Yoga for reader: veicolate messaggi, fatevi sentire!

Garudasana

Ho passato l’ultima settimana in giro per uffici. Come chiunque viva in Italia sa, presentarsi in una struttura burocratica di qualunque natura comporta due punti certi: 1) non importa a quale ora uno si presenti: ci sarà sempre e comunque la fila 2) le persone in fila davanti a te saranno sempre e comunque agée e avranno occupato tutte le sedie disponibili.

So che molta gente si offende se qualcuno si alza, offre il proprio posto a sedere corredato da un “prego, signora”. Io non vedo l’ora che mi succeda, ma io avrei voluto essere chiamata “signora” e farmi dare del “lei” già a 16 anni. Vecchia dentro.

Quindi mi sono rassegnata ad aspettare pazientemente il mio numero in piedi e con un libro di circa 600 pagine che ho portato a termine con successo, giusto per dare un’idea dei tempi di attesa. Stare tanto in piedi non è una posizione che mi si addice poi molto: scarico il peso in maniera sbagliata, dopo poco ho male alla zona lombare e il ginocchio destro, che non si è mai ripreso da un infortunio sportivo, cigola e si lamenta.

Forse sono un po’ vecchia anche fuori, ormai.

In genere cerco di ovviare spostando il peso da una gamba all’altra provando anche a mantenermi in equilibrio su un piede solo, ben radicato a terra. Una posizione che permette di fare ciò è Garudasana, altrimenti detta “l’Aquila”.

Garudasana prende il nome da Garuda, creatura metà uomo e metà rapace cavalcatura e messaggero di Visnu. Spiegare l’entrata in posizione è più difficile di quanto non sia farlo realmente.

Ci si posiziona in piedi sul tappetino e si appoggia la pianta del piede sinistro a terra, aprendo bene le dita in modo da ampliare la base di appoggio. Si piega leggermente il ginocchio sinistro e si stacca il piede destro da terra, spostando il peso del corpo sulla sinistra. La coscia destra va sopra la sinistra e, se possibile, le dita del piede destro vanno dietro il ginocchio sinistro, oppure puntano verso il suolo. La schiena resta dritta e il bacino è diretto in avanti. Le braccia vanno in avanti, parallele al suolo. Mantenendo dritto il braccio sinistro, avvolgi il braccio destro attorno al sinistro (a questo punto il braccio sinistro è sopra il destro) e appoggia assieme i due palmi delle mani, come per rappresentare il becco dell’aquila.
Avvicina i gomiti al petto e abbassa gli avambracci portando avanti le mani, fino a riuscire a portare lo sguardo appena sopra le punte delle dita.
Tieni gli occhi aperti e mantieni l’equilibrio fissando lo sguardo su un punto prestabilito
In caso di mancanza di equilibrio si appoggiano brevemente le dita del piede destro a terra e lentamente e poi si riprende la posizione.
Si esce dalla posizione lentamente svolgendo prima le braccia e solo poi le gambe e poi si ripete la posizione dal lato opposto. L’asana aiuta a migliorare il proprio equilibrio e la stabilità, ma bisogna fare attenzione nel farla se si hanno problemi o si sono subiti infortuni alle ginocchia.

Non avendo noi occidentali, nel nostro substrato culturale, molti riferimenti all’induismo, alla parola “messaggero” l’associazione mentale a Ermes/Mercurio della mitologia classica è stato piuttosto immediato. Per modernizzare un po’ la figura degli dei, invece di leggere i poemi epici, mi sono riletta Per l’amor di un dio dell’autrice britannica Marie Phillips.

Gli dei olimpici hanno passato tempi migliori. Ignorati dalle masse e senza più fedeli si sono dovuti adeguare ad una miserabile vita a Londra. Afrodite lavora per un telefono erotico, Artemide fa la dog sitter, Ermes è un faccendiere impegnatissimo e Dioniso gestisce un bordello/night club dove si serve del vino eccellente. Apollo è il più restio a non considerarsi più il meraviglioso ed ammirato dio del sole. Continua a molestrare le umane, a trasformarle in alberi se rifiutano rapporti orali oppure a farle incenerire se non ricambiano il suo amore. Una di queste umane, la timida e schiva Alice, ha però alle sue spalle un vero eroe che veglia su di lei, uno di quelli che non si vedevano da secoli: un ingegnere strutturale con una faccia da roditore. Eppure sarebbe in grado di andare fino nell’Ade per lei e pronto a sconvolgere tutto lo status quo del pianeta pur di salvarla.

