Ex Novo: ah studi lettere?

Ho fatto l’università negli anni della crisi: quella dei ristoranti sempre pieni nonostante quei mutui subprime che echeggiavano dall’altra parte dell’oceano. Scegliere il proprio percorso di studi superiori quando il lavoro inizia a scarseggiare non è una cosa da prendere alla leggera. Anche se mentalmente non si è ancora adulti e pronti a prendere una strada che influenzerà tutta la vita, bisogna essere lungimiranti e rivolgersi verso carriere accademiche che possano garantirti un minimo di appiglio.

Infatti mi sono iscritta ad archeologia. Una professione che non ha mai fatto la ricchezza di nessuno, nemmeno nei tempi d’oro in cui potevi far esplodere le porte delle tombe e girare armato di piccone. Dovevi già essere ricco per potertelo permettere a inizi Novecento, figuriamoci intraprendere la carriera nel nuovo millennio e con una crisi economica che Steinbeck si è mangiato le mani per non averla potuta raccontare.

Strano che nel mio corso fossimo solo in dodici, vero?

Crisi a parte, nonostante le effettive difficoltà, la strada degli studi umanistici è sempre stata trafficata. Gli iscritti a Lettere, per fortuna, non mancano mai. Ma sorgeva spesso l’indelicata domanda: ah studi Lettere? E oltre all’insegnamento poi cosa potrai fare? Vuoi mica fare la scrittrice?

Non vi dico le reazioni di quando confessavo la specializzazione del mio corso di studi.

La digressione è servita per introdurre il focus di Ex Novo di quest’anno: dopo avervi raccontato della vita al Collegio Nuovo, quest’anno parleremo di romanzi adatti a ogni corso di studi. Partiamo quindi dal grande calderone di Lettere.

Le Letterate non mancano mai al Collegio Nuovo Fondazione Sandra e Enea Mattei. Anzi, c’è chi, dopo anni di altre facoltà, inverte la rotta e si dedica alle materie umanistiche

Non c’è penuria di scrittori protagonisti di romanzi, nonostante le indicazioni delle scuole di scrittura che sconsigliano di usarli. Visto quanto può essere in salita la strada di chi sceglie di fare Lettere, è bene leggere di un’eroina che, nonostante la partenza difficile, non ha mai smesso di rinunciare al proprio sogno di diventare una scrittrice: Judy Abbot

Papà, papà, Gambalunga, Gambalunga,tu per Judy sei davvero importante. Papà, papà, Gambalunga, Gambalunga, lei ti pensa e ti ripensa ogni istante

Esatto, proprio la Judy di Papà Gambalunga, il cartone che guardavamo facendo merenda. I cartoni giapponesi ispirati alle opere della letteratura occidentale si definiscono “meisaku” e Papà Gambalunga è ripreso dall’omonimo romanzo epistolare della scrittrice americana Jean Webster.

La storia dovremmo ricordarcela tutti: Jerusha (Judy) Abbot, orfana dell’istituto John Grier, riceve la possibilità di continuare gli studi grazie a un misterioso benefattore di cui lei intravede solo l’ombra. Proprio per via delle gambe lunghissime proiettate sul muro, lei lo ribattezza con l’appellativo di papà Gambalunga, prendendo il nome dal ragno daddy long legs. Da quel momento Judy potrà andare al college (nel romanzo) e al liceo (nell’anime) e intratterrà una corrispondenza con papà Gambalunga senza mai poterlo incontrare o ricevere la benché minima risposta. L’anime ha lavorato in maniera fedele il testo originale.

Da bambini, la questione dell’essere orfani è percepita come una grande avventura. Pippi Calzelunghe, Peter Pan, Judy Abbot ci hanno presentato un mondo ricco di avventure e, a parte qualche rara malinconia, non hanno mai mostrato lo sconfortante senso di solitudine che questa situazione porta con sé. La Judy del romanzo però nonostante il modo scanzonato con il quale affronta la vita e le vivaci lettere punteggiate da disegni che invia al suo tutore rivelano un disperato bisogno di appartenenza e svelano la crudele realtà della vita in orfanotrofio.

