Libri del lunedì: How I Met Your Mother

HIMYM card

 

Pensavo alla ragazza dei tre tatuaggi.

Pensavo che una ragazza ridotta in quel modo, sporca, ubriaca, strafatta, accompagnata da due relitti che mi chiamavano provocatore e fascio, una ragazza con il viso che nascondeva un altro viso che urlava muto da sempre e per sempre, una che in quello stato riusciva a dire faccia di vetro e testa da topo come per aggirare d’istinto le volgarità e le espressioni scurrili ecco, una così era troppo interessante per farla sparire da quel che restava della mia vita frastagliata.

Anche se è estate, il lunedì arriva lo stesso. Anzi, più difficile di prima perché i mezzi pubblici sono fornaci ardenti, le notti invitano o obbligano a stare svegli più a lungo e il trillo della mattina è più cattivo, si ha solo voglia di andare in vacanza. Per cercare di affrontare questi lunedì d’estate ci meritiamo una favola, un racconto a firma di Gianluca Morozzi e con il titolo di una delle sit-come più amate di questo inizio millennio: How I met your mother, Come ho incontrato vostra madre, edito per Intermezzi nella collana Ottantamila.

Larry, scrittore bolognese con qualche problema di ispirazione, viene invitato dal proprio vicino di casa/ coinquilino, l’Orrido (baffi spioventi, pancia a mongolfiera, musica chiassosa), ad una Serata Culturale: un tour di bevute, magari un po’ di musica e, se si ha fortuna, qualche esuberante fanciulla a cui cacciare la lingua in gola. Nello scantinato di un bar, tra punkabbestia, cocci di bottiglia e uomini ubriachi, Larry intravede tra la folla una ragazza minuta, con tre tatuaggi: è in compagnia di due relitti umani con la testa ad uovo, è palesemente fatta e con un urlo nascosto dietro il viso. La fantasia di Larry naviga sulla storia che potrebbe celarsi dietro i tre tatuaggi e, sebbene non abbia alcuna indicazione su quella ragazzina, sa di doverla ritrovare.

Vi aspettavate un’altra favola, più pastello? Siamo in un periodo in cui, come diceva un’esperta, “nessuno fa colazione da Tiffany e nessuno ha storie da ricordare: benvenuti nell’era dell’anti-innocenza”. Queste storie, di sicuro poco favolistiche, sono quello che si adatta ai nostri lunedì. Ma sapete una cosa? C’è un lieto fine anche tra i cocci di bottiglia e, proprio perché circondato da un po’ di squallore, non vi sembra la cosa più romantica che si possa mai sentire?

La collana Ottantamila di narrativa breve, raccoglie volumi sottili, leggeri, che non fanno caldo: per sicurezza, indossateli con un ventaglio. In un’era così tecnologica può essere un ottimo alleato se l’aria condizionata dovesse improvvisamente guastarsi.

Jules

Baddha Konasana: in omaggio all’India

YFR ciabattino

 

Lettere arrotondate ridotte ad un color fango secco sbiadito formano la scritta IL BAZAAR DELLE SPEZIE. Dentro, pareti costellate di ragnatele in mezzo alle quali pendono scolorite le immagini degli dèi indiani dai tristi occhi ombrosi. E in ogni angolo, esalati da chi è entrato qui, ammonticchiati tra i bioccoli di polvere, i desideri. Tra tutti gli oggetti della mia bottega, la presenza più antica. Perché persino qui, in questa terra nuova che è l’America, in questa città orgogliosa di rinascere a ogni palpito del cuore, sono sempre le stesse cose a destare le nostre brame, ancora e ancora.

Pensando allo yoga, viene naturale l’associazione con l’India, culla di questa pratica. Visto che questo mese faccio esattamente un anno come “yogina”,  vorrei che sia l’asana che il libro fossero un atto di omaggio a questa nazione.  Da una posizione che si può trovare in ogni strada d’India a un romanzo che è con me da ormai quasi un decennio: Baddha Konasana e La maga delle spezie di Chitra Banerjee Divakarumi.