Marie Phillips è geniale nel modernizzare e rendere attuali personaggi dell’epica e della mitologia. Fonde perfettamente il nuovo con il classico con un’ironia garbata e pungente. Un po’ di tempo fa avevamo parlato anche de I cavalieri della tavola zoppa.

Con questa posizione e questo volume veicolate un messaggio. Siate messaggeri del fatto che non è possibile che ci vogliamo 45 minuti per fare un solo numero. Comunicate che il “scusi, chiedo solo una cosa” non può trasformarsi in venti minuti di litanie sul “o tempora o mores” con l’addetta dell’ufficio. Urlate al mondo che, sì, forse la faccia da “signora” ancora non ce l’avete, ma occupare tre sedie con sciarpa, guanti e il chihuahua non è sintomo di civiltà.

Jules

Oggi si consiglia a… pettegoli, maranteghe e betoneghe

Copia di meals

Il fratello se la sta cavando alla grande con la padrona di casa.

Come scusate?

Dice che la farà alzare nel giro di una settimana.

Non capisco.

Era a letto malata.

Davvero?

Oh, sì, ci ha avuto un brutto attacco il giorno di Capodanno. Era già un po’ che soffriva di reumatismi […]

Avrete sicuramente chiamato un dottore.

Era proprio qui che ti volevo. Il fratello ha scatenato un putiferio micidiale. Non voleva neanche sentirne parlare, lui. Questo perché ci ha sempre avuto la tendenza a vederli mica tanto di buon occhio i dottori. Non li ha mai voluti tra i piedi.

Capisco.

[…] Sii il dottore di te stesso, dice sempre il fratello, o va’ da ignorante che capisce l’essenziale. Quell’influenza che circolava per Natale, be’ il fratello dà la colpa ai dottori anche per quella.

Questo scambio di battute che ho dovuto ridurre un po’ per ragioni di spazio e di SIAE e che forse ho mutilato della sua esilarante percentuale comica, è il calco di conversazioni che tutti affrontiamo di tanto in tanto.

Ma hai saputo della Gianna? L’hanno trovata in ufficio con… No, aspetta, tu non sapevi che la Gianna si fosse lasciata col fidanzato? No, scusa, come non hai mai visto il fidanzato? Ma era quel tipo moro, alto, la fronte un po’ da Neandhertal… oh se piaceva a lei. Comunque l’hanno trovata in ufficio al terzo piano… come cosa ci faceva al terzo piano? Le hanno cambiato mansione…. oh, sul serio ma dove vivi?

Io affronto conversazioni di questo genere quasi tutti i giorni dopo i pasti, come se dovessi prendere dei medicinali contro la gastrite. Sono una di quelle persone che veleggiano inconsapevoli per il mondo, capaci di chiedere come va una relazione appena naufragata o sbagliare i nomi dei gemelli appena nati della tua collega. “Cascare dal pero” per me è disciplina olimpica. Agli antipodi del mio atteggiamento in fatto di relazioni sociali ci sono persone attente, perennemente informate e desiderose, molto desiderose, di fare sfoggio della loro conoscenza: sono definiti, talvolta e con cattiveria, “pettegoli”. C’è un pettegolo doc in ogni ambiente: a scuola si chiamano ficcanaso, al lavoro pettegoli, al Pentagono spie di alto livello. Senza di loro si perderebbero informazioni fondamentali per la comprensione delle dinamiche intorno a noi, non arriveremmo mai ad esplorare appieno le sfumature della Comédie humaine. In loro onore e per il loro diletto, oggi si consiglia Cronache dublinesi di Flann O’Brien.

