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Oggi si consiglia… per vacanze lunghe

Il mito dell’estate italiana fatta di mesi al mare, compagnie di amici, falò sulla spiaggia e cuori di panna è vivo nel nostro immaginario. Vivo come lo potrebbe essere una vacanza di due mesi in giro per il mondo. Vivo quanto la Terra di Mezzo perché ormai sappiamo tutti che queste tipologie di vacanze non esistono per molti di noi.

Forse però c’è ancora qualche fortunato che sta per partire per lunghe settimane di puro relax lontano dalla città e dal proprio lavoro. Se ci siete, se siete queste creature mitologiche, allora vi servono letture adatte*.

L’unico inconveniente che riesco a individuare in questa tipologia di vacanze è la nostalgia. Può essere che, a stare lontani così a lungo, manchino le abitudini di tutti giorni e che serva ricostruire la vostra routine fuori dagli schemi normali. La cura per la nostalgia è di circondarsi di persone amiche e alle quali affezionarsi giorno dopo giorno. Ecco perché dovreste mettere in valigia “La famiglia Aubrey” di Rebecca West.

Ascoltate, ascoltate, dovete cercare di capire. Vedete, Cordelia e voi allo stesso modo avete avuto un’infanzia spaventosa. Ma voi tre, Mary, Rose e Richard Quin – non mi sono sbagliata, vero? Bambini dovete essere onesti e dirmi se mi sbaglio – anche se il senso di colpa per avervi dato un’infanzia così mi fa arrossire, penso che voi tre l’abbiate apprezzata.

La saga, adesso al secondo volume edito da Fazi Editore, presenta una famiglia che interpreta, a suo modo, l’inizio del Ventesimo secolo in Gran Bretagna. La ricchezza degli Aubrey non sta nei bei mobili, nei vestiti alla moda o nel sostanzioso conto in banca. Gli Aubrey, tutti, dal primo all’ultimo, sono musicisti, scrittori, filosofi, sensitivi. La madre, pianista con un passato di vera gloria sui teatri europei; il padre, acceso scrittore di pamphlet politici con il vizio del gioco in borsa; i figli, Cordelia, Mary, Rose e Richard Quin con talento per la musica, attraversano, nel primo capitolo della trilogia loro dedicata, la loro infanzia per poi continuare nel secondo romanzo “Nel cuore della notte” con la loro maggiore età e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Gli Aubrey non sono una saga di immediata lettura. Le vicende della famiglia, narrate in prima persona da Rose, paiono a volte scorrere lente. Dietro ogni evento c’è riflessione, pensiero, filosofia: una semplice rissa da pub riflette sulle differenze culturali dei litiganti. Una chiacchierata notturna è presagio del destino dell’oratore. C’è dietro uno studio dell’immagine e una scelta così calibrata di ogni singolo termine che rende la lettura una contemplazione. Ogni singola pagina merita la nostra piena attenzione e lascia un senso di sazietà che si può avere nell’ammirare per ore un quadro alla ricerca di ogni singolo dettaglio che lo rende così perfetto.

E dietro tutto risuona la musica, vera chiave di interpretazione del mondo per questa eccentrica famiglia. Mary e Rose, le figlie minori, seguono le orme della madre come pianiste e sono dotate di talento e impegno. Per loro, il mondo è musica e provare interesse per persone che non suonano sembra quanto di più lontano dal loro sentire: la cugina Rosamud è all’inizio guardata con sospetto perché non suona alcuno strumento e gioca a scacchi e le sorelle si domandano come sia possibile affezionarsi a chi vive senza musica. Chi suona male è etichettato come nemico. La sorella maggiore, Cordelia, suonatrice di violino, il cugino Jock, flautista, musicisti ritenuti senza talento, sono considerate persone sgradevoli. Non a caso suonano strumenti tradizionalmente attribuiti al Diavolo. Soprattutto tra sorelle, la distinzione genera una netta separazione: Cordelia è entità a parte rispetto a Mary e Rose e anche rispetto alla madre che quasi non ci capacita di aver generato qualcuno senza talento musicale e la compatisce.