Partiamo dalla posizione (e ringrazio Cecilia Gandolfi di Mappamundi Yoga per le note tecniche) di Baddha Konasana: baddha significa «legato», «trattenuto»; kona può essere interpretato come «angolo» e, in maniera più incerta, «aquila». Etimologicamente si traduce come «posizione dell’angolo trattenuto» ed è tipica dei ciabattini indiani seduti nei loro negozietti di strada; viene infatti comunemente chiamata «posizione del ciabattino». Per entrare in posizione, si avvicinano i talloni al pube e si premono i piedi l’uno contro l’altro in modo che le piante combacino e le ginocchia siano libere e, man mano che ci si rilassa, possano scendere lateralmente verso terra. La colonna vertebrale si distende, allungando la zona cervicale e mantenendo il mento leggermente verso il basso. Come sempre, i benefici sono molteplici: aiuta a prevenire la formazione di ernie del disco nella zona lombare e a ridurre il dolore nel caso si soffra di sciatalgia o lombosciatalgia, rilassa e distende i muscoli pelvici e dell’interno coscia e sviluppa la flessibilità di anche, ginocchia e caviglie riequilibrando artrosi a livello femorale, dell’anca e del ginocchio. Attenzione solo se si è subito un trauma, o si soffra di un disturbo cronico o sia stato sottoposto recentemente a un intervento chirurgico alle ginocchia, anche o zona pelvica. La posizione è ottima per la meditazione e si può tranquillamente tenere anche nei momenti di lettura.

Tilo porta il nome dei semi di sesamo. Nei panni di un’anziana e curva signora, dalla sua bottega nel centro di San Francisco, dispensa spezie ed incantesimi. Cannella, per il coraggio, polpa di mango, per una bellezza abbagliante, trigonella, per il desiderio. La maga dovrebbe attenersi a una serie di regole: mai affezionarsi a chi le chiede aiuto, non intervenire personalmente e ricordare che solo le spezie sono eterne ed importanti. Tilo però è ribelle, passionaria e con le mani di lava e le vite che vede passare sotto i suoi occhi e il fascino del caos fuori dai muri della bottega, la porteranno ad infrangere i regolamenti.

Considero la posizione del ciabattino un filo che unisce la mia vita sportiva e da lettrice pre- yoga. Quando giocavo a pallavolo, era un classico esercizio per riscaldare le anche; da lettrice (e quando ero più flessibile) riuscivo a stare a lungo in questa posa immersa nel romanzo di turno. La trovavo molto più comoda delle classiche gambe incrociate. Quando l’ho ritrovata, mi sono sentita più a casa e l’ho associata a questo romanzo che mi accompagna, con varie riletture, da diversi anni. Per una pratica che rende omaggio all’India, in tutte le sue forme, dallo yoga alla letteratura, e alla meditazione che può accomunare entrambe.

Jules

 

Oggi si consiglia a… chi si sente troppo “grande”

vacanze isola card

Ne parlano come uno dei mali del secolo, ma ci sono volte in cui un pizzico di sindrome di Peter Pan non guasterebbe. Sono i giorni in cui al lavoro ci sono rogne, il lavandino perde, hai dimenticato importanti fogli burocratici e nel frigo ci sono solo alimenti sani: insomma, una giornata adulta in tutti i sensi. Certo, quando eravamo bambini non vedevamo l’ora di diventare “grandi” ed essere indipendenti e padroni della nostra vita. Sembrava così allettante! Poi, quando ci si arriva, ci sono giornate in cui si è in coda al semaforo e si guardano i bambini che vanno a scuola e si pensa “Che invidia! Loro sì che non hanno problemi!”. Se siete in una giornata di questo tipo o ci siete mai passati, ecco il consiglio per voi: Vacanze all’isola dei gabbiani di Astrid Lindgren.

Nato dalla mente dell’autrice di Pippi Calzelunghe, questo romanzo ha goduto di minor successo popolare rispetto all’avventurosa orfanella. Narra della famiglia Melkerson, eclettico gruppo di Stoccolma guidato da Melker, il padre scrittore un po’ squinternato, che porta i figli a passare le vacanze estive in un isolotto ai confini dell’arcipelago della capitale svedese. Qui, grandi e bambini vivono avventure e momenti magici, circondati dalla natura e dalle atmosfere del nord Europa.

