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Oggi si consiglia…per il mare

Copia di meals (1)

Dopo la montagna non si poteva saltare l’altra metà del cielo. Parliamo di letture per le creature marine, quelle che “senza mare non mi sembra nemmeno estate”. Dal mio punto di vista sono animali fantastici*: non vado al mare in estate da almeno sei anni, non pigmento praticamente più e di conseguenza non mi abbronzo. Lo apprezzo in inverno, quando posso stare sulla battigia in felpa.

Le letture da ombrellone sono varie e sterminate: chick lit, thriller e gialli, saghe fantasy, tutte ben si adattano ai pigri pomeriggi sulla sabbia. I racconti, per me, sono il massimo. Non si richiedono lunghe sessioni di lettura, dopo qualche pagina ci si può concedere un bagno per poi riprendere con una storia nuova di zecca. Proprio per questo oggi vi consiglio una raccolta di racconti di una giovane esordiente: Parole del mio mare di Sofia Celadon.

Ma il mare si scontrò con me una seconda volta. S’impegnò per ammaliarmi con i suoi suoni e le sue onde. Mi attirò a sé senza che io me ne accorgessi. Mi invitò a danzare sulla cresta delle onde. Era lui la sirena, ora, e io il marinaio. Mi incantò con la sua dolce musica e questa volta mi alzai e cominciai a nuotare.

Questo smilzo libello raccoglie brevi racconti che parlano di amore e amicizia, in alcuni casi tratteggiati in chiave fantasy, genere che l’autrice si vede che ama (sia leggere che scrivere). In particolare, ben riuscito Il cerchio delle scelte con un finale dai sapori dark. L’autrice è giovanissima e, in quanto tale, è entusiasta: i sentimenti sono declinati in termini assoluti. Per un lettore (o uno scrittore) più navigato questo assolutismo può far sorridere: già pronti a mettere i filtri dell’esperienza, tacciamo di ingenuità questa visione. Deve maturare, sia in termini di scrittura che di voce, ma i racconti fantasy sono piacevoli e scorrevoli. E a noi può far bene leggere alcune pagine per ricordarci di quando eravamo giovani e affrontavamo tutto di petto e senza scale di grigio. L’edizione, a cura di Pluriversum, avrebbe potuto essere revisionata meglio: ci sono alcuni refusi che guastano un po’ il piacere della lettura.

Ah, e magari leggiamolo mangiando un cornetto cuore di panna come nelle pubblicità anni Ottanta, quando speravamo in tre mesi di falò sulla spiaggia e folli amori adolescenziali.

Jules

*no, non sto per consigliarvi la Rowling.

Oggi si consiglia…per la montagna

Copia di meals

Continuiamo con i consigli vacanzieri: brevi, per macrocategorie e dritti al punto. Perché siete tutti impegnati a fare le valigie e perdere minuti con letture oltre le 700 battute non va bene.

Partiamo con gli amanti della montagna. Quelli che “la montagna è bella sempre”: in estate fai camminate e arrampichi, in inverno scii e pattini, nelle stagioni di mezzo vai a funghi e castagne e nei giorni di pioggia mangi polenta e bevi grappa e/o cioccolata. E mentre ci si riposa e si sorseggiano pregiati distillati cosa si può leggere? Un romanzo che fa sì che ti sorridano i monti: Heidi di Francesco Muzzopappa

Io non sono felicemente incasinata. Sono incasinata e basta. È da milioni di settimane che non riesco a sedermi dal parrucchiere per farmi dividere il cranio in sezioni e impacchettare le ciocche nella carta stagnola per dare al mio castano una luce in più. E se non ho tempo per i capelli, ne ho ancora meno per fare esercizio fisico. L’unica disciplina sportiva a cui mi dedico con costanza è masticare, soprattutto carboidrati. […] Se sono stata progettata per espandermi nel cosmo è inutile oppormi. Cerco solo di non strafare.

