Ex Novo: popcorn time

Novembre è un mese che invita al letargo. Forse quello che più di tutti ci ricorda la nostra natura animale che non deve sprecare preziose risorse ed energie. Sono passati i giorni di dorato inizio autunno e la frenesia del Natale è ancora lontana. La nebbia non è ancora bucata dalle intermittenti lucette e si smaltiscono i dolci di Halloween prima di attaccare con lo zucchero a velo dei pandori. Dopo lo sprint lavorativo del rientro dalle ferie ci si può rallentare prima dei consuntivi e dei budget di fine anno.

Anche per chi fa vita di collegio novembre è un parentesi più quieta. Finite le feste e le serate per la matricole, ci si prepara all’eventuale prima sessione di esami per prendere poi la rincorsa per le feste di Natale. O almeno, ai miei tempi, era così. Persino la Nave di fronte al Collegio Nuovo scompariva tra i banchi di nebbia e lasciava emergere solo qualche torretta. Spero che il riscaldamento globale non stia eliminando questa suggestiva e ovattata atmosfera.

Non so se si nota, ma novembre ispira anche un certo lirismo.

La cosa migliore da fare in questo mese è mettersi in pari con film e programmi che nei frenetici mesi precedenti si sono persi. Sempre ai miei tempi, si prenotava una delle sale tv del Collegio e si facevano maratone di film. Resta ben fresca nella mia memoria la maratona del Signore degli anelli e la rassegna di Woody Allen.

Novembre rende anche nostalgici e propensi alle narrazioni “ai miei tempi”.

Per chi è lettore accanito però la scelta tra film e libro è sempre un grosso dilemma. Recuperare una pellicola lasciata indietro o leggere pagine di grossi tomi adatti alla stagione? Il titolo di questo mese cerca di ovviare a questo problema perché sono racconti che, in realtà, sono film su carta: La commedia borghese di Irène Némirovsky.

Ai miei tempi… no, scherzo, anche ai miei tempi si faceva gruppo in sala tv per vedere un programma di svago e relax ogni tanto 🙂

All’inizio degli anni Trenta, l’autrice di origini russe vede su schermo l’adattamento del suo romanzo David Golder, per la regia di Julian Duvivier. Da quel momento, le risultano lampanti le potenzialità che possono avere le storie su pellicola. Non è la sola ad avere quell’impressione. Paul Morand, proprio in quegli anni, sta curando l’uscita di una nuova collana per la casa editrice Gallimard: si chiamerà La renaissance de la nouvelle e raccoglierà, per l’appunto, novelle e racconti. L’autrice viene quindi incoraggiata a presentare i propri scritti con l’idea di creare una raccolta di “film parlati”. Vedono così la luce i quattro racconti: I fumi del vino, Film parlato, Ida e La commedia borghese. Li chiamiamo racconti, ma nelle loro descrizioni, negli stacchi di scena, nei dialoghi, si vede molto chiaramente l’impostazione a sceneggiatura cinematografica. Basterebbe solo aggiungere indicazioni come ESTERNO – NOTTE.

Brusio confuso e dolce che si ingrossa e si avvicina rapidamente come un’onda nel mare. Piove. Le case annegano nell’ombra e nella caligine. Passa l’enorme faro di un’automobile, e squarcia la bruma. I marciapiedi bagnati e il tetto dell’Opera brillano sotto il temporale come specchi scuri. È Parigi, alla fine di marzo, al crepuscolo. Le luci girano così velocemente che si distingue solo un torrente di fiamme. Poi emergono delle parole, sempre le stesse, si avvicinano e si ingrandiscono a dismisura, tremano attraverso la pioggia. Bar, Hotel, Dancing. 

Fanno capolino i principi del naturalismo che Zola applicò nelle vicende dei Rougon-Macquart: l’autrice, naturalizzata francese anche nella produzione letteraria e quindi propensa all’osservazione della società, parte da conflitti archetipici quali gioventù vs. vecchiaia, controllo vs. passione, ricchezza vs. povertà, madre vs. figlia, e scrive delle vere e proprie scene cinematografiche che potremmo osservare non solo sulla pellicola, ma anche solo sbirciando in una delle finestre che si affacciano sulla strada e che vediamo tutti i giorni tornando a casa. Una donna che esce di nascosto per vivere un attimo di passione e viene coinvolta in una sorta di “notte del giudizio”, come avviene ne I fumi del vino. Una stella del teatro ormai vecchia che viene scalzata dalla giovane avversaria e che anticipa il conflitto fra due Eva. La resa “grande” di temi semplici, la minuta osservazione della psicologia che si nasconde dietro il velo di questa classe sociale che ancora lotta per una posizione, rendono queste novelle dei cortometraggi che si dipanano nella nostra testa senza bisogno di un proiettore. Sono racconti che, ancora di più, fanno rimpiangere la perdita prematura di questa autrice. La storia del cinema avrebbe avuto, forse, un’autrice in più se quegli anni non avessero maturato un dramma così grande da non essere previsto da alcun sceneggiatore.

