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Oggi si consiglia… per una crescita umile

Visto che maggio è in transito e si occupa di formazione, oggi parliamo di un difetto che può accompagnare, talvolta, la crescita: ovvero la mancanza di umiltà.

A ogni passaggio, vuoi per l’età, vuoi per acquisite competenze, vuoi per maturazione, si assurge a una certa sicurezza. La sicurezza, di per sé, non è per nulla un male, ma se non viene controllata può sfociare in arroganza. Ben pochi di noi ne sono immuni e mi butto tranquillamente nel mezzo. Certe volte posso sputare sentenze con un’alterigia fastidiosa. Fino a ora non avevo trovato un testo che mi aiutasse a restare con i piedi per terra e mi facesse capire quanto si può risultare ridicoli in certe pose. Poi, al festival letterario Rovigo Racconta, sono incappata nella presentazione de “Il censimento dei radical chic” di Giacomo Papi.

Sono andata alla presentazione incuriosita dal grosso successo avuto dal volume, dal record di vendite e, soprattutto, dalla trama che stuzzicava il mio amore per le distopie sociali alla Sinclair Lewis.

In un’Italia che ricorda quella di oggi, con il disprezzo per la cultura, gli accrescitivi “professoroni, giornaloni” usati in senso spregiativo, un professore viene ucciso a calci e bastonate per aver citato Spinoza. Così si apre il romanzo, con un incipit che, a mio avviso, diventerà famoso e citato in futuro.

Il primo lo ammazzarono a bastonate perché aveva citato Spinoza durante un talk show. In effetti da parte del professor Giovanni Prospero era stata un’imprudenza aggravata dal fatto che si era presentato in studio indossando un golfino di cashemire color aragosta.

A seguito di questo omicidio, il ministro dell’Interno, nel quale si può riconoscere un politico molto attuale, decide di istituire una sorta di albo, il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic. Solo per la loro sicurezza, sia chiaro: con un comodo obolo tramite tasse, i proprietari di biblioteche, giacche in tweed e in grado di citare Tolstoj, saranno protetti dalle forze dell’ordine contro la massa meno acculturata. C’è chi ne è entusiasta perché vede riconosciuto il proprio status di intellettuale; c’è chi ne è spaventato; c’è chi butta via le proprie biblioteche e chi si affanna a comprare giacche con le toppe di velluto per poter appartenere alla preziosa categoria. La premessa, va riconosciuta, è intrigante. Unito al disclaimer che recita: “I fatti narrati in questo libro accadranno”, il romanzo ha delle potenzialità incredibili.

A sentire l’autore, il testo, oltre che denuncia dei tempi in cui viviamo in cui la semplificazione linguistica la sta facendo da padrone e dove bisogna ripetere allo sfinimento che la terra è tonda, tonda!, serve anche per prendere in giro la classe degli intellettuali, sottolineare la loro pomposità. Il compito è affidato a Clelia e Anna, cugine di primo grado e mogli di uomini di cultura che, tramite le loro telefonate, ridicolizzano chi non è “come loro”.

“Dice che basta l’autocertificazione”

“Ma li faranno i controlli, spero! Altrimenti pur di avere la scorta si iscriveranno anche i barboni.”

“Faranno delle ispezioni, credo. Ci contatteranno dal ministero per fissare un appuntamento, poi verranno a controllare i libri che abbiamo in casa, cose così…”

“Come i libri? Tutti?”

“Ma no! Non tutti. Immagino ci saranno dei punteggi!”

“Volevo ben dire: non è che se leggi Fabio Volo ti danno la scorta, mi auguro…”

“Devi avere in casa almeno L’Anti-Edipo di Deleuze-Guatari…”

Sono ridicole sì, ma tutto il romanzo di Papi, non è una sincera autocritica del ruolo dell’intellettuale che si sta svuotando della sua funzione all’interno della società. Il romanzo ha la stessa valenza di autocritica e denuncia di una donna che esclama, con finta contrizione: «Oddio, vorrei tanto ingrassare, ma niente da fare. Mangio come una betoniera e resto magra».