Chiara lavora a Milano per una rete televisiva, la Videogramma, dove si occupa di casting: non scopre i futuri grandi della musica o della danza, ma casi umani per reality, cooking show e programmi trash. Il tempo per vivere, oltre che per lavorare, non ce l’ha. La situazione peggiora quando il padre, un tempo venefico critico letterario, oggi malridotto per via della demenza senile, viene espulso dalla casa di riposo dopo essere diventato olimpionico di lanci di oggetti contro le infermiere. Chiara è costretta a portarselo a casa e a cercare qualcuno che la aiuti fino a che non trova una nuova sistemazione: inoltre deve produrre nuovi format trash per la sua rete televisiva che, incarnata nella  testosteronica figura dello Yeti, minaccia di licenziarla. Unendo a tutto questo il fatto che il badante del padre è un gran bel ragazzo e che il padre è fermamente convinto di vivere tra le Alpi e che lei sia Heidi, ci sono tutti gli elementi per una commedia dal retrogusto dolce amaro.

C’è ironia intelligente, una storia d’amore non patinata, situazioni che di comico non hanno nulla, ma che ti fanno sorridere lo stesso e tutta la verve delle “favole brevi che finiscono malissimo”. E la montagna? Il padre è fermamente convinto di dover salvare Fiocco di Neve e di dover portare a spasso Nebbia: il formaggio fresco è una sua priorità e chiama il badante Peter. Tra i monti e Milano ci sarà di che strappare una risata.

Jules

 

#Libriinloco

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Premetto che si tratta di un esperimento.

Premetto che non so come verrà la realizzazione.

Premetto che fare video non è proprio la mia specialità.

Premetto che mi piace leggere ad alta voce.

Premetto che mi piace leggere ad alta voce in bei contesti.

Finite le premesse, forse, ma solo forse, vi ho sfrancicato (trad. rotto, strapazzato) l’apparato riproduttore con la notizia delle mie vacanze alle isole Faroe. Parto dopodomani e lunedì mattina, se tutto fila liscio, atterrerò a Vagar. Cosa si mette in valigia? Come vedete dalla foto capsule stile Pinterest dei Poveri ci sono pantaloni antipioggia, cuffia di lana, guanti, maglioni e la guida. E Isola il romanzo di Siri Ranva Hjelm Jacobsen, ambientato proprio alle isole Faroe. Questo romanzo, in qualche modo, torna quindi a casa, per qualche giorno.

L’idea sarebbe questa: ogni volta che mi troverò in una città o in un luogo dove sono stati ambientati dei romanzi, vorrei portarli con me e leggerne alcuni brani ad alta voce. Per la gioia di chi mi passerà vicino e si domanderà come mai una squilibrata legge alle scogliere e alle pecore. Seguite su IG, probabilmente sul nuovo canale IGTV vista la difficoltà di connessione, l’hashtag #libriinloco. Non tanto per la mia appassionata interpretazione, quanto per il paesaggio che promette di essere spettacolare. Tenete sempre a mente le premesse di cui sopra.

Turista fai-da-te, no hashtag nuovo? ahiahiahiahi

Jules

 

 

 

 

Ex Novo: tornare a casa

Ex Novo
Quante cose c’erano da staccare dalle pareti a luglio! Quante cose da portare via per tornare a casa!

A luglio, chi prima, chi dopo, in base alla fine della sessione d’esami, il Collegio Nuovo si svuotava. Enormi valigie transitavano per i corridoi e ci si domandava come avessimo potuto accumulare tutte quelle cose in una sola stanza. Si parlava delle vacanze imminenti, si appuntavano gli indirizzi per mandare cartoline (sì, sono abbastanza vecchia da ricordare le cartoline, croce e delizia di ogni vacanza) e si tornava a casa. Casa, le città natie, a volte a pochi chilometri di distanza, a volte raggiungibili sono con lunghi viaggi in treno o con l’aereo. Le più desiderose di tornare a casa erano le isolane: perché, a partire da Odisseo, chi è lontano dalla propria patria isolana è esule due volte. Per celebrare il ritorno estivo a casa e per augurare buone vacanze, oggi parliamo di un inno d’amore alle diciotto isole più solitarie d’Europa: le Faroe nel romanzo Isola di Siri Ranva Hjelm Jacobsen.

Con la sua Prince 100 tracciò un cerchio morbido che includeva tutto: le montagne, i fiordi profondi e i tunnel bui.

«Questa non è Europa. Queste sono le Faroe.»

«Hette er Føroyar.»

