Libri del lunedì: non diciamo sciocchezze

Copia di meals

Abbiamo un grande privilegio e non ce ne rendiamo conto: quello di parlare una lingua splendida. L’italiano è ricco, elegante, pieno di sfumature. Lo sentiamo dire in ogni momento che non la valorizziamo e sfruttiamo abbastanza, che il nostro vocabolario si sta impoverendo e che lo maltrattiamo e strattoniamo senza alcun riguardo. Nelle interazioni, scritte e orali, ci limitiamo a raggiungere un minimo livello di comprensione e non di comunicazione organica.

Lavoro a contatto con il pubblico; so di cosa sto parlando quando dico che anche organizzare una semplice domanda o comprendere un breve testo scritto mette in difficoltà moltissime persone. Viene definito “analfabetismo funzionale”.

Per questo lunedì vi presento un piccolo vademecum: L’abbecedario delle sciocchezze da non scriversi di Alessandro Zaltron ed edito da Ronzani Editore. Ironico, snello e brillante presenta alcuni dei termini usati a sproposito nella nostra lingua: inglesismi, storpiature di significato, vocaboli così reiterati da aver perso ogni contenuto… gli stridenti errori della lingua italiana messi a colori su bianco e in ordine alfabetico. Ve ne cito giusto qualcuno.

Partiamo da una parola che negli ultimi anni si trova ovunque

eccellenza: parola aziendalese che funge da superlativo di ottimo, è la supercazzola di quando non si sa circoscrivere la qualità di qualcosa. Spesso abbinata a termini altrettanto vacui come tradizione e innovazione è una zeppa fastidiosa: se tutte le aziende sono eccellenti nessuno lo è per davvero.

Ah lavoriamo tutti tantissimo ormai. Ogni giorno, tutte le ore del giorno… come potremmo dire?

h24: non è il nome di un antidepressivo e nemmeno il codice del mio antifurto. Anche se accaventiquattro centra con ronde e sorveglianza, da cui eredita lo sbrigativo populismo. Espressione che non vale un’acca.

Anche il giornalismo non è esente da castronerie e reiterate espressioni. Vi dice niente “la morsa del gelo”? Come se il gelo avesse bisogno di un sostantivo chaperon per essere più freddo. Oppure

occhio del ciclone: i giornalisti utilizzano questa immagine per definire la collocazione turbolenta del protagonista di qualche scandalo. “Nell’ambito dell’inchiesta piedi puliti il calciatore XY è finito nell’occhio del ciclone”. In realtà, anche per persone digiune di Quark, Voyager e Misteri, l’occhio del ciclone è esattamente il posto più tranquillo dentro una tempesta devastante.

Le definizioni di Alessandro Zaltron ci mettono nella condizione di pensare e ripensare a i vezzi ed errori linguistici in cui tutti noi cadiamo. Personalmente, ho avuto un piccolo brivido rendendomi conto di aver sempre utilizzato in maniera errata la preposizione “presso”. Ho ridacchiato leggendo della condanna delle espressioni “entrare dentro” e “uscire fuori” che mi hanno sempre infastidito ai massimi livelli.

Prendendo spunto dall’introduzione, l’utilizzo della lingua italiana in maniera corretta e varia contro l’insieme di parole raffazzonate, è paragonabile all’utilizzo di scarpe di marca contro delle vecchie e sforacchiate scarpacce: entrambe, in qualche modo, proteggono il piede e consentono di muoversi, ma volete mettere l’effetto che fa un paio di belle Prada?

P.S. Ho letto e riletto queste poche righe, terrorizzata di aver tanto pontificato e di aver poi scritto qualche orrore.

Jules

 

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