“Il censimento dei radical chic” ha dentro parecchio. La figura del ministro, un Buzz Windrip più insicuro; la censura dei testi nei quali vengono eliminati i lemmi difficili e che non convincono il revisore, anche se, a un certo punto, inizierà a dubitare dell’utilità e della bellezza del suo compito, come mostra la progressione delle note. Il libretto delle parole da non usare pena denuncia e multa. Una repressione dell’intellighenzia che avrebbe potuto andare molto più a fondo e invece si ferma alla superficie e tratta in maniera macchiettistica la questione, quasi con la preoccupazione di dire qualcosa di offensivo. Segno di una classe di pensatori che si sta svuotando del suo ruolo, che ci tiene al proprio stato e non ha il coraggio di prendere una posizione netta. Fiera di poter andare alle sagre e guardare dall’alto in basso che si ingozza di costine.

Ed è davvero un peccato perché questo romanzo è un’occasione mancata, un gioco divertente che ti lascia poco tra le dita, se non un certo imbarazzo nel leggere della finta canzonatura di quella che dovrebbe essere la classe pensante.

La lettura del romanzo, meglio se indossando un indumento un po’ ruvido per automortificazione, fa sentire il lettore a disagio nel pensare ai propri atteggiamenti tracotanti in questo o quel settore e nel rispecchiarsi in un romanzo che poteva essere un “Da noi non può succedere” e invece si è fermato timoroso sulla soglia.

Jules

Arrivederci ragazzi: l’antologia

Sembra il titolo dell’episodio finale di una trilogia di film di supereroi, ma se frequentate il blog da un po’ (voi affezionati dodici lettori) vi ricorderete del salotto letterario che abbiamo tenuto lo scorso autunno sul tema della formazione. Insieme a Renato Costa e Sandro La Gaccia, scrittori ed editor, abbiamo parlato di Bassani, Murakami e London e dei loro romanzi di formazione. Sono stata forzata a rileggere “Il giovane Holden” il mio grande spauracchio dell’adolescenza che non si è conquistato le mie simpatie in età adulta.

Dopo queste conversazioni è partito un progetto di scrittura creativa rivolto agli studenti dell’Università di Padova, con il patrocinio dell’ESU di Padova. L’obiettivo era la creazione di racconti che trattassero, appunto, di formazione. Con una gestazione relativamente breve, ecco che alcuni mesi dopo sono a presentarvi il prodotto del corso: “Arrivederci ragazzi”, l’antologia edito da Ciesse Edizioni.

Se penso ai rombi rossi, m’intristisco. Qualcosa che non ho mai avuto, mi dico, che non stringerò mai. Dovevano essere legati ai malumori di quell’autunno, quindi, quando lavoravo come postino nella città dov’ero studente della facoltà di lettere. Con la brutta stagione non erano aumentate solo le ore di buio, si era incupito anche il mio modo di pensare. Ero diventato pessimista, perché mi sembrava di sprecare tempo: tutta la settimana in giro con la bici, poi chiuso in casa nel week-end.

“Vertigine”

Visto che il mese di maggio è iniziato con un “Ex Novo” in transito, proseguiamo su questa falsa riga. Tutti siamo in transito, così come tutti siamo in formazione. Per fortuna, il nostro maturare non si ferma all’età adolescenziale, ma continua per tutta la nostra vita, chiaramente con problemi ed evoluzioni diverse. Quando ho incominciato la lettura dell’antologia, sono andata indietro con la memoria* ai miei punti nodali di formazione del periodo universitario. Mi sono immersa tra le pagine con un misto di curiosità e preoccupazione: curiosità per la scoperta di quali scogli ci fossero nelle vite dei ragazzi, preoccupazione perché temevo di non avere più il polso della situazione visto lo scarto generazionale. La lettura si è rivelata molto piacevole per due motivi.