Queste isole ricche di verde, paesaggi mozzafiato e un mare freddo e pescoso, non sempre offrono molte scelte e prospettive agli abitanti del luogo che, con il cuore bagnato e pesante, sono costretti ad emigrare sul continente e sull’amata/odiata madrepatria. Siri Jacobsen, scrittrice e giornalista danese di origini faroensi e alla sua prima opera di narrativa, prende avvio dalle vicende della propria famiglia per raccontare la nostalgia che alberga nell’animo di ogni espatriato. Fino ad oggi questo arcipelago è sempre rimasto fuori dalla mappa della nostalgia. Le Faroe, formalmente danesi, intrinsecamente indipendenti, solo ora iniziano ad affacciarsi sul panorama letterario europeo. Con quest’opera, diventano anche loro punto di arrivo e ritorno per gli esuli del continente. Con una prosa poetica e struggente, l’autrice racconta la storia del suo abbi e della sua omma, il nonno e la nonna, emigrati in Danimarca poco prima della seconda guerra Mondiale. Il titolo originale è “Ø” che vuol dire “isola”, ma che graficamente (per noi) e mentalmente per i protagonisti è un punto a cui tendere: non solo geograficamente, ma anche mentalmente. Per il nonno è la possibilità di diventare ingegnere, per la nonna è un nostos al contrario, per l’autrice il recupero delle proprie radici. Traspare nostalgia, è un romanzo che si può leggere ad alta voce e farsi cullare dal verde e dalle onde di quel gruppetto di rocce con poche abitanti.

Così si resiste meglio agli ultimi giorni lontani da casa e ci si sente in buona compagnia nell’essere esuli, isolani e abitanti di terra ferma. E visto che vengo da una terra d’acqua, circondata da un mare a quadretti, posso in parte capire il desiderio dell’eterno ritorno. A qualunque distanza e latitudine.

Jules

Oggi si consiglia…per la banca

Copia di meals

In principio fu la paghetta. Mille lire se aiutavi a preparare la tavola; cinque mila lire dalla nonna allungate di nascosto; dieci mila lire quando ricevevi la pagella, se era buona. Un tariffario così preciso da far invidia alle case di tolleranza. E quel tesoretto come veniva impiegato? Il gelato, un cd o un libro, una maglietta se eri stata abbastanza brava da metterli da parte e non li avevi spesi in big bubble e videogioco all’oratorio. Ah le partite a Primal Rage*!

Poi furono i primi soldi guadagnati con qualche lavoretto. Ripetizioni, inserimento di dati a computer e il potere d’acquisto iniziò a salire. Le prime pizze fuori, la benzina del motorino, ma tutto con attenzione perché le vacanze si avvicinavano e bisognava avere i fondi.

Infine, il sesto giorno, si arrivò nel mondo adulto e nuove parole iniziarono a fare capolino nel nostro vocabolario: IBAN, conto corrente, piano di accumulo, ritenute, trattenute, piano pensionistico integrativo e, su tutte, la parola “stipendio”. Una parola che sembra contenere tutta la gioia e le disgrazie del mondo e che monopolizza la nostra attenzione. Il mese non è più diviso nei canonici giorni dall’1 al 30, ma da stipendio-a-stipendio. Chiudiamo quindi il mese del mondo-adulto-in-cui-si-sbaglia-da-professionisti con il rimedio per le code in banca e la scelta dei giusti conti e investimenti: Zero o le cinque vite di Aémer di Denis Guedj

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Contemplava l’iscrizione sulla sabbia. Le guardie osservavano silenziose. Percepivano che stava accadendo qualcosa di importante.

«Sai cosa dice questo numero, Aémer?» chiese Panca. Per quanto numerose siano le cose, ce n’è sempre una in più, una in più che si può desiderare, che si può possedere, che si può rifiutare. Non c’è fine ai numeri.

Indicando con il pugnale ciascuno dei cerchi, aggiunse: «Tanti sunya quante sono le colonne vuote. È tutto qui: marcare il vuoto. È questo il bello: considerare l’assenza come una presenza», concluse con voce trasformata.

Aémer è un’archeologa. Durante degli scavi in Mesopotamia, rinviene dei calculi d’argilla, tra le prime forme di contabilità che l’archeologia ricordi. Ma Aemer non è alla sua prima vita. È stata sacerdotessa a Uruk, prostituta e Ur e via così per cinque reincarnazioni attraverso la storia e la storia del numero 0. Denis Guedj, scrittore algerino e naturalizzato francese, ha un dono per raccontare la matematica. Con già Il teorema del pappagallo era riuscito a introdurre molti lettori nel difficile mondo dei numeri senza pedanteria e con chiarezza e semplicità aveva fatto capire anche ai più restii di noi alcuni misteri dell’algebra. Il problema con la matematica è che si pensa che non possa contenere storie da raccontare: i numeri sono aridi, fanno paura dai banchi di scuola fino all’estratto conto della carta di credito. Con questa catena di racconti che attraversano le epoche, Aémer ci guida alla scoperta delle evoluzioni e dell’introduzione dello zero, concetto imprescindibile, ma non da sempre utilizzato nelle operazioni di calcolo. E leggendo questi racconti da mille e una notte non ci accorgiamo di essere entrati nella spaventosa selva dei numeri che ci aspetta ben prima del mezzo del cammin della nostra vita.