Giornalista irlandese, Flann O’Brien ha tenuto per un ventennio una rubrica di cronache dublinesi su quotidiano Irish Times. Dagli anni ’40 in poi non ha risparmiato nessun vezzo, nessuna scorrettezza e nessua categoria ai suoi concittadini. Dai pomposi artisti, al “fratello” faccendiere che sa sbrigarsela con tutti, dai medici ai truffatori, al finto processo sui gelati alcolici, ad un inventario preciso e puntuale degli scocciatori che girano per la città, O’Brien non ha pietà. Da scanzonato  giornalista di costume prende in giro tutto e tutti, in maniera molto democratica, e nulla c’è che lui ignori della propria città.

Sì, ha sempre scritto sotto pseudonimo.

Pettegoli, attenti conoscitori della natura umana, continuate le vostre indagini. Indossate delle cuffiette per la musica (senza musica) in modo da poter ascoltare le conversazioni più disparate; non girate mai senza bicchiere per potervi appoggiare più comodamente alle porte spesse. E leggete come il vostro talento possa tramutarsi in un godibilissimo e divertente romanzo.

Fortuna che sono sotto pseudonimo anch’io.

Jules

I libri del lunedì: concisi, precisi, dritti al punto

Copia di meals (1)

Oggi è il Blue Monday. Lontani dalle feste e dalle vacanze c’è chi opta per un travestimento con un bikini rosso da Babbo Natale. Richiesto TSO, o, in mancanza, il piano ferie.

Finiti gli avanzi dei cenoni, orde vagano senza meta tra le corsie dei supermercati e cercano di ricordarsi se la mostarda si possa mangiare con le fette biscottate. A pranzo.

La Verbeau è riuscita a colpire al seno Marie Champion, ma si è bruciata un occhio. La fiala di vetriolo non è un’arma di precisione.

Senza casa né lavoro, Louis Lamarre aveva però qualche soldo in tasca. È entrato in una drogheria di Saint Denis, ha comprato un litro di petrolio, e se l’è bevuto.

A 80 anni la signora Saout, di Lambézellec, nel Finistére, cominciava a pensare che la morte si fosse dimenticata di lei. Così ha aspettato che sua figlia uscisse, e si è impiccata.

«E va bene, tolgo il disturbo!» ha detto il signor Sormet, di Vincennes, alla moglie e al di lei amante. Quindi si è fatto saltare le cervella.

I primi due sono un mio maldestro tentativo di imitare Félix Fénéon, autore di 1500 romanzi in tre righe, pubblicati anonimamente sul quotidiano “Matin” a inizio Novecento ed editi da Adelphi nel volumetto Romanzi in tre righe. Una chicca letteraria che è la massima espressione dell’eleganza e della precisione del linguaggio. Partendo da fatti di cronaca, veri o verosimili, l’autore in 30 parole o poco più sviluppa un micro romanzo, il più delle volte condito da nera ironia.

Oggi è il Blue Monday, ovvero il giorno più deprimente dell’anno: appena finite le feste natalizie, troppo lontani da ferie e vacanze, oggi si tende alla tristezza. Prendete quante più cose allegre e divertenti e di colore azzurro che avete e indossatele. Leggete queste fulminanti cronache per capire che c’è di peggio del rientro al lavoro. E sappiate che, così facendo, avete già letto ben quattro romanzi. Così potete già iniziate a far girare il vostro counter del libri letti del 2018.

Jules

P.S. ah e domani io maturo, invecchio, mi affino in barrique. Non ho ancora deciso se questo fatto peggiora o alleggerisce il mio Blue Monday

Oggi si consiglia a… ma, il gioco di ruolo, come funziona?

Copia di meals

“Ma è possibile che un mago super potente che ti fulmina con uno schiocco di dita debba tirare i dadi per scendere le scale, scivoli e muoia?”

“Una volta interpretavo un bardo donna, gnocca all’inverosimile. Dovevo sedurre delle guardie per passare un posto di blocco e ho fatto talmente critico che una di loro ha preferito buttarsi sulla propria picca invece di cedere alle mie avances”.

Ma chi vince? Ma come fate a decidere per fare un’azione? Ma conosci i tuoi compagni di gioco o è online? Ma giocate a soldi?