L’unico dilemma che resta è se sgranocchiare popcorn, come vorrebbe ogni film degno di nota, o sorseggiare un tè caldo, come prescrive la moderna iconografia per la lettura di un libro. Io, nel dubbio, resto fedele alle mie torte.

Jules

La paura bianca: “Moby Dick”

Con l’arrivo di Halloween, vuoi per atmosfera, vuoi per tradizione, rifletto sempre sul concetto di paura. L’anno scorso era stata la volta di alcuni titoli usati per combattere specifiche paure, come se fossero ansiolitici. Il popolo dell’autunno mitigava la mia angoscia per gli specchi (e dopo aver rivisto di recente L’avvocato del diavolo questo disagio si è ripresentato); Vacanze all’isola dei gabbiani aiutava contro le api e le vespe; L’inventore di sogni combatteva fieramente contro le bambole.

Quest’anno mi sono imbattuta in una vignetta (e mannaggia se riesco a ritrovarla nel mare magnum del web) in cui si vede un fantasmino leggere ed emettere il caratteristico “boooo” che viene trasformato in “boooook”. Quindi i libri possono fare paura?

Diciamo più un timore reverenziale.

Ci sono alcuni titoli che spaventano anche il lettore più accanito: romanzi che sono circondati dall’aura di difficoltà nella comprensione e nello stile, altri incombono con la loro mole (chi non salta un battito nel vedere Infinite Jest?), altri sono penalizzati dalla fama del loro autore. Così ci risolviamo a lasciarli sugli scaffali, nostri o altrui, trincerandoci dietro il “non è il momento” oppure fingendo biecamente di averli letti. Perché questi titoli spaventosi sono anche famosi ed entrati nell’immaginario collettivo come modi di dire anche per chi non li ha mai aperti.

C’è una puntata di The Mentalist in cui il colpevole viene preso proprio per via della presenza del mio libro spauracchio in casa sua: Moby Dick di Herman Melville.

Bene o male so di cosa parla. Achab e la balena bianca, oltre che essere citati anche come modo di dire, sono stati da base e ispirazione per tante altre produzioni. Lo squalo, tanto per citarne una. Questo mi ha messo al riparo per molto tempo perché è opinione comune che una lettrice forte sia passata per tutte le tappe obbligate dei classici. Quest’anno, forte del mio tema avventuroso per le letture del 2019, ho deciso di smettere di vivere nella menzogna e salpare sul Pequod. Ci ho provato due volte. Sono dovuta scendere a terra tutte e due le volte.

Ci sono stati dei pezzi che mi hanno coinvolto. Il pezzo di Quiqueg che rispetta il Ramadan chiuso nella sua stanza e spinge il narratore a sfondare la porta convinto che sia morto di fame, mi ha fatto sorridere. Le declamazioni shakespeariane di Achab mi hanno incantato. Ho anche saltato delle parti, forte del mio diritto di lettrice: il lungo sermone prima della partenza era al di là delle mie forze. Ma, intorno a pagina 200, passata Nuntaket mi sono dovuta arrendere. Le infinite divagazioni mi hanno guastato ogni sete di avventura. Moby Dick è diventato il mio Moby Dick: non avrò pace fino a che non sarò riuscita a portarlo a termine e uccidere questo gigantesco cetaceo.

In quella puntata di The Mentalist però Patrick Jane afferma che molti professori universitari non sono mia riusciti a finirlo. Un po’ di consolazione mi resta e mitiga il mio terrore nei confronti della gigantesca balena.

E voi? Avete dei libri che vi fanno paura e che non riuscite ad affrontare o finire?

