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Have a break… il telefonino

Copia di meals

Vi ricordate la pubblicità del Kit Kat degli anni Novanta? Due cacciatori in cerca di anatre con il loro bravo richiamo: nessun’anatra è abbastanza ingenua da cascarci: i cacciatori si stufano e spezzano un Kit Kat: lo schiocco è così forte che le anatre, in maniera gucciniana, prendono il volo: i cacciatori, invece di approfittare della possibilità di fare carniere, mangiano lo snack mentre compare la scritta “Have a break… have a Kit Kat”. Suppongo si siano fatti rimborsare i soldi spesi per il richiamo poco funzionale.

Come annunciato dal volume per Ex Novo della scorsa settimana, questo mese scivoliamo verso il letargo: si parlerà di libri per staccare da tutti gli elementi che causano stress alla nostra vita. Partiamo da un oggetto che in qualunque formato monopolizza la nostra vita: il telefonino. E ho scelto il termine retrò apposta in modo che si sentano inclusi i possessori di smartphone, cellulari, blackberry e similari. Ciò che vi serve è la lettura de Il canto della fontana di Marzia Verona, edito da Pentàgora.

Fissavo lo schermo anche quando il mio sguardo avrebbe potuto andare più distante. Avrei dovuto farlo! Ero volutamente miope, scartavo la realtà concreta che mi circondava e mi lasciavo avvolgere da un mondo inconsistente. Gli occhi mi dolevano costantemente. Smartphone, tablet, portatile. Foto da scattare e condividere in tempo reale. Contava solo più quello che veniva immesso nel mondo virtuale. Proprio io, in quanto scrittore, avrei dovuto rendermi conto che si trattava di un ossimoro. Ciò che è virtuale non può essere reale. Era diventato tutto compulsivo: immettere continuamente testi, foto, links e controllare le reazioni altrui, gli apprezzamenti, i commenti, replicare a questi ultimi e perdersi in discussioni infinite che mi sfibravano, ma che credevo importanti, fondamentali.

Un giornalista scopre di essere diventato single per via di un aggiornamento di stato di Facebook. Così concentrato sul mondo digitale da non accorgersi che la sua relazione si stava esaurendo, una volta alzato lo sguardo dai vari schermi luminosi realizza che la sua compagna lo ha lasciato. Decide quindi di prendersi un periodo di pausa e isolarsi dal mondo e dalle persone andando a vivere in un’isolata casetta in montagna. Dico “decide”, ma è in realtà uno step naturale, quasi obbligato, per cercare di rimettere ordine nella propria vita. Si organizza quindi in modo da poter restare solo con se stesso, una cosa che nel mondo digitale è praticamente impossibile da realizzare, e da poter affrontare la vita in montagna con meno contatti possibili con il mondo. Il contatto con la natura, con la terra e con le montagne gli sarà modo di conoscere di nuovo se stesso e trovare una nuova voce, sia interna che narrativa.

Un po’ Mauro Corona e un po’ Christopher McCandless, il protagonista vive in un paese dove non si avventurano nemmeno gli escursionisti e offre una visione della montagna vivida e rinfrancante. Seguendo il ritmo delle stagioni e con uno sguardo sulla montagna che può solo far innamorare, passa dalla solitudine, all’arrivo degli animali e poi al ritorno, o meglio, all’irruzione della società di nuovo nella sua vita. Un percorso quasi detox che fa desiderare di poter fare lo stesso, di staccare e isolarsi in un piccolo eremo con camino e profumo di legna bruciata.

Fate la prova: il mio telefono, leggermente sadico, ogni domenica mi informa del tempo percentuale che passo attaccata allo schermo, indicandomi se sono andata meglio o peggio rispetto alla settimana precedente. Non so, dal punto di vista della Apple, quale sia il meglio o il peggio. Dopo la lettura di questo romanzo, vincitore del premio letterario Parole di Terra 2017, vedrete che il vostro consumo tecnologico calerà in maniera sensibile.