Quale persona si è sentita, almeno una volta, rivolgere una o più di queste domande? Ma naturalmente il giocatore di ruolo. Timida e schiva creatura emersa dalle nebbie degli anni Ottanta, potenzialmente maschio, quasi sicuramente con gli occhiali, il più delle volte poco a proprio agio con le ragazze. Negli ultimi anni il fenomeno ha coinvolto anche altre categorie umane, la moda si è allargata, i giochi si sono moltiplicati; e comunque alla frase buttata per caso “sì, sai, gioco di ruolo” una delle domande sopra citate sono inevitabili.

O se uno è particolarmente malizioso ti chiede se ti va di vestirti da maga discinta per lui in una sessione a due. Ma è più raro.

Come ovvio consiglio a chi non sa nulla dei giochi di ruolo e vuole farsi un’idea di come questa pratica si sia diffusa e sia stata vissuta negli anni in Italia posso solo suggerire di leggere La stanza profonda di Vanni Santoni.

Ogni volta, prima che il gioco cominciasse, riordinavi il tavolo e mettevi in mezzo la mappa, come a ricordare che il mondo era quello e aspettava di essere vissuto. Era bello, il momento in cui attendevi l’arrivo dei giocatori. Un momento ripetutesi infinite volte e però eccitante quanto le fasi più vivide del gioco stesso, forse perché atteso per tutta l’infanzia e l’adolescenza, quando desideravi un gruppo per giocare e non lo avevi.

Narrato in seconda persona, a metà tra memoriale e fiction, il romanzo affronta e racconta le vicende di un gruppo di amici che nel ventennio Ottanta e Novanta, si dedicano al gioco di ruolo. Avete presente la sigla di Bojack Horseman? Bojack si muove mentre sullo sfondo cambiano situazioni e personaggi della sua vita e della società di Hollywoo. Dal garage/stanza di gioco i protagonisti si vedono girare intorno il mondo in crescita di quegli anni, alcuni personaggi se ne vanno, altri ritornano mentre il protagonista, fulminato da bambino dal mondo del GDR, è sempre alla ricerca di nuovi compagni di avventure. Parte della narrazione è dedicata anche ai pregiudizi che ruotavano intorno al gioco e alle accuse di esoterismo e satanismo che lo rendevano, agli occhi dei profani, una pratica quanto mai pericolosa per le giovani menti.

La stanza profonda è una lettura utile al profano, a chi vuole lanciare uno sguardo sui decenni passati del GDR, e anche a chi quegli anni li ha vissuti e ci si ritrova completamente. Ho tifato fortemente per Santoni allo Strega del 2017, ma qualche tiro deve essere stato critico.

Già prima di incominciare il romanzo posso provare a rispondere alle domande di cui sopra.

Ma chi vince? In genere è un gioco collaborativo. A meno che tu non abbia in gruppo una persona squilibrata che decide di stuzzicare un lupo mannaro in una catacomba prima di farla saltare in aria.

Ma giocate a soldi? No, altrimenti dovrei davvero fare la maga discinta per coprire le perdite. Comunque i manuali hanno il loro buon costo.

Ma conosci i tuoi compagni di gioco o è online? Io ho sempre giocato seduta attorno ad un tavolo con persone che poi sono diventate ben più che amiche. Perché alla fine, ed è una cosa che non puoi ignorare dopo il romanzo di Santoni, una delle cose più belle è che da solo, in un gioco di ruolo, non puoi fare nulla. E se hai buoni compagni di avventura fai di tutto per tenerteli stretti.

Ah, l’abbinamento sembra proprio ovvio: un bel set di dadi. Male che vada, se uno non si converte al gioco di ruolo, li si potrà utilizzare per decidere chi deve lavare i piatti ogni sera.

Jules

Ex Novo: i saldi da Zola ai tempi moderni

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Non ci si merita un po’ di shopping per iniziare bene l’anno? Qualche accessorio nuovo, una maglia che dimostri chi siamo… peccato non aver avuto questa maglietta quando ero al Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei

Oggi non sarà il Blue Monday, ma ricominciare (per chi si è fermato) dopo due settimane di festeggiamenti quasi continui non è affare da poco. Magari qualcuno è già caduto nella temibile sessione d’esami di gennaio! Che cosa può tirare su e aiutare a superare questo primo lunedì del 2018? I saldi, ovviamente!