Gli Aubrey vanno conosciuti con calma, giorno per giorno, e diventa impossibile non affezionarsi a loro, una volta superato lo scoglio della loro riservatezza. Saranno ottimi compagni di viaggio, anche per le lunghe vacanze che vi accingete ad intraprendere.

Jules

*Se ci siete battete un colpo. Anzi diteci quanto e dove andate in vacanza. Sono valide quelle dai 20 giorni in su.

Oggi si consiglia… per le vacanze eleganti

Le vostre vacanze prevedono dimore di lusso? Tè delle cinque, lunghe passeggiate nei giardini tra una pioggia e l’altra? Sperate di riuscire a inserire una battuta di caccia o, se siete contrari, una distensiva cavalcata prima di un pic-nic sulle rive del fiume?

Se sì, anzitutto, complimenti per tanta fortuna e poi serve che vi portiate letture adatte al luogo in modo da potervi adagiare sotto un frondoso albero a leggere. C’è niente di meglio di un romanzo del creatore di Downton Abbey per entrare nello spirito?*

L’Europa è con il fiato sospeso alla vigilia di una delle battaglie che potrebbero cambiare il volto del continente: Waterloo, dove Napoleone si giocherà la propria risalita o l’esilio definitivo. Nel fermento della guerra, alcune convenzioni sociali che sembravano inamovibili possono subite una scossa. Può quindi avvenire che la figlia di un fornitore dell’esercito si innamori, ricambiata, di un esponente della migliore nobiltà. E la loro unione, così brutalmente distrutta sul campo di battaglia, può creare intrighi e scompigli a distanza decenni nelle sale riccamente decorate della Londra vittoriana.

«Devo presumere che Lord Bellasis abbia procurato gli inviti per il ballo?» Ellis sollevò lo sguardo dalla sua posizione ai piedi di Anne Trenchard, dov’era impegnata a cambiarle le pantofoline. La domanda infastidì la padrona. Che diritto aveva una cameriera di interrrogarsi a voce alta su come i suoi padroni fossero stati ammessi nell’Olimpo degli invitati? O sul fatto di essere stati invitati, se era per questo. Decise di non rispondere, e lasciò cadere la domanda. Ciò non le impedì di ragionare sulla stranezza delle loro vite a Bruxelles e su come le cose fossero cambiate da quando James aveva attirato l’attenzione del grande duca di Wellington.

“Belgravia” è un romanzo piacevole. Anche se i protagonisti non sono quelli della serie tanto amata, è impossibile non figurarseli tali mentre si leggono delle vicende delle famiglie Trenchard e Bellasis. Da una parte James, imprenditore di umili origini che desidera una scalata sociale che è possibile, ma anche ostacolata, dai suoi soldi, considerati con disprezzo dalla nobiltà. Dall’altra i duchi di Richmond che coltivano il ricordo del figlio morto a Waterloo e che tutto vorrebbero tranne il ricordo dell’unione con questa famiglia così borghese. Ritroviamo i lunghi pranzi, i balli e le cene fatte di discussioni in codice per non far trapelare nulla davanti ai domestici. Domestici che hanno meno spessore e meno storie personali rispetto a quelli dei conti di Grantham, ma che fungono da perfetto contrappunto alle vicende dei loro padroni.

Una borghesia intelligente e rampante, una nobiltà che inizia a risentire di una certa debolezza economica (ma ancora non di spirito e alterigia) e tutti i vizi e gli intrighi che si possono nascondere solo sotto i tessuti più raffinati e tra i gioielli più sfavillanti.

Mettetelo in valigia con della crinolina e un cappellino adatto a un garden party. Chissà cosa vi toccherà fare nella cornice di una vacanza così raffinata.

P.S. scherzi a parte, se volete provare l’esperienza di una vacanza in dimore storiche, date un’occhiata sul sito di Landmark Trust, fondazione specializzata nell’affitto di dimore storiche e di lusso. Potrebbe sorprendervi la relativa facilità di soggiornare in una villa edoardiana.