Jules

 

Ex Novo: scivolando in letargo

Progetto senza titolo
Il buio di novembre invita ad alternare studio e letture di svago

Con il volume di cui parlerò tra poco si prendono due ricorrenze in una. Anzitutto è ora di Ex Novo, la rubrica in collaborazione con il Collegio Nuovo Fondazione Sandra e Enea Mattei. Il mese di novembre sarà dedicato al tema dell’ozio e del riposo. Quando ero all’università, a novembre si poltriva un po’. Complice la nebbia sempre più fitta fuori dalla finestra, con le prove e le celebrazioni per le matricole terminate e con le feste di Natale ancora lontane, questo mese invitava a stare il più possibile al caldo, alternando lo studio un po’ pigro alle puntate in biblioteca per cercare qualcosa da leggere di svago. Facendo un rapido riepilogo mentale, statisticamente a novembre ho letto i libri più disimpegnati (e a volte vergognosi tanto da non essere mai dichiarati) di tutta la mia vita. Che soddisfazione poter scivolare un po’ in letargo.

Ma si diceva della doppia ricorrenza: oltre a inaugurare il mese con Ex Novo, concludiamo anche il tema della paura che ha portato fino a Halloween. Questo volume è consigliato infatti per curare la paura di restare senza libri. Non so se abbia un nome tecnico, ma non sono riuscita a trovarlo. Se qualcuno ne sa di più o è di forte inventiva e vuole provare a proporne uno, aspetto i commenti. Il volume misterioso, panacea di tanti mali, è Le parole degli altri di Michaël Uras.

Dunque la letteratura è la vita dall’altro lato della finestra. In questo può aiutarci. Perché è quasi la vita. Occorre semplicemente adattare il testo alla situazione. In quel «semplicemente» sta tutto il sale del mio mestiere. Offrire il romanzo o la poesia che, tra milioni di opere esistenti, sappia parlare a un povero essere umano. E non uso il verbo «parlare» a caso. Un testo che ci parla crea una vera e propria intimità col suo lettore.

Yann, un adolescente con il viso sfigurato da un terribile incidente stradale; Robert,  venditore di orologi di lusso consumato dallo stress; Anthony, calciatore francese. Queste persone hanno come punto in comune quello di frequentare tutti lo stesso terapista: un biblioterapeuta, nello specifico, un uomo che aggiusta le persone tramite i libri. Alexandre è l’unico professionista del genere nella capitale francese; i libri occupano tutta la sua vita, lavorativa e personale. Sono anzi troppo ingombranti visto che da poco è stato lasciato da Mélanie, la sua compagna. Forse ha anche lui bisogno di un suggerimento, di libri che lo possano rimettere in sesto. Lui, così bravo a trovare per tutti il romanzo o la raccolta di poesie adatta, si trova nella situazione di essere paziente di se stesso: forse il paziente più difficile con cui avere a che fare.

Lo faccio anch’io, pur senza velleità curative: abbinare il libro giusto al mood, alla situazione, trovare un rimedio tramite le parole. Se un tempo erano i negozi di cioccolato a essere circonfusi di magia, adesso lo sono le librerie, dove luminosi librai, gatti, fanciulle, burberi signori, dispensano consigli e rivoluzionano la vita alle persone intorno a loro. È un messaggio splendido, non starei nemmeno scrivendo se non lo pensassi, ma a volte forse può servire riportare i libri a un livello più materiale. Perché il romanzo di Michaël Uras non ha nulla della patina colorata che potrebbe avere un’ottimista storia americana, e anzi smonta un po’ l’alone magico dato dalle cure librarie. Le parole degli altri mostra come la farmacologia dei libri possa essere tutt’altro che infallibile. Lo stesso Alex, il protagonista, si accorge di come i libri abbiano spinto fuori dalla porta tutto il resto della sua vita e, lungi dal considerare il suo mestiere di bibliopatologo una missione, le restituisce il suo pragmatismo: è un lavoro, un modo per mantenersi. “Un motivo spregevole dal punto di vista filosofico, ma io non vivevo in una manuale di filosofia.” afferma ad un certo punto.

