libertà politica, di pensiero, parola e espressione e trascina il suo paese in una guerra disastrosa. Ah, dimenticavo: questa storia è ambientata negli Stati Uniti d’America.

L’assunto alla base della storia è molto semplice: e se Roosvelt non avesse vinto le elezioni e fosse stato eletto un presidente come Windrip Barzelius, finto democratico che mira a sconfiggere la Povertà e l’Intolleranza? Un uomo che, al di là che lo chiamino socialista, fascista, liberale persegue ideali alti?

La lungimiranza dell’autore che compone quest’opera nel 1936 mostra con raggelante precisione gli step con cui una tirannia viene seminata, cresce e soffoca: come un’erba infestante, il regime costruito da Windrip Barzelius finisce per tradire e sterminare anche i più accesi sostenitori. Oltre all’indubbia preveggenza (e non ho le compentenze per un accostamento alle varie situazioni odierne, ma i testi di Federico Rampini possono fare più luce), il romanzo, come tutte le opere che trattano di regimi totalitari, pone l’accento sulla gente comune. Su chi è convinto, su chi lo era e si è pentito, su chi si è opposto fin dall’inizio e sulla categoria più diffusa di tutti: i danteschi ignavi, abbastanza consapevoli da mal sopportare la tirannia, abbastanza coscienziosi da non lasciarsi cinicamente corrompere, eppure senza il coraggio di scegliere l’esilio o andare incontro alla prigione e al patibolo… Tutti hanno famiglia, d’altra parte.

Ci sono alcuni responsabili più di altri, si dice anche in V per vendetta, ma se uno cerca i veri colpevoli non deve fare altro che guardarsi allo specchio. I regimi come quello descritto da Lewis e come i tanti che costellano la storia mondiale, sono, sì, pensati da un ristretto gruppo, ma senza la quiescenza della popolazione non sarebbero possibili. Così riflette Doremus Jessup, uno dei personaggi principali. Direttore di un giornale passa attraverso varie fasi in rapporto al regime: da votante contrario, a timidi tentativi di opposizione stroncati dall’omicidio del genero, all’accondiscendenza per paura fino alla ribellione e alla prigionia. Doremus Jessup è una figura proteiforme, incarnazione di tutti gli uomini che credono nel significato di scelta e autodeterminazione. Un personaggio che, anche se soccombe, non può morire e finché ci saranno dei Doremus ci sarà sempre speranza, nonostante i loro dubbi e i loro errori.

Cosa sarebbe successo se…? Se avessimo saputo prima? Se fossimo intervenuti meglio e con più rapidità? Non lo possiamo sapere: lo possiamo ipotizzare ed esplorare con studi o con la letteratura. Sempre tenendo a mente che ogni “what if…?” porta con sé conseguenze non sempre prevedibili.

Jules

*Per questo vi rimando su Criticaletteraria a scoprire la lettura per me fondamentale in caso di pandemia, guerra nucleare o invasione aliena.

Ex Novo: storia VS archeologia

Una delle prime distinzioni che ci hanno insegnato a fare, è che l’archeologia e la storia non sono per nulla la stessa cosa; che l’archeologia fornisce i dati materiali per costuire la storia; che è mattone, cenere e frammenti; che non è così divertente da raccontare come lo è la storia. Perché se nei programmi con gli Angela nazionali sentiamo tanto dire “gli archeologi hanno scoperto che…” in realtà ascoltiamo una mediazione di quella che sarebbe una relazione più fredda e meccanica: al livello x della sezione y è stato ritrovato uno strato di terra misto a cenere, colore Munsell z, con tracce di w che sembrerebbero indicare un livello di distruzione*. Sentir raccontare per filo e per segno una battaglia, udire il rantolo di Bucefalo mentre Alessandro Magno passa in rassegna le truppe, immaginare la faccia impietrita di Napoleone a Waterloo è di certo più emozionante e non recuperabile da evidenze materiali, ma dalle fonti scritte, più ambito degli storici. Inutile dire che l’antipatia tra le due fazioni era piuttosto accesa e noi ci consolavamo pensando che loro, con la frase “faccio lo storico”, rimorchiassero molto meno di un ben piazzato: “sai, sono archeologa/o”.

