Oggi si consiglia… per una crescita umile

Visto che maggio è in transito e si occupa di formazione, oggi parliamo di un difetto che può accompagnare, talvolta, la crescita: ovvero la mancanza di umiltà.

A ogni passaggio, vuoi per l’età, vuoi per acquisite competenze, vuoi per maturazione, si assurge a una certa sicurezza. La sicurezza, di per sé, non è per nulla un male, ma se non viene controllata può sfociare in arroganza. Ben pochi di noi ne sono immuni e mi butto tranquillamente nel mezzo. Certe volte posso sputare sentenze con un’alterigia fastidiosa. Fino a ora non avevo trovato un testo che mi aiutasse a restare con i piedi per terra e mi facesse capire quanto si può risultare ridicoli in certe pose. Poi, al festival letterario Rovigo Racconta, sono incappata nella presentazione de “Il censimento dei radical chic” di Giacomo Papi.

Sono andata alla presentazione incuriosita dal grosso successo avuto dal volume, dal record di vendite e, soprattutto, dalla trama che stuzzicava il mio amore per le distopie sociali alla Sinclair Lewis.

In un’Italia che ricorda quella di oggi, con il disprezzo per la cultura, gli accrescitivi “professoroni, giornaloni” usati in senso spregiativo, un professore viene ucciso a calci e bastonate per aver citato Spinoza. Così si apre il romanzo, con un incipit che, a mio avviso, diventerà famoso e citato in futuro.

Il primo lo ammazzarono a bastonate perché aveva citato Spinoza durante un talk show. In effetti da parte del professor Giovanni Prospero era stata un’imprudenza aggravata dal fatto che si era presentato in studio indossando un golfino di cashemire color aragosta.

A seguito di questo omicidio, il ministro dell’Interno, nel quale si può riconoscere un politico molto attuale, decide di istituire una sorta di albo, il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic. Solo per la loro sicurezza, sia chiaro: con un comodo obolo tramite tasse, i proprietari di biblioteche, giacche in tweed e in grado di citare Tolstoj, saranno protetti dalle forze dell’ordine contro la massa meno acculturata. C’è chi ne è entusiasta perché vede riconosciuto il proprio status di intellettuale; c’è chi ne è spaventato; c’è chi butta via le proprie biblioteche e chi si affanna a comprare giacche con le toppe di velluto per poter appartenere alla preziosa categoria. La premessa, va riconosciuta, è intrigante. Unito al disclaimer che recita: “I fatti narrati in questo libro accadranno”, il romanzo ha delle potenzialità incredibili.

A sentire l’autore, il testo, oltre che denuncia dei tempi in cui viviamo in cui la semplificazione linguistica la sta facendo da padrone e dove bisogna ripetere allo sfinimento che la terra è tonda, tonda!, serve anche per prendere in giro la classe degli intellettuali, sottolineare la loro pomposità. Il compito è affidato a Clelia e Anna, cugine di primo grado e mogli di uomini di cultura che, tramite le loro telefonate, ridicolizzano chi non è “come loro”.

“Dice che basta l’autocertificazione”

“Ma li faranno i controlli, spero! Altrimenti pur di avere la scorta si iscriveranno anche i barboni.”

“Faranno delle ispezioni, credo. Ci contatteranno dal ministero per fissare un appuntamento, poi verranno a controllare i libri che abbiamo in casa, cose così…”

“Come i libri? Tutti?”

“Ma no! Non tutti. Immagino ci saranno dei punteggi!”

“Volevo ben dire: non è che se leggi Fabio Volo ti danno la scorta, mi auguro…”

“Devi avere in casa almeno L’Anti-Edipo di Deleuze-Guatari…”

Sono ridicole sì, ma tutto il romanzo di Papi, non è una sincera autocritica del ruolo dell’intellettuale che si sta svuotando della sua funzione all’interno della società. Il romanzo ha la stessa valenza di autocritica e denuncia di una donna che esclama, con finta contrizione: «Oddio, vorrei tanto ingrassare, ma niente da fare. Mangio come una betoniera e resto magra».

“Il censimento dei radical chic” ha dentro parecchio. La figura del ministro, un Buzz Windrip più insicuro; la censura dei testi nei quali vengono eliminati i lemmi difficili e che non convincono il revisore, anche se, a un certo punto, inizierà a dubitare dell’utilità e della bellezza del suo compito, come mostra la progressione delle note. Il libretto delle parole da non usare pena denuncia e multa. Una repressione dell’intellighenzia che avrebbe potuto andare molto più a fondo e invece si ferma alla superficie e tratta in maniera macchiettistica la questione, quasi con la preoccupazione di dire qualcosa di offensivo. Segno di una classe di pensatori che si sta svuotando del suo ruolo, che ci tiene al proprio stato e non ha il coraggio di prendere una posizione netta. Fiera di poter andare alle sagre e guardare dall’alto in basso che si ingozza di costine.

Ed è davvero un peccato perché questo romanzo è un’occasione mancata, un gioco divertente che ti lascia poco tra le dita, se non un certo imbarazzo nel leggere della finta canzonatura di quella che dovrebbe essere la classe pensante.

La lettura del romanzo, meglio se indossando un indumento un po’ ruvido per automortificazione, fa sentire il lettore a disagio nel pensare ai propri atteggiamenti tracotanti in questo o quel settore e nel rispecchiarsi in un romanzo che poteva essere un “Da noi non può succedere” e invece si è fermato timoroso sulla soglia.

Jules

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