Quando si mette una bambina affamata di nove anni nella dispensa a pulire i coltelli, con un vasetto di biscotti vicino al gomito, e ci si allontana e la si lascia sola; e poi improvvisamente si ritorna, non ci si aspetta di trovarla un po’ coperta di briciole? E poi quando la si strattona per il braccio e le si tirano le orecchie, e la si fa allontanare dal tavolo quando arriva il pudding, e si dice agli altri bambini che è una ladra, come non aspettarsi che scappi? Mi sono allontanata solo di quattro miglia. Mi hanno presa e riportata indietro, e ogni giorno per una settimana venivo legata, come un cucciolo disobbediente, a un palo nel cortile retrostante mentre gli altri bambini erano fuori durante la ricreazione.

Se nell’anime questo episodio viene fatto passare come un racconto di fantasia di Judy nei suoi primi tentativi come scrittrice, qui emerge con tutta la sua crudezza. Nessuna sorpresa che Judy si affezioni così tanto a questo misterioso benefattore: un uomo che risulta un manipolatore oppressivo che spera di tenere alla catena la ragazza solo in virtù del suo esborso di denaro. È papà Gambalunga che le proibisce di andare in vacanza con le amiche se c’è rischio di conoscere o passare del tempo con dei giovanotti; lui che si oppone strenuamente al fatto che lei accetti una borsa di studio che la renderebbe indipendente; lui che, anche nei panni di Jervis, la spinge a dibattersi tra  la riconoscenza, l’amore, il senso del dovere e il bisogno di avere “qualcuno”, sentimenti che sfoceranno in una relazione nata da presupposti sbagliati. Per i nostri ricordi infantili, questa lettura è sconvolgente e il romanzo di Jean Webster ci toglie qualunque illusione sulla dolcezza dei cartoni animati.

Judy, tra queste righe, emerge come un personaggio molto stratificato: consapevole del suo inestinguibile debito di riconoscenza, affamata di affetto, testarda, dalle idee politiche definite e con un desiderio di indipendenza ben fisso. Peccato che non si accorge di essere avviluppata nella sottile ragnatela del suo daddy long legs. 

Relazione malata a parte, Judy non ha mai smesso di lottare per il proprio desiderio. Ha scritto, si è fatta valere, ha studiato e pubblicato. E alla domanda “ma allora studi Lettere?” ha sempre risposto orgogliosamente di sì.

Jules

Ex Novo: favole per il freddo

Non che dichiari di aver vissuto nel villaggio del giovane Adam in “Good Omens”, ma per diversi anni della mia vita, a Natale o nei giorni limitrofi ha spesso nevicato. I grassi fiocchi di neve non hanno solo deliziato la mia infanzia, ma anche funestato i primi anni di patente: quando guardi la neve e pensi che le strade saranno impraticabili sai di aver passato un confine che ti separa dalla fanciullezza.

All’Universià però, la neve si traduceva in “lezioni sospese” (anche se lo scoprivi una volta fatta tutta la strada e trovavi solo un foglietto appeso alla porta dell’aula). Il che portava, di conseguenza, allo stare alla finestra a guardare il giardino completamente imbiancato, fare foto se avevi animo artistico e saccheggiare la biblioteca per leggere mentre i fiocchi turbinavano fuori dalla finestra.

Se hai un giardino e c’è neve, scopri di avere in te un animo da Catherine o da Fanny.

Quando nevica, il giardino del Collegio Nuovo-Fondazione Sandra e Enea Mattei diventa silente e soffice

La migliore lettura da affrontare a dicembre che si sposi con il clima e con il riconnettersi con il proprio io bambino, è spolverare volumi di favole e fiabe. E per esplorare aree meno battute, ecco che Iperborea viene in soccorso con le Fiabe Faroesi tradotte da Luca Taglianetti

C’era una volta un contadino che aveva con sé un gigante ad aiutarlo in tutti i lavori. Il contadino gli aveva detto che la sua paga consisteva nel poter scegliere, di tutto ciò che coltivavano, o la parte che stava al di sopra del terreno o la parte che stava al di sotto. Il primo anno il contadino coltivò rape. Quando venne il tempo della raccolta, chiese al gigante di scegliere. Il gigante pensò che le foglie della pianta fossero davvero belle a vedersi e volle come sua parte ciò che cresceva al di sopra del terreno.