Il primo (ed è quello serio) affonda nella narratologia. Si dice sempre che, per produrre un buon testo scritto, si deve raccontare il particolare per arrivare all’universale. Senza parlare di massimi sistemi e di sentimenti in generale, bisogna trovare il modo per esprimere ciò che tutti proviamo (amore, odio, invidia, solitudine) con una storia ben specifica. Allora leggiamo di racconti che fanno provare la sensazione di inadeguatezza che si prova al proprio primo lavoro come nel racconto “Primo soccorso”; la curiosità del “come saremo” da qui a cinque, dieci, vent’anni come ci viene raccontato in “Dieci anni dopo”; lo scoprire che gli “adulti” hanno la loro vita precedente fatta di gioie ed errori, esattamente come la nostra, e che si avviano verso l’ineluttabile declino come in “Dall’alto”; la perdita e le incomprensioni con gli amici come in “La stanza” e “Incomprensioni”. Piccoli racconti particolari che arrivano a farci provare sentimenti universali.

Il secondo (sembra meno serio) è che non sono così vecchia come credevo. Ovvero, l’empatia che scatta nella lettura di questi racconti trascende dall’essere in un canonico periodo di formazione come quello dell’adolescenza o degli studi. Un’antologia che è lettura coinvolgente per un pubblico di qualunque età.

Sensazione che suscita anche “Il giovane Holden”, a conti fatti; a prescindere dalla propria antipatia personale.

Jules

*sì, non sembra, ma è già passato un bel po’ di tempo.

Ex Novo: in transito

Siamo sempre tutti in transito. Da un punto A a un punto B, da un lavoro all’altro, da una relazione all’altra, da una città all’altra. Esemplificativo e omnicomprensivo di questa definizione è il periodo dell’università. Perché sono i primi passi nell’età “da grandi”, perché si esce di casa per la prima volta e si cambia modo di vivere, perché si esplora e si viaggia, fisicamente e intellettualmente. E ci si diverte, tutto sembra scintillante, ci si muove con nella testa il sottofondo di una colonna sonora, come se fossimo nei primi minuti di un film con noi come protagonisti. La più famosa figura che si fregiava della dicitura “in transito” è l’eroina di Truman Capote, Holly Golightly. Nella testa dello scrittore, l’attrice perfetta per poterla interpretare sarebbe stata Marilyn Monroe, ma la storia del cinema finì per consegnare il volto di Holly a Audrey Hepburn.

Per questo inizio maggio, mese che appare molto di transito visto che la primavera ancora non si è manifestata in pieno, non parleremo però di “Colazione da Tiffany”, ma proprio di Audrey Hepburn, donna e attrice che ha saputo adattarsi ed edificarsi incarnando appieno la continua mobilità e transitorietà e lo faremo con una graphic novel che è quasi una favola: “Audrey” con i disegni di Roberta Zeta edito da Hop Edizioni.

Come non essere entusiasticamente in transito quando si è a New York? Le Nuovine fanno spesso su e giù con il continente americano con i viaggi e gli scambi messi a disposizione dal Collegio Nuovo

In questo volume, i testi sono descrizione discreta e accurata che completano le immagini e non distolgono l’attenzione dal tratto delicato ed elegante della disegnatrice. Accurato nella ricostruzione della vita dell’attrice, parte dalla sua infanzia in Olanda e Belgio portando in luce alcuni episodi meno noti vissuti dalla futura attrice come la mancanza della figura paterna, per poi passare alle difficoltà vissute durante la guerra quando il cibo scarseggiava e Audrey faceva la staffetta per consegnare messaggi agli oppositori del regime nazista. E poi la danza e l’abbandono di quella disciplina quando si accorge di non essere abbastanza brava, la scoperta del mondo del teatro. Le prime esperienze a Brodway, quando arrivò in America leggermente ingrassata per aver divorato dolci durante tutta la traversata e fu messa a dieta con bresaola e rucola per tornare la snella Audrey che era stata ingaggiata. Il successo, le diverse relazioni sempre però vissute lontane dagli scandali. Il suo stile e l’afflato creativo che instillò nella maison Givenchy. L’abbandono delle scene, l’impegno umanitario, il forte attaccamento alla famiglia e l’empatia per le miserie del mondo.