Jules

Ex Novo: quando le notti sono luminose

È arrivato luglio e con lui il periodo dei festeggiamenti. Gli esami si stanno esaurendo, chi si è già laureato può rilassarsi, a chi mancano pochi giorni ormai il più è fatto e, se lavorate, le ferie si avvicinano. A Pavia è tempo di veri e propri party per celebrare la fine di un anno o di un percorso che magari porterà a delle separazioni. Ma in queste notti di luglio dove il buio è restio ad arrivare, non si pensa alle cose tristi, ma ci si ritrova nei collegi per festeggiare il più possibile. Pool party, garden party, dj-set ci sono le opzioni più svariate che riescono a convincere anche chi (come me ai tempi dell’università) non è particolarmente festaiolo.

Green party al Collegio Nuovo Fondazione Sandra e Enea Mattei e dolce scuro e pieno di stelle per “Luce d’estate ed è subito notte”.

E visto che anche la luce tira fino a tardi, iniziamo il mese con la lettura di “Luce d’estate ed è subito notte” di Jón Kalman Stefánsson. Dove se non in Islanda possiamo trovare giornate con luce infinita?

Il mare è profondo, cambia colore e sembra che respiri. È un bene per noi avere il mare, perché a volte i giorni passano senza che accada un bel niente e allora guardiamo il fiordo che diventa blu, e poi verde, e poi scuro come la fine del mondo.

Lassù, in alto in alto, c’è una nazione con grandi spazi, ancora indecisa se migrare sempre di più verso la Groenlandia o restare ancorata alla Vecchia Europa. L’Islanda, orgogliosa terra di vulcani, geyser e ricordi vichinghi, è disseminata di paesini di poche anime. Quattrocento persone, a farla larga, e qualche altro grumo nelle fattorie dalle sconfinate estensioni. Posti così dispersi che non hanno nemmeno un cimitero perché anche la morte si è dimenticata di quegli abitanti e i centenari la sera ridacchiano e giocano a minigolf. Proprio uno di questi paesi è al centro della narrazione del romanzo corale di Stefánsson che fa luce sulla vita dei piccoli centri sperduti islandesi: solo perché un posto è piccolo, non vuol dire che non contenga storie dal respiro così ampio da arrivare fino al cielo.
E proprio dal cielo parte la narrazione, la prima favola con cui l’autore ci intrattiene: quella dell’Astronomo. Un tempo direttore del Maglificio, dopo aver iniziato a sognare in latino abbandona il lavoro e la sicurezza economica per dedicarsi a osservare i misteri del cielo. Viene chiamato da tutti “l’Astronomo” e, una volta al mese, tiene conferenze per i suoi compaesani dove li aggiorna sulle sue scoperte fatte anche grazie alla corrispondenza in latino che gli arriva da ogni pare del mondo. Di questa corrispondenza sono tutti informati grazie ad Ágústa che gestisce l’ufficio postale e ha un’innata curiosità nel sapere cosa succede nelle vite degli altri. Per fortuna c’è lei che con le informazioni che riceve aiuta a salvare matrimoni e a mettere il cuore in pace a chi non ha speranza di recuperare un rapporto. L’Astronomo è aiutato da Elísabet, ragazza dalla conturbante bellezza e restia a indossare il reggiseno, abitudine che scatena le fantasie di tutti gli uomini e le maldicenze di tutte le donne per bene del paese. Lei ama Matthías, di origine slava, che per anni ha girato il mondo e che torna da lei e fanno l’amore sul pavimento dove è incollata la cartina del Sud America così i capelli di Elísabet possono accarezzare la foresta amazzonica. E via di questo passo. Perché in un posto così piccolo è normale che tutte le storie si intreccino e crescano unite. 