Sapete quanto sia affezionata e innamorata del piccolo arcipelago lassù a Nord. Per il mio futuro (spero anche vicino) ritorno, mi piacerebbe poter assistere, sempre che si facciano ancora, alle kvøldsetur, ovvero sedute serali dove vecchie signore nubili raccontano storie e leggende attorno al fuoco: storie di troll, di giganti, di asini saggi e di ultimogeniti piuttosto svegli.
Il patrimonio di leggende faroesi è rimasto affidato alla tradizione orale fino a metà Ottocento. Le isole hanno dovuto aspettare la figura di Jakob Jakobsen, linguista e filologo, per avere la prima raccolta di favole scritte alla fine del XIX secolo. Proprio sul suo Færøske Folkesagn og Æventyr si fonda la selezione di queste favole nordiche.

Per chi è già un po’ avvezzo alla letteratura del nord Europa e alla sua mitologia, questo volume presenterà elementi molto ben riconoscibili. Troll e giganti malvagi (e non molto svegli) che sentono “odor di cristianucci” lontano miglia; cigni che in realtà sono splendide principesse sotto incantesimo (Odette, sei tu?); bambini che si perdono nel bosco e incappano in case deliziose fatte di dolci e frittelle. Ma alcuni nuclei e storie che non hanno eguali sul continente, proprio grazie all’isolamento che ha sempre “protetto” le isole Faroe.

Dalla lettura della fiabe si possono isolare alcuni elementi ricorrenti. I figli minori, quelli che in genere sono disprezzati dai fratelli più grandi, sono anche quelli che escono sempre vincenti dalle situazioni, riconoscono il sovrannaturale e sposano principesse. Poi è verità universalmente riconosciuta che perché una cosa vada a buon fine bisogna sempre superare almeno tre prove, oppure la stessa prova ripetuta tre volte come nel caso del racconto Il ragazzo che salvò la principessa dal troll del mare. I personaggi sono spesso senza nome, a parte rari casi in cui il racconto pesca ancora a piene mani dalla mitologia norrena: è il  caso del giovane Lokki di Il gigante e Lokki che ricorda il mendace dio Loki. L’elemento sovrannaturale è presente in misura molto minore rispetto al substrato nordico a cui siamo abituati. Streghe e incantesimi non mancano, ma le fiabe faroesi tendono a concentrarsi sugli esseri umani: sono loro che con la loro astuzia o stupidità, umiltà o arroganza, onestà o scaltrezza sono gli artefici della loro sorte. I giovani che alla fine sposano le principesse sono costretti alle prove di valore dalla maldicenza degli altri esseri umani come nel caso di L’asinello grigio dietro la porta. Non mancano le mutazioni umane in animali come nel caso di Fiuto, e nemmeno ammiccamenti a favole a noi più familiari come le storie di Ceneraccio, figlio più giovane e bistrattato che se ne sta sempre in mezzo alla cenere. Come tipico del nord Europa, il folklore pagano viene infiltrato dalla religione cristiana e dalla figura del diavolo come si racconta nella fiaba L’allievo supera il maestro. Tra elementi già noti, contaminazioni esterne e uno zoccolo duro di temi originali, le fiabe faroesi sono una perfetta interpretazione di quell’arcipelago che ancora adesso tiene alla propria riservatezza.

Guardando la neve, affidatevi al mormorio delle favole. Potrete immaginare di essere vicino al fuoco, lassù, in quelle isole che ti accolgono poco alla volta, facendoti prima superare le tre prove canoniche, ma che ti lasciano andare con profonda riluttanza.