Sono particolarmente affezionata a questo volume. È stato uno dei primissimi romanzi che ho letto tutto da sola e per il mio Io bambina era un grande traguardo. Lo rileggo ancora, ogni estate, perché mi riporta alla mente il piacere della scoperta della carta stampata e perché l’ambientazione resta una delle più vibranti che io abbia mai letto. Quando sono andata a Stoccolma, mi sono precipitata a prenotare un giro in barca per le isole e mi è parso di essere entrata nelle pagine della Lindgren. È la storia perfetta per rilassare il nostro muscolo da adulti e tornare ad essere un po’ ingenui e leggeri: il padre, Melker Melkerson, mantiene uno spirito fanciullesco e a volte poco pratico che è una boccata di aria fresca quando si è immersi nelle logoranti quotidianità. I suoi figli a volte sono costretti ad essere per lui punto fermo eppure non smettono di credere ai ranocchi che si trasformano in principi o alle foche figlie del re del mare. Questo non perché siano infantili, ma perché il buon cuore e la spensieratezza dominano anche sui momenti tristi della vita.

«Isola dei Gabbiani, che bel nome! È per via di questo nome che ci ho preso in affitto la casa».

Karin, la figlia diciannovenne, lo guardò scuotendo la testa. Che padre sventato avevano! Si avvicinava alla cinquantina, ma era più ingenuo, spensierato e impulsivo dei suoi figli. «Proprio una cosa da te. Sì proprio una cosa da te affittare una casa su un’isola che non hai mai visto, solo perché ti piaceva il nome».

«Perché non fanno tutti così? O forse bisogna essere uno scrittore mezzo matto per fare una cosa del genere. Un semplice nome… Isola dei Gabbiani… ah ah! Magari un altro sarebbe andato prima a vedere».

Godetevelo, ridete, sentite l’estate e, se ne avete ancora, tirate fuori un pelouche per accompagnare la lettura. Ma sì che li avete ancora! Sono dietro le borse invernali, li avete messi lì per non far prendere polvere. Tiratene fuori almeno uno.

Jules

Ah, piccolo inciso: questo romanzo sarà per me protagonista per “Letti di notte 2017”. Come, dove, perché? A brevissimo su Facebook tutti i dettagli.

 

Oggi si consiglia… a chi ama bere

cocktail book

Premesso che il vero, buon bevitore preferisce assaporare il cocktail lontano dal pasto, ritenendolo un piacere in sé che merita piena attenzione e il minor numero possibile d’interferenze, storicamente esiste una classificazione che distingue tra pre dinner (dunque da aperitivo); after dinner (digestivo) e any time (un tonico da assumere per rinfrescarsi in estate e rinfrancarsi in inverno).

Vivo in un posto in cui saper bere è considerato quasi un dovere civile. Non parlo solo del Veneto, dove l’alcol è rimedio, cura e causa di ogni male, ma dell’Italia in generale. Non saper dire quale sia la tua preferenza in fatto di vini è un po’ come arrivare al bancone del bar e non sapere come ti piace prendere il caffè. Siamo italiani virgola ca… spita!

Abbiamo però una grossa lacuna: il mondo dei cocktail. Abituati ad associarli al luccichio degli anni Venti o ai bar newyorkesi, li guardiamo con sospetto. Complice il fatto che sia davvero difficile trovare locali che li sappiano fare a regola d’arte e comunque convinti che “siano solo robe colorate adatte ai ragazzini che non sanno bere” (cit. di esponenti della cultura alcolica veneta), tendiamo a snobbarli. Nel tentativo di colmare questa lacuna, mi sono immersa in Il cocktail. Manuale pratico per i cultori della bevuta shakerata di Eric Killkenny.

Lo smilzo volumetto, sottile e pratico da portare in giro, rientra nella collana Stare al mondo. Compendio portatile per il gentiluomo moderno edito da Nuova Editrice Berti. Vuole essere manuale, raccolta di aneddoti e guida pratica alla realizzazione di un tonico stimolante, composto da liquori di ogni sorta, zucchero, acqua e amaro. Pagine inebrianti che profumano di alcol e risuonano al ritmo di swing. Consentono di ravvivare ogni situazione, se la conversazione langue, con succosi aneddoti riguardo alle personalizzazioni del Martini o da dove viene il nome del celebre Negroni. Da portare in società, per gentiluomini e gentildonne, appeso al polso come i vecchi carnet di ballo. Potrete dire “voglio berlo mentre ancora mi sorride” con cognizione di causa e che l’on the rocks si serve solo nei tumbler bassi.

