Ex Novo: caffè per i primi rigori autunnali

Progetto senza titolo (2)
Ieri come oggi la pausa caffè al Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei è sacra! Di qualunque facoltà tu sia e qualunque esame tu debba preparare, il supporto del caffè ti sarà fondamentale (meglio ancora se con tazza logata).

 

Il Reykjavìk. Il Reykjavìk Café, nientemeno. I nuovi proprietari si erano sentiti obbligati ad aggiungere “Café” al nome e avevano perfino ritinteggiato gli ambienti per rendere il locale un po’ più funky. I quadri alle pareti venivano cambiati con regolarità, ma tutti erano accomunati dal fatto di essere brutti. Il banco dove stava anche la cassa era grande come un francobollo eppure riusciva a contenere la più grande macchina per il caffè del mondo e un’enorme scelta di biscotti, paste e panini pronti.

La mia vita al Collegio Nuovo è stata scandita dal consumo di caffè. Lì ho imparato ad apprezzare il caffè lungo che prima non potevo vedere nemmeno disegnato: gli enormi bicchieri hanno addolcito la preparazione degli esami di latino nell’estate del 2010. Ma soprattutto, il mio gruppo di amiche, aveva l’abitudine di riunirsi in una certa stanza della palazzina B per il coffee time: dopo pranzo, a metà mattina, prima di uscire per una serata, la moka lì sembrava sempre pronta e già abbinata a dei biscotti. Visto che ieri è stata anche la Giornata Internazionale del Caffè, il libro di questo mese celebra questa bevanda e la convivialità che si porta dietro: Reykjavík Cafè di Sólveig Jónsdóttir, edito da Sonzogno.

Forse non è informazione nota ai più, ma i paesi scandinavi hanno una vera e propria venerazione per il caffè. In Svezia hanno persino un verbo specifico per indicare il “fare pausa caffè”. Sólveig Jónsdóttir, giornalista islandese, ci porta ad osservare le vite e gli amori che si intrecciano intorno al Reykjavík Cafè, caffetteria realmente esistente al centro della capitale islandese. Pur senza incrociarsi direttamente, attorno ai tavolini di quel bar ruotano una serie di figure femminili in un momento difficile della loro vita: chi affronta una separazione, chi un lutto, chi un amore impossibile, può trovare riparo e rifugio dall’inverno islandese all’interno del locale. Partendo dalla calda bevanda ci sarà possibilità, per tutte, di trovare un punto per cominciare a ricostruire la propria vita.

Letta così, la trama rientra nei canoni della chick lit. In realtà, pur avendone i tratti distintivi, questo romanzo risente (nel bene e nel male) dell’ambientazione nordica. Nel male, perché avvertiamo tutta l’oscurità dell’inverno islandese che trasmette, a noi poco abituati, un sottile senso di disagio. Nel bene perché è pervaso da un’ironia molto marcata, ma più amara rispetto a quella dei romanzi anglosassoni; acquisisce una profondità che in un romanzo di genere non saremmo tenuti ad aspettarci. È un buon volume per sbirciare nel mondo della letteratura commerciale islandese andando al di là dei thriller e dei gialli più facilmente reperibili.

Con un bel po’ di caffè si possono affrontare le prime giornate d’autunno: aggiungo anche un cappello perché, la mattina, in bici, mi si gelano già le orecchie. Per quanto mi riguarda, in questi giorni cercherò di non sentire troppo la mancanza del coffee break della palazzina B.

Jules

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