Si sfogliano le pagine a delicati colori pastello e ci si rende conto di come il transito di questa donna sia stato straordinario, ma non certo privo di dolore e di difficoltà. Viaggiando e dovendo soggiornare in alberghi, a volte anche per i lunghi periodi richiesti dalla lavorazione di un film, Audrey portava con sé i suoi oggetti più cari e i suoi mobili, in modo da potersi ricostruire un ambiente caldo e domestico.

Si legge con un sorriso, tornando più volte indietro per cogliere meglio le sfumature dei disegni, per ricercare qualche dettaglio sfuggito. Con un pizzico di narcisismo ci si immagina il proprio volume, come sarebbe disegnato, quali eventi nodali racconterebbe. Si sente suonare “Moon river” in lontananza, confuso con i rumori di New York. E l’idea di “transito” che a volte può sembrare spaventosa o, erroneamente, confinata nel passato diventa, di nuovo e di colpo, scintillante.

Jules

Per la giornata mondiale della Terra si ritorna alla terra: “La raccontadina” di Francesca Pachetti

Oggi è una felice coincidenza. La maggior parte di noi è a casa per la Pasquetta e assapora i lunghio giorni di ponte. Se il tempo assiste, si può stare all’aperto a dondolarsi su un’amaca o sdraiati su un prato a smaltire i ricchi pasti. La possibilità di restare più a contatto con la natura cade proprio a fagiolo visto che oggi è la giornata mondiale della Terra. L’Earth Day cerca di ricordarci come il nostro pianeta vada salvaguardato: è un pensiero che dovrebbe accompagnarci ogni giorno e guidare le nostre scelte. Come si ama dire, le rivoluzioni partono sempre dal basso: un riutilizzo in più di un contenitore di plastica, la scelta della bicicletta invece della macchina, l’utilizzo di materiali diversi dalla plastica, l’attenzione a cosa si mangia e dove si acquista. Per sentire questa Terra un po’ più vicina, è bene cercare di tornare verso la terra. E se oggi non riuscite a sdraiarvi in un bucolico campo (o anche se ci riuscite) potete accompagnarvi con le parole di Franchesca Pachetti, la “Raccontadina”.

I numeri non li capisco e neanche le misure.
So che in una cassetta alta di legno ci stanno dodici chili di patate, in una bassa otto.
Se il secchio rosso lo faccio pieno, di pomodori ce ne stanno sette chili, all’incirca, se lo faccio a metà, quattro, più o meno.
‘Quanto le fa al chilo le zucche?’
Io non lo so quanto le faccio le zucche al chilo.
Una piccola tre euro, quella media cinque, grande dieci.
Questa è la mia misura.
Non vendo a peso, vendo a buon senso, a cuore, a
occhio, talvolta a circostanza, a baratto, a regalo.
Se il catino azzurro è pieno fino all’orlo, ha piovuto molto: è stato temporale.

Nato da una pagina social omonima, “La raccontadina, racconti a passo di vanga” è una raccolta, un testo buono: buono come può esserla una micca di pane fresco. Buono da sgranocchiare o da far sciogliere in bocca. Scritto quasi come una poesia o una filastrocca in certi pezzi; con tocchi alla Julie Andrews negli elenchi delle cose che si vogliono; ironici negli scambi con i clienti che vengono ad acquistare i prodotti dei campi e devono imparare quanto sia diverso dalla corsa e dalla fretta del supermercato.

