500 chicche per il lunedì

Se avete avuto una nonna (ed è cosa abbastanza probabile) appassionata di cruciverba (questo forse è statisticamente meno probabile, ma comunque possibile), ricorderete i pomeriggi dedicati alla Settimana Enigmistica. Dal più semplice in copertina, al mostruoso Bartezzaghi, mia nonna se li passava tutti. La sua vera abilità però risiedeva nei rebus: quelli semplici, a inversione, sostituzione, allo specchio, nessun rebus che passava sotto la sua matita restava irrisolto.

Io non ero una buona allieva. Contribuivo con qualche definizione per i cruciverba (ma solo quando si parlava di attori o cantanti moderni) ed ero bravissima a collegare i puntini e annerire gli spazi. Anche con le figure in cui si dovevano trovare le differenze non me la cavavo male. Capite quindi che dopo tutto questo gran lavoro, serviva alleggerire la mente con le freddure e le vignette che sono tratto distintivo dei giornali di enigmistica. Per rinfrancare lo spirito tra un enigma e l’altro era la prima pagina che cercavo, seguita da risate a denti stretti.

Quando mi sono trovata tra le mani “500 chicche di riso” di Alessandro Pagani, mi sono di nuovo trovata catapultata in quei felici pomeriggi. Solo che adesso lo stress da smaltire e lo spirito da rinfrancare è molto di più e 500 chicche sono proprio quello che può servire al lunedì.

Far ridere non è semplice. In scrittura risulta più facile far commuovere che non divertire con intelligenza: reggere poi la risata per 500 volte appare un compito quasi impossibile. Eppure l’autore riesce a far sempre incurvare le labbra con giochi di parole, espressioni legate al dialettale, e calmebour, splendida espressione che ho recuperato grazie all’introduzione di Cristiano Militello. Ma visto che sono convinta che l’umorismo non si possa e non si riesca a spiegare, vi lascio in compagnia di qualche chicca, in modo che anche il vostro lunedì si possa risollevare.

Partiamo con alcuni che più di tutti hanno risvegliato i miei ricordi enigmistici.

9. Il marito della cuoca è geloso del suo passato.

74. Tizio in una sartoria: «Per favore, mi attacca un bottone?»

«Tutto iniziò sabato quattro agosto millenovecentocinquantasette alle ore diciannove e trentacinque in una giornata fredda e nuvolosa, quando nacqui nel reparto maternità dell’ospedale…»

Anche i lettori di Topolino avevano le loro pagine dedicate alle battute. Il cane Sansone e le sue marachelle erano un appuntamento fisso e le vignette intervallavano le barzellette.

180. «Cameriere, ho trovato un chiodo negli spinaci.»

«E allora? Non lo sa che contengono ferro?»

Altri invece ricordano giochi di parole tipo “qual è il contrario di abbondantemente?*

402. «Scusi per Sesto Fiorentino?»

«No, io non persi ‘sto fiorentino.»

486. «Matilde di Canossa»

«Nossa.»

Corredate dalle illustrazioni di Massimiliano Zatini, queste chicche possono aiutarvi a passare meglio questo lunedì. Portatele con voi insieme alla “schiscietta” del pranzo.

Jules

*Come nella migliore tradizione enigmistica, la risposta è in fondo alla pagina: il contrario di abbondantemente è “A Berlino Petrarca dice la verità”

Oggi si consiglia… per una crescita umile

Visto che maggio è in transito e si occupa di formazione, oggi parliamo di un difetto che può accompagnare, talvolta, la crescita: ovvero la mancanza di umiltà.

A ogni passaggio, vuoi per l’età, vuoi per acquisite competenze, vuoi per maturazione, si assurge a una certa sicurezza. La sicurezza, di per sé, non è per nulla un male, ma se non viene controllata può sfociare in arroganza. Ben pochi di noi ne sono immuni e mi butto tranquillamente nel mezzo. Certe volte posso sputare sentenze con un’alterigia fastidiosa. Fino a ora non avevo trovato un testo che mi aiutasse a restare con i piedi per terra e mi facesse capire quanto si può risultare ridicoli in certe pose. Poi, al festival letterario Rovigo Racconta, sono incappata nella presentazione de “Il censimento dei radical chic” di Giacomo Papi.