Nessuna delle lettrici arricci il naso infastidita da questo cliché donna=saldo. E nemmeno i lettori, perché so da fonti sicure che anche il sesso maschile non è immune dai grandi cartelli rossi con le percentuali in negativo.

E non pensiamo neanche che questo fenomeno di accaparramento sia figlio di questi debosciati tempi moderni, di questi decenni superficiali. Perché le svendite e i grandi magazzini hanno un illustre romanziere che ha dedicato loro un capitolo di una delle più importanti saghe degli ultimi due secoli: per questi giorni di saldi, parliamo di Al paradiso delle signore, undicesimo capitolo della saga dei Rougon- Macquart di Émile Zola.

Il romanzo si incentra su Octave Mouret, scaltro e sanguigno provenzale che apre, nella Parigi di fine Ottocento, l’antenato dei nostri moderni centri commerciali, appunto “Il paradiso delle signore”. Giunge a cercare impiego presso il magazzino Denise, giovinetta di campagna rimasta orfana e con due fratelli al seguito affidati alle sue cure. La ragazza è timida, impacciata e nipote di uno dei bottegai di quartiere che si vede ormai andare in rovina a causa del nuovo e spregiudicato modo di condurre gli affari di Mouret. Una storia d’amore tra i due sembra impossibile e fuori da ogni logica: Mouret la trova piuttosto insignificante, da principio,  e la povera Denise deve difendersi dal mobbing da parte delle colleghe e dell’amante del padrone, Madame Desforges. Eppure Mouret perde la testa per la rettitudine e la viva intelligenza della ragazza che, dopo lunghi tentennamenti ed esami di coscienza, decide di convolare a nozze con il suo padrone.

La BBC ne ha tratto uno sceneggiato in due stagioni. Uno sceneggiato molto, molto, molto bello. Non a livello di Downton Abbey, ma si tratta di un ottimo adattamento dell’opera. La storia viene spostata in Inghilterra, ammantata di maggiore perbenismo (la BBC non poteva certo riprodurre le deprecabili e dissolute usanze francesi di metà Ottocento) e Denise, per incontrare i gusti del pubblico moderno, viene privata della fragilità zoliana e diventa una brillante ed indipendente maga del marketing e del merchandising. Le sue esitazioni nella relazione con Morey (anglismo per Mouret) non sono date dal decoro e dal buon costume, ma dal desiderio di mantenere la sua indipendenza: una store manager in carriera con idee assolutamente all’avanguardia.

Il protagonista, del romanzo e di questi primi giorni di gennaio, è il Paradiso, il grande magazzino. Zola lo dipinge come una macchina, un nuovo luogo di culto dove le donne vengono irretite e coinvolte in orge di acquisti dal sapore quasi di baccanale. “Il Paradiso” è una forza prepotente, oscura e totalizzante della vita di Parigi: assorbe e strappa tutto intorno a sé. Mangia le vecchie botteghe che vengono assorbite per la continua espansione; strappa ai bottegai del commercio al dettaglio ogni ragione e possibilità di vita; strappa persino la vita alla cugina di Denise, abbandonata dal promesso sposo perché invaghito della scostumata Claire, commessa del grande magazzino. Eppure è una forza inevitabile ed inarrestabile come il progresso.

Dio mio! Quanti dolori! Quante famiglie che piangono e quanti vecchi gettati sul lastrico! Quanti spaventosi drammi e rovina e miseria! E lei non poteva salvare nessuno e sentiva dentro di sé che tutto ciò accadeva per il bene: che ci voleva quel mucchio di miserie per la salute di Parigi.

Possiamo storcere il naso e deprecare questa ressa nei negozi, ma ci caschiamo tutti. Aspettiamo sempre questo periodo per poterci aggiudicare quella maglietta tanto carina, ma finché non cala del 30% titubiamo nel comprare. Zola fornisce un illustre modello al quale rifarsi e al quale pensare, perché no, con un pizzico di snobismo, mentre giriamo tra le affollate corsie, sperando che nessuno si sia portato via l’ultimo modello con la nostra taglia.