Jules

Glossario: vecchio/nuovo Signore degli anelli

Non so se lo sapete, ma il 30 ottobre per Bompiani è uscita la nuova traduzione de “Il signore degli anelli” di J.R.R.Tolkien; traduzione realizzata da Ottavio Fatica che si è sobbarcato l’immane compito di mettere mano a un capolavoro della letteratura mondiale che non vedeva una ritraduzione dal 1967, anno in cui Vittoria Alliata di Villafranca tradusse la trilogia per l’allora casa editrice Astrolabio.

Con tanto di lembas fatto in casa

Se non avete saputo di questa uscita, è evidente che abbiamo due bolle social molto diverse.

Se volete fare battute sul cognome “Fatica” relativo all’immane compito, non fatelo.

Se volete urlare che “Fatica ha fatto per LOTR quello che Cannarsi ha fatto per Evangelion”, non fatelo.

Sono volati stracci tra i traduttori, si sono levati peana e lamentazioni varie tra i lettori, offesi nel loro diritto di rivendicare una versione del capolavoro sempre immutata nei secoli dei secoli.

Per aiutarvi a superare lo shock, qui vi propongo un piccolo glossario sul cambio avvenuto sui nomi e toponimi. Alcuni accattivanti, altri meno gradevoli, altri ancora che ci lasciano sorpresi. Ma almeno, quando due generazioni di nerd parleranno tra loro, non ci saranno incomprensioni di sorta.

VECCHIA TRADUZIONENUOVA TRADUZIONE
NOMI
Samvise GangeeSamplicio Gangee
GaffiereVeglio
Meriadoc BrandibuckMeriadoc Brandaino
Peregrino TukPippin Took
GrampassoPassolungo
Omorzo CactaceoOmorzo Farfaraccio
LUOGHI
HobbivilleHobbiton
DecumaniQuartieri
BreaBree
SinuosaliceCirconvolvolo
TumulilandePoggitumuli
Puledro ImpennatoCavallino Inalberato
Colle VentoSvettavento
RamingoForestale
Gran BurroneValforra
Terre SelvaggeSelva
Bosco AtroBoscuro
Campo GaggioloCampi Iridati
PungoloPungiglione
Valle dei Rivi TenebrosiVallea dei Riombrosi
AgrifogliereAgrifoglieto
InondagrigioPienagrigia
Monte FatoMontagna Fiammea
Erba pipaErba piparina
MirolagoSpeculago
ArgentaroggiaRoggiargento
LembasLembas o cram (al posto
di “gallette” come detto da
Gimli
LimtersoLimlindo

Jules

Ex Novo: popcorn time

Novembre è un mese che invita al letargo. Forse quello che più di tutti ci ricorda la nostra natura animale che non deve sprecare preziose risorse ed energie. Sono passati i giorni di dorato inizio autunno e la frenesia del Natale è ancora lontana. La nebbia non è ancora bucata dalle intermittenti lucette e si smaltiscono i dolci di Halloween prima di attaccare con lo zucchero a velo dei pandori. Dopo lo sprint lavorativo del rientro dalle ferie ci si può rallentare prima dei consuntivi e dei budget di fine anno.

Anche per chi fa vita di collegio novembre è un parentesi più quieta. Finite le feste e le serate per la matricole, ci si prepara all’eventuale prima sessione di esami per prendere poi la rincorsa per le feste di Natale. O almeno, ai miei tempi, era così. Persino la Nave di fronte al Collegio Nuovo scompariva tra i banchi di nebbia e lasciava emergere solo qualche torretta. Spero che il riscaldamento globale non stia eliminando questa suggestiva e ovattata atmosfera.

Non so se si nota, ma novembre ispira anche un certo lirismo.

La cosa migliore da fare in questo mese è mettersi in pari con film e programmi che nei frenetici mesi precedenti si sono persi. Sempre ai miei tempi, si prenotava una delle sale tv del Collegio e si facevano maratone di film. Resta ben fresca nella mia memoria la maratona del Signore degli anelli e la rassegna di Woody Allen.

Novembre rende anche nostalgici e propensi alle narrazioni “ai miei tempi”.

