Glossario: vecchio/nuovo Signore degli anelli

Non so se lo sapete, ma il 30 ottobre per Bompiani è uscita la nuova traduzione de “Il signore degli anelli” di J.R.R.Tolkien; traduzione realizzata da Ottavio Fatica che si è sobbarcato l’immane compito di mettere mano a un capolavoro della letteratura mondiale che non vedeva una ritraduzione dal 1967, anno in cui Vittoria Alliata di Villafranca tradusse la trilogia per l’allora casa editrice Astrolabio.

Con tanto di lembas fatto in casa

Se non avete saputo di questa uscita, è evidente che abbiamo due bolle social molto diverse.

Se volete fare battute sul cognome “Fatica” relativo all’immane compito, non fatelo.

Se volete urlare che “Fatica ha fatto per LOTR quello che Cannarsi ha fatto per Evangelion”, non fatelo.

Sono volati stracci tra i traduttori, si sono levati peana e lamentazioni varie tra i lettori, offesi nel loro diritto di rivendicare una versione del capolavoro sempre immutata nei secoli dei secoli.

Per aiutarvi a superare lo shock, qui vi propongo un piccolo glossario sul cambio avvenuto sui nomi e toponimi. Alcuni accattivanti, altri meno gradevoli, altri ancora che ci lasciano sorpresi. Ma almeno, quando due generazioni di nerd parleranno tra loro, non ci saranno incomprensioni di sorta.

VECCHIA TRADUZIONENUOVA TRADUZIONE
NOMI
Samvise GangeeSamplicio Gangee
GaffiereVeglio
Meriadoc BrandibuckMeriadoc Brandaino
Peregrino TukPippin Took
GrampassoPassolungo
Omorzo CactaceoOmorzo Farfaraccio
LUOGHI
HobbivilleHobbiton
DecumaniQuartieri
BreaBree
SinuosaliceCirconvolvolo
TumulilandePoggitumuli
Puledro ImpennatoCavallino Inalberato
Colle VentoSvettavento
RamingoForestale
Gran BurroneValforra
Terre SelvaggeSelva
Bosco AtroBoscuro
Campo GaggioloCampi Iridati
PungoloPungiglione
Valle dei Rivi TenebrosiVallea dei Riombrosi
AgrifogliereAgrifoglieto
InondagrigioPienagrigia
Monte FatoMontagna Fiammea
Erba pipaErba piparina
MirolagoSpeculago
ArgentaroggiaRoggiargento
LembasLembas o cram (al posto
di “gallette” come detto da
Gimli
LimtersoLimlindo

Jules

Ex Novo: popcorn time

Novembre è un mese che invita al letargo. Forse quello che più di tutti ci ricorda la nostra natura animale che non deve sprecare preziose risorse ed energie. Sono passati i giorni di dorato inizio autunno e la frenesia del Natale è ancora lontana. La nebbia non è ancora bucata dalle intermittenti lucette e si smaltiscono i dolci di Halloween prima di attaccare con lo zucchero a velo dei pandori. Dopo lo sprint lavorativo del rientro dalle ferie ci si può rallentare prima dei consuntivi e dei budget di fine anno.

Anche per chi fa vita di collegio novembre è un parentesi più quieta. Finite le feste e le serate per la matricole, ci si prepara all’eventuale prima sessione di esami per prendere poi la rincorsa per le feste di Natale. O almeno, ai miei tempi, era così. Persino la Nave di fronte al Collegio Nuovo scompariva tra i banchi di nebbia e lasciava emergere solo qualche torretta. Spero che il riscaldamento globale non stia eliminando questa suggestiva e ovattata atmosfera.

Non so se si nota, ma novembre ispira anche un certo lirismo.

La cosa migliore da fare in questo mese è mettersi in pari con film e programmi che nei frenetici mesi precedenti si sono persi. Sempre ai miei tempi, si prenotava una delle sale tv del Collegio e si facevano maratone di film. Resta ben fresca nella mia memoria la maratona del Signore degli anelli e la rassegna di Woody Allen.