Sono andata alla presentazione incuriosita dal grosso successo avuto dal volume, dal record di vendite e, soprattutto, dalla trama che stuzzicava il mio amore per le distopie sociali alla Sinclair Lewis.

In un’Italia che ricorda quella di oggi, con il disprezzo per la cultura, gli accrescitivi “professoroni, giornaloni” usati in senso spregiativo, un professore viene ucciso a calci e bastonate per aver citato Spinoza. Così si apre il romanzo, con un incipit che, a mio avviso, diventerà famoso e citato in futuro.

Il primo lo ammazzarono a bastonate perché aveva citato Spinoza durante un talk show. In effetti da parte del professor Giovanni Prospero era stata un’imprudenza aggravata dal fatto che si era presentato in studio indossando un golfino di cashemire color aragosta.

A seguito di questo omicidio, il ministro dell’Interno, nel quale si può riconoscere un politico molto attuale, decide di istituire una sorta di albo, il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic. Solo per la loro sicurezza, sia chiaro: con un comodo obolo tramite tasse, i proprietari di biblioteche, giacche in tweed e in grado di citare Tolstoj, saranno protetti dalle forze dell’ordine contro la massa meno acculturata. C’è chi ne è entusiasta perché vede riconosciuto il proprio status di intellettuale; c’è chi ne è spaventato; c’è chi butta via le proprie biblioteche e chi si affanna a comprare giacche con le toppe di velluto per poter appartenere alla preziosa categoria. La premessa, va riconosciuta, è intrigante. Unito al disclaimer che recita: “I fatti narrati in questo libro accadranno”, il romanzo ha delle potenzialità incredibili.

A sentire l’autore, il testo, oltre che denuncia dei tempi in cui viviamo in cui la semplificazione linguistica la sta facendo da padrone e dove bisogna ripetere allo sfinimento che la terra è tonda, tonda!, serve anche per prendere in giro la classe degli intellettuali, sottolineare la loro pomposità. Il compito è affidato a Clelia e Anna, cugine di primo grado e mogli di uomini di cultura che, tramite le loro telefonate, ridicolizzano chi non è “come loro”.

“Dice che basta l’autocertificazione”

“Ma li faranno i controlli, spero! Altrimenti pur di avere la scorta si iscriveranno anche i barboni.”

“Faranno delle ispezioni, credo. Ci contatteranno dal ministero per fissare un appuntamento, poi verranno a controllare i libri che abbiamo in casa, cose così…”

“Come i libri? Tutti?”

“Ma no! Non tutti. Immagino ci saranno dei punteggi!”

“Volevo ben dire: non è che se leggi Fabio Volo ti danno la scorta, mi auguro…”

“Devi avere in casa almeno L’Anti-Edipo di Deleuze-Guatari…”

Sono ridicole sì, ma tutto il romanzo di Papi, non è una sincera autocritica del ruolo dell’intellettuale che si sta svuotando della sua funzione all’interno della società. Il romanzo ha la stessa valenza di autocritica e denuncia di una donna che esclama, con finta contrizione: «Oddio, vorrei tanto ingrassare, ma niente da fare. Mangio come una betoniera e resto magra».

“Il censimento dei radical chic” ha dentro parecchio. La figura del ministro, un Buzz Windrip più insicuro; la censura dei testi nei quali vengono eliminati i lemmi difficili e che non convincono il revisore, anche se, a un certo punto, inizierà a dubitare dell’utilità e della bellezza del suo compito, come mostra la progressione delle note. Il libretto delle parole da non usare pena denuncia e multa. Una repressione dell’intellighenzia che avrebbe potuto andare molto più a fondo e invece si ferma alla superficie e tratta in maniera macchiettistica la questione, quasi con la preoccupazione di dire qualcosa di offensivo. Segno di una classe di pensatori che si sta svuotando del suo ruolo, che ci tiene al proprio stato e non ha il coraggio di prendere una posizione netta. Fiera di poter andare alle sagre e guardare dall’alto in basso che si ingozza di costine.