Così, forse, vedremo che i numeri in banca di storie ne contengono tantissime: le storie delle nostre vacanze, delle nostre prime conquiste e dei progetti futuri che sembrano sempre irrealizzabili. Ma con pazienza e qualche zero si potrà fare di tutto.

Jules

*Primal Rage era uno splendido videogioco dove, in ambiente post apocalittico, dei dinosauri se le davano di santa ragione. Io ero affezionata al cobrasauro Vertigo.

Oggi si consiglia…per il dentista

Copia di meals

“Guarda, preferirei andare dal dentista”. Una frase che si usa per indicare compiti o incombenze sgradevoli che si preferirebbe evitare. Il dentista è un luogo che genera paura e apprensione a ogni età. La semplice parola evoca ronzii sinistri di trapani, apparecchi metallici scintillanti nel buio, denti con radici enormi che non vogliono essere estratte.

Dentista.

Lo sentite? Sentite il ronzio?

Persino io che con il dentista (vedete lo scintillio?) non ho mai avuto esperienze traumatiche, all’idea di andarci tendo a procrastinare. Se da bambini è un obbligo imposto dai genitori che si premurano di prenotare gli appuntamenti ed esortarci a lavarci bene i denti, da adulti l’incombenza passa a noi.

Quando si diventa grandi si pensa che ci si potrà liberare dagli obblighi sgradevoli: potremo evitare di lavarci i denti tutte le sere, se non vorremo prenotare il dentista ogni sei mesi nessuno potrà forzarci. Mai credenza bambina fu così fallace. La verità è che, anche senza obbligo, dovremo preoccuparci della salute delle nostre fauci, sottoporci al dolore, tenere d’occhio i mesi tra una prenotazione e l’altra e sobbarcarci i costi non indifferenti. E tutto questo lo dovremo fare senza nessun obbligo per conto terzi. Uno spasso vero? Visto che questo mese è dedicato alle incombenze dell’età adulta (trovate i precedenti capitoli qui e anche qui) oggi parliamo del dentista. Rimedio suggerito: Topolino.

Le sale d’attesa dei dentisti non cambiano mai: riviste impilate in un angolo, fumetti in un altro. Le riviste sono un armonico miscuglio di pubblicazioni scientifiche, fogli patinati sui viaggi, inserti di ricette (soprattutto di dolci, per qualche strana forma di sadismo) e flessuose modelle che sfoggiano borse che costano come il preventivo che andrai a saldare dopo la visita. I fumetti sono in larga parte fatti da Topolino, Paperino e PK in vari gradi di disfacimento: pagine colorate che cadono a terra come i vostri denti da latte.

Continuate a sentire il ronzio minaccioso?

Sta di fatto che quando andavo dal dentista ed essendo già una che arrivava cronicamente in anticipo già da bambina, potevo occupare il tempo con la lettura dei Topolino. Perché Topolino, quando ero piccola, non lo si comprava ogni mercoledì. Era un regalo per quando avevo preso un bel voto o aiutato in casa o una sorpresa che la nonna mi faceva trovare all’uscita di scuola. Quindi avevo un sacco di arretrati da recuperare e non mi pesava nemmeno più di tanto andare dal dentista. Se fossi stata brava poi, per premio, avrei potuto chiedere uno speciale di Paperinik o Minnie&Company.

Insieme alle caramelle, se non avessero trovato carie.

Pochi giorni fa mi sono sottoposta all’annuale controllo e mi sono messa in borsa Topo Maltese, la rivisitazione di Corto Maltese fatto da Tito Faraci. Finita quella mi sono letta l’ultimo Topolino che ho trovato in sala d’aspetto. E c’è mancato poco che non rispondessi “Ancora un momento!” quando mi hanno chiamato per sottopormi al ronzio della macchina per la detartrasi.