Jules

I luoghi dello shopping: in laguna, in cerca di spazio

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Tanto lo sapete che a Venezia c’è l’acqua, no?

Si sa che più si hanno i posti vicini, più si rimanda a visitarli. Ma sì, tanto è qui, ci vado quando voglio. Abito a pochi chilometri di distanza da una delle mete più gettonate del turismo mondiale, Venezia, ed erano almeno sei mesi che non ci mettevo piede. Certo, è una città, in certi periodi, completamente invivibile per la massa di persone che intasano le vene e le arterie di pietra e d’acqua; scegliere volontariamente di andarci nei mesi primaverili ed estivi della Biennale è un suicidio. Il Carnevale è uno dei miei peggiori incubi. Ho fatto Capodanno una volta sola e ho giurato a me stessa che non sarebbe mai più successo. Il Redentore mi ha tolto il fiato e fatto sperimentare un attacco di demofobia come mai prima di allora.

Sì, mettendola giù così, non restano così tante finestre temporali in cui passeggiare.

Eppure Venezia è uno dei grandi amori della mia vita; c’è stato un periodo, quando lavoravo in laguna, in cui ho seriamente pensato di trasferirmici. La cosa non si è mai concretizzata, ma, nel corso degli anni, ho individuato alcuni periodi in cui andare e godermi con calma la città. Le prime due settimane di gennaio fanno al caso mio.  Passata la buriana delle feste natalizie, appena prima del bailamme del Carnevale la città è un po’ più silenziosa e tranquilla.

Tutto questo spiegone babilonese (cit.) per introdurre il fatto che finalmente sono riuscita ad andare a curiosare in una libreria che seguo da tempo solo sui social: la libreria Marco Polo.

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Campo Santa Margherita è uno dei punti di ritrovo per aperitivi e spritz della città lagunare e in un angolo, appena passata la Bifora (e se non siete mai andati lì a bere la consiglio), al numero 2899 si trova la libreria, aperta nell’autunno del 2015. Una delle tante caratteristiche di Venezia è la mancanza di spazio: calli e ponti stretti, ingenti masse di persone rendono difficile ritagliarsi il proprio spazio vitale. Entrando alla Marco Polo questa sensazione scompare. La libreria, di per sé, è piuttosto grande: occupa tre locali spaziosi (per Venezia, ma anche in generale), ma il bello è che il visitatore- lettore ha la possibilità di muoversi liberamente. Non ci sono “corridoi” obbligati, scaffali centrali ad intralciare il cammino, nessun percorso che porta ai titoli del momento.IMG_5064

Narrativa nella prima sala, arte e viaggi nella seconda, graphic novel e illustrazione in quella finale, il lettore può camminare senza rischiare di rovesciare pile di volumi. Anche se è sempre molto frequentata, e io sono andata il 2 gennaio, si può girare senza doversi fare piccoli e osservando con calma gli scaffali. Va da sé che le case editrici e i volumi selezionati sono una chicca dietro l’altra. Il sito ha un buon “muro” che rende l’idea di cosa potrete trovare.

In partenza, a brevissimo, anche dei corsi di scrittura creativa (che raccomando per esperienza diretta con i docenti) e di fotografia. Se ci sono veneziani in lettura che stavano cercando, qui trovate tutte le informazioni

Copia di Ex Novo

Sui social, la Marco Polo è conosciuta per le sue famose “panche rosse”. Due panche lignee di un bel rosso brillante, originarie delle montagne di Sappada, fanno da sfondo alle foto del mondo digitale. Non ho resistito, sono andata lì anche per conoscere le famose panche e per trovare il mio primo Nobel del 2018. Date un’occhiata alla loro pagina Instagram e capirete cosa intendo quando dico che le panche sono ormai celebri.

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Non ho resistito! Era una vita che volevo fare una foto tutta rossa 😀

C’è una Marco Polo anche in Giudecca e mi riservo di visitarla più avanti. Lì ci sono cugine più piccole delle panche rosse, ma dalle foto che ho recuperato, l’affaccio sul canale sembra spettacolare.

