Shopping: i saldi non sono mai troppo lontani

Complice la stagione primaverile ballerina, il cambio di stagione è arrivato tardi. I deliziosi maglioncini mezzo peso, gli spolverini e le scarpette sono rimasti nell’armadio e siamo passati da maglioni di lana ai top nel giro di una settimana. Con una simile confusione atmosferica è normale che il nostro guardaroba sia un po’ confuso e con l’avvicinarsi veloce dei saldi estivi è bene mettere ordine e capire come organizzare al meglio i nostri abbinamenti. Per fortuna, in questo arduo compito non siamo da soli, perché ci viene in soccorso Ines de la Fressange e la sua “La Parigina. Guida allo chic”.

Non occorre essere nati a Parigi per avere uno stile da Parigina.

“Chic” e “parisienne” sono quasi sinonimi. Tutto il mondo sa che se si parla di moda, si parla di Parigi. L’assistente di Miranda Priestly ne “Il diavolo veste Prada” era pronta a vivere di soli cubetti di formaggio pur di essere magra ed elegante per la settimana della moda nella capitale francese.  Da Maria Antonietta in poi, la moda, quella vera e senza tempo, arriva dalla Francia. Lo sa bene Ines de la Fressange che, con questo volume uscito nel 2010 in sodalizio con la giornalista di moda Sophie Gachet, dà il via a una fortunata serie di pubblicazioni sullo stile, qui in Italia editi da Ippocampo. Si parla dei luoghi della sua Parigi e su come vestirsi in ogni occasione.  
Ines de la Fressange, modella, musa di Lagerferld a Chanel, stilista e portatrice sana di geni nobiliari da parte di padre, ha passato la sua vita immersa nello stile parigino. Ma che cos’è e come si costruisce? Generosamente, l’autrice prova a comporre un prontuario per approppriarsi di questa aura. Il manuale, che già di per sé è un volume molto chic, è diviso in quattro sezioni e corredato dai simpatici disegni dell’autrice e dalle foto di moda della figlia Nine d’Urso; parte con l’abbigliamento e si apre con una massima che andrebbe scolpita sull’anta dell’armadio come un ammonimento dantesco: il buon look si fa con buoni basici! Il look della parigina non deve essere per forza eccessivo e costoso. Anzi! L’effetto in assoluto da evitare è quello bling, troppo ricco: siate rock, non siate borghesi! Le perle portatele con una maglietta spiritosa, e non con un twin-set. Non cedete alla tentazione di caricarvi di troppi gioielli, abolite il coordinato, combinate, spezzate, andate a caccia di quello che fa per voi. Perché la parigina deve sentirsi disinvolta con i propri abiti. Se i tacchi non fanno per voi, allora che ballerine siano. E senza rimpianti per i trampoli che fanno oscillare conferendo una falcata poco elegante. Secondo ammonimento: Il resto è solo una questione di abbinamenti. Il gusto personale e lo stile della parigina vengono fuori in queste due massime. Un armadio può anche essere composto da pochi capi base, ma di ottima qualità: il resto lo fanno gli accessori. Va smontanto anche il mito delle migliaia di scarpe che ogni donna dovrebbe possedere: bastano cinque modelli di eccellente fattura e la parigina è pronta per andare ovunque. Il manuale prosegue con i consigli di bellezza. La parigina si cura della propria bellezza, ma non passa ore e ore in bagno. Basta seguire qualche regola base nella propria beauty routine, interiorizzarla e in dieci minutì si sarà sempre curate e preparate.

Essere parigina diventa uno stile di vita, un modo di pensare che influenza ogni aspetto di sè. Dall’arredamento che deve essere sobrio e semplice, ma con tocchi di originalità (le lampade e le poltrone sono da considerarsi gli “accessori” della casa). Anche qui, come in tutto, è sempre una questione di abbinamenti. Non temete, però: in ogni sezione saranno indicati i faux pas, i passi falsi in cui potreste incorrere. Se siete in dubbio, consultate questo volume come se fosse I Ching dello stile e andrete sempre sul sicuro. La parigina inoltre non ha esitazioni sui posti da frequentare. Parigi può essere una città disorientante: offre tanto, quasi troppo e il visitatore, così come l’abitante, può essere preso da ansia da prestazione. Deve vedere tutto e tutti i posti giusti. L’ultima sezione viene in soccorso indicando ristoranti, alberghi, musei quasi sconosciuti, luoghi adatti ai bambini e, non serve dirlo, le migliori boutique per gli acquisti. Il top per le candele? Ma chiaramente Cire Trudon. Guanti di pelle? Causse. Se li portava anche Jackie Kennedy… Finito il volume non avrete dubbi su dove andare e riuscirete anche a stupire i parigini con le vostre approfondite conoscenze della città.

Si possono poi seguire tutte le regole, ma non bisogna mai dimenticare di emanare quel certo je ne sais quoi che aleggia intorno a tutte le donne di classe, parigine e non, come un profumo. Anche se si indossano dei semplici jeans, quelli che ci stanno meglio, e delle immortali Converse.

C’è un volume gemello a questo intitolato “Il Parigino”. Non si dica che Ines de la Fressange abbandona gli uomini a loro stessi nel momento dello shopping.