Pare facile raccontare le vite dei paesi. Nei mondi piccoli di ogni latitudine e longitudine c’è un’atmosfera favolistica, cristallizzata in un tempo eterno e impreciso e che suscita la nostalgia del lettore: un bene e un male, perché tutti i paesini felici finiscono per assomigliarsi. Nella narrazione di Stefánsson però non si scade mai in questa trappola perché pur con tutta la poesia e lo struggimento che una terra come l’Islanda non manca mai di ispirare, non ci si dimentica di quelli che sono gli inevitabili aspetti cupi. Con accenni ben mirati che sottendono a tutta la narrazione, si ricorda il problema dell’alcolismo, piaga sociale di tutti i paesi del Nord Europa; la depressione che può colpire chi vive in questi centri così piccoli e sfociare nel suicidio; le sventure che sembrano capitare a fagiolo per separare chi si cerca da una vita. In questi paesi, dove la luce dura poco, anche le cose belle sono effimere: bisogna goderne finché ce n’è e prepararsi ai lunghi mesi di buio. 

Sebbene sia una lettrice con un buon numero di testi all’attivo, è raro che un romanzo mi commuova fino alle lacrime. Stefánsson è riuscito nell’impresa e mi ha suscitato una forte nostalgia sia di posti lasciati che di posti ancora da visitare. Posti che hanno in comune una luce che dura fino a tardi.

Jules

Shopping: i saldi non sono mai troppo lontani

Complice la stagione primaverile ballerina, il cambio di stagione è arrivato tardi. I deliziosi maglioncini mezzo peso, gli spolverini e le scarpette sono rimasti nell’armadio e siamo passati da maglioni di lana ai top nel giro di una settimana. Con una simile confusione atmosferica è normale che il nostro guardaroba sia un po’ confuso e con l’avvicinarsi veloce dei saldi estivi è bene mettere ordine e capire come organizzare al meglio i nostri abbinamenti. Per fortuna, in questo arduo compito non siamo da soli, perché ci viene in soccorso Ines de la Fressange e la sua “La Parigina. Guida allo chic”.

Non occorre essere nati a Parigi per avere uno stile da Parigina.

“Chic” e “parisienne” sono quasi sinonimi. Tutto il mondo sa che se si parla di moda, si parla di Parigi. L’assistente di Miranda Priestly ne “Il diavolo veste Prada” era pronta a vivere di soli cubetti di formaggio pur di essere magra ed elegante per la settimana della moda nella capitale francese.  Da Maria Antonietta in poi, la moda, quella vera e senza tempo, arriva dalla Francia. Lo sa bene Ines de la Fressange che, con questo volume uscito nel 2010 in sodalizio con la giornalista di moda Sophie Gachet, dà il via a una fortunata serie di pubblicazioni sullo stile, qui in Italia editi da Ippocampo. Si parla dei luoghi della sua Parigi e su come vestirsi in ogni occasione.  
Ines de la Fressange, modella, musa di Lagerferld a Chanel, stilista e portatrice sana di geni nobiliari da parte di padre, ha passato la sua vita immersa nello stile parigino. Ma che cos’è e come si costruisce? Generosamente, l’autrice prova a comporre un prontuario per approppriarsi di questa aura. Il manuale, che già di per sé è un volume molto chic, è diviso in quattro sezioni e corredato dai simpatici disegni dell’autrice e dalle foto di moda della figlia Nine d’Urso; parte con l’abbigliamento e si apre con una massima che andrebbe scolpita sull’anta dell’armadio come un ammonimento dantesco: il buon look si fa con buoni basici! Il look della parigina non deve essere per forza eccessivo e costoso. Anzi! L’effetto in assoluto da evitare è quello bling, troppo ricco: siate rock, non siate borghesi! Le perle portatele con una maglietta spiritosa, e non con un twin-set. Non cedete alla tentazione di caricarvi di troppi gioielli, abolite il coordinato, combinate, spezzate, andate a caccia di quello che fa per voi. Perché la parigina deve sentirsi disinvolta con i propri abiti. Se i tacchi non fanno per voi, allora che ballerine siano. E senza rimpianti per i trampoli che fanno oscillare conferendo una falcata poco elegante. Secondo ammonimento: Il resto è solo una questione di abbinamenti. Il gusto personale e lo stile della parigina vengono fuori in queste due massime. Un armadio può anche essere composto da pochi capi base, ma di ottima qualità: il resto lo fanno gli accessori. Va smontanto anche il mito delle migliaia di scarpe che ogni donna dovrebbe possedere: bastano cinque modelli di eccellente fattura e la parigina è pronta per andare ovunque. Il manuale prosegue con i consigli di bellezza. La parigina si cura della propria bellezza, ma non passa ore e ore in bagno. Basta seguire qualche regola base nella propria beauty routine, interiorizzarla e in dieci minutì si sarà sempre curate e preparate.