Jules

Oggi si consiglia…per la revisione della macchina

Copia di meals

Quando avevo 17 anni, l’obiettivo a cui puntare era prendere la patente. Certo, ci si muoveva in bicicletta o in scooter perché la città non era enorme, ma avere la possibilità di guidare voleva dire poter uscire, allargare il raggio d’azione, non dover chiedere più di essere recuperati all’ora del coprifuoco da compiacenti genitori. Leggendo articoli di costume, ho scoperto che i giovani oggi non sono più così ossessionati dall’idea di prendere quel rettangolo di plastica rosa, ma io non ricordo di essermi mai impegnata tanto come per l’esame della patente. Perché anche dover ripetere l’esame, oltre a costare in termini economici, avrebbe significato prese in giro da parte di chi le crocette le aveva superate senza difficoltà.

All’epoca dell’incauta gioventù, la macchina era solo fonte di piacere e di nessuna preoccupazione. Bollo, assicurazione, revisione, una gomma a terra erano ancora appannaggio dei compiacenti genitori che potevano, sì, utilizzare il loro sabato sera in maniera diversa dal fare i tassisti per la prole, ma che avevano ancora tutto il gravoso carico di responsabilità del veicolo.

Per continuare con i suggerimenti su questo mondo-adulto-dove-si-sbaglia-da-professionisti (e trovate la prima puntata qui), oggi parliamo di cosa leggere per farsi passare il peso delle incombenze automobilistiche. Nel mio caso specifico sono reduce dalla revisione di cui mi sono ricordata appena in tempo: questa faccenda della biennalità mi frega sempre. Rimedio suggerito: Il più grande uomo scimmia del pleistocene di Roy Lewis.

Opera umoristica degli anni Sessanta, il romanzo racconta di un gruppo di cavernicoli alle prese con i difficili problemi dati dall’evoluzione. Il protagonista è Edward, un innovatore, un inventore della razza più pura. Per fortuna, capacità di osservazione e metodo empirico, questo grande uomo scimmia impara l’uso del fuoco e della sua riproduzione, della cottura della carne, dell’esogamia, dell’espressione artistica portando vertiginosamente avanti l’evoluzione della propria famiglia. Forse anche troppo in fretta, con effetti comici sui suoi parenti più conservatori che già ritengono una follia, un peccato di hybris, l’essere scesi dagli alberi.

«Partecipavi al grande e mirabile disegno della flora e della fauna, che vivono in perfetta simbiosi, e però progrediscono con infinita lentezza nella maestosa carovana del mutamento naturale. E ora dove ti trovi?»

«Sentiamo un po’, dove mi ritrovo?», rimbeccò papà.

«Tagliato fuori», sentenziò zio Vania

«Tagliato fuori da che cosa?»

«Dalla natura…dalle tue radici…da qualunque senso di appartenenza reale… dall’Eden».

«E anche da te?», sorrise papà.

«Certo anche da me. io disapprovo, te l’ho già detto. Disapprovo con tutto il mio essere. Continuo a vivere da semplice e innocente figlio della natura. Ho fatto la mia scelta. Resto scimmia».

«Vuoi ancora un po’ di antilope?»

«Grazie, ma adesso preferirei assaggiare l’elefante […]. Dico, questo elefante è un po’ troppo frollo o mi sbaglio?»

Terry Pratchet lo considerava uno dei libri più divertenti di tutte le ere geologiche; il naturalista Théodore Monod rise così tanto leggendolo da cadere dall’alto di un cammello. Questo geniale cavernicolo parla con il garbo di un diplomatico britannico e con l’eloquio che ci si potrebbe aspettare da un autorevole scienziato ed espone le sue idee con tale chiarezza da far apparire il mondo intorno a lui…primitivo. Primitivo e felice di esserlo perché i cambiamenti, anche verso il meglio, sono sempre difficili da accettare al momento dell’introduzione.

Doversi occupare delle ordinarie beghe date dalla tecnologia può non essere divertente: anzi, sfido a trovare qualcuno che apprezzi la mattinata passata dal meccanico, però con la lettura di Lewis ci si rende conto di quanto sia stata lunga la strada che ci ha portato ad avere quattro ruote e diversi cavalli pronti ad avviarsi solo girando una chiave. E lo si apprezza ridendoci su e riconoscendosi nel vecchio zio Vania che non vuole quasi scendere dagli alberi.

Jules