Per chi è lettore accanito però la scelta tra film e libro è sempre un grosso dilemma. Recuperare una pellicola lasciata indietro o leggere pagine di grossi tomi adatti alla stagione? Il titolo di questo mese cerca di ovviare a questo problema perché sono racconti che, in realtà, sono film su carta: La commedia borghese di Irène Némirovsky.

Ai miei tempi… no, scherzo, anche ai miei tempi si faceva gruppo in sala tv per vedere un programma di svago e relax ogni tanto 🙂

All’inizio degli anni Trenta, l’autrice di origini russe vede su schermo l’adattamento del suo romanzo David Golder, per la regia di Julian Duvivier. Da quel momento, le risultano lampanti le potenzialità che possono avere le storie su pellicola. Non è la sola ad avere quell’impressione. Paul Morand, proprio in quegli anni, sta curando l’uscita di una nuova collana per la casa editrice Gallimard: si chiamerà La renaissance de la nouvelle e raccoglierà, per l’appunto, novelle e racconti. L’autrice viene quindi incoraggiata a presentare i propri scritti con l’idea di creare una raccolta di “film parlati”. Vedono così la luce i quattro racconti: I fumi del vino, Film parlato, Ida e La commedia borghese. Li chiamiamo racconti, ma nelle loro descrizioni, negli stacchi di scena, nei dialoghi, si vede molto chiaramente l’impostazione a sceneggiatura cinematografica. Basterebbe solo aggiungere indicazioni come ESTERNO – NOTTE.

Brusio confuso e dolce che si ingrossa e si avvicina rapidamente come un’onda nel mare. Piove. Le case annegano nell’ombra e nella caligine. Passa l’enorme faro di un’automobile, e squarcia la bruma. I marciapiedi bagnati e il tetto dell’Opera brillano sotto il temporale come specchi scuri. È Parigi, alla fine di marzo, al crepuscolo. Le luci girano così velocemente che si distingue solo un torrente di fiamme. Poi emergono delle parole, sempre le stesse, si avvicinano e si ingrandiscono a dismisura, tremano attraverso la pioggia. Bar, Hotel, Dancing. 

Fanno capolino i principi del naturalismo che Zola applicò nelle vicende dei Rougon-Macquart: l’autrice, naturalizzata francese anche nella produzione letteraria e quindi propensa all’osservazione della società, parte da conflitti archetipici quali gioventù vs. vecchiaia, controllo vs. passione, ricchezza vs. povertà, madre vs. figlia, e scrive delle vere e proprie scene cinematografiche che potremmo osservare non solo sulla pellicola, ma anche solo sbirciando in una delle finestre che si affacciano sulla strada e che vediamo tutti i giorni tornando a casa. Una donna che esce di nascosto per vivere un attimo di passione e viene coinvolta in una sorta di “notte del giudizio”, come avviene ne I fumi del vino. Una stella del teatro ormai vecchia che viene scalzata dalla giovane avversaria e che anticipa il conflitto fra due Eva. La resa “grande” di temi semplici, la minuta osservazione della psicologia che si nasconde dietro il velo di questa classe sociale che ancora lotta per una posizione, rendono queste novelle dei cortometraggi che si dipanano nella nostra testa senza bisogno di un proiettore. Sono racconti che, ancora di più, fanno rimpiangere la perdita prematura di questa autrice. La storia del cinema avrebbe avuto, forse, un’autrice in più se quegli anni non avessero maturato un dramma così grande da non essere previsto da alcun sceneggiatore.

L’unico dilemma che resta è se sgranocchiare popcorn, come vorrebbe ogni film degno di nota, o sorseggiare un tè caldo, come prescrive la moderna iconografia per la lettura di un libro. Io, nel dubbio, resto fedele alle mie torte.

Jules

La paura bianca: “Moby Dick”

Con l’arrivo di Halloween, vuoi per atmosfera, vuoi per tradizione, rifletto sempre sul concetto di paura. L’anno scorso era stata la volta di alcuni titoli usati per combattere specifiche paure, come se fossero ansiolitici. Il popolo dell’autunno mitigava la mia angoscia per gli specchi (e dopo aver rivisto di recente L’avvocato del diavolo questo disagio si è ripresentato); Vacanze all’isola dei gabbiani aiutava contro le api e le vespe; L’inventore di sogni combatteva fieramente contro le bambole.