Jules

Ex Novo: prime foto, primi gruppi

Passato settembre e stabiliti i primi punti di riferimento per immergersi nel nuovo anno e (in caso) in una nuova vita, ci si guarda intorno per vedere chi c’è con noi. Chi fa colazione a un paio di sedie di distanza, chi abita nel nostro corridoio, chi studia nel nostro stesso corso di laurea e può darci suggerimenti o supporto. Ottobre è così: sia che si stia in un nuovo appartamento, in una nuova città o si sia appena entrate in Collegio Nuovo, si studiano i compagni di viaggio. Ce ne si fa un’opinione, giusta o sbagliata che sia, si incasellando e si cuciono le prime etichette. Ci si avvicina a persone che potrebbero diventare il tuo gruppo o che forse perderai per strada. Ma è importante incominciare a conoscersi. Come nelle foto di classe, dove da uno scatto si identificano i vari “tipi”, una lettura adatta per la classificazione dei nostri nuovi rapporti è “Non siamo che alberi” di Filippo Ferrantini ed edito da Effequ.

Dopo i primi giorni si osservano le nuove compagne, si classificano: chi sarà salice, chi un affidabile pino o una vezzosa betulla?

Eccoli lì. C’è la farnia, in seconda fila, riccioletta, vestita perbene, tutta in punto e virgola: la più carina della classe. C’è l’ontano, faccia da luna piena, con indosso per l’occasione la camicia senza buchi e i calzoni senza sbrendoli, che sorride un po’ per l’obiettivo, il resto per l’ultima diavoleria che sta macchinando sotto la ribalta del banco. C’è il pino, il perticone in ultima fila, con una grinta da brigante e due manone che chissà che cazzotti ci tira, ma che poi, quando può, passa il compito a tutti.

Questa raccolta nasce come progetto didattico per far scoprire la biodiversità della Macchia Lucchese nelle immediate vicinanze di Viareggio. Il posto gode di alterne fortune e recensioni: al suo interno si trova la Tenuta Borbone, ma pochi si avventurano in passeggiata. Vuoi perché si ritenga che non ci sia nulla da vedere, vuoi per pigrizia o per paura, il posto è molto meno visitato di quanto meriterebbe. Così Filippo Ferrantini, con le foto di Elisa Bresciani nella tasca interna del volume, ha messo insieme una raccolta di storie in cui si parla degli alberi presenti nella macchia come se fossero esseri umani, ciascuno con il proprio carattere, i propri punti di forza e di debolezza.

D’altra parte, gli alberi popolano, da sempre, il nostro immaginario. Nella mitologia norrena sono ispirazione per le rune; in “Harry Potter”, con il loro legno, determinano le bacchette e il mago che viene scelto; ne “Il Signore degli anelli” si fanno antropomorfi con la figura degli Ent, pastori di alberi della foresta di Fangorn. Inconsciamente diamo loro delle caratteristiche umane: nessuno pensa che una quercia sia da trattare con poco rispetto. Il salice ha un che di malinconico e può oscillare solo in modo lieve. La betulla è gentile e vezzosa. 

Scopriamo quindi, nelle parole di Ferrantini che usa uno splendido eloquio dal sapore dantesco, che la robinia, che tanto gentile e tanto onesta pare, appena può ruba tutto lo spazio che trova e scalza gli altri alberi. Il salice, alberello striminzito, riesce a rendersi bello e interessante (anche se un po’ melodrammatico) con i suoi rametti che si incurvano verso terra. Il pioppo, allegro e ridanciano, ha un legno meno robusto degli altri, ma è ne è quasi contento: si potranno fare falò per mangiare con gli amici. Queste narrazioni hanno un chiaro intento didattico non solo per bambini, ma anche per grandi in modo da fornire nozioni di botanica che altrimenti non si terrebbero mai a mente. Per non appesantire i racconti, le spiegazioni scientifiche sono inserite a fondo volume, ma sapendo che la robinia è così invadente, verrà più facile ricordare che è della stesso gruppo delle striscianti leguminose ed è una delle poche piante arboree della famiglia. Oppure che il pioppo ha un legno da un basso peso specifico.

Guardatevi intorno: ci sono robinie o salici sulla vostra strada? Qualche faggio o un pino affidabile? E voi? A che pianta pensate di assomigliare?

Jules

I luoghi dello shopping: una nuova eroina. La Volpe volante

Ha un musetto allungato, occhi grandi e plana dall’alto. Sembra una piccola superoina ed è purtroppo in via d’estinzione: l’animale di cui sto parlando è la volpe volante e in lei è racchiuso tutto il significato e l’energia che sta uscendo da una nuova libreria per bambini che sta per aprire a Padova.