Abbinatelo con una borsa piccolina per avere le mani e le braccia libere da caricare con i vostri acquisti. I saldi ora saranno più semplici da affrontare in maniera mirata.

Jules

Ex Novo: di legami vicini e lontani

I legami stretti in Collegio Nuovo resistono e persistono anche da città e vite lontane

L’università è il miglior terreno possibile per stringere rapporti che dureranno per tutta la vita. Più che durante il liceo, si incontrano persone con i nostri stessi interessi e vocazioni e i legami saranno inevitabili. In alcuni casi si tratterà di indissolubile amicizia, in altri casi di amore totalizzante, alcune volte saranno gelosie, incomprensioni e tradimenti. Nel mio triennio universitario a Pavia al Collegio Nuovo ho avuto la fortuna di incappare in un gruppo di persone che, a dispetto della distanza e delle vite piene di ognuno, resiste. Si affrontano difficoltà legate al tempo e allo spazio e ci si tiene in contatto e ci si vede ogni volta possibile. E anche quando non ci si riesce, il silenzio non pesa e quando ci si ritrova sembra sempre di riprendere una conversazione interrotta poche ore prima.

La mia seconda parte di formazione universitaria si è svolta in un’altra città dalla lunga tradizione studentesca, Padova, e proprio in questa città si ambienta “Eravamo tutti vivi” di Claudia Grendene che esplora il tema delle relazioni tra un gruppo di amici nella Padova universitaria tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Dieci del nuovo millennio. In un racconto cronologicamente inverso, seguiamo Chiara e il suo amore per Max; Agnese, ribelle e spigliata anche in campo sentimentale; Alberto e Anita e la loro passione impossibile; Isabella ed Elia, insieme da quando erano ragazzi e pronti a cadere nella trappola più vecchia del mondo: il tradimento. Passando tra i portici della città universitaria tra uno spritz e l’altro, ci immergiamo in un mondo pieno di nostalgia, non necessariamente buona, ma di certo feroce e ci specchiamo nella spietatezza che possono avere solo le piccole storie comuni.

Il giorno dopo aver visto Agnese, Chiara tornò al Liviano, dopo quasi vent’anni. Pomeriggio di nuvole e vento, la bicicletta bianca non ne voleva sapere di scorrere lungo la ciclabile. Chiara spingeva di gambe e di testa. Arrivò in piazzetta Capitaniato affannata. Le lauree dottore dottore dal buso, piccoli cosi vicino a ogni albero della piazza: le sorsate di bibitone alcolico durante la lettura obbligat del papiro, gli scherzi spiacevoli, uova, farina, marmellata a imbrattare il travestimento del neolaureato.

Sullo sfondo del periodo che è il più formativo nella vita di ognuno, l’autrice crea un mosaico a sette voci nelle quali è davvero difficile non riconoscersi o riconoscere persone che hanno fatto parte della nostra esperienza. Persone che possono andare e venire, allontanarsi per poi ritornare, ma per sempre segnate dagli anni universitari, substrato di speranze e progetti poi infranti dal confuso e precario periodo storico che ancora non ci abbandona. A farla da padrone sono le voci dei personaggi femminili. Nessuna eccessivamente sopra le righe, nessuna eroina, nessuna donna straordinaria, ma tutte così vere da non sembrare nemmeno abitare la dimensione cartacea. C’è Agnese, bella e spregiudicata nelle sue relazioni, l’unica che non si costruisce una famiglia e vive a Londra, meta per eccellenza dei cervelli in fuga, si fa viva ogni tanto con il vecchio gruppo, ma senza sentirsi troppo legata. Chiara e Isabella che conseguono la laurea, si sposano, fanno figli e vedono i loro matrimoni perdere lo smalto a causa della quotidianità e, nel caso di Isabella, di una diciottenne “dalle unghiette rosse”. Anita, figlia mal riconosciuta di una famiglia veneta nobile e innamorata, ricambiata, di Alberto, suo cugino.

Le voci maschili emettono sofferenza. Chi ha subito violenze da bambino, chi è sotto psicofarmaci, chi dimentica i lutti nell’alcol e non ha il coraggio di amare chi dovrebbe, chi tradisce, chi non supporta. Non c’è niente di sopra le righe in questi lucidi ritratti. Potrebbero essere storie vere, come inventate, ma non lasciano scampo al lettore che è costretto, nel leggere di queste piccole miserie, a riconoscere eventi che lo hanno sfiorato o interessato almeno una volta nella vita.

Padova è sfondo discreto a queste avventure e non è necessario aver fatto qui gli studi per potersi trovare bene e ambientare. Perché è un romanzo che emana onde di sentimenti universali e ci mette di fronte alla spietatezza delle vite comuni.

Ci sono legami che vanno e vengono e a giugno, quando ci si laurea e si prendono strade diverse, viene spontaneo interrogarsi sul futuro delle nostre amicizie. Per esperienza personale e, a questo punto, anche letteraria, posso affermare che quelli importanti resistono, nel bene e nel male. E ci fanno compagnia durante tutto il resto del percorso.

Jules