Essere parigina diventa uno stile di vita, un modo di pensare che influenza ogni aspetto di sè. Dall’arredamento che deve essere sobrio e semplice, ma con tocchi di originalità (le lampade e le poltrone sono da considerarsi gli “accessori” della casa). Anche qui, come in tutto, è sempre una questione di abbinamenti. Non temete, però: in ogni sezione saranno indicati i faux pas, i passi falsi in cui potreste incorrere. Se siete in dubbio, consultate questo volume come se fosse I Ching dello stile e andrete sempre sul sicuro. La parigina inoltre non ha esitazioni sui posti da frequentare. Parigi può essere una città disorientante: offre tanto, quasi troppo e il visitatore, così come l’abitante, può essere preso da ansia da prestazione. Deve vedere tutto e tutti i posti giusti. L’ultima sezione viene in soccorso indicando ristoranti, alberghi, musei quasi sconosciuti, luoghi adatti ai bambini e, non serve dirlo, le migliori boutique per gli acquisti. Il top per le candele? Ma chiaramente Cire Trudon. Guanti di pelle? Causse. Se li portava anche Jackie Kennedy… Finito il volume non avrete dubbi su dove andare e riuscirete anche a stupire i parigini con le vostre approfondite conoscenze della città.

Si possono poi seguire tutte le regole, ma non bisogna mai dimenticare di emanare quel certo je ne sais quoi che aleggia intorno a tutte le donne di classe, parigine e non, come un profumo. Anche se si indossano dei semplici jeans, quelli che ci stanno meglio, e delle immortali Converse.

C’è un volume gemello a questo intitolato “Il Parigino”. Non si dica che Ines de la Fressange abbandona gli uomini a loro stessi nel momento dello shopping.

Abbinatelo con una borsa piccolina per avere le mani e le braccia libere da caricare con i vostri acquisti. I saldi ora saranno più semplici da affrontare in maniera mirata.

Jules

Ex Novo: di legami vicini e lontani

I legami stretti in Collegio Nuovo resistono e persistono anche da città e vite lontane

L’università è il miglior terreno possibile per stringere rapporti che dureranno per tutta la vita. Più che durante il liceo, si incontrano persone con i nostri stessi interessi e vocazioni e i legami saranno inevitabili. In alcuni casi si tratterà di indissolubile amicizia, in altri casi di amore totalizzante, alcune volte saranno gelosie, incomprensioni e tradimenti. Nel mio triennio universitario a Pavia al Collegio Nuovo ho avuto la fortuna di incappare in un gruppo di persone che, a dispetto della distanza e delle vite piene di ognuno, resiste. Si affrontano difficoltà legate al tempo e allo spazio e ci si tiene in contatto e ci si vede ogni volta possibile. E anche quando non ci si riesce, il silenzio non pesa e quando ci si ritrova sembra sempre di riprendere una conversazione interrotta poche ore prima.

La mia seconda parte di formazione universitaria si è svolta in un’altra città dalla lunga tradizione studentesca, Padova, e proprio in questa città si ambienta “Eravamo tutti vivi” di Claudia Grendene che esplora il tema delle relazioni tra un gruppo di amici nella Padova universitaria tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Dieci del nuovo millennio. In un racconto cronologicamente inverso, seguiamo Chiara e il suo amore per Max; Agnese, ribelle e spigliata anche in campo sentimentale; Alberto e Anita e la loro passione impossibile; Isabella ed Elia, insieme da quando erano ragazzi e pronti a cadere nella trappola più vecchia del mondo: il tradimento. Passando tra i portici della città universitaria tra uno spritz e l’altro, ci immergiamo in un mondo pieno di nostalgia, non necessariamente buona, ma di certo feroce e ci specchiamo nella spietatezza che possono avere solo le piccole storie comuni.