Questo dovrebbe smorzare un po’ la nostra paura di restare senza libri, far perdere un po’ la loro patina lucente e riportarli a un piano più materiale. Senza desiderio di minimizzare o negare il loro grande potere, questo non mi stancherò mai di dirlo e di ripeterlo. E per godersi un libro che parla di libri* proprio mentre ci si prepara al confortevole tepore di novembre.

*il termine “libro” è volutamente calcato, con buona pace di Pennac.

Jules

Chi ha paura de… la Morte?

Copia di meals*

Che uno se la immagini con falce e mantello, che la veda come una luce bianca, la Morte fa paura. Codificata come tanatofobia, è una paura molto diffusa. Visto che domani è Halloween, festa dedicata principalmente ai morti che in questa notte vagano sulla terra, vale la pena cercare un modo per affrontare questa paura.

Ed è sorprendente, ma una paura così radicata può avere tantissimi rimedi. Vi suggerisco ben tre titoli, da scegliersi in base alla propensione personale. Tre rapidi sorsi per ogni romanzo.

Il tristo mietitore di Terry Pratchett.

Un terzo fulmine saettò in cielo. E stavolta non ci furono dubbi. Sulla cima della collina c’era una figura a cavallo. Incappucciata, E con una falce, impugnata con orgoglio come una lancia. È IN POSA. Bill Porta si voltò verso la signorina Flitworth. IN POSA. IO NON HO MAI FATTO NIENTE DEL GENERE. CHE SENSO HA? A CHE SCOPO?

Morte è stata licenziata. L’infallibile mietitore di Mondo Disco è stato sostituito e mandato a vivere tra gli uomini. Anzi, rischia lui stesso di diventare preda della Morte che ha preso il suo posto. La Morte di Pratchett è galante, sa ballare, disquisisce di filosofia ed è affascinante anche da umano. La si deve rispettare (e ci si può anche un po’ invaghire), ma di sicuro non temere.

Rivincite di Woody Allen

La Morte: Sono salita su per la grondaia. Volevo fare un’entrata drammatica. Vedo le grandi finestre e tu sei sveglio a leggere. Immagino che valga la pena di tentare. Sarei salita e entrata con un po’ di – hai capito… (schiocca le dita). Nel frattempo mi si impiglia la caviglia in un rampicante, la grondaia si rompe e resto appeso per miracolo. Poi mi si cominci a strappare  il mantello. Senti, andiamocene e basta. È stata una nottataccia.

Nat: mi hai rotto la grondaia?

Dal più grande umorista tanatofobico del nostro secolo, Woody Allen, si può solo imparare a gestire la propria fobia. D’altra parte, una Morte che per fare l’ingresso drammatico alla Faust ti rompe una grondaia e poi si fa anche battere a carte non può essere più di tanto terrificante. È un lavoro faticoso anche per lei, cosa credete?

Planctus di Laura Liberale

Il giorno dell’incidente in moto, Marte transitava opposto al suo Saturno e al suo Mercurio di nascita, e si congiungeva ai suoi Marte, Urano e Plutone di nascita. La Luna di transito si opponeva al suo Marte di nascita e Mercurio transitava in quadrato a Marte natale. Come poteva la vita piena e triofale dei suoi ventisei anni uscire illesa?

Un romanzo breve dalla cadenza e l’eleganza poetica sull’elaborazione del lutto. Uno psicodramma in cui quattro personaggi, la Gotica, la Maliarda, il Sopravvissuto e la Vulnerata elaborano, ciascuno a modo loro, la perdita di vite, di amore. Quattro voci (cinque con quella del loro mentore in questo percorso) tutte molto diverse e ciascuna con un diverso dramma da affrontare. Ricco di richiami alle varie culture su e della morte, tocca i nodi profondi della mente. Anche se breve, va letto lentamente, interiorizzando e riflettendo su ogni passaggio. La morte farà ancora paura, forse, ma si sarà compresa un po’ di più.

Cosa scegliete? Quale titolo si avvicina di più a curare questa paura che nessuno ammette, ma che tutti abbiamo?

