Relax: riemergendo dopo un mese

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Questa mattina, dopo l’ultimo sorso di caffè, sono riemersa da un mese di full immersion. Per circa cinque settimane mi sono dedicata esclusivamente ad una corposa saga familiare, coinvolgente, avvincente e tutti gli altri avverbi positivi in -mente che possono passarvi per la testa.

Il problema, che poi di reale problema non si tratta, è che in queste cinque settimane si è generata un po’ di anarchia. Non sono affetta da Tsundoku, ovvero l’accumulo di libri senza leggerli, ma complice la mia totale immersione nel mondo britannico a cavallo della seconda guerra mondiale (avete capito che saga ho letto?), i libri hanno preso il controllo. Hanno fatto come i gatti randagi: si avvicinano, prima guardinghi, alle finestre. Poi si mettono in un angolo del giardino a prendere il sole e scappano non appena li guardi. Infine li trovi a gironzolare in cucina mentre studiano le ricette migliori per cuocere il salmone che hanno già messo a marinare. Scroccandoti pure il wi-fi per andare su giallozafferano.it. Così ora mi trovo con la pila di libri che vedete in foto: mi guardano sornioni e fanno le fusa. Sanno che è domenica e non potrò rifiutare loro un po’ di dovute coccole.

Jules

Shopping: preparandosi al ponte

Pennac

«Sostenevi di detestare le maiuscole».

Ah! Terribili sentinelle, le maiuscole! Mi sembrava che si ergessero tra i nomi propri e me per imperdirmene la frequentazione. Qualsiasi parola su cui era impressa una maiuscola era destinata all’oblio istantaneo: città, fiumi, battaglia, eroi, trattati, poeti, galassie, teoremi espulsi dalla memoria causa maiuscola paralizzante. Altolà, esclamava la maiuscola, vietato varcare la porta di questo nome, è troppo corretto, non sei degno, sei un cretino!

La prossima settimana ci regala un altro ponte, uno dei tanti di questo generoso 2017. No, questa volta non dirò nemmeno una parola su chi lavora e deve cercare di farsi forza. Nemmeno una sillaba! Oggi voglio pensare a quanto sarà bello, per chi potrà, godersi qualche giorno di pace, con il sole. Prima di passare al volume consigliato per lo shopping in vista del ponte, è necessario un piccolo cappello introduttivo.

Del mio Io bambina, ricordo molto chiaramente la polivalenza di sensazioni provocatemi da una pubblicità: quella degli zaini e gli articoli per la scuola. Se la vedevo a giugno, la seguivo affascinata, mi piaceva pensare al nuovo astuccio che avrei comprato o alla gomma a forma di torta che avrei chiesto di avere. Se la pubblicità capitava dopo Ferragosto, venivo presa dall’angoscia. L’estate era agli sgoccioli, il nuovo astuccio non era un colorato e scintillante nuovo accessorio, ma uno strumento lavorativo; la gomma si sarebbe sporcata presto per tutti gli errori commessi.

Diario di scuola di Daniel Pennac racconta le vicissitudini accademiche del prolifico scrittore francese, da poco ritornato con il suo sempiterno Malusséne. Da uno scrittore ci immagineremmo un passato scolastico impeccabile, con ottimi voti soprattutto in letteratura e composizione. Ci vengono invece svelati trascorsi da monello, da somaro distratto insofferente alle lezioni. Ci fa ridere e ci fa riflettere sulla psicologia degli studenti meno brillanti: fate attenzione insegnanti! Forse, il ragazzo in ultima fila che scarabocchia degli omini a margine quaderno, è il futuro premio Campiello.

Questo volume metà saggio e metà autobiografico, è l’equivalente della pubblicità degli zaini. Terrificante se letto a settembre, con tutto l’anno scolastico e lavorativo davanti; sfizioso se letto a inizio giugno, quando le ferie sono vicine e le scuole in chiusura. Gli unici che dovrebbero astenersi dalla lettura sono gli studenti che affrontano la maturità, perché l’incubo non è ancora completamente passato. Abbinatelo ad un costume: voglio davvero augurarmi che l’estate sia finalmente arrivata e che la gita fuori porta possa includere le prime spiagge e le prime onde.