Il giorno dopo aver visto Agnese, Chiara tornò al Liviano, dopo quasi vent’anni. Pomeriggio di nuvole e vento, la bicicletta bianca non ne voleva sapere di scorrere lungo la ciclabile. Chiara spingeva di gambe e di testa. Arrivò in piazzetta Capitaniato affannata. Le lauree dottore dottore dal buso, piccoli cosi vicino a ogni albero della piazza: le sorsate di bibitone alcolico durante la lettura obbligat del papiro, gli scherzi spiacevoli, uova, farina, marmellata a imbrattare il travestimento del neolaureato.

Sullo sfondo del periodo che è il più formativo nella vita di ognuno, l’autrice crea un mosaico a sette voci nelle quali è davvero difficile non riconoscersi o riconoscere persone che hanno fatto parte della nostra esperienza. Persone che possono andare e venire, allontanarsi per poi ritornare, ma per sempre segnate dagli anni universitari, substrato di speranze e progetti poi infranti dal confuso e precario periodo storico che ancora non ci abbandona. A farla da padrone sono le voci dei personaggi femminili. Nessuna eccessivamente sopra le righe, nessuna eroina, nessuna donna straordinaria, ma tutte così vere da non sembrare nemmeno abitare la dimensione cartacea. C’è Agnese, bella e spregiudicata nelle sue relazioni, l’unica che non si costruisce una famiglia e vive a Londra, meta per eccellenza dei cervelli in fuga, si fa viva ogni tanto con il vecchio gruppo, ma senza sentirsi troppo legata. Chiara e Isabella che conseguono la laurea, si sposano, fanno figli e vedono i loro matrimoni perdere lo smalto a causa della quotidianità e, nel caso di Isabella, di una diciottenne “dalle unghiette rosse”. Anita, figlia mal riconosciuta di una famiglia veneta nobile e innamorata, ricambiata, di Alberto, suo cugino.

Le voci maschili emettono sofferenza. Chi ha subito violenze da bambino, chi è sotto psicofarmaci, chi dimentica i lutti nell’alcol e non ha il coraggio di amare chi dovrebbe, chi tradisce, chi non supporta. Non c’è niente di sopra le righe in questi lucidi ritratti. Potrebbero essere storie vere, come inventate, ma non lasciano scampo al lettore che è costretto, nel leggere di queste piccole miserie, a riconoscere eventi che lo hanno sfiorato o interessato almeno una volta nella vita.

Padova è sfondo discreto a queste avventure e non è necessario aver fatto qui gli studi per potersi trovare bene e ambientare. Perché è un romanzo che emana onde di sentimenti universali e ci mette di fronte alla spietatezza delle vite comuni.

Ci sono legami che vanno e vengono e a giugno, quando ci si laurea e si prendono strade diverse, viene spontaneo interrogarsi sul futuro delle nostre amicizie. Per esperienza personale e, a questo punto, anche letteraria, posso affermare che quelli importanti resistono, nel bene e nel male. E ci fanno compagnia durante tutto il resto del percorso.

Jules

500 chicche per il lunedì

Se avete avuto una nonna (ed è cosa abbastanza probabile) appassionata di cruciverba (questo forse è statisticamente meno probabile, ma comunque possibile), ricorderete i pomeriggi dedicati alla Settimana Enigmistica. Dal più semplice in copertina, al mostruoso Bartezzaghi, mia nonna se li passava tutti. La sua vera abilità però risiedeva nei rebus: quelli semplici, a inversione, sostituzione, allo specchio, nessun rebus che passava sotto la sua matita restava irrisolto.