Jules

*Si ringrazia il Grande Nerd che ogni Haloween diventa scultore con zucche dai disegni sempre più complicati

I luoghi dello shopping: autumn in Stockholm

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Se giri per Stoccolma in autunno ti fai un’idea del perché la bandiera nazionale sia blu e gialla. Il cielo, nelle giornate di vento freddo e pulito, è di un turchese violento, quasi un pugno sulla spalla. Le betulle, flessuose e civettuole, agitano la chioma dorata e giocano con il cielo. Assisti a un’opera di seduzione tra cielo e terra.

Per curare la mia sempiterna nostalgia del nord Europa, mi sono concessa una mini fuga nella città del mio cuore, quella che mi ha definitivamente fatto innamorare della latitudini fredde: Stoccolma. Ci ero già stata in estate e portavo indietro l’azzurro dell’arcipelago e la scoperta dei kanelbullar. Sono tornata per respirare di nuovo l’aria piena di cannella e cibi fritti e per verificare che tutte le foto sulla pagina Facebook di Visit Stockholm non fossero fotomontaggi: un autunno così bello sembrava saturato apposta per le brochure turistiche.

Dopo aver toccato con mano che la città è bella come la ricordavo e fotogenica, mi sono messa a esplorare i tanti angoli che ancora mi mancavano con un’attenzione agli scaffali pieni di libri. Rispetto ad altri paesi nordici, le librerie non sono nascoste o difficili da trovare. Complice il fatto che circa il 12% della popolazione della nazione vive in questa città e visto il sapore internazionale degli abitati, le librerie (anche multilingua) non mancano. Vi riporto i luoghi testati con mano in un elenco molto poco esaustivo, ma in questo viaggio ho mangiato più girelle alla cannella di quante pagine abbia letto. E le girelle che mi sono azzardata a ordinare in svedese sono state le più buone di tutte.

La biblioteca pubblica

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Costruita dall’architetto Gunnar Asplund e inaugurata nel 1928, vista da fuori non prepara. Nessuno immagina di entrare e trovare un anfiteatro ospitante 2 milioni di volumi. Nessuno pensa di potersi sentire come Belle quando entra nella biblioteca della Bestia nel film Disney. Tre livelli e varie gallerie dal soffitto al pavimento che ti abbracciano e ti coccolano. Quasi tutto in svedese, va da sé, ma con alcune sezioni internazionali. L’ingresso è libero anche per i non abbonati, gratuito e la biblioteca è aperta tutta la settimana. Caffetteria inclusa, perché il caffè, lì, è uno stile di vita.IMG_0391

 

Science fiction bokhandeln

Gli amanti di fantasy, manga, giochi e gadget non possono saltare  questa fermata nell’isola di Gamla Stan. Questa libreria organizzata su due piani è il paradiso dei nerd e simpatizzanti. Pareti intere di libri e manga (anche in inglese), un piano interno di giochi da tavolo, giochi di ruolo e miniature. Gadget, dvd di tutte le serie mai concepite da mente umana. Se state cercando una riproduzione della bacchetta di Harry Potter, il manuale di gioco di ruolo di Buffy (ebbene sì, c’è) o la versione onnicomprensiva di Carcassonne siete nel posto giusto.

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Un libro per curare l’insonnia parlando di argomenti soporiferi (come la monarchia lituana), una parete di giochi e la sparaporte di Rick e Morty. Serve altro?

Se siete una coppia di nerd ciascuno con le proprie specifiche aree di interesse, accordatevi per trovarvi all’uscita. Tanto vi perderete.

Hedengrens

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Libreria indipendente in Stureplan: la via vi dirà poco, quindi specifico che è tra i quartieri di Östermalm e Norrmalm. Tutto più chiaro ora, giusto? Immensa. I negozi svedesi tendono a fregarti: da fuori sembrano piccoli e raccolti e poi si entra e si scoprono spazi inimmaginabili. La libreria è su due piani e al piano inferiore ci sono volumi in quasi tutte le lingue europee. La sezione italiana vanta le traduzioni di Astrid Lindgren, Umberto Eco, Italo Calvino e Elena Ferrante. Ricca, anche se un po’ disordinata, la sezione arte. La sezione cucina, una gioia per i turisti alla ricerca di ricettari. Lo dico da esperta.

