Yoga for reader: Bhujangasana e l’Egitto

EATERY

Ci ho messo qualche tempo a riprendere con la pratica. Non sono particolarmente costante nel fare yoga da sola e sto iniziando solo ora a non sentir scricchiolare ogni singola articolazione quando faccio il saluto al sole: spero sempre che la nostra stella non si offenda per questi maldestri saluti più simili ad un “”iao” masticato che non ad un “buongiorno” ben scandito.

Amenità a parte, visto che si è in periodo di ripresa e di tentativo di adattarsi alla nuova stagione, questo mese propongo una posizione relativamente semplice e una saga facile da divorare. Bhujangasana e Ramses, il Figlio della Luce di Christian Jacq.

Bhujanga in sanscrito significa “serpente” (bhuj vuol dire “piegare) e asana, “posizione”. Bhujangasana viene quindi tradotta letteralmente come la “posizione del serpente” anche se è comunemente conosciuta come la “posizione del cobra”, perché la postura della testa, del busto e delle braccia raffigurano la forma di un cobra che si solleva con il cappuccio allargato.

Per entrare in posizione bisogna sdraiarsi a pancia in giù con la fronte sul tappetino e portare i palmi delle mani a terra sotto le spalle, allargando le dita delle mani e premendole a terra rivolte in avanti. I gomiti vanno tenuti piegati, leggermente sollevati e stretti vicino ai fianchi mentre le gambe sono unite e distese, con il collo del piede appoggiato al tappetino e le ginocchia sono tese. Inspirando, si premono i palmi delle mani a terra e si distendono le braccia sollevando il torace ed inarcando la schiena con i gomiti a contatto del corpo. L’osso pubico resta in contatto con il pavimento e il peso va scaricato su mani e gambe, contraendo i glutei e le cosce. Il torace si apre,  si rilassano le scapole e le spalle verso il basso e si porta leggermente la testa indietro.

L’asana tonifica la regione vertebrale, allieva i dolori alla schiena e aumenta la flessibilità della spina dorsale.

Ramses era solo, attendeva un segno dall’invisibile. Solo di fronte al deserto, all’immensità di un paesaggio brullo e arido, solo di fronte al proprio destino la cui chiave gli sfuggiva ancora.A ventitré anni, il principe Ramses era un atleta di un metro e ottanta, dalla splendida chioma bionda, dal volto allungato, e dotato di una muscolatura sottile e potente. La fronte larga e scoperta, l’arco prominente delle folte sopracciglia, gli occhi piccoli e vivaci, il naso lungo e lievemente arcuato, le orecchie rotonde e delicatamente orlate, le labbra alquanto spesse e la mascella forte contribuivano a dare al suo volto un piglio autoritario e seducente.

L’associazione con Ramses è venuta perché il cobra è l’animale simbolo della forza e della potenza del Faraone; l’ureo infatti si erge sulla corona del monarca. La saga, uscita a metà degli anni ’90, ha goduto di un successo strepitoso. Racconta la vita, dall’adolescenza alla morte, del più famoso faraone della storia dell’Egitto antico, Ramesse II. Si ripercorrono le tappe iconiche, dal grande amore per la sposa Nefertari, immortalato dalla costruzione del tempio di Abu Simbel, alla grande battaglia di Kadesh e alla liberazione degli ebrei ad opera di Mosè. Christian Jacq ha sempre saputo ben dosare la coerenza storica con un impianto narrativo molto scorrevole, semplice anche se a volte alcune situazioni sono ricorrenti e ripetitive. Da ragazzina amante dell’archeologia e dell’Egitto l’ho letto e stra letto: le copie cartacee che ho a casa hanno le coste scolorite e i bordi di plastica della copertina completamente arricciati. L’asana in questione non permette l’utilizzo delle mani, a meno che non si voglia rovinare a terra, e sono ricorsa quindi a leggio ed ereader.

Devo dire che tenendo questa fiera posizione, ho capito un po’ meglio perché l’ureo fosse simbolo della potenza del Faraone; e mi sono anche accorta che, pur essendo passati gli anni, la storia di Ramses si lascia leggere con piacere adesso come allora.

Jules

 

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