Ex Novo: in transito

Siamo sempre tutti in transito. Da un punto A a un punto B, da un lavoro all’altro, da una relazione all’altra, da una città all’altra. Esemplificativo e omnicomprensivo di questa definizione è il periodo dell’università. Perché sono i primi passi nell’età “da grandi”, perché si esce di casa per la prima volta e si cambia modo di vivere, perché si esplora e si viaggia, fisicamente e intellettualmente. E ci si diverte, tutto sembra scintillante, ci si muove con nella testa il sottofondo di una colonna sonora, come se fossimo nei primi minuti di un film con noi come protagonisti. La più famosa figura che si fregiava della dicitura “in transito” è l’eroina di Truman Capote, Holly Golightly. Nella testa dello scrittore, l’attrice perfetta per poterla interpretare sarebbe stata Marilyn Monroe, ma la storia del cinema finì per consegnare il volto di Holly a Audrey Hepburn.

Per questo inizio maggio, mese che appare molto di transito visto che la primavera ancora non si è manifestata in pieno, non parleremo però di “Colazione da Tiffany”, ma proprio di Audrey Hepburn, donna e attrice che ha saputo adattarsi ed edificarsi incarnando appieno la continua mobilità e transitorietà e lo faremo con una graphic novel che è quasi una favola: “Audrey” con i disegni di Roberta Zeta edito da Hop Edizioni.

Come non essere entusiasticamente in transito quando si è a New York? Le Nuovine fanno spesso su e giù con il continente americano con i viaggi e gli scambi messi a disposizione dal Collegio Nuovo

In questo volume, i testi sono descrizione discreta e accurata che completano le immagini e non distolgono l’attenzione dal tratto delicato ed elegante della disegnatrice. Accurato nella ricostruzione della vita dell’attrice, parte dalla sua infanzia in Olanda e Belgio portando in luce alcuni episodi meno noti vissuti dalla futura attrice come la mancanza della figura paterna, per poi passare alle difficoltà vissute durante la guerra quando il cibo scarseggiava e Audrey faceva la staffetta per consegnare messaggi agli oppositori del regime nazista. E poi la danza e l’abbandono di quella disciplina quando si accorge di non essere abbastanza brava, la scoperta del mondo del teatro. Le prime esperienze a Brodway, quando arrivò in America leggermente ingrassata per aver divorato dolci durante tutta la traversata e fu messa a dieta con bresaola e rucola per tornare la snella Audrey che era stata ingaggiata. Il successo, le diverse relazioni sempre però vissute lontane dagli scandali. Il suo stile e l’afflato creativo che instillò nella maison Givenchy. L’abbandono delle scene, l’impegno umanitario, il forte attaccamento alla famiglia e l’empatia per le miserie del mondo.

Si sfogliano le pagine a delicati colori pastello e ci si rende conto di come il transito di questa donna sia stato straordinario, ma non certo privo di dolore e di difficoltà. Viaggiando e dovendo soggiornare in alberghi, a volte anche per i lunghi periodi richiesti dalla lavorazione di un film, Audrey portava con sé i suoi oggetti più cari e i suoi mobili, in modo da potersi ricostruire un ambiente caldo e domestico.

Si legge con un sorriso, tornando più volte indietro per cogliere meglio le sfumature dei disegni, per ricercare qualche dettaglio sfuggito. Con un pizzico di narcisismo ci si immagina il proprio volume, come sarebbe disegnato, quali eventi nodali racconterebbe. Si sente suonare “Moon river” in lontananza, confuso con i rumori di New York. E l’idea di “transito” che a volte può sembrare spaventosa o, erroneamente, confinata nel passato diventa, di nuovo e di colpo, scintillante.

Jules

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