Francesca e Olivera hanno una storia quasi favolistica alle spalle. Francesca con un passato da gestore di ludoteca e Olivera, dottorata a Venezia sulla letteratura dei Balcani, non si conoscevano prima di iniziare questo progetto. Un giorno Olivera scrive, sulla bacheca di un gruppo Facebook di offro/cerco lavoro, un messaggio: vuole aprire una libreria per bambini in zona Santa Rita a Padova e cerca qualcuno che voglia diventare sua socia nell’impresa. Francesca risponde che lei è interessata e il primo mattone della libreria è già piantato.

Una vera e propria chiamata all’avventura se vogliamo restare nel campo delle favole. Le due eroine quindi si incontrano e intraprendono un viaggio per realizzare questo progetto. Vanno a Roma per frequentare uno dei corsi di Centostorie, sul treno di ritorno ipotizzano il logo. La lista delle case editrici di interesse è preso fatta: Francesca ha dalla sua l’esperienza della ludoteca ed entrambe hanno figlie che si dimostrano molto entusiaste nell’aiutare le mamme nella selezione dei titoli. “Arianna” racconta Olivera “ormai si è così appassionata che adora sfogliare i cataloghi e li sa a memoria. Il suo preferito è quello di Lupo Guido“.

Oltre all’interesse sui titoli e le storie (la cui bontà è sottoposta alla lettura e rilettura da parte delle figlie), primario è l’interesse per l’ambiente. Perché la Volpe Volante è e sarà una libreria eco-sostenibile. “Appena fatta la lista” raccontano “Abbiamo scritto alle case editrici per sapere come producevano i loro volumi, la provenienza della carta, le loro politiche nel rispetto dell’ambiente. Sulla base di quello abbiamo iniziato la nostra selezione. Il primissimo arrivato di casa è stato Gallucci“. Oltre a ciò i testi privilegeranno i temi di “emergenza” cioè tutto quello che è importante nell’immediato per il pianeta: l’ambiente, la sostenibilità, l’immigrazione, la conoscenza e l’accettazione dell’altro e del diverso, il superamento degli stereotipi di genere. Perché se si cresce con questi valori, si costruirà poi un mondo migliore.

Oltre ai libri, la Volpe Volante offrirà anche uno spazio per i giochi che rispetteranno gli stessi valori. Saranno tutti realizzati con materiali eco friendly: giochi di legno riciclato, zainetti che danno nuova vita alle bottiglie… nello specifico guardate la ditta Affenzahn e i loro bellissimi animaletti.

Insomma, questa volpe volante ha un bel po’ di compiti da svolgere, ma pare non volersi fermare. Infatti, nel suo genere, è un negozio unico in tutta la zona. “Siamo arrivate mentre chiudeva anche un negozio storico di giocattoli e il quartiere rischiava di restare senza una realtà per bambini e genitori. Siamo tutte e due affezionate alla zona e abbiamo intenzione di “conquistarlo” raccontano. Con la cooperazione e la collaborazione dei negozi della piazza vorrebbero creare un orto sociale, migliorare l’accessibilità della piazza e lavorare in sinergia con tutti i negozi della zona: loro dirimpettaia è Laura Failla de “La Bottega sfusa” che da anni ormai diffonde i valori di ecosostenibilità e attenzione per l’ambiente. La piazza è quindi in ottime mani.

Ma, esistono favole su un’eroina come la volpe volante? Ancora no, ma Francesca e Olivera stanno pensando anche a questo. È in corso una campagna di crowfunding che servirà, in primis, a terminare la costruzione della caffetteria ecosostenibile che completerà l’anima della libreria e poi per finanziare la realizzazione della prima favola dedicata alla volpe volante con le illustrazioni di Francesca.

Intanto, il primo appuntamento è per domenica 15 settembre alle ore 16.30. Ci sarà l’inaugurazione ufficiale con il dispiegamento di tutti i libri e i giochi che stanno arrivando a fiume in questi giorni e si potrà ammirare la mostra dell’illustratore Marco Somà. Sarà solo il primo degli appuntamenti previsti. Ci saranno letture animate, giochi da tavolo, consigli di lettura nel futuro di questa volpina. Sarà tanto anche per un’eroina come lei, ma Francesca e Olivera le stanno fornendo tutta l’energia e lo slancio possibile per iniziare a salvare il mondo. A partire da una piccola piazzetta nel cuore di Padova.