Scusate non ci riesco: se lavorerete durante il ponte, resistete, resistete, resistete!

Jules

Yoga for readers: pilastri tra libro e cielo

YFR pilastro

Il filo si leva dalla torre dietro di me. Insieme intraprendiamo il nostro viaggio aereo, facendo un buco nel cielo che ci guarda.

Nel cappello introduttivo a questa rubrica, ho segnalato che i lettori praticano lo yoga in maniera inconsapevole. Da ragazzina, una delle mie pose preferite per la lettura era stare con le gambe dritte, appoggiate al muro e tese verso l’alto. Riuscivo a mantenerla per ore, il libro praticamente schiacciato sulla faccia. Sempre nelle primissime lezioni di yoga, sono incappata nella posizione del pilastro che mi ha fatto avere l’illuminazione e mi ha definitivamente convinto che lo yoga poteva fare per me.

L’asana di questo mese è proprio quella del pilastro e il romanzo che le si associa è Toccare le nuvole di Philippe Petit. Senza l’appoggio del muro, così provvidenziale per me bambina, ecco come si presenta la asana.

Stambasana è composto da Stamba, ovvero “il pilastro di sostegno” e Asana posizione. In quest’asana il corpo dell’allievo diventa come un pilastro che simbolicamente sostiene il cielo. Entrare in posizione è relativamente semplice: sdraiati a terra con le braccia lungo il corpo con le palme rivolte verso il basso, si sollevano le gambe in modo da formare un angolo retto con il busto. Si possono tenere le gambe tese nella versione più intensa, oppure piegarle per chi vuole praticare più dolcemente. La posizione si mantiene tra i 10 e i 30 respiri con i piedi a martello, per poi riportare le gambe a terra il più lentamente possibile, senza piegarle nella versione più intensa. Tra i tanti benefici contribuisce a facilitare la digestione, previene le sciatalgie, rafforza gli addominali e dà ristoro al cuore.

Philippe Petit è un giocoliere e un funambolo. Ha tracciato il suo palcoscenico di gesso sui marciapiedi di tutta Europa. Poi, un giorno, nella sala d’attesa del dentista, si imbatte in un trafiletto che annuncia la costruzione, a New York, di due grattacieli alti addirittura 100 metri in più della Torre Eiffel: sono destinati a fare il solletico alle nuvole. Philippe è un funambolo abusivo esperto: ha passeggiato sognante a 80 metri d’altezza tra i campanili di Notre- Dame e tra i piloni del ponte d’acciaio del porto di Sidney. Queste torri sono la sfida che cercava: non sa nulla né della loro architettura né delle difficoltà o dei venti che dovrà superare. Sa solo che deve realizzare questo coup. Circondato dalla più eterogenea delle équipe composta da giocolieri, fotografi, funamboli e commessi in negozi di elettronica provenienti da ogni parte del mondo studia il colpo che lo porterà, la mattina del 7 agosto 1974, a danzare a 417 metri di altezza contro il cielo lattiginoso di Manhattan.

Non è una storia che si legge per la prosa. Sono frasi brevi, senza virtuosismi. Ad essere del tutto onesti, nemmeno il protagonista è particolarmente simpatico. È un sognatore della razza più pericolosa, di quelli così concentrati sul loro obiettivo da diventare egoisti, arroganti e insensibili. Più di una volta, durante la lettura, viene da chiedersi perché i suoi complici non l’abbiano mandato al diavolo. Eppure è una storia che toglie il fiato. Non solo perché le foto di repertorio mostrano questo piccolo essere umano camminare disinvolto su un filo che sembra invisibile oppure in equilibrio sui cornicioni del 110 piano della torre sud. Ma anche e soprattutto perché racconta di un sogno apparentemente impossibile: tutti noi ne abbiamo uno del genere nel cassetto. Toccare le nuvole è la storia di un uomo che, per un paio d’ore, è stato così vicino al cielo da sembrarne quasi il pilastro. Veniva da domandarsi se il cielo avrebbe retto, una volta che lui fosse disceso. Tenendo l’asana del pilastro e leggendo queste pagine possiamo e dobbiamo immaginare di essere colonne portanti del cielo sopra di noi, pronti e capaci a realizzare ogni impresa.