Di tutto un po’, letteratura qui e lì

Stoccolma ama i libri. Oltre alle librerie, moltissime caffetterie sono attrezzate con scaffali carichi; persino i sotterranei dei pub hanno dei volumi appoggiati quasi per caso qui e lì. Un posto in cui non mi sarei aspettata delle letture è il Museo dell’Alcol. Ebbene, c’è un museo dell’alcol ed è molto divertente. Se avete curiosità da scoprire come si fa il sidro mentre sperimentate gli effetti dell’hangover, potete leggere qualche pubblicazione messa a disposizione. img_0484.jpg

Merita una sosta il Museo del Nobel. Le colonne interattive de “Il Nobel attraverso i decenni” hanno schede dedicate a tutti i vincitori e sono in esposizione anche una parte dei volumi della biblioteca privata di Nobel. Anche lui voleva diventare scrittore e poeta, ma finì a inventare la dinamite e a istituire il premio più prestigioso al mondo. Tu guarda i casi della vita.

Se avete il piacere di andare in questa stagione e un po’ di vento non vi spaventa troppo, approfittate di tutti i parchi per leggere qualche pagina all’aria aperta. State solo attenti: Stoccolma, quando decide di sedurre qualcuno, non smette fino a che non l’ha conquistato.

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Jules

Chi ha paura de… le galline?

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Alectorofobia: paura delle galline. Non sapevo nemmeno che esistesse. Pare non sia frequentissima e insorga a seguito di eventi traumatici e sia legata, in larga parte, alla paura di essere beccati. Spulciando sull’Internet ho scoperto che, in casi limite, c’è chi ha paura di essere addirittura divorato. Bridget Jones temeva di essere ritrovata mangiata dai pastori alsaziani: forse perché a Londra le galline non abbondano.

Quale che sia l’origine, ogni paura, per chi ne soffre può essere invalidante. Come cercare di curare questa fobia? Si consiglia La gallina che sognava di volare di Sun-Mi Hwang con le illustrazioni dell’artista Nomoco.

Gemma era il nome più bello del mondo. C’erano dentro la foglia e la gemma insieme. La gemma diventa foglia e abbraccia il vento e il sole prima di sbocciare in fiori profumati, per poi cadere e marcire e trasformarsi in pacciame. Gemma voleva fare qualcosa nella vita, proprio come le gemme dell’acacia. Ecco perché si era data quel nome. In realtà nessuno la chiamava Gemma, e lei sapeva bene che la sua vita non assomigliava affatto a quella delle gemme, ma la faceva sentire bene comunque.

Gemma è una gallina ovaiola che ha un grande sogno: poter uscire dalla gabbia in cui è costretta a vivere, poter covare un uovo e vederlo schiudere. Perché lei viene obbligata a fare uova tutti i giorni, ma non sa che fine facciano. La moglie del fattore, ogni mattina, le porta via e lei guarda con grande invidia la gallina e il gallo nell’aia che possono crescere i loro piccoli. Quando, un po’ per stanchezza e un po’ per volontà, smette di fare uova e i contadini decidono di eliminarla, inizia il suo viaggio: verso la libertà, la ricerca di appartenenza a un gruppo, la maternità.

Le favole vengono in aiuto per vedere gli animali in un’ottica più umana. Da sempre incarnanti vizi e virtù dell’umanità, ci ha consegnato animali “simpatici” e “antipatici”. Lupo, ingordo, cattivo; agnello, innocente, buono; corvo, mistificatore, cattivo; pettirosso, armonioso, buono. La gallina, che forse richiama più l’idea della stoltezza, in questa storia è la chioccia che ben si presta all’incarnazione della maternità. Con l’attenzione puntata sugli orrori degli allevamenti intensivi e dello stress a cui sono sottoposte le galline ovaiole in batteria, questa favola allegorica si riveste di un’ulteriore interpretazione moderna. Gemma deve lottare contro tanti nemici dai più materiali (come la donnola), alla società che le impedisce di realizzare il suo sogno: poter vedere schiudere un uovo, il suo uovo, e conoscere il piccolo che vi dimora e farlo crescere. Una “gallina in fuga” di una dolcezza e di uno struggimento, sottolineata dai disegni minimali di Nomoco, che potrebbe portare un nuovo sguardo e una nuova empatia nei confronti dell’animale temuto. Sempre che non vogliate rispolverare i vostri volumi di Esopo, dove le galline non fanno mai una bella fine.