– Buongiorno.
– Salve, mi dica.
– Ho visto il cartello che indica la vendita di verdura.
– Sì, cosa le serve?
– Hai solo questo?
– In questo momento sì: rapini, bietola e cavolo nero, dalla prossima settimana saranno pronti anche cavolfiori, radicchi e finocchi.
– Quindi hai solo questo?
Va bene, tu vedi ‘solo questo’. Posso dirti invece cosa ci vedo io?

E ognuno di questi scambi è spunto per riflessioni, occasioni per chiarire il punto di vista di chi è “tornato” alla terra, ma che, in fondo all’animo, alla terra è sempre appartenuto.

Corredato dalle foto di Sheila Bernard, i racconti oltre che a ritmo di vanga, vanno a ritmo delle stagioni. Ciascuna con le sue virtù e le sue difficoltà, le sue semine e le sue raccolte, in costante dialogo con la natura e con se stessi.

Dalla lettura di questo testo (non riesco a definirlo romanzo, o raccolta di racconti benché sia un po’ dell’uno e un po’ dell’altro) si guadagna una mente più silenziosa e tranquilla; un desiderio e uno stimolo a fare più attenzione a quello che mangiamo; la voglia di aumentare la propria consapevolezza in armonia con la terra, senza visioni da Paradiso Terrestre o da Arcadia perché la relazione con la Terra è fatta anche di fatica e di sacrifici; per me che lavoro a contatto con il pubblico, il desiderio di trarre dalle buffe richieste, insegnamenti e riflessioni.

“Non sono alternativa, sono nata contadina” ci dice l’autrice: per chi di noi invece non sente di essere nato così, provate a essere alternativi. Iniziate dalle Giornata della Terra e invertite alcuni vostri modi di fare e di pensare. Radicatevi a terra: se non vi viene semplicissimo, la raccontadina è pronta ad aiutarvi e guidarvi con queste pagine.

Trovate la Raccontadina su Facebook e il libro su Pentàgora Edizioni

Jules

“L’ultima pagina” debutta

L’ultima pagina” di Giulia Pretta
Ciesse edizioni

Buongiorno e buon inizio settimana. Post di servizio che (spero) sarà oggetto di aggiornamenti.

Chi pensa che il difficile dello scrivere un testo sia scrivere il testo, non sa che quella, nel totale, è quasi la parte più semplice. Perché una volta che il tuo testo ha un titolo, una copertina e quella copertina porta il tuo nome bisogna che lo si faccia vedere in giro.

Un testo, divenuto romanzo, è come una debuttante della buona società di Savannah negli Stati Confederati: deve presentarsi in società e, possibilmente, “mangiare tanto quanto uccellino”. Quindi mi sto dando da fare per trovarle qualche piccolo ballo perché si faccia conoscere da una cerchia (si spera) di gente che avrà piacere di leggere la storia di Mark e Judy. Ecco in primi appuntamenti

18 aprile, ore 18.30: Padova, alla libreria “Il mondo che non vedo“. Presenteranno Laura Liberale ed Heman Zed

6 maggio, ore 18.30: Ponte di Brenta, alla pasticceria “Tombolato“. Presenterà Renato Costa

7 giugno, ore 18.00 (all’incirca): Vercelli, alla libreria Mondadori. Presenterà Ilde Lorenzola.

Continuo a cercare ingaggi.

Jules

Ex Novo: per il cambio di stagione

Oggi è una giornata difficilissima: questo week end è cambiata l’ora. Certo, la sera c’è più luce, non serve bardarsi per uscire, ma non dimentichiamo che si dorme un’ora in meno. E con il cambio di stagione in agguato (non solo quello dell’armadio, anche quello personale) la fatica si fa sentire. La gravità del letto sembra aumentare.