Quest’anno mi sono imbattuta in una vignetta (e mannaggia se riesco a ritrovarla nel mare magnum del web) in cui si vede un fantasmino leggere ed emettere il caratteristico “boooo” che viene trasformato in “boooook”. Quindi i libri possono fare paura?

Diciamo più un timore reverenziale.

Ci sono alcuni titoli che spaventano anche il lettore più accanito: romanzi che sono circondati dall’aura di difficoltà nella comprensione e nello stile, altri incombono con la loro mole (chi non salta un battito nel vedere Infinite Jest?), altri sono penalizzati dalla fama del loro autore. Così ci risolviamo a lasciarli sugli scaffali, nostri o altrui, trincerandoci dietro il “non è il momento” oppure fingendo biecamente di averli letti. Perché questi titoli spaventosi sono anche famosi ed entrati nell’immaginario collettivo come modi di dire anche per chi non li ha mai aperti.

C’è una puntata di The Mentalist in cui il colpevole viene preso proprio per via della presenza del mio libro spauracchio in casa sua: Moby Dick di Herman Melville.

Bene o male so di cosa parla. Achab e la balena bianca, oltre che essere citati anche come modo di dire, sono stati da base e ispirazione per tante altre produzioni. Lo squalo, tanto per citarne una. Questo mi ha messo al riparo per molto tempo perché è opinione comune che una lettrice forte sia passata per tutte le tappe obbligate dei classici. Quest’anno, forte del mio tema avventuroso per le letture del 2019, ho deciso di smettere di vivere nella menzogna e salpare sul Pequod. Ci ho provato due volte. Sono dovuta scendere a terra tutte e due le volte.

Ci sono stati dei pezzi che mi hanno coinvolto. Il pezzo di Quiqueg che rispetta il Ramadan chiuso nella sua stanza e spinge il narratore a sfondare la porta convinto che sia morto di fame, mi ha fatto sorridere. Le declamazioni shakespeariane di Achab mi hanno incantato. Ho anche saltato delle parti, forte del mio diritto di lettrice: il lungo sermone prima della partenza era al di là delle mie forze. Ma, intorno a pagina 200, passata Nuntaket mi sono dovuta arrendere. Le infinite divagazioni mi hanno guastato ogni sete di avventura. Moby Dick è diventato il mio Moby Dick: non avrò pace fino a che non sarò riuscita a portarlo a termine e uccidere questo gigantesco cetaceo.

In quella puntata di The Mentalist però Patrick Jane afferma che molti professori universitari non sono mia riusciti a finirlo. Un po’ di consolazione mi resta e mitiga il mio terrore nei confronti della gigantesca balena.

E voi? Avete dei libri che vi fanno paura e che non riuscite ad affrontare o finire?

Jules

Ex Novo: prime foto, primi gruppi

Passato settembre e stabiliti i primi punti di riferimento per immergersi nel nuovo anno e (in caso) in una nuova vita, ci si guarda intorno per vedere chi c’è con noi. Chi fa colazione a un paio di sedie di distanza, chi abita nel nostro corridoio, chi studia nel nostro stesso corso di laurea e può darci suggerimenti o supporto. Ottobre è così: sia che si stia in un nuovo appartamento, in una nuova città o si sia appena entrate in Collegio Nuovo, si studiano i compagni di viaggio. Ce ne si fa un’opinione, giusta o sbagliata che sia, si incasellando e si cuciono le prime etichette. Ci si avvicina a persone che potrebbero diventare il tuo gruppo o che forse perderai per strada. Ma è importante incominciare a conoscersi. Come nelle foto di classe, dove da uno scatto si identificano i vari “tipi”, una lettura adatta per la classificazione dei nostri nuovi rapporti è “Non siamo che alberi” di Filippo Ferrantini ed edito da Effequ.