Per fare pace, a distanza di anni, con la categoria degli storici, dedico loro il testo di questo mese. Un romanzo che pone l’attenzione su un aspetto della storia recente meno noto (o che, almeno, io non avevo mai sentito nominare), quello del regime croato degli Ustascia: Il purgatorio non è eterno di Claudio Uguccioni (opera prima e segnalata al XXXI Premio Calvino) edito da Ronzani editore.

Anche se il romanzo non parla di un campo di sua indagine, questo mese ricordiamo il professor Emilio Gabba, pavese e somma autorità per la storia romana, qui in compagnia di classiciste del Collegio Nuovo-Fondazione Sandra e Enea Mattei

Il termine Ustascia significava “ribellarsi” e il capo del gruppo era Ante Pavelić, detto il duce croato. All’inizio della Seconda Guerra Mondiale, le forze dell’Asse, Germania e Italia avevano invaso il regno di Jugoslavia e nell’aprile del 1941 era stato costituito lo Stato Indipendente di Croazia, alleato dei nazisti.

Roma 1995: il professore di storia Émile Martin viene trovato morto. Si è sparato con una Beretta calibro 22 e, visto che la moglie e il figlio sono morti in un incidente d’auto pochi mesi prima, il suicidio pare la risposta più ovvia. Al vice commissario Luigi Ranieri però la cosa non torna: perché uccidersi in un anonimo motel di Roma? Perché prenotare un volo per Washington proprio poco prima di spararsi? Perché il Vaticano e le sue forze dell’ordine si stanno interessando a questo ignoto storico francese?

La trama, per come l’ho scritta io, è volutamente provocatoria è un po’ fuorviante: perché potrebbe sembrare un thriller di quelli con codici relativi a geni del Rinascimento. Si tratta però di un romanzo con una ricerca storica accurata, una costruzione dei personaggi ben calibrata e un ritmo sostenuto che aprono lo sguardo su uno degli scenari forse un po’ trascurati, narrativamente parlando, della nostra storia contemporanea: la politica della ex Jugoslavia.

Il romanzo si snoda su tre nuclei temporali. Il primo, brevissimo, nel 1945 durante il regime croato degli Ustascia e la loro pulizia etnica contro la popolazione serba. Il secondo, negli anni Novanta nel periodo del massacro di Szabrenica, con l’omicidio di Émine Martin e le indagini del vice commissario Luigi Ranieri e il magistrato Elena Mariani. Infine, nel 2019, quando si giunge alla risoluzione di quasi un secolo guerra e intrighi che non hanno risparmiato due grandi potenze come l’America e Stato Città del Vaticano.

Questo genere di romanzi ha di solito due grossi ostacoli: la didattica e l’ambientazione. Siamo abituati a thriller storici con protagonisti d’oltreoceano (tengo ovviamente fuori dalla risma Guglielmo da Baskerville) e quindi, anche quando il romanzo viene ambientato in Italia sembra di assistere a delle sensazionali indagini a stelle e strisce. Qui invece abbiamo un’ambientazione ben costruita e calata nel territorio. Non mancano gli intrecci con le realtà mafiose vissute in prima persona da Elena Mariani, giovane magistrato che ha lavorato nella squadra di Borsellino, e incrociate poi da Luigi Ranieri nel presente con l’attualissimo tema dello smaltimento dei rifiuti elettronici.

Il non essere una storia americana aiuta a evitare anche il secondo problema, ovvero quello della didattica. Quando si parla di argomeni storici non conosciuti ai più, lo scivolone nello “spiegone” da parte dell’esperto di turno non è così raro. Tutto quello che serve sapere si dispiega nel corso della narrazione: ogni personaggio è mancante di determinati tasselli e il lettore, seguendo prima uno e poi l’altro in un perfetto lavoro di squadra, si addentra senza nemmeno accorgersene in una lezione di storia molto completa su argomenti meno noti della nostra storia contemporanea. Se tutti ricordiamo la guerra degli anni Novanta, è più difficile che durante lo studio della seconda guerra mondiale abbiamo analizzato la questione degli Ustascia e dell’impatto che hanno avuto sulla penisola balcanica. E, meno che mai, abbiamo capito di come il Vaticano si sia sporcato le mani durante le guerre del XX secolo.

La presenza del Vaticano è scevra di qualunque alone mistico: trattato come uno stato sovrano con interessi e grosse somme di denaro in gioco, qui si rivela come uno dei Paesi più potenti sulla scacchiera. Non ci sono manoscritti, reliquie, strane discendenze, ma pizzini, conti correnti, traffico d’armi che portano tutto su un piano molto sporco e molto umano. Non paiono essere scoraggiati dalla possibiità della dannazione eterna.