Jules

La volpe volante SITO, FACEBOOK e CAMPAGNA CROWFUNDING

Ex Novo: scatoloni e nuove chiavi

Settembre, andiamo, è tempo di migrare. Non solo dalla terra d’Abruzzo, ma da ogni parte si verificano grandi spostamenti. Liceali freschi e maturi che abbandonano le case natie per nuovi lidi; universitari che lasciano vecchie stanze; neo laureati che scelgono altre dimore.

Per alcuni è la prima volta fuori casa, per altri è l’ennesima sistemazione, ma ogni volta è un po’ la prima volta. Ci sono scatoloni da preparare, oggetti da selezionare, capire cosa tenere e cosa buttare nella nuova vita. Perché uno spazio abitativo nuovo (che ancora non ha l’appellativo di “casa”) è pieno di possibilità, di ricordi da costruire, di progetti da svolgere al meglio. Sto traslocando proprio ora mentre scrivo l’Ex Novo del rientro e queste sensazioni sono ben vive e presenti in me. Mi fanno ripensare al mio primo trasloco, quello per andare in Collegio Nuovo: la macchina dei miei genitori carica, anche se avevo solo una stanza da occupare. Un letto al quale abituarsi, spazi e nuove convivenze. Perché il Collegio è stata una soluzione abitativa perfetta per chi, come me, non aveva mai vissuto fuori casa. La propria stanza e il proprio bagno privati, ma sale relax in comune. La possibilità di usare i cucinini, ma con la mensa a disposizione. Un assaggio di indipendenza, ma con confortevoli aiuti.

Eppure era ed è la prima volta in cui una ragazza vive da sola. E quindi, sia per chi si sta trasferendo per la prima volta, sia per chi affronta nuovi cambi, si consiglia la lettura di “Ricette per ragazze che vivono da sole” di Noemi Cuffia e Ilaria Urbinati, edito da Zandegù.

Un pezzetto di Collegio Nuovo con il portachiavi per il nuovo mazzo di chiavi

Questo è un libro di ricette. Una raccolta di consigli, qualche volta semiseri, qualche volta serissimi, che nascono dalla nostra esperienza diretta. Esperienza di qualcosa che le nostre nonne nemmeno immaginavano fosse possibile e che le nostre mamme non si sognavano neppure, o forse sì ma i tempi non erano maturi. Qualcosa che per noi è diventato molto reale: vivere da sole.

Questo volumetto del 2015 ha come protagoniste Camilla e Rebecca, due ragazze con stili e interessi diversi che vivono da sole e si trovano ad affrontare tutti gli inconvenienti e le difficoltà che la gestione di una casa prevede. Quando l’ho letto per la prima volta (avevo appena iniziato a lavorare e vivevo da sola in un piccolo open space, cioè un monolocale) mi ci sono lanciata con il duplice sentimento di aspettativa e sospetto.
Sospetto perché le librerie traboccano di volumi sul tipo “Come vivere da sola”, “Come esorcizzare il tuo lavandino posseduto”, “Forno a microonde: il miglior amico della donna sola” e via di questo passo. Temevo quindi una lettura sul genere, sempre evitata come la peste. Con aspettativa perché vuoi mai che, tra tanti e tanti titoli sempre sulla stessa variante, questo non ti insegni veramente qualcosa di nuovo?
Il sospetto si è dileguato dopo le prime cinque pagine. Tutti i volumi sopra citati hanno come scopo quello di renderci un robottino multitasking. Ti si rompe il lavandino? Ecco in poche mosse come riparalo. Devi organizzare una cena per venti persone e non sai come fare? Ecco 100 ricette veloci ed economiche da fare in microonde. “Ricette per ragazze che vivono da sole” porta invece l’attenzione su situazioni che, a prima vista, possono sembrare banali, ma che in realtà hanno un valore importantissimo nella vita di tutti i giorni. Cosa fare in caso di insonnia quando Facebook mostra solo foto di gattini e tutti i vostri contatti dormono già beati da un paio d’ore? La risposta, ovviamente, è leggere un autore contemporaneo! La casa non vi sembrerà più vuota.