Novembre rende anche nostalgici e propensi alle narrazioni “ai miei tempi”.

Per chi è lettore accanito però la scelta tra film e libro è sempre un grosso dilemma. Recuperare una pellicola lasciata indietro o leggere pagine di grossi tomi adatti alla stagione? Il titolo di questo mese cerca di ovviare a questo problema perché sono racconti che, in realtà, sono film su carta: La commedia borghese di Irène Némirovsky.

Ai miei tempi… no, scherzo, anche ai miei tempi si faceva gruppo in sala tv per vedere un programma di svago e relax ogni tanto 🙂

All’inizio degli anni Trenta, l’autrice di origini russe vede su schermo l’adattamento del suo romanzo David Golder, per la regia di Julian Duvivier. Da quel momento, le risultano lampanti le potenzialità che possono avere le storie su pellicola. Non è la sola ad avere quell’impressione. Paul Morand, proprio in quegli anni, sta curando l’uscita di una nuova collana per la casa editrice Gallimard: si chiamerà La renaissance de la nouvelle e raccoglierà, per l’appunto, novelle e racconti. L’autrice viene quindi incoraggiata a presentare i propri scritti con l’idea di creare una raccolta di “film parlati”. Vedono così la luce i quattro racconti: I fumi del vino, Film parlato, Ida e La commedia borghese. Li chiamiamo racconti, ma nelle loro descrizioni, negli stacchi di scena, nei dialoghi, si vede molto chiaramente l’impostazione a sceneggiatura cinematografica. Basterebbe solo aggiungere indicazioni come ESTERNO – NOTTE.

Brusio confuso e dolce che si ingrossa e si avvicina rapidamente come un’onda nel mare. Piove. Le case annegano nell’ombra e nella caligine. Passa l’enorme faro di un’automobile, e squarcia la bruma. I marciapiedi bagnati e il tetto dell’Opera brillano sotto il temporale come specchi scuri. È Parigi, alla fine di marzo, al crepuscolo. Le luci girano così velocemente che si distingue solo un torrente di fiamme. Poi emergono delle parole, sempre le stesse, si avvicinano e si ingrandiscono a dismisura, tremano attraverso la pioggia. Bar, Hotel, Dancing. 

Fanno capolino i principi del naturalismo che Zola applicò nelle vicende dei Rougon-Macquart: l’autrice, naturalizzata francese anche nella produzione letteraria e quindi propensa all’osservazione della società, parte da conflitti archetipici quali gioventù vs. vecchiaia, controllo vs. passione, ricchezza vs. povertà, madre vs. figlia, e scrive delle vere e proprie scene cinematografiche che potremmo osservare non solo sulla pellicola, ma anche solo sbirciando in una delle finestre che si affacciano sulla strada e che vediamo tutti i giorni tornando a casa. Una donna che esce di nascosto per vivere un attimo di passione e viene coinvolta in una sorta di “notte del giudizio”, come avviene ne I fumi del vino. Una stella del teatro ormai vecchia che viene scalzata dalla giovane avversaria e che anticipa il conflitto fra due Eva. La resa “grande” di temi semplici, la minuta osservazione della psicologia che si nasconde dietro il velo di questa classe sociale che ancora lotta per una posizione, rendono queste novelle dei cortometraggi che si dipanano nella nostra testa senza bisogno di un proiettore. Sono racconti che, ancora di più, fanno rimpiangere la perdita prematura di questa autrice. La storia del cinema avrebbe avuto, forse, un’autrice in più se quegli anni non avessero maturato un dramma così grande da non essere previsto da alcun sceneggiatore.

L’unico dilemma che resta è se sgranocchiare popcorn, come vorrebbe ogni film degno di nota, o sorseggiare un tè caldo, come prescrive la moderna iconografia per la lettura di un libro. Io, nel dubbio, resto fedele alle mie torte.

Jules