P.S. per essere multimediali, potete provare la puntata 2×5 di Bojack Horseman dal titolo “Galline”. E sì, non smetterò mai di consigliare questa serie Netflix.

Jules

 

Chi ha paura de… i calabroni?

Copia di meals

Allargherei questa paura a tutte le cose gialle e nere che ronzano e volano. Lo so che non si dovrebbe fare di tutte le erbe un fascio. Le api sono fondamentali e non pungono se non in caso di estremo pericolo perché poi muoiono dopo aver perso il pungiglione: ma dopo Black Mirror non posso fare altro che guardarle con sospetto. E dell’Ape Maia non voglio nemmeno sentir parlare. I bombi non pungono e sono da ammirare perché per volare devono fare una fatica del demonio: però sono ributtanti, non c’è verso di cambiare idea. Se sento ronzare e intercetto un corpo a strisce o un ago minaccioso non faccio differenze. In base all’umore o esco dignitosamente dalla stanza o scappo con un urlo lacerante.

Sconfiggere l’apifobia o melisofobia (specifica per le api, ma applicabile anche in questi casi) che nasconde anche un rischio per la salute non è semplice. Gli allergici quindi potranno leggere tutte le cose positive del mondo, ma continueranno a scappare a gambe levate ogni volta. Per provare a curare la parte irrazionale si consiglia come rimedio Vacanze all’isola dei gabbiani di Astrid Lindgren

«Sei stato tu a mettere in tavola anche le vespe?» chiese Johan.

«No, quelle bestiacce hanno fatto tutto da sé. E pensare che dobbiamo sopportare quel vespaio anche quest’anno!»

Ma Pelle, benché tenesse in grembo il cucciolo più bello del mondo, serbava comunque nel suo cuore un posto anche per tutti gli altri animali (insetti compresi) che vivevano sotto la volta celeste. Così protestò:

«Lascia stare le mie vespe, papà! Anche loro desiderano abitare alla Vecchia Falegnameria, non lo capisci? Proprio come noi».

Questo romanzo dell’autrice di Pippi Calzelunghe è uno dei miei preferiti di sempre. È stato il primo romanzo che ho letto tutto da sola da bambina e partirà con me domenica per il piccolo giro di Stoccolma come libro dei Libri in Loco. A parte questo, racconta di una famiglia di Stoccolma che trascorre le sue estati in una delle isolette dell’arcipelago attorno a Stoccolma con tutte le avventure del caso sia per adulti che per bambini. Tra i figli della famiglia Melkerson c’è il più piccolo, Pelle, che è un vero animalista. Per lui tutti gli animali sono degni di affetto e di protezione. All’inizio del romanzo, anche se lo desidera disperatamente, non ha un animale da compagnia e guarda con invidia quelli delle amichette: il gigantesco cane Nostromo, di Melina, e il corvo Schizzo, di Stina. Così, per compensare, prende a benvolere delle vespe che hanno fatto il nido nella loro casa delle vacanze, la Vecchia Falegnameria. Certo, non può accarezzarle e fare loro “pat-pat” sulla testa e suo papà viene spesso punto, però le difende a spada tratta e offre sempre loro un po’ di marmellata alla mattina: chissà che un giorno non si accorgano di essere i suoi animaletti e non ricambino il suo affetto.

La dolcezza di questo romanzo mi rapisce ogni volta. Non scade nello stucchevole o nel patetico, ma con la sua semplicità porta sempre a sorridere e fa sentire quel caldo piacevole dato dalle narrazioni ben fatte. Da sempre, quando vedo una vespa, un calabrone o una cosa ronzante cerco di guardarla con gli occhi di Pelle e capire che non si meritano le mie urla o il mio ribrezzo e che se non vado a disturbarle dovrebbero lasciarmi in pace. Sono le volte in cui esco dignitosamente dalla stanza senza troppe tragedie, anche se non sono ancora arrivata a offrire loro la merenda.