Ed è davvero un peccato perché questo romanzo è un’occasione mancata, un gioco divertente che ti lascia poco tra le dita, se non un certo imbarazzo nel leggere della finta canzonatura di quella che dovrebbe essere la classe pensante.

La lettura del romanzo, meglio se indossando un indumento un po’ ruvido per automortificazione, fa sentire il lettore a disagio nel pensare ai propri atteggiamenti tracotanti in questo o quel settore e nel rispecchiarsi in un romanzo che poteva essere un “Da noi non può succedere” e invece si è fermato timoroso sulla soglia.

Jules

Arrivederci ragazzi: l’antologia

Sembra il titolo dell’episodio finale di una trilogia di film di supereroi, ma se frequentate il blog da un po’ (voi affezionati dodici lettori) vi ricorderete del salotto letterario che abbiamo tenuto lo scorso autunno sul tema della formazione. Insieme a Renato Costa e Sandro La Gaccia, scrittori ed editor, abbiamo parlato di Bassani, Murakami e London e dei loro romanzi di formazione. Sono stata forzata a rileggere “Il giovane Holden” il mio grande spauracchio dell’adolescenza che non si è conquistato le mie simpatie in età adulta.

Dopo queste conversazioni è partito un progetto di scrittura creativa rivolto agli studenti dell’Università di Padova, con il patrocinio dell’ESU di Padova. L’obiettivo era la creazione di racconti che trattassero, appunto, di formazione. Con una gestazione relativamente breve, ecco che alcuni mesi dopo sono a presentarvi il prodotto del corso: “Arrivederci ragazzi”, l’antologia edito da Ciesse Edizioni.

Se penso ai rombi rossi, m’intristisco. Qualcosa che non ho mai avuto, mi dico, che non stringerò mai. Dovevano essere legati ai malumori di quell’autunno, quindi, quando lavoravo come postino nella città dov’ero studente della facoltà di lettere. Con la brutta stagione non erano aumentate solo le ore di buio, si era incupito anche il mio modo di pensare. Ero diventato pessimista, perché mi sembrava di sprecare tempo: tutta la settimana in giro con la bici, poi chiuso in casa nel week-end.

“Vertigine”

Visto che il mese di maggio è iniziato con un “Ex Novo” in transito, proseguiamo su questa falsa riga. Tutti siamo in transito, così come tutti siamo in formazione. Per fortuna, il nostro maturare non si ferma all’età adolescenziale, ma continua per tutta la nostra vita, chiaramente con problemi ed evoluzioni diverse. Quando ho incominciato la lettura dell’antologia, sono andata indietro con la memoria* ai miei punti nodali di formazione del periodo universitario. Mi sono immersa tra le pagine con un misto di curiosità e preoccupazione: curiosità per la scoperta di quali scogli ci fossero nelle vite dei ragazzi, preoccupazione perché temevo di non avere più il polso della situazione visto lo scarto generazionale. La lettura si è rivelata molto piacevole per due motivi.

Il primo (ed è quello serio) affonda nella narratologia. Si dice sempre che, per produrre un buon testo scritto, si deve raccontare il particolare per arrivare all’universale. Senza parlare di massimi sistemi e di sentimenti in generale, bisogna trovare il modo per esprimere ciò che tutti proviamo (amore, odio, invidia, solitudine) con una storia ben specifica. Allora leggiamo di racconti che fanno provare la sensazione di inadeguatezza che si prova al proprio primo lavoro come nel racconto “Primo soccorso”; la curiosità del “come saremo” da qui a cinque, dieci, vent’anni come ci viene raccontato in “Dieci anni dopo”; lo scoprire che gli “adulti” hanno la loro vita precedente fatta di gioie ed errori, esattamente come la nostra, e che si avviano verso l’ineluttabile declino come in “Dall’alto”; la perdita e le incomprensioni con gli amici come in “La stanza” e “Incomprensioni”. Piccoli racconti particolari che arrivano a farci provare sentimenti universali.