C’è una profonda rassegnazione di fondo, la sensazione che tutti i personaggi, nonostante possano fare del loro meglio e cercare di sistemare il pezzetto di mondo e di Storia intorno a loro, non riusciranno mai a sconfiggere ciò che di grande, nel male, c’è nel mondo. Potranno solo cercare di tenerlo a bada. Condannati a scontare un purgatorio sulla terra per le ragioni più svariate, i personaggi vivranno soli e con pochi raggi di speranza a bucare il loro orizzonte.

Che si occupino di storia antica o contemporanea, è grazie agli storici che abbiamo la possibilità di mantenere la nostra memoria e imparare da ciò che c’è già stato.

Basta sempre riordarsi che non potrebbero fare nulla senza il fondamentale apporto dedgli archeologi.

Jules

*se un qualunque archeologo sta passando di qui, siate clementi per questa semplificazione. Non è dovuta alla necessità di rendere comprensibile il processo, ma è perché non lavoro sul campo da un decennio abbondante e ho perso mano e lessico.

Ex Novo: ah studi lettere?

Ho fatto l’università negli anni della crisi: quella dei ristoranti sempre pieni nonostante quei mutui subprime che echeggiavano dall’altra parte dell’oceano. Scegliere il proprio percorso di studi superiori quando il lavoro inizia a scarseggiare non è una cosa da prendere alla leggera. Anche se mentalmente non si è ancora adulti e pronti a prendere una strada che influenzerà tutta la vita, bisogna essere lungimiranti e rivolgersi verso carriere accademiche che possano garantirti un minimo di appiglio.

Infatti mi sono iscritta ad archeologia. Una professione che non ha mai fatto la ricchezza di nessuno, nemmeno nei tempi d’oro in cui potevi far esplodere le porte delle tombe e girare armato di piccone. Dovevi già essere ricco per potertelo permettere a inizi Novecento, figuriamoci intraprendere la carriera nel nuovo millennio e con una crisi economica che Steinbeck si è mangiato le mani per non averla potuta raccontare.

Strano che nel mio corso fossimo solo in dodici, vero?

Crisi a parte, nonostante le effettive difficoltà, la strada degli studi umanistici è sempre stata trafficata. Gli iscritti a Lettere, per fortuna, non mancano mai. Ma sorgeva spesso l’indelicata domanda: ah studi Lettere? E oltre all’insegnamento poi cosa potrai fare? Vuoi mica fare la scrittrice?

Non vi dico le reazioni di quando confessavo la specializzazione del mio corso di studi.

La digressione è servita per introdurre il focus di Ex Novo di quest’anno: dopo avervi raccontato della vita al Collegio Nuovo, quest’anno parleremo di romanzi adatti a ogni corso di studi. Partiamo quindi dal grande calderone di Lettere.

Le Letterate non mancano mai al Collegio Nuovo Fondazione Sandra e Enea Mattei. Anzi, c’è chi, dopo anni di altre facoltà, inverte la rotta e si dedica alle materie umanistiche

Non c’è penuria di scrittori protagonisti di romanzi, nonostante le indicazioni delle scuole di scrittura che sconsigliano di usarli. Visto quanto può essere in salita la strada di chi sceglie di fare Lettere, è bene leggere di un’eroina che, nonostante la partenza difficile, non ha mai smesso di rinunciare al proprio sogno di diventare una scrittrice: Judy Abbot

Papà, papà, Gambalunga, Gambalunga,tu per Judy sei davvero importante. Papà, papà, Gambalunga, Gambalunga, lei ti pensa e ti ripensa ogni istante

Esatto, proprio la Judy di Papà Gambalunga, il cartone che guardavamo facendo merenda. I cartoni giapponesi ispirati alle opere della letteratura occidentale si definiscono “meisaku” e Papà Gambalunga è ripreso dall’omonimo romanzo epistolare della scrittrice americana Jean Webster.

La storia dovremmo ricordarcela tutti: Jerusha (Judy) Abbot, orfana dell’istituto John Grier, riceve la possibilità di continuare gli studi grazie a un misterioso benefattore di cui lei intravede solo l’ombra. Proprio per via delle gambe lunghissime proiettate sul muro, lei lo ribattezza con l’appellativo di papà Gambalunga, prendendo il nome dal ragno daddy long legs. Da quel momento Judy potrà andare al college (nel romanzo) e al liceo (nell’anime) e intratterrà una corrispondenza con papà Gambalunga senza mai poterlo incontrare o ricevere la benché minima risposta. L’anime ha lavorato in maniera fedele il testo originale.