Io non ero una buona allieva. Contribuivo con qualche definizione per i cruciverba (ma solo quando si parlava di attori o cantanti moderni) ed ero bravissima a collegare i puntini e annerire gli spazi. Anche con le figure in cui si dovevano trovare le differenze non me la cavavo male. Capite quindi che dopo tutto questo gran lavoro, serviva alleggerire la mente con le freddure e le vignette che sono tratto distintivo dei giornali di enigmistica. Per rinfrancare lo spirito tra un enigma e l’altro era la prima pagina che cercavo, seguita da risate a denti stretti.

Quando mi sono trovata tra le mani “500 chicche di riso” di Alessandro Pagani, mi sono di nuovo trovata catapultata in quei felici pomeriggi. Solo che adesso lo stress da smaltire e lo spirito da rinfrancare è molto di più e 500 chicche sono proprio quello che può servire al lunedì.

Far ridere non è semplice. In scrittura risulta più facile far commuovere che non divertire con intelligenza: reggere poi la risata per 500 volte appare un compito quasi impossibile. Eppure l’autore riesce a far sempre incurvare le labbra con giochi di parole, espressioni legate al dialettale, e calmebour, splendida espressione che ho recuperato grazie all’introduzione di Cristiano Militello. Ma visto che sono convinta che l’umorismo non si possa e non si riesca a spiegare, vi lascio in compagnia di qualche chicca, in modo che anche il vostro lunedì si possa risollevare.

Partiamo con alcuni che più di tutti hanno risvegliato i miei ricordi enigmistici.

9. Il marito della cuoca è geloso del suo passato.

74. Tizio in una sartoria: «Per favore, mi attacca un bottone?»

«Tutto iniziò sabato quattro agosto millenovecentocinquantasette alle ore diciannove e trentacinque in una giornata fredda e nuvolosa, quando nacqui nel reparto maternità dell’ospedale…»

Anche i lettori di Topolino avevano le loro pagine dedicate alle battute. Il cane Sansone e le sue marachelle erano un appuntamento fisso e le vignette intervallavano le barzellette.

180. «Cameriere, ho trovato un chiodo negli spinaci.»

«E allora? Non lo sa che contengono ferro?»

Altri invece ricordano giochi di parole tipo “qual è il contrario di abbondantemente?*

402. «Scusi per Sesto Fiorentino?»

«No, io non persi ‘sto fiorentino.»

486. «Matilde di Canossa»

«Nossa.»

Corredate dalle illustrazioni di Massimiliano Zatini, queste chicche possono aiutarvi a passare meglio questo lunedì. Portatele con voi insieme alla “schiscietta” del pranzo.

Jules

*Come nella migliore tradizione enigmistica, la risposta è in fondo alla pagina: il contrario di abbondantemente è “A Berlino Petrarca dice la verità”

Oggi si consiglia… per una crescita umile

Visto che maggio è in transito e si occupa di formazione, oggi parliamo di un difetto che può accompagnare, talvolta, la crescita: ovvero la mancanza di umiltà.

A ogni passaggio, vuoi per l’età, vuoi per acquisite competenze, vuoi per maturazione, si assurge a una certa sicurezza. La sicurezza, di per sé, non è per nulla un male, ma se non viene controllata può sfociare in arroganza. Ben pochi di noi ne sono immuni e mi butto tranquillamente nel mezzo. Certe volte posso sputare sentenze con un’alterigia fastidiosa. Fino a ora non avevo trovato un testo che mi aiutasse a restare con i piedi per terra e mi facesse capire quanto si può risultare ridicoli in certe pose. Poi, al festival letterario Rovigo Racconta, sono incappata nella presentazione de “Il censimento dei radical chic” di Giacomo Papi.

Sono andata alla presentazione incuriosita dal grosso successo avuto dal volume, dal record di vendite e, soprattutto, dalla trama che stuzzicava il mio amore per le distopie sociali alla Sinclair Lewis.

In un’Italia che ricorda quella di oggi, con il disprezzo per la cultura, gli accrescitivi “professoroni, giornaloni” usati in senso spregiativo, un professore viene ucciso a calci e bastonate per aver citato Spinoza. Così si apre il romanzo, con un incipit che, a mio avviso, diventerà famoso e citato in futuro.