Jules

 

 

 

Chi ha paura de…le bambole?

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Gli oggetti legati all’infanzia possono essere spaventosi. Sarà che per i bambini il confine tra divertente e grottesco è molto labile o forse perché, una volta adulti, guardiamo i giochi con occhio più smaliziato, però alcuni sembrano veramente vomitati dalla bocca della Giudecca (da intendersi con quartiere dantesco e non come tranquilla isola della Serenissima).

I pupazzi che sbucano dalle cassapanche con i loro sorrisi malvagi, i peluche con lo sguardo vitreo, le bambole… per le bambole si potrebbero aprire vasi di Pandora del terrore. Bambole possedute, assassine, senzienti, maledette: sbattono gli occhi, girano la testa di 360 gradi, hanno le manine con l’impugnatura perfetta per reggere un coltello da bistecca…

Non mi piacevano le bambole, da bambina. Ho scoperto che inquietano tante persone: casomai ve lo foste mai chiesto, la paura delle bambole si chiama pediofobia. Ora, come si combatte? Con la lettura de L’inventore di sogni di Ian McEwan.

Ed ecco Mr Thomas Fortune salire sopra la poltrona, e Peter salire in groppa ai suoi pensieri. A vederlo si sarebbe detto che non faceva nulla, ma in realtà era occupatissimo. Si stava inventando un modo emozionante di scendere dalle montagne con un attaccapanni e una corda ben tesa tra due pini. Continuò a pensarci mentre suo padre stava ritto sullo schienale della poltrona, ansimando e stirandosi per arrivare al soffitto. Come si poteva fare, pensava intanto Peter, per scivolare senza andare a sbattere negli alberi che tenevano la corda? Chissà, forse l’aria di montagna stuzzicò l’appetito di Peter. Fatto sta che in cucina c’era un pacchetto nuovo di biscotti al cioccolato. Non era bello continuare a ignorarli. Peter non fece in tempo ad alzarsi che sentì alle sue spalle un orrendo frastuono. E si voltò proprio mentre suo padre cadeva a testa prima nel buco tra la poltrona e il muro. Poi Mr Fortune riapparve, per prima la testa di nuovo. Sembrava deciso a fare Peter a pezzettini. Dall’altra parte della stanza, la mamma si teneva stretta la mano sulla bocca per non farsi sorprendere a ridere.
– Oh, scusa papà, – disse Peter. – Mi ero dimenticato che eri li.

Peter è un ragazzino di dieci anni molto fantasioso. Può perdersi per ore nelle sue fantasie che per lui prendono il posto della realtà. Può immaginare di salvare sua sorella da un branco di lupi, ma dimenticarla sull’autobus; essere maledetto e finire al posto di un neonato; entrare nella pelle del suo gatto e andarsene in giro a fare le fusa; essere attaccato dalle bambole di sua sorella.

Una delle avventure di Peter vede coinvolta la Cattiva, la bambola più brutta e zoppa della vasta collezione di sua sorella. Un pomeriggio, complice una scorpacciata di uovo al cioccolato, Peter ingaggia una discussione con la Cattiva: la bambola zoppa ritiene ingiusto che lui abbia una camera tutta per sé mentre loro sono costrette a stare in sessanta su una misera stanzetta. Come punizione, inizia a staccargli degli arti, a partire dalla gamba, per poterli indossare e Peter finirà sugli scaffali mentre lei potrà avere la stanza che tanto desidera.

Questa bambola me la sono sempre immaginata più o meno così

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Il punto, però, è che il romanzo si chiama The Daydreamer e non The Evil Doll. Peter è il creatore delle sue fantasie e lui può mettervi fine o quanto meno farsi richiamare alla realtà dalla sorella che lo prende in giro perché lo trova a giocare con le bambole. Siamo sempre noi a dare forza alle nostre fobie. Una bambola, per quanto cattiva e inquietante, si può gettare nel profondo della soffitta o il più lontano possibile in una discarica.

Tanto, come ogni horror insegna, sarà poi un problema della prossima incauta vittima che raccoglierà quell’oggetto segnando la sua condanna.

Jules