Come agire se internet salta improvvisamente e senza motivo apparente? Restate calme, fatevi una buona tisana al bergamotto, e spegnete e riaccendete il pc. Se questo collaudatissimo sistema non vi riporta nel mondo digitale semplicemente dedicatevi ad un hobby come sferruzzare sciarpe e cappelli (o qualunque cosa vi piaccia fare). 

Non siete riuscite a fare la spesa dopo essere rientrare da un viaggio? Basta “pucciare” del pane nel latte, farvi un ovetto alla coque e il problema è risolto con un certo stile.
Deliziosa la garbata autoironia che le due autrici spolverano su alcune situazioni. Perfette per il tocco d’insieme e come legante, un po’ come fanno le tende in ogni appartamento femminile, le illustrazioni di Ilaria Urbinati che rimandano con la mente alle pagine di Pinterest.

Ora la mia prospettiva è leggermente cambiata. Non vivo più da sola, c’è chi compensa alle mie mancanze tecnico/organizzative, ma rileggere queste pagine mi rimanda indietro con un po’ di nostalgia. E come consigli finale per tutte le nuove ragazze che vivono da sole

Vivere da sole è difficile. Vivere da sole è bello. Vivere da sole è un’avventura. Che voi siate single, fidanzate a distanza, facoltose, squattrinate, freelance, lavoratrici dipendenti, atlete, pigrone, chef provette, imbranate, solerti, nate stanche, iperattive, coraggiosissime o fragilissime non importa: vivere da sole è un’esperienza importante. Un’esperienza che in qualche modo cambierà la vita a tutte voi. E
vi regalerà nuovi occhi per osservare il mondo. Imparerete a cavarvela in ogni situazione, ma anche a saper chiedere aiuto quando è il caso.

E sappiate che “la soluzione abitativa” diventerà “casa” nel giro di pochissimo tempo. Buon inizio e buoni traslochi a tutti.

Jules

Oggi si consiglia… per vacanze brevi

Siamo ormai agli sgoccioli. Siete tutti in partenza. Ad agosto, nelle sue “lunghe e oziose ore”, non si lavora, è per eccellenza il mese di vacanza. Forse non avete in programma vacanze eleganti, lunghe o avventurose delle quali ci siamo occupati nei consigli precedenti: forse riuscite a ritagliarvi giusto qualche giorno, un week end lungo per piccole tappe non troppo lontane. Forse la maggioranza di noi si concede solo questo tipo di vacanze. Non fanno per voi lunghi romanzi e tomi voluminosi; serve qualcosa di piccolo e compatto, che si possa leggere anche poche pagine alla volta. Serve, in definitiva, una raccolta di racconti.

Le antologie di racconti non godono dell’attenzione che meriterebbero. Scrivere racconti è una delle attività più difficili in cui uno scrittore possa cimentarsi: richiede controllo, attenzione somma alle scelte linguistiche, perfetta calibrazione di tempi e snodi. Non sono semplici nemmeno per il lettore perché in poche pagine va mantenuta un’attenzione alta, si richiede un tipo di lettura attivo. Il lettore deve mettere in gioco intuito e comprensione molto più che nella lettura di un romanzo corposo. Come mi dicevano sempre anche a scuola, se un testo è breve non vuol dire che sia meno difficile o meno valido di uno lungo: anzi, molto spesso è vero il contrario. Non mi addentro qui in un’analisi più approfondita perché state finendo i bagagli e volete capire cosa mettere in valigia, ma se l’argomento vi interessa vi rimando a una bella inchiesta di Vanni Santoni pubblicata su Vice nel 2016. Scoprirete che la stessa parola “racconti” è vittima di damnatio memoriae.

Se parliamo poi di antologie di autori vari ed esordienti, il percorso si fa ancora più difficile. Difficile pubblicizzarle, difficile venderle. E così va a finire che si perdono vere e proprie chicche solo perché non si sa di doverle cercare e leggere. Quindi per il vostro viaggio breve mettete nello zaino l’antologia “Fuori dai margini”, autori vari, edita da Ciesse Edizioni e a cura di Laura Liberale, Giulia Pretta e Heman Zed. Gli autori, esordienti nella quasi totalità, hanno lavorato sul tema dell’integrazione.

Tematica tanto ampia quanto di difficile inquadramento e trattazione, sopratutto nell’attuale momento storico e politico. Si rischia di scadere negli eccessi e negli estremismi (sia da un lato che dall’altro) oppure, ed è peggio, nel banale. Ma gli autori della raccolta sono riusciti ad aggirare molto bene il pericolo e hanno ragionato sulla tematica da prospettive originali e per niente scontate.