Il primo lo ammazzarono a bastonate perché aveva citato Spinoza durante un talk show. In effetti da parte del professor Giovanni Prospero era stata un’imprudenza aggravata dal fatto che si era presentato in studio indossando un golfino di cashemire color aragosta.

A seguito di questo omicidio, il ministro dell’Interno, nel quale si può riconoscere un politico molto attuale, decide di istituire una sorta di albo, il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic. Solo per la loro sicurezza, sia chiaro: con un comodo obolo tramite tasse, i proprietari di biblioteche, giacche in tweed e in grado di citare Tolstoj, saranno protetti dalle forze dell’ordine contro la massa meno acculturata. C’è chi ne è entusiasta perché vede riconosciuto il proprio status di intellettuale; c’è chi ne è spaventato; c’è chi butta via le proprie biblioteche e chi si affanna a comprare giacche con le toppe di velluto per poter appartenere alla preziosa categoria. La premessa, va riconosciuta, è intrigante. Unito al disclaimer che recita: “I fatti narrati in questo libro accadranno”, il romanzo ha delle potenzialità incredibili.

A sentire l’autore, il testo, oltre che denuncia dei tempi in cui viviamo in cui la semplificazione linguistica la sta facendo da padrone e dove bisogna ripetere allo sfinimento che la terra è tonda, tonda!, serve anche per prendere in giro la classe degli intellettuali, sottolineare la loro pomposità. Il compito è affidato a Clelia e Anna, cugine di primo grado e mogli di uomini di cultura che, tramite le loro telefonate, ridicolizzano chi non è “come loro”.

“Dice che basta l’autocertificazione”

“Ma li faranno i controlli, spero! Altrimenti pur di avere la scorta si iscriveranno anche i barboni.”

“Faranno delle ispezioni, credo. Ci contatteranno dal ministero per fissare un appuntamento, poi verranno a controllare i libri che abbiamo in casa, cose così…”

“Come i libri? Tutti?”

“Ma no! Non tutti. Immagino ci saranno dei punteggi!”

“Volevo ben dire: non è che se leggi Fabio Volo ti danno la scorta, mi auguro…”

“Devi avere in casa almeno L’Anti-Edipo di Deleuze-Guatari…”

Sono ridicole sì, ma tutto il romanzo di Papi, non è una sincera autocritica del ruolo dell’intellettuale che si sta svuotando della sua funzione all’interno della società. Il romanzo ha la stessa valenza di autocritica e denuncia di una donna che esclama, con finta contrizione: «Oddio, vorrei tanto ingrassare, ma niente da fare. Mangio come una betoniera e resto magra».

“Il censimento dei radical chic” ha dentro parecchio. La figura del ministro, un Buzz Windrip più insicuro; la censura dei testi nei quali vengono eliminati i lemmi difficili e che non convincono il revisore, anche se, a un certo punto, inizierà a dubitare dell’utilità e della bellezza del suo compito, come mostra la progressione delle note. Il libretto delle parole da non usare pena denuncia e multa. Una repressione dell’intellighenzia che avrebbe potuto andare molto più a fondo e invece si ferma alla superficie e tratta in maniera macchiettistica la questione, quasi con la preoccupazione di dire qualcosa di offensivo. Segno di una classe di pensatori che si sta svuotando del suo ruolo, che ci tiene al proprio stato e non ha il coraggio di prendere una posizione netta. Fiera di poter andare alle sagre e guardare dall’alto in basso che si ingozza di costine.

Ed è davvero un peccato perché questo romanzo è un’occasione mancata, un gioco divertente che ti lascia poco tra le dita, se non un certo imbarazzo nel leggere della finta canzonatura di quella che dovrebbe essere la classe pensante.

La lettura del romanzo, meglio se indossando un indumento un po’ ruvido per automortificazione, fa sentire il lettore a disagio nel pensare ai propri atteggiamenti tracotanti in questo o quel settore e nel rispecchiarsi in un romanzo che poteva essere un “Da noi non può succedere” e invece si è fermato timoroso sulla soglia.

Jules