Il modo migliore per girare Venezia è perdersi: non è difficile, basta svoltare una calle prima del giro abituale e ci si può trovare in mondo nuovi e mai visti. Seguendo a naso l’odore dei libri (e sono ormai come un bracco che punta la pernice in questo campo), sono arrivata in Calle de l’Ogio, sestiere San Polo: una libreria a cielo aperto. Anzitutto si incappa nella fumetteria Zazà (che ho sbirciato solo dall’esterno per non aggravare le mie compromesse finanze) e poi si trovano scaffali di libri usati a bassissimo costo acquistabili mettendo la cifra esatta in una cassettina adibita allo scopo: un po’ come l’osteria senz’oste, qui abbiamo la libreria senza libraio che è anche stata protagonista di un caso di cronaca locale. Per regolamento comunale pare non sia possibile occupare lo spazio delle calli per esposizione di libri. A seguito di petizione e raccolta firme il pericolo della chiusura e dell’eliminazione dei volumi pare essere scongiurata. Il problema di spazio che affligge Venezia è reale e colpisce anche i libri.

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Venezia è ricca di questi angoli. Dall’ormai celeberrima “Acqua alta”, catalogata tra le più belle librerie al mondo, ai libri a cielo aperto, la soluzione è sempre la stessa: perdersi. Girovagare, con il naso all’insù, alla ricerca di spazio.

Jules

Calendario letterario: 1 gennaio

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Il primo giorno dell’anno, anche in letteratura, è importante. Giorno di ottimismo, da passare in un gradevole torpore e parlando a bassa voce: tutto sembra nuovo, si ricomincia da capo. Il momento dell’Alfa.

Avevo da parte alcune ricorrenze che avvengono nel parallelo mondo dei libri: gioiose, divertenti, romantiche. Ma visto che piove a dirotto e che sono in pieno mood Black mirror (è uscita la quarta stagione, ma non mi sta entusiasmando), oggi 1 gennaio ricordiamo l’inizio de I figli degli uomini.

Oggi, 1 gennaio 2021, tre minuti dopo mezzanotte, l’ultimo essere umano nato sulla terra è rimasto ucciso in una rissa in un bar di un sobborgo di Buenos Aires. Aveva venticinque anni, due mesi e dodici giorni. Stando alle prime notizie trapelate sull’incidente, Joseph Ricardo è morto com’era vissuto. La particolarità, se così la si può chiamare, di essere stato l’ultimo uomo che risulta nato all’anagrafe, pur prescindendo da qualsiasi virtù o dote personale, rappresentò sempre una difficoltà per lui. Ora è morto. (…) Quando ho sentito la notizia, mi è parso un piccolo motivo in più per iniziare il diario proprio oggi, capodanno e mio cinquantesimo compleanno.

Il romanzo di P.D. James, uscito all’inizio degli anni Novanta, appartiene al genere distopico. Si ipotizza che la razza umana stia andando incontro all’estinzione per via di una completa sterilità che ha colpito gli uomini a partire dal 1995, ultimo anno dei nuovi nati, chiamati Omega. Magari vi sarà capitato di vedere anche il film con Clive Owen di una decina di anni fa. Il 1 gennaio è sia la data della morte dell’essere umano più giovane del pianeta e sia il compleanno di Theo Faron, storico britannico e cugino dell’attuale dittatore della Gran Bretagna.

Forse, per il primo dell’anno e in generale per il periodo delle feste ci si aspetterebbe qualcosa di più allegro. I figli degli uomini ha in sé elementi di circolarità e contrapposizione. Una morte- un compleanno, da culla a tomba, Omega e Alfa, in una serie di corsi e ricorsi storici che laddove nutrono il più cupo pessimismo, d’altra parte alimentano una speranza di rinascita sebbene sotto neri auspici.

Tutto sommato, c’è sempre speranza: ovunque e in ogni luogo. E il pianto di un bambino può essere in grado di rovesciare anche la china dell’estinzione.

Buon inizio anno a tutti! 🙂

Jules