Per contrastare il problema ci sono vari rimedi: chi si affida allo sport per aumentare endorfine e senso di energia. Chi inizia le diete detox per liberare il corpo dalla pesantezza dell’inverno data dalla polenta. Chi prova con la meditazione e chi si impegna a praticare il work-life balance. In Collegio Nuovo lo sanno bene, e i consigli rivolti soprattutto a chi si spostava per master o erasmus, (ma anche applicabili per il difficile transito primaverile) non sono mai mancati: prenditi cura di te stessa. Mantieni degli orari, delle abitudini e dei momenti piacevoli. In altre parole, non farti prendere dalla frenesia che finisce per ledere sia te stessa, che la tua produttività.

E poi c’è chi si affida ai ricostituenti, naturali o chimici che siano. Alcuni danno tali sferzate di energia da parere quasi dei rimedi miracolosi. Proprio su uno di questi ricostituenti si basa il romanzo “Il rimedio miracoloso” di H.G.Wells.

«Vedi», disse mio zio in un lento bisbiglio confidenziale, con gli occhi ben spalancati e la fronte aggrottata, «è gradevole per via di» (e qui nominò un ingrediente che aggiungeva sapore e un’essenza aromatica), «è stimolante per via di» (e qui nominò due tonici molto efficaci, uno dei quali ha una decisa azione sui reni). «E poi i» (e qui nominò altri due ingredienti) «lo rendono piuttosto inebriante. Fa rizzare la coda. E poi c’è» (ma qui sfioro il segreto essenziale). «Eccoti accontentato. L’ho preso da un vecchio libro di prescrizioni…»

L’Inghilterra vittoriana offre molte possibilità. Innovative tecnologie, persone energiche e con uno sguardo rivolto prepotentemente al futuro, la pubblicità, il nuovo che avanza sono un fertile humus per chiunque abbia abbastanza spregiudicatezza per approfittarne. George Ponderevo, figlio di una governante, viene colpito da questa “forza obliqua” del progresso che lo rapisce al suo ceto sociale e lo innalza a vette che mai avrebbe immaginato: essere il braccio destro di suo zio, farmacista e inventore di un tonico eccezionale, il Tono- Bungay. Da queste boccette di ricostituente scaturisce il loro successo e diventa inesauribile fonte di denaro, di progetti e nuove possibilità. Però, si sa, quando si sale così in alto e così in fretta, le cadute possono essere molto dolorose.

Di imperi finanziari che si basano su una bevanda dalla composizione misteriosa ne abbiamo esempi concreti in ogni scaffale di un supermercato. “Il rimedio miracolosoha una composizione complessa: c’è analisi sociale, politica, amore, riflessioni filosofiche, autobiografia il tutto bilanciato da un pizzico di humor. Dickensiana a tratti, questa biografia narrata da George in prima persona si può leggere come un grafico di borsa, fatto di vertiginose salite e rovinose cadute. Tutta l’impresa commerciale del Tono- Bungay sarebbe impossibile senza lo zio di George, Edward Ponderevo. Edward è un visionario, un istrionico imbonitore di fiera che richiama le signore decantando le meraviglie di un prodotto che, a conti fatti, è inutile. Sfruttando una vecchia ricetta con qualche aggiustamento mette sul mercato un tonico miracoloso che è solo il primo mattone di un impero finanziario luminoso quanto falso. George di questo è ben consapevole e si esprime in maniera molto severa nei confronti dello zio: sa che non ha creato nulla di nuovo e di buono e senza la spinta propulsiva della pubblicità non avrebbe avuto tutto questo successo. George è proprio l’ingrediente di bilanciamento di questa avventura. Con studi solidi alle spalle, una simpatia per il socialismo e un certo cinismo nell’osservare la vita sin dalla prima infanzia, pur disprezzando questo commercio di acqua tinta e tutto il baraccone che si è creato sulle sue spalle, cerca di organizzare e gestire con metodo l’affare e le consociate del Tono- Bungay. Senza però mai trarne un reale piacere se non quello effimero che danno i soldi e che gli consentono di cercare la propria curva ascendente in un’attività molto più nobile del commercio: il volo. Spericolato avventuriero di quest’arte e ideatore di palloni aerostatici e deltaplani, si sforza in ogni modo di alzarsi da questa terra, di sorvolare su questa società disgraziata e senza valori.