In omaggio al sentire comune cocktail/ anni Venti, mettete un giro di perle e fumate con il bocchino mentre sfogliate queste pagine. Se non fumate, usatelo come segnalibro.

Siamo italiani virgola po… ffarbacco! Sulle bevande alcoliche non dobbiamo farci mettere i piedi in testa da nessuno!

Jules

Ex Novo: piccoli intermezzi prima delle vacanze

ex novo giugno
Da Budapest al Ticino in canoa, fra viaggi e sport, il Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei non si ferma mai!

Ci mettiamo in viaggio, dico.

Che viaggio?, chiede.

Tu, io e Thebie partiamo, spiego. Andiamo a cercare vostro padre.

Logan fissa la televisione come se fosse l’unica barriera verso la felicità eterna. Come un segugio fissa uno scoiattolo prima di scatenare l’inferno.

Poi si calma.

Dove?, domanda.

Non so, rispondo. South Dakota…ma vedremo. Ho una traccia.

Cosa si fa se lo troviamo?

Non lo so, rispondo.

Cosa si fa se non lo troviamo?

Non so nemmeno questo, rispondo.

Fantaizer, risponde.

 

Se settembre è considerato il lunedì dell’anno, giugno occupa, a buon diritto, il ruolo del venerdì. Che si sia a scuola o al lavoro, giugno sa già di vacanze. Le ferie sono vicine, gli ultimi giorni di studio scivolano via veloci e anche se ci aspettano scadenze o esami, l’estate è definitivamente nell’aria. Certo, all’università e poi nel mondo del lavoro, non ha più il significato che aveva da bambini: si è persa la totale spensieratezza e il completo relax. Allora, aspettando le vere ferie e le vere vacanze, bisogna distrarsi con brevi gite, piccoli viaggi per staccare un po’. Nello zaino mettete In viaggio con la zia di Miriam Toews.

Le zie, nell’universo letterario, in genere sono i parenti tenuti più in secondo piano. Usurpate da matrigne (normalmente cattive), nonni (che subentrano a genitori scomparsi), fratelli (che proteggono dalla cattiveria del mondo adulto) e finanche animali domestici (gli unici che veramente comprendono), non hanno mai avuto un ruolo primario come eroi letterari. Solo negli ultimi cinquant’anni hanno cominciato a rivendicare per sé un ruolo di maggior rilievo: così su due piedi possiamo annoverare l’eccentrica zia Augusta di Graham Greene, la viveuse Mame di Patrick Dennis e, da oggi, anche la giovane, confusa e coraggiosa Hattie Troutman di Miriam Toews.

Hattie Troutmans vive a Parigi ed è costretta a rientrare in Canada per via del ricovero forzato della sorella Min, da tempo affetta da disturbi mentali. Ad aspettarla nella terra natale trova i due nipoti: Logan, quindicenne amante del basket, e Thebes, una folletta di undici anni con in capelli tinti di viola. Improvvisamente zia a tempo pieno, Hattie si vede costretta, un po’ per menzogna e un po’ per la necessità di distrarre i ragazzini dalla situazione in cui versa la madre, ad organizzare un viaggio. Attraversando tutti gli Stati Uniti alla ricerca del padre, cacciato di casa ormai da anni, Miriam Toews pittura un on the road tenero e amaramente divertente.

Questo volumetto, sia per formato che per la storia narrata, vuole essere portato in giro! Vuole salire su auto, treni, biciclette e, perché no, anche canoe, vuole essere lasciato sui sedili e non ha paura di sporcarsi. Non ha bisogno di segnalibri raffinati, ma gli basta un’orecchia ad una pagina o, al massimo, un biglietto dell’autobus. Non perché sia un libro che non ha valore, ma perché ne acquista tanto più risulta vissuto. Nulla esclude che vogliate regalare questo libro, alla fine del vostro viaggio, ad un altro lettore e In fuga con la zia non se la prenderà: sarà contento di sperimentare altri sedili e altri mezzi di trasporto.

Jules