Da bambini, la questione dell’essere orfani è percepita come una grande avventura. Pippi Calzelunghe, Peter Pan, Judy Abbot ci hanno presentato un mondo ricco di avventure e, a parte qualche rara malinconia, non hanno mai mostrato lo sconfortante senso di solitudine che questa situazione porta con sé. La Judy del romanzo però nonostante il modo scanzonato con il quale affronta la vita e le vivaci lettere punteggiate da disegni che invia al suo tutore rivelano un disperato bisogno di appartenenza e svelano la crudele realtà della vita in orfanotrofio.

Quando si mette una bambina affamata di nove anni nella dispensa a pulire i coltelli, con un vasetto di biscotti vicino al gomito, e ci si allontana e la si lascia sola; e poi improvvisamente si ritorna, non ci si aspetta di trovarla un po’ coperta di briciole? E poi quando la si strattona per il braccio e le si tirano le orecchie, e la si fa allontanare dal tavolo quando arriva il pudding, e si dice agli altri bambini che è una ladra, come non aspettarsi che scappi? Mi sono allontanata solo di quattro miglia. Mi hanno presa e riportata indietro, e ogni giorno per una settimana venivo legata, come un cucciolo disobbediente, a un palo nel cortile retrostante mentre gli altri bambini erano fuori durante la ricreazione.

Se nell’anime questo episodio viene fatto passare come un racconto di fantasia di Judy nei suoi primi tentativi come scrittrice, qui emerge con tutta la sua crudezza. Nessuna sorpresa che Judy si affezioni così tanto a questo misterioso benefattore: un uomo che risulta un manipolatore oppressivo che spera di tenere alla catena la ragazza solo in virtù del suo esborso di denaro. È papà Gambalunga che le proibisce di andare in vacanza con le amiche se c’è rischio di conoscere o passare del tempo con dei giovanotti; lui che si oppone strenuamente al fatto che lei accetti una borsa di studio che la renderebbe indipendente; lui che, anche nei panni di Jervis, la spinge a dibattersi tra  la riconoscenza, l’amore, il senso del dovere e il bisogno di avere “qualcuno”, sentimenti che sfoceranno in una relazione nata da presupposti sbagliati. Per i nostri ricordi infantili, questa lettura è sconvolgente e il romanzo di Jean Webster ci toglie qualunque illusione sulla dolcezza dei cartoni animati.

Judy, tra queste righe, emerge come un personaggio molto stratificato: consapevole del suo inestinguibile debito di riconoscenza, affamata di affetto, testarda, dalle idee politiche definite e con un desiderio di indipendenza ben fisso. Peccato che non si accorge di essere avviluppata nella sottile ragnatela del suo daddy long legs. 

Relazione malata a parte, Judy non ha mai smesso di lottare per il proprio desiderio. Ha scritto, si è fatta valere, ha studiato e pubblicato. E alla domanda “ma allora studi Lettere?” ha sempre risposto orgogliosamente di sì.

Jules

Ex Novo: favole per il freddo

Non che dichiari di aver vissuto nel villaggio del giovane Adam in “Good Omens”, ma per diversi anni della mia vita, a Natale o nei giorni limitrofi ha spesso nevicato. I grassi fiocchi di neve non hanno solo deliziato la mia infanzia, ma anche funestato i primi anni di patente: quando guardi la neve e pensi che le strade saranno impraticabili sai di aver passato un confine che ti separa dalla fanciullezza.

All’Universià però, la neve si traduceva in “lezioni sospese” (anche se lo scoprivi una volta fatta tutta la strada e trovavi solo un foglietto appeso alla porta dell’aula). Il che portava, di conseguenza, allo stare alla finestra a guardare il giardino completamente imbiancato, fare foto se avevi animo artistico e saccheggiare la biblioteca per leggere mentre i fiocchi turbinavano fuori dalla finestra.

Se hai un giardino e c’è neve, scopri di avere in te un animo da Catherine o da Fanny.

