Ex Novo: storia VS archeologia

Una delle prime distinzioni che ci hanno insegnato a fare, è che l’archeologia e la storia non sono per nulla la stessa cosa; che l’archeologia fornisce i dati materiali per costuire la storia; che è mattone, cenere e frammenti; che non è così divertente da raccontare come lo è la storia. Perché se nei programmi con gli Angela nazionali sentiamo tanto dire “gli archeologi hanno scoperto che…” in realtà ascoltiamo una mediazione di quella che sarebbe una relazione più fredda e meccanica: al livello x della sezione y è stato ritrovato uno strato di terra misto a cenere, colore Munsell z, con tracce di w che sembrerebbero indicare un livello di distruzione*. Sentir raccontare per filo e per segno una battaglia, udire il rantolo di Bucefalo mentre Alessandro Magno passa in rassegna le truppe, immaginare la faccia impietrita di Napoleone a Waterloo è di certo più emozionante e non recuperabile da evidenze materiali, ma dalle fonti scritte, più ambito degli storici. Inutile dire che l’antipatia tra le due fazioni era piuttosto accesa e noi ci consolavamo pensando che loro, con la frase “faccio lo storico”, rimorchiassero molto meno di un ben piazzato: “sai, sono archeologa/o”.

Per fare pace, a distanza di anni, con la categoria degli storici, dedico loro il testo di questo mese. Un romanzo che pone l’attenzione su un aspetto della storia recente meno noto (o che, almeno, io non avevo mai sentito nominare), quello del regime croato degli Ustascia: Il purgatorio non è eterno di Claudio Uguccioni (opera prima e segnalata al XXXI Premio Calvino) edito da Ronzani editore.

Anche se il romanzo non parla di un campo di sua indagine, questo mese ricordiamo il professor Emilio Gabba, pavese e somma autorità per la storia romana, qui in compagnia di classiciste del Collegio Nuovo-Fondazione Sandra e Enea Mattei

Il termine Ustascia significava “ribellarsi” e il capo del gruppo era Ante Pavelić, detto il duce croato. All’inizio della Seconda Guerra Mondiale, le forze dell’Asse, Germania e Italia avevano invaso il regno di Jugoslavia e nell’aprile del 1941 era stato costituito lo Stato Indipendente di Croazia, alleato dei nazisti.

Roma 1995: il professore di storia Émile Martin viene trovato morto. Si è sparato con una Beretta calibro 22 e, visto che la moglie e il figlio sono morti in un incidente d’auto pochi mesi prima, il suicidio pare la risposta più ovvia. Al vice commissario Luigi Ranieri però la cosa non torna: perché uccidersi in un anonimo motel di Roma? Perché prenotare un volo per Washington proprio poco prima di spararsi? Perché il Vaticano e le sue forze dell’ordine si stanno interessando a questo ignoto storico francese?

La trama, per come l’ho scritta io, è volutamente provocatoria è un po’ fuorviante: perché potrebbe sembrare un thriller di quelli con codici relativi a geni del Rinascimento. Si tratta però di un romanzo con una ricerca storica accurata, una costruzione dei personaggi ben calibrata e un ritmo sostenuto che aprono lo sguardo su uno degli scenari forse un po’ trascurati, narrativamente parlando, della nostra storia contemporanea: la politica della ex Jugoslavia.

Il romanzo si snoda su tre nuclei temporali. Il primo, brevissimo, nel 1945 durante il regime croato degli Ustascia e la loro pulizia etnica contro la popolazione serba. Il secondo, negli anni Novanta nel periodo del massacro di Szabrenica, con l’omicidio di Émine Martin e le indagini del vice commissario Luigi Ranieri e il magistrato Elena Mariani. Infine, nel 2019, quando si giunge alla risoluzione di quasi un secolo guerra e intrighi che non hanno risparmiato due grandi potenze come l’America e Stato Città del Vaticano.

Questo genere di romanzi ha di solito due grossi ostacoli: la didattica e l’ambientazione. Siamo abituati a thriller storici con protagonisti d’oltreoceano (tengo ovviamente fuori dalla risma Guglielmo da Baskerville) e quindi, anche quando il romanzo viene ambientato in Italia sembra di assistere a delle sensazionali indagini a stelle e strisce. Qui invece abbiamo un’ambientazione ben costruita e calata nel territorio. Non mancano gli intrecci con le realtà mafiose vissute in prima persona da Elena Mariani, giovane magistrato che ha lavorato nella squadra di Borsellino, e incrociate poi da Luigi Ranieri nel presente con l’attualissimo tema dello smaltimento dei rifiuti elettronici.

Il non essere una storia americana aiuta a evitare anche il secondo problema, ovvero quello della didattica. Quando si parla di argomeni storici non conosciuti ai più, lo scivolone nello “spiegone” da parte dell’esperto di turno non è così raro. Tutto quello che serve sapere si dispiega nel corso della narrazione: ogni personaggio è mancante di determinati tasselli e il lettore, seguendo prima uno e poi l’altro in un perfetto lavoro di squadra, si addentra senza nemmeno accorgersene in una lezione di storia molto completa su argomenti meno noti della nostra storia contemporanea. Se tutti ricordiamo la guerra degli anni Novanta, è più difficile che durante lo studio della seconda guerra mondiale abbiamo analizzato la questione degli Ustascia e dell’impatto che hanno avuto sulla penisola balcanica. E, meno che mai, abbiamo capito di come il Vaticano si sia sporcato le mani durante le guerre del XX secolo.

La presenza del Vaticano è scevra di qualunque alone mistico: trattato come uno stato sovrano con interessi e grosse somme di denaro in gioco, qui si rivela come uno dei Paesi più potenti sulla scacchiera. Non ci sono manoscritti, reliquie, strane discendenze, ma pizzini, conti correnti, traffico d’armi che portano tutto su un piano molto sporco e molto umano. Non paiono essere scoraggiati dalla possibiità della dannazione eterna.

C’è una profonda rassegnazione di fondo, la sensazione che tutti i personaggi, nonostante possano fare del loro meglio e cercare di sistemare il pezzetto di mondo e di Storia intorno a loro, non riusciranno mai a sconfiggere ciò che di grande, nel male, c’è nel mondo. Potranno solo cercare di tenerlo a bada. Condannati a scontare un purgatorio sulla terra per le ragioni più svariate, i personaggi vivranno soli e con pochi raggi di speranza a bucare il loro orizzonte.

Che si occupino di storia antica o contemporanea, è grazie agli storici che abbiamo la possibilità di mantenere la nostra memoria e imparare da ciò che c’è già stato.

Basta sempre riordarsi che non potrebbero fare nulla senza il fondamentale apporto dedgli archeologi.

Jules

*se un qualunque archeologo sta passando di qui, siate clementi per questa semplificazione. Non è dovuta alla necessità di rendere comprensibile il processo, ma è perché non lavoro sul campo da un decennio abbondante e ho perso mano e lessico.