Dopo i primi giorni si osservano le nuove compagne, si classificano: chi sarà salice, chi un affidabile pino o una vezzosa betulla?

Eccoli lì. C’è la farnia, in seconda fila, riccioletta, vestita perbene, tutta in punto e virgola: la più carina della classe. C’è l’ontano, faccia da luna piena, con indosso per l’occasione la camicia senza buchi e i calzoni senza sbrendoli, che sorride un po’ per l’obiettivo, il resto per l’ultima diavoleria che sta macchinando sotto la ribalta del banco. C’è il pino, il perticone in ultima fila, con una grinta da brigante e due manone che chissà che cazzotti ci tira, ma che poi, quando può, passa il compito a tutti.

Questa raccolta nasce come progetto didattico per far scoprire la biodiversità della Macchia Lucchese nelle immediate vicinanze di Viareggio. Il posto gode di alterne fortune e recensioni: al suo interno si trova la Tenuta Borbone, ma pochi si avventurano in passeggiata. Vuoi perché si ritenga che non ci sia nulla da vedere, vuoi per pigrizia o per paura, il posto è molto meno visitato di quanto meriterebbe. Così Filippo Ferrantini, con le foto di Elisa Bresciani nella tasca interna del volume, ha messo insieme una raccolta di storie in cui si parla degli alberi presenti nella macchia come se fossero esseri umani, ciascuno con il proprio carattere, i propri punti di forza e di debolezza.

D’altra parte, gli alberi popolano, da sempre, il nostro immaginario. Nella mitologia norrena sono ispirazione per le rune; in “Harry Potter”, con il loro legno, determinano le bacchette e il mago che viene scelto; ne “Il Signore degli anelli” si fanno antropomorfi con la figura degli Ent, pastori di alberi della foresta di Fangorn. Inconsciamente diamo loro delle caratteristiche umane: nessuno pensa che una quercia sia da trattare con poco rispetto. Il salice ha un che di malinconico e può oscillare solo in modo lieve. La betulla è gentile e vezzosa. 

Scopriamo quindi, nelle parole di Ferrantini che usa uno splendido eloquio dal sapore dantesco, che la robinia, che tanto gentile e tanto onesta pare, appena può ruba tutto lo spazio che trova e scalza gli altri alberi. Il salice, alberello striminzito, riesce a rendersi bello e interessante (anche se un po’ melodrammatico) con i suoi rametti che si incurvano verso terra. Il pioppo, allegro e ridanciano, ha un legno meno robusto degli altri, ma è ne è quasi contento: si potranno fare falò per mangiare con gli amici. Queste narrazioni hanno un chiaro intento didattico non solo per bambini, ma anche per grandi in modo da fornire nozioni di botanica che altrimenti non si terrebbero mai a mente. Per non appesantire i racconti, le spiegazioni scientifiche sono inserite a fondo volume, ma sapendo che la robinia è così invadente, verrà più facile ricordare che è della stesso gruppo delle striscianti leguminose ed è una delle poche piante arboree della famiglia. Oppure che il pioppo ha un legno da un basso peso specifico.

Guardatevi intorno: ci sono robinie o salici sulla vostra strada? Qualche faggio o un pino affidabile? E voi? A che pianta pensate di assomigliare?

Jules

I luoghi dello shopping: una nuova eroina. La Volpe volante

Ha un musetto allungato, occhi grandi e plana dall’alto. Sembra una piccola superoina ed è purtroppo in via d’estinzione: l’animale di cui sto parlando è la volpe volante e in lei è racchiuso tutto il significato e l’energia che sta uscendo da una nuova libreria per bambini che sta per aprire a Padova.

Francesca e Olivera hanno una storia quasi favolistica alle spalle. Francesca con un passato da gestore di ludoteca e Olivera, dottorata a Venezia sulla letteratura dei Balcani, non si conoscevano prima di iniziare questo progetto. Un giorno Olivera scrive, sulla bacheca di un gruppo Facebook di offro/cerco lavoro, un messaggio: vuole aprire una libreria per bambini in zona Santa Rita a Padova e cerca qualcuno che voglia diventare sua socia nell’impresa. Francesca risponde che lei è interessata e il primo mattone della libreria è già piantato.