Troverete ben poco della classica triade accoglienza-accettazione-inclusione ma ragionerete sulle differenze culturali che possono esserci, che so?, tra una cuoca e un gruppo di alieni che vuole imparare a cucinare il ragù alla bolognese. Oppure rifletterete sull’integrazione che possiamo avere noi stessi con le molte voci e inclinazioni che si annidano nel nostro animo. O quanto l’ombra maestosa di un toro possa sconvolgere gli spettatori di un'”innocente” corrida.

“Fuori dai margini” non resta tra le righe e non si adegua a un solo canone. Come una compilation musicale oscilla tra pezzi lenti e altri più ritmati, tra quelli scanzonati e semplici e quelli più onirici, tra veri e propri micro romanzi, esperienze di vita reale, e brevi squarci di situazioni più ampie.

Ora, non mi nascondo dietro un dito: tra i nomi di copertina c’è anche il mio e in genere non faccio mai pubblicità per testi che mi riguardano. O comunque la limito molto, concedetemelo. Ma in questo caso, in cui il mio intervento si può definire marginale, ci tengo a far conoscere questa raccolta di racconti. Perché molti testi di valore rischiano di restare soffocati dalla mole di carta che esce ogni giorno. Perché il coraggio di pubblicare un’antologia di racconti brevi, che sempre di più abitano solo nelle riviste, va premiato. Perché le raccolte di racconti sono come i luoghi di vacanza breve: ti ci addentri con aspettative minori (come è capitato a me per Vilnius non più tardi di due settimane fa) e ne resti folgorata. Apprezzi i piccoli dettagli, la scelta attenta delle parole, l’originalità delle variazioni sul tema. E quello che ne esce fuori è una gran bella sinfonia.

Jules

I luoghi dello shopping: Vilnius e le chiavi cavatappi

La storia è iniziata a marzo: tardi per i miei standard di prenotazione delle vacanze. Per ragioni varie, legate a impegni, incertezze, mi sono ritrovata al 18 di marzo senza un’idea precisa su dove trascorrere le ferie. Faroe e Shetland erano ormai fuori portata perché i costi erano lievitati e quindi ho fatto una cosa che non faccio mai: ho lasciato decidere al Fato che, in questa storia, ha assunto il volto di Ryanair. Ho aperto l’applicazione e ho deciso, in accordo con il Grande Nerd, di cliccare “prenota” sulla prima destinazione che la compagnia ci avrebbe offerto.

«Vola a Vilnius a partire da 20 €»

«Prenoto?»

«Prenota!»

«Ok, fatto.»

«Fantastico. Esattamente dov’è che andiamo?»

«Estonialettonialituania?»

Perché per me, le tre repubbliche baltiche sono sempre state un ammasso confuso. Sin dai tempi delle elementari non ho mai saputo ben distinguerle, posizionarle e associare la giusta capitale alla giusta nazione: il mio Sapientino e le carte geografiche della scuola erano ante caduta URSS.

«Oh, guarda, è il Lituania.»

«Oh, guarda, Forbes la indica come meta imperdibile.»

E io nutro una grande fiducia nei consigli della bibbia del capitalismo. Finito il simpatico siparietto, vi faccio fare un mini giro di Vilnius. Perché è una chicca di città e mi ha sorpreso. Siamo partiti molto all’avventura e senza programmazione e siamo tornati più che mai decisi a recuperare anche Riga e Tallin (che ancora faccio fatica ad associare alle restanti repubbliche).

ARRIVO

Visto che non conoscevo la città, mi sono affidata a un’ottima mappa: una teiera sul muro.

Il volo è abbastanza breve, dura un paio d’ore. All’arrivo, in un aeroporto che sembra un normale palazzo governativo, il collegamento con il centro città è tra i più comodi ed economici che abbia mai visto. L’aeroporto è a pochi chilometri dalla città quindi basta prendere l’autobus n.1 che ferma in stazione dei treni o il n.88 che ferma in pieno centro a pochi passi dalla piazza con la cattedrale. Il biglietto costa 1 € e si può acquistare a bordo. Ah, ricordatevi di spostare l’orologio avanti di un’ora quando arrivate.

