Oggi si consigli a… gli afoni

nothomb afonia

 

Mélusine aveva gli occhi e la figura di un serpente: la completai con un tubino senza maniche, a collo alto, che scendeva fino alle caviglie. Stavo quasi per imparare a suonare il flauto per incantarla quando era vestita così. Quanto a Digitaline, una bellezza velenosa, ho inventato per lei un guanto misuratore. Lunghi guanti di taffetà color porpora che salivano fino al gomito e che avevo graduato per illustrare l’adagio latino di Paracelso: dosis sola facit venenum: solo la dose fa il veleno.

Ogni due anni, puntuale come la Biennale, passo un periodo di completa afonia. Non voce bassa o un po’ di raucedine: parliamo di due o tre giorni di totale mutismo che si traduce nel comunicare tramite foglietti volanti o scrivendo le comunicazioni urgenti tramite schermo dell’ereader o del cellulare. Le informazioni più semplici vengono affidate ad una ricca gestualità.

Ridete pure, ma sono riuscita a giocare un’intera sessione di gioco di ruolo in questo modo: non on-line, proprio la giocata classica de visu.

Non mi considero una persona particolarmente verbosa o loquace, ma questi giorni di silenzio forzato mi fanno capire quanto e per quanto tempo parliamo mediamente nel corso di una giornata; e quanto sia difficile non esprimere ad alta voce i propri pensieri. Per quando capitano queste situazioni, il mio consiglio è di dedicarsi a romanzi e racconti ricchi di dialoghi e parole preziose in modo da compensare e nutrirsi. Per tutti gli afoni di ieri e di oggi, consiglio quindi Barbablù di Amélie Nothomb.

Saturnine è alla ricerca di un appartamento a Parigi. Incappa in un annuncio singolare: uno splendido e signorile palazzo è libero per una cifra irrisoria. Si tratterebbe però di convivere con il padrone, il Grande di Spagna Don Elmirio Nibal Y Milcar, eccelso cuoco, sarto e fotografo. Sembrerebbe un perfetto colpo di fortuna, non fosse che su quella casa grava una strana diceria: le ultime otto donne che vi hanno soggiornato, sono scomparse nel nulla. Il romanzo richiama, nel titolo e nelle svolgimento, l’omonima favola di Perrault. Dietro quel lusso, quella perfezione e una porta che per volere di Don Elmirio non deve mai essere aperta, c’è un sanguinoso e macabro segreto.

Questa storia è il trionfo della parola: dialoghi infilati come perle di una collana, descrizioni che sfiorano quasi il barocco e nutrono la mente di chi assiste a questi scambi, di chi osserva un amore che potrebbe nascere sotto l’ombra di un grande pericolo. A maggior ragione, chi non può parlare, può bearsi di questa ricchezza, rigirare ogni parola e ogni passaggio nella propria testa, come una caramella particolarmente succosa. Così, preso nel leggere e degustare, non sentirà il bisogno di profferire alcunché: si sa, il miglior rimedio per l’afonia è non sforzare la voce. E associare questo romanzo a un blister di Borocillina e una sciarpa per tenere calde le corde vocali.

Jules

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