Il rimedio miracoloso è una storia di salite e di discese. Tutti provano a modo loro a innalzarsi seguendo i valori che più si confanno ai loro interessi. Lo zio Edward con i soldi, George con il volo, Beatrice, la giovane e sempiterna passione di George, con l’amore. Tutti sembrano staccarsi dal suolo per poi rovinare. E la loro caduta dipende sempre dall’ingrediente segreto che non può mancare in un prodotto simile: questa bieca forza obliqua che strappa qualcuno dal proprio ruolo e dal proprio ceto sociale e lo costringe (o gli offre la possibilità a seconda dei punti di vista) a giocare in un ruolo che non è il suo non è ben chiaro quale sia. Potrebbe essere il destino, intraprendenza, fortuna, casualità, progresso. Ma se ne fossimo certi non sarebbe davvero un ingrediente segreto.

Dopo tutti questi rimedi suggeriti non potete che affrontare il cambio di stagione con le giusta energia.

Jules

I luoghi dello shopping: un breve week end lungo a Lione

Per una volta non mi faccio riprendere di spalle

C’è un pezzo del mio libro preferito dell’infanzia, “Vacanze all’isola dei gabbiani”, che mi ha sempre colpito l’immaginazione. Una delle ragazzine dell’isola, Fredrika detta Fred, legge talmente tanto da avere i pensieri stipati come sardine e ha quasi l’impressione che possano sprizzarle fuori dalle orecchie. Arrivata e Lione ho avuto l’impressione che la città sperimentasse la stessa sensazione di Fred e che avesse così tanti libri e tante parole da non sapere più dove metterli. Così, per risolvere il problema, Lione si è risolta a sistemare libri ovunque ci fosse spazio: lungo il fiume, fuori dalle librerie, sulle pareti.

Va fatta una premessa: Lione è una città ricchissima. È piena di scorci interessanti, di locali e ristoranti, di negozi e di librerie. Non farete fatica a trovare queste cose, ci inciamperete anche senza camminare 15 chilometri al giorno come ho fatto io. Quindi mi limito a suggerire alcuni luoghi che sono riuscita a visitare in questo breve week end lungo. La domenica è tutto chiuso (beati loro!) e le mie incursioni librarie si sono limitate alla giornata del sabato.

LIBRI

Il famoso ingresso de “Le bal des ardents”: spero non siate interessati proprio al titolo alla base dell’arco

Le bal des ardents: l’ingresso di questa libreria è giustamente famoso. Nelle varie pagine di appassionati bibliofili va spesso in coppia con la libreria Acqua Alta di Venezia in quanto a originalità. Quando si entra da questo piccolo ingresso non si è quasi preparati allo spazio che si sviluppa all’interno. Ambienti enormi con scaffali ordinatissimi e ogni sezione segnalata da una targa a mosaico. Le pubblicazioni sono in larghissima parte in francese.

La Bourse: poco distante c’è la libreria la Bourse, paradiso dell’usato garantito. Non solo libri, manga e fumetti (e una ricchissima e pervasiva presenza di Corto Maltese che è quasi più affascinante quando parla francese), ma anche cd e vinili. Il Grande Nerd ha trovato dei classici di musica metal che cercava da lustri mentre io e l’amica cicerone prendevamo in giro le copertine degli album.

La tradizione di bouquiniste

Il lungo Rodano: Lione è attraversata da due grandi fiumi, il Rodano e la Saona. Come nella migliore tradizione francese dei bouquiniste, sul lungo Rodano il sabato c’è il mercatino dei libri. Se volete un Asterix che parla gallico usato e in buone condizioni, dovete proprio passeggiare sul lungo fiume.

CIBO

Anche per i non amanti della cucina francese sappiate che a Lione si mangia davvero bene. I ristoranti tipici della città, detti bouchon, sono ovunque, sono buoni e affrontabili a livello di prezzo. Consiglio però due posti (che non sono bouchon) uno per la cena e uno per la colazione.

