Ex Novo: tornare a casa

Ex Novo
Quante cose c’erano da staccare dalle pareti a luglio! Quante cose da portare via per tornare a casa!

A luglio, chi prima, chi dopo, in base alla fine della sessione d’esami, il Collegio Nuovo si svuotava. Enormi valigie transitavano per i corridoi e ci si domandava come avessimo potuto accumulare tutte quelle cose in una sola stanza. Si parlava delle vacanze imminenti, si appuntavano gli indirizzi per mandare cartoline (sì, sono abbastanza vecchia da ricordare le cartoline, croce e delizia di ogni vacanza) e si tornava a casa. Casa, le città natie, a volte a pochi chilometri di distanza, a volte raggiungibili sono con lunghi viaggi in treno o con l’aereo. Le più desiderose di tornare a casa erano le isolane: perché, a partire da Odisseo, chi è lontano dalla propria patria isolana è esule due volte. Per celebrare il ritorno estivo a casa e per augurare buone vacanze, oggi parliamo di un inno d’amore alle diciotto isole più solitarie d’Europa: le Faroe nel romanzo Isola di Siri Ranva Hjelm Jacobsen.

Con la sua Prince 100 tracciò un cerchio morbido che includeva tutto: le montagne, i fiordi profondi e i tunnel bui.

«Questa non è Europa. Queste sono le Faroe.»

«Hette er Føroyar.»

Queste isole ricche di verde, paesaggi mozzafiato e un mare freddo e pescoso, non sempre offrono molte scelte e prospettive agli abitanti del luogo che, con il cuore bagnato e pesante, sono costretti ad emigrare sul continente e sull’amata/odiata madrepatria. Siri Jacobsen, scrittrice e giornalista danese di origini faroensi e alla sua prima opera di narrativa, prende avvio dalle vicende della propria famiglia per raccontare la nostalgia che alberga nell’animo di ogni espatriato. Fino ad oggi questo arcipelago è sempre rimasto fuori dalla mappa della nostalgia. Le Faroe, formalmente danesi, intrinsecamente indipendenti, solo ora iniziano ad affacciarsi sul panorama letterario europeo. Con quest’opera, diventano anche loro punto di arrivo e ritorno per gli esuli del continente. Con una prosa poetica e struggente, l’autrice racconta la storia del suo abbi e della sua omma, il nonno e la nonna, emigrati in Danimarca poco prima della seconda guerra Mondiale. Il titolo originale è “Ø” che vuol dire “isola”, ma che graficamente (per noi) e mentalmente per i protagonisti è un punto a cui tendere: non solo geograficamente, ma anche mentalmente. Per il nonno è la possibilità di diventare ingegnere, per la nonna è un nostos al contrario, per l’autrice il recupero delle proprie radici. Traspare nostalgia, è un romanzo che si può leggere ad alta voce e farsi cullare dal verde e dalle onde di quel gruppetto di rocce con poche abitanti.

Così si resiste meglio agli ultimi giorni lontani da casa e ci si sente in buona compagnia nell’essere esuli, isolani e abitanti di terra ferma. E visto che vengo da una terra d’acqua, circondata da un mare a quadretti, posso in parte capire il desiderio dell’eterno ritorno. A qualunque distanza e latitudine.

Jules

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