Il secondo (sembra meno serio) è che non sono così vecchia come credevo. Ovvero, l’empatia che scatta nella lettura di questi racconti trascende dall’essere in un canonico periodo di formazione come quello dell’adolescenza o degli studi. Un’antologia che è lettura coinvolgente per un pubblico di qualunque età.

Sensazione che suscita anche “Il giovane Holden”, a conti fatti; a prescindere dalla propria antipatia personale.

Jules

*sì, non sembra, ma è già passato un bel po’ di tempo.

Ex Novo: in transito

Siamo sempre tutti in transito. Da un punto A a un punto B, da un lavoro all’altro, da una relazione all’altra, da una città all’altra. Esemplificativo e omnicomprensivo di questa definizione è il periodo dell’università. Perché sono i primi passi nell’età “da grandi”, perché si esce di casa per la prima volta e si cambia modo di vivere, perché si esplora e si viaggia, fisicamente e intellettualmente. E ci si diverte, tutto sembra scintillante, ci si muove con nella testa il sottofondo di una colonna sonora, come se fossimo nei primi minuti di un film con noi come protagonisti. La più famosa figura che si fregiava della dicitura “in transito” è l’eroina di Truman Capote, Holly Golightly. Nella testa dello scrittore, l’attrice perfetta per poterla interpretare sarebbe stata Marilyn Monroe, ma la storia del cinema finì per consegnare il volto di Holly a Audrey Hepburn.

Per questo inizio maggio, mese che appare molto di transito visto che la primavera ancora non si è manifestata in pieno, non parleremo però di “Colazione da Tiffany”, ma proprio di Audrey Hepburn, donna e attrice che ha saputo adattarsi ed edificarsi incarnando appieno la continua mobilità e transitorietà e lo faremo con una graphic novel che è quasi una favola: “Audrey” con i disegni di Roberta Zeta edito da Hop Edizioni.

Come non essere entusiasticamente in transito quando si è a New York? Le Nuovine fanno spesso su e giù con il continente americano con i viaggi e gli scambi messi a disposizione dal Collegio Nuovo

In questo volume, i testi sono descrizione discreta e accurata che completano le immagini e non distolgono l’attenzione dal tratto delicato ed elegante della disegnatrice. Accurato nella ricostruzione della vita dell’attrice, parte dalla sua infanzia in Olanda e Belgio portando in luce alcuni episodi meno noti vissuti dalla futura attrice come la mancanza della figura paterna, per poi passare alle difficoltà vissute durante la guerra quando il cibo scarseggiava e Audrey faceva la staffetta per consegnare messaggi agli oppositori del regime nazista. E poi la danza e l’abbandono di quella disciplina quando si accorge di non essere abbastanza brava, la scoperta del mondo del teatro. Le prime esperienze a Brodway, quando arrivò in America leggermente ingrassata per aver divorato dolci durante tutta la traversata e fu messa a dieta con bresaola e rucola per tornare la snella Audrey che era stata ingaggiata. Il successo, le diverse relazioni sempre però vissute lontane dagli scandali. Il suo stile e l’afflato creativo che instillò nella maison Givenchy. L’abbandono delle scene, l’impegno umanitario, il forte attaccamento alla famiglia e l’empatia per le miserie del mondo.

Si sfogliano le pagine a delicati colori pastello e ci si rende conto di come il transito di questa donna sia stato straordinario, ma non certo privo di dolore e di difficoltà. Viaggiando e dovendo soggiornare in alberghi, a volte anche per i lunghi periodi richiesti dalla lavorazione di un film, Audrey portava con sé i suoi oggetti più cari e i suoi mobili, in modo da potersi ricostruire un ambiente caldo e domestico.

Si legge con un sorriso, tornando più volte indietro per cogliere meglio le sfumature dei disegni, per ricercare qualche dettaglio sfuggito. Con un pizzico di narcisismo ci si immagina il proprio volume, come sarebbe disegnato, quali eventi nodali racconterebbe. Si sente suonare “Moon river” in lontananza, confuso con i rumori di New York. E l’idea di “transito” che a volte può sembrare spaventosa o, erroneamente, confinata nel passato diventa, di nuovo e di colpo, scintillante.

Jules