Le fromagivores: per amanti del formaggio, un ristorante che serve e vende solo formaggio. Al tavolo trovate la piastra, la cameriera vi porta circa tre etti di raclette (con vari sapori tra i quali scegliere. Quella al tartufo mi attirava così tanto, ma essendo sprovvista di primogenito da vendere per pagare il conto ho dovuto “accontentarmi” di quella al naturale) e ve la incastra sulla piastra. La raclette si scioglierà morbidamente sulle patate e voi finirete la cena desiderando di aprire un ristorante simile anche in Italia.

Anti cafè: si sta che il tempo è prezioso. Perché allora, in un caffè, non far pagare né cibo né bevande, ma chiedere una tariffa oraria? All’Anticafè si può mangiare e bere quanto si vuole: c’è un frigo ben rifornito di cibo, pane fresco, acque aromatizzate, tè e caffé. Si può lavorare, giocare a Scarabeo, studiare. Il prezzo è di 5 € all’ora, le marmellate sono molto buone e lo spazio non manca. Ottima soluzione per lavorare fuori da casa e lontano dalla confusione di Starbuks. È una catena quindi si trova anche in altre città europee.

Brioche con praline rosa: queste si trovano ovunque, in qualunque panetteria e pasticceria. Sono brioche costellate di praline di zucchero rosa Barbie. Buone senza essere stucchevoli e ti fanno sentire nel mondo della Mattel. Come non portarsi a casa qualche pralina per poi provare a replicare la ricetta?

ALTRI PUNTI DI VISTA

Per chi non lo sapesse, Lione è fatta di salite e discese. Non metaforiche, è una città piena di ripidi pendii e di scale vertiginose che consentono però una visuale stupenda sulla città. A parte un paio di grattacieli che sembrano piovuti lì per caso, la città dall’alto è molto ordinata, bianca e con tanti graziosi balconcini. Se non vi va di scarpinare, vicino al duomo si può prendere la funicolare (3€ biglietto a/r) e arrivare fino alla chiesa di, vicino alla zona romana della città. La vista è spettacolare.

La Confluence, coloratissima, divertentissima

Lione ha anche un’anima meno francese almeno all’apparenza. Alla confluenza di Rodano e Saona sorge il quartire della Confluence, un tempo zona industriale e negli ultimi quindici anni riqualificata con edifici di design. Passeggiate e vi trovate circondati da edifici moderni e cubi colorati sui quali spiccano il cubo arancione a firma Jacob e Mcfarlane architects e la sede verde di Euronews. I due fori sulla facciata sono gli occhi dell’emittente puntati sul mondo. Oppure sembra un gigantesco gufo.

Sembrano scene reali

Infine, ma li ho tenuti per ultimi perché mi hanno incantata, i murales. Lione è città ingannevole: si contano oltre un centinaio di muri dipinti a trompe l’oeil dove si possono ammirare scene di vita quotidiana cristallizzate dalla pittura. Non sono semplici da trovare perché sono così realistici da ingannare al primo sguardo distratto. Il famoso Mur des camus riproduce scale, macchine gente che osserva gli annunci immobiliari con così tanta cura da sorprendere che si tratti di un dipinto. La prima versione è stata fatta nel 1987 e guardando le foto si vede come, invecchiando, il dipinto migliori. Essendo nato in un anno simile non c’era da aspettarsi altro.

Da bibliofila non potevo perdere il murales de la biblioteque de la cité dove il dipinto arriva fino al cielo con citazioni che incombono e accolgono. È uno dei luoghi più fotografati e imperdibile per gli amanti dei libri e di tutti i loro corollari. Le citazioni, ovviamente, sono solo di scrittori francesi: si sa quanto ci tengono alla loro lingua e alla loro superiorità morale. D’altra parte, sono forti di una millenaria democrazia 😉

Jules