Quando nevica, il giardino del Collegio Nuovo-Fondazione Sandra e Enea Mattei diventa silente e soffice

La migliore lettura da affrontare a dicembre che si sposi con il clima e con il riconnettersi con il proprio io bambino, è spolverare volumi di favole e fiabe. E per esplorare aree meno battute, ecco che Iperborea viene in soccorso con le Fiabe Faroesi tradotte da Luca Taglianetti

C’era una volta un contadino che aveva con sé un gigante ad aiutarlo in tutti i lavori. Il contadino gli aveva detto che la sua paga consisteva nel poter scegliere, di tutto ciò che coltivavano, o la parte che stava al di sopra del terreno o la parte che stava al di sotto. Il primo anno il contadino coltivò rape. Quando venne il tempo della raccolta, chiese al gigante di scegliere. Il gigante pensò che le foglie della pianta fossero davvero belle a vedersi e volle come sua parte ciò che cresceva al di sopra del terreno.

Sapete quanto sia affezionata e innamorata del piccolo arcipelago lassù a Nord. Per il mio futuro (spero anche vicino) ritorno, mi piacerebbe poter assistere, sempre che si facciano ancora, alle kvøldsetur, ovvero sedute serali dove vecchie signore nubili raccontano storie e leggende attorno al fuoco: storie di troll, di giganti, di asini saggi e di ultimogeniti piuttosto svegli.
Il patrimonio di leggende faroesi è rimasto affidato alla tradizione orale fino a metà Ottocento. Le isole hanno dovuto aspettare la figura di Jakob Jakobsen, linguista e filologo, per avere la prima raccolta di favole scritte alla fine del XIX secolo. Proprio sul suo Færøske Folkesagn og Æventyr si fonda la selezione di queste favole nordiche.

Per chi è già un po’ avvezzo alla letteratura del nord Europa e alla sua mitologia, questo volume presenterà elementi molto ben riconoscibili. Troll e giganti malvagi (e non molto svegli) che sentono “odor di cristianucci” lontano miglia; cigni che in realtà sono splendide principesse sotto incantesimo (Odette, sei tu?); bambini che si perdono nel bosco e incappano in case deliziose fatte di dolci e frittelle. Ma alcuni nuclei e storie che non hanno eguali sul continente, proprio grazie all’isolamento che ha sempre “protetto” le isole Faroe.

Dalla lettura della fiabe si possono isolare alcuni elementi ricorrenti. I figli minori, quelli che in genere sono disprezzati dai fratelli più grandi, sono anche quelli che escono sempre vincenti dalle situazioni, riconoscono il sovrannaturale e sposano principesse. Poi è verità universalmente riconosciuta che perché una cosa vada a buon fine bisogna sempre superare almeno tre prove, oppure la stessa prova ripetuta tre volte come nel caso del racconto Il ragazzo che salvò la principessa dal troll del mare. I personaggi sono spesso senza nome, a parte rari casi in cui il racconto pesca ancora a piene mani dalla mitologia norrena: è il  caso del giovane Lokki di Il gigante e Lokki che ricorda il mendace dio Loki. L’elemento sovrannaturale è presente in misura molto minore rispetto al substrato nordico a cui siamo abituati. Streghe e incantesimi non mancano, ma le fiabe faroesi tendono a concentrarsi sugli esseri umani: sono loro che con la loro astuzia o stupidità, umiltà o arroganza, onestà o scaltrezza sono gli artefici della loro sorte. I giovani che alla fine sposano le principesse sono costretti alle prove di valore dalla maldicenza degli altri esseri umani come nel caso di L’asinello grigio dietro la porta. Non mancano le mutazioni umane in animali come nel caso di Fiuto, e nemmeno ammiccamenti a favole a noi più familiari come le storie di Ceneraccio, figlio più giovane e bistrattato che se ne sta sempre in mezzo alla cenere. Come tipico del nord Europa, il folklore pagano viene infiltrato dalla religione cristiana e dalla figura del diavolo come si racconta nella fiaba L’allievo supera il maestro. Tra elementi già noti, contaminazioni esterne e uno zoccolo duro di temi originali, le fiabe faroesi sono una perfetta interpretazione di quell’arcipelago che ancora adesso tiene alla propria riservatezza.

Guardando la neve, affidatevi al mormorio delle favole. Potrete immaginare di essere vicino al fuoco, lassù, in quelle isole che ti accolgono poco alla volta, facendoti prima superare le tre prove canoniche, ma che ti lasciano andare con profonda riluttanza.

Jules