CIBO

Quando siamo arrivati, la nostra host di Airbnb ci ha consegnato le chiavi di casa con un utilissimo portachiavi: un cavatappi perché la birra sarà vostra fedele compagna per tutta la vacanza. Ovvietà a parte consiglio caldamente di assaggiare la Šaltibarščiai, una zuppa fredda di cetrioli e barbabietole che, a parte l’inquietante colore rosa bigbubble, è davvero deliziosa. La trovate un po’ ovunque, ma consiglio di andare a Forto Dvaras, un pub pieno di studenti dai prezzi davvero concorrenziali. Il raggiungimento della sazietà e del nirvana alimentare si può ottenere con un piatto di cepelinai, gnocchi grossi come patate ripieni di carne di maiale e conditi con panna acida e pancetta fritta.

Šaltibarščiai

Non ci siamo poi fatti mancare un dolce nel cat cafe di Vilnius. A nostra discolpa possiamo dire di aver sofferto la separazione dalla malvagia Madame Mim che ha approfittato delle nostre vacanze per andare in pensione a bullizzare gli altri gatti e a rubare loro le crocchette. I dolci sono molto buoni, i gatti educati e più che disposti a farsi adorare in maniera incondizionata.

Vietato tirare le code!

GENTE

Bastano davvero poche interazioni per rendersi conto che i lituani non sono molto gioviali. Non sono scortesi, ma ti lasciano intendere che qualunque cosa tu chieda, qualunque cosa tu faccia, in qualche modo li stai disturbando. Che sia d’esempio:

«Quale birra ci consiglia da abbinare a questo piatto?»

«Una qualunque.»

Non fa una piega perché le loro birre sono tutte effettivamente buone. Ah, e se provate a ordinare una birra piccola, vi porteranno sempre e comunque una media. Non c’è posto per i deboli in zona baltica.

LIBRI

A Vilnius i libri crescono sugli alberi, si trovano bene attaccati ai soffitti e gradiscono la compagnia delle birre. Si consiglia Knygynas Keistoteka nella repubblica di Uzupis (guardate più avanti per scoprire cos’è): ci sono libri sul soffitto, libri usati alle pareti anche in inglese e qualche rara chicca in italiano, e oggettistica varia. Un bazar artistico presidiato dalla cordialità lituana di cui sopra.

La Alaus Biblioteka è difficile da collocare. Se la guardi da un lato è biblioteca

se la guardi dall’altro è un birreria con una varietà infinita.

Su Instagram hanno suggerito il termine “birroteca” e “bibliobirra”. Riunire due delle mie più grandi passioni (e se si aggiunge il tagliere di salumi siamo a tre) nello stesso posto mi ha fatto innamorare. Le lampade verdi da lettura hanno dato il colpo di grazia.

MUSEI

Sono molto atletica o è un’illusione?

Non sono una grande amante dei musei. Lavorandoci tutto l’anno, non ci entro a meno di un interesse specifico per l’argomento o la mostra in questione. Questa volta ho però scoperto un museo molto divertente: Il museo dell’illusione . Giochi ottici, specchi, luci che impegnano per parecchio e personale molto disponibile (in contrasto alla legge di cui sopra) pronti ad aiutarti se non capisci cosa ti sta succedendo. Ed è molto probabile che non si scopra il “trucco” dietro l’illusione.

UZUPIS

Articolo 18: Tutti hanno il diritto di stare in silenzio

Lascio uno spazio apposta per la repubblica di Uzupis, una piccola comunità al centro di Vilnius. Un po’ Montmartre, un po’ Christiania, è una repubblica di artisti con tanto di festa nazionale (il 1 aprile), presidente, esercito e costituzione in 38 articoli tradotti nelle varie lingue e affissa in pubblica via. Lungo la Vilnia che scorre dolce lì a fianco ci sono installazioni artistiche con libri che crescono sugli alberi e vinili che fanno da scaletta per i gatti mascotte del quartiere.

La metterò all’ingresso della nuova casa

Vilnius non te la aspetti. O meglio, ti aspetti una città severa e un po’ grigia in memoria della storia recente. Invece scopri palazzi barocchi, tanti parchi, tetti rossi e una visione dall’alto che ti ricorda i plastici dei trenini, punteggiati di alberi e casette ordinate e luminose. E sei molto contenta di essere riuscita a darle un volto e una collocazione e averla fatta uscire dalla litania “estonialettonialituania” che ti perseguita fin dall’infanzia.

Se avete qualche curiosità, domanda o siete stati anche voi a Vilnius, fatemi sapere nei commenti.

Jules