Una vera e propria chiamata all’avventura se vogliamo restare nel campo delle favole. Le due eroine quindi si incontrano e intraprendono un viaggio per realizzare questo progetto. Vanno a Roma per frequentare uno dei corsi di Centostorie, sul treno di ritorno ipotizzano il logo. La lista delle case editrici di interesse è preso fatta: Francesca ha dalla sua l’esperienza della ludoteca ed entrambe hanno figlie che si dimostrano molto entusiaste nell’aiutare le mamme nella selezione dei titoli. “Arianna” racconta Olivera “ormai si è così appassionata che adora sfogliare i cataloghi e li sa a memoria. Il suo preferito è quello di Lupo Guido“.

Oltre all’interesse sui titoli e le storie (la cui bontà è sottoposta alla lettura e rilettura da parte delle figlie), primario è l’interesse per l’ambiente. Perché la Volpe Volante è e sarà una libreria eco-sostenibile. “Appena fatta la lista” raccontano “Abbiamo scritto alle case editrici per sapere come producevano i loro volumi, la provenienza della carta, le loro politiche nel rispetto dell’ambiente. Sulla base di quello abbiamo iniziato la nostra selezione. Il primissimo arrivato di casa è stato Gallucci“. Oltre a ciò i testi privilegeranno i temi di “emergenza” cioè tutto quello che è importante nell’immediato per il pianeta: l’ambiente, la sostenibilità, l’immigrazione, la conoscenza e l’accettazione dell’altro e del diverso, il superamento degli stereotipi di genere. Perché se si cresce con questi valori, si costruirà poi un mondo migliore.

Oltre ai libri, la Volpe Volante offrirà anche uno spazio per i giochi che rispetteranno gli stessi valori. Saranno tutti realizzati con materiali eco friendly: giochi di legno riciclato, zainetti che danno nuova vita alle bottiglie… nello specifico guardate la ditta Affenzahn e i loro bellissimi animaletti.

Insomma, questa volpe volante ha un bel po’ di compiti da svolgere, ma pare non volersi fermare. Infatti, nel suo genere, è un negozio unico in tutta la zona. “Siamo arrivate mentre chiudeva anche un negozio storico di giocattoli e il quartiere rischiava di restare senza una realtà per bambini e genitori. Siamo tutte e due affezionate alla zona e abbiamo intenzione di “conquistarlo” raccontano. Con la cooperazione e la collaborazione dei negozi della piazza vorrebbero creare un orto sociale, migliorare l’accessibilità della piazza e lavorare in sinergia con tutti i negozi della zona: loro dirimpettaia è Laura Failla de “La Bottega sfusa” che da anni ormai diffonde i valori di ecosostenibilità e attenzione per l’ambiente. La piazza è quindi in ottime mani.

Ma, esistono favole su un’eroina come la volpe volante? Ancora no, ma Francesca e Olivera stanno pensando anche a questo. È in corso una campagna di crowfunding che servirà, in primis, a terminare la costruzione della caffetteria ecosostenibile che completerà l’anima della libreria e poi per finanziare la realizzazione della prima favola dedicata alla volpe volante con le illustrazioni di Francesca.

Intanto, il primo appuntamento è per domenica 15 settembre alle ore 16.30. Ci sarà l’inaugurazione ufficiale con il dispiegamento di tutti i libri e i giochi che stanno arrivando a fiume in questi giorni e si potrà ammirare la mostra dell’illustratore Marco Somà. Sarà solo il primo degli appuntamenti previsti. Ci saranno letture animate, giochi da tavolo, consigli di lettura nel futuro di questa volpina. Sarà tanto anche per un’eroina come lei, ma Francesca e Olivera le stanno fornendo tutta l’energia e lo slancio possibile per iniziare a salvare il mondo. A partire da una piccola piazzetta nel cuore di Padova.

Jules

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