Jules

 

Oggi si consiglia a… i vegetariani

Vegetariani

 

Dopo il consiglio della scorsa settimana per i carnivori, quest’oggi osserviamo l’altra parte della barricata: i vegetariani. Se negli anni ’90 fiorivano ovunque steak house e ristoranti specializzati in carne, la tendenza degli ultimi anni si è spostata verso il verde. L’uso originale e gustoso dei vegetali è diventato una nuova forme di arte culinaria e riscuote successo anche tra chi non disdegna ogni tanto un pezzo di carne. Insalate come mandala, soia trattata per assomigliare allo spezzatino, colorati ed originali abbinamenti sono presenti in ogni strada del centro città e in ogni pagina Instagram. Visto che stiamo giocando sugli estremi e visto che di vegetariani e vegani intransigenti che ne sono (non neghiamolo!), questa graphic novel è pensata per loro: Vivi e vegeta. Un noir vegetariano di Francesco Savino e Stefano Simeone.

Nel Distretto dei Fiori, dove si fugge dal mondo degli umani e molto spesso piove, l’atmosfera non è festante. Il cimitero di vasi rovesciati si arricchisce sempre di più: nei giorni di sole, i fiori spariscono senza lasciare traccia, rapiti dai perfidi girasoli Anthos ed Elios. Nessuno sa cosa succeda loro, solo che vengono portati verso la Serra. Carl il Cactus arriva in città in un giorno di pioggia, le spine fradice e il cuore pesante, alla ricerca di Nora, la sua fidanzata che rientra nella lista degli scomparsi. Mentre nel mondo delle piante e dei fiori si diffonde sempre più l’eco pauroso della parola “vegani”, Carl dovrà fare luce su un terribile mistero.

Il pubblico femminile sicuramente ricorderà quel capolavoro cinematografico di Notthing Hill; Hugh Grant si trova a cena con una ragazza che si definisce “fruttariana”  e che mangia solo frutta e verdura già caduti dalla pianta. Guardando con aria schifata la carota sulla forchetta di Hugh Grant esclama, a metà tra rabbia e compassione, “Quella carota è stata assassinata”. Dopo tanti anni di galline in fuga e vari Babe destinati alle tavole delle feste, finalmente abbiamo anche la versione vegetale. I fiori e le piante, qui ritratti in maniera antropomorfa, vivono in una società organizzata, con le proprie faide e i propri problemi, ma caratterizzata dalla fuga del mondo degli umani, ormai sempre più asserviti alla cucina green. Nato come web comic sulla piattaforma Verticalismi.it, Vivi e Vegeta mescola elementi noir e western e si mette nei panni dei portatori di clorofilla, terrorizzati dal suono del minipimer e che riempiono i propri incubi con le ricette di verdeclorofilliano.com. Indossando elementi fioriti (ho fatto un po’ fatica a trovare qualcosa, avevo solo degli orecchini!) portate all’estremo la vostra empatia per le piante; aprite, leggete e sentitevi in colpa, o vegetariani! Pensate a quanti fiori e foglie si sono sacrificate per voi! Quanti amori vegetali spezzati, quanti traumi! Non potrete più guardare la vostra insalata con gli stessi occhi di prima.

Jules

Oggi si consiglia a… i carnivori

madsen

Ero completamente in estasi; pensare a come avevo trasmutato le carni di un animale vivo – come per un arcano procedimento alchemico che trasforma il piombo in oro – mi trasèprtò in una dimensione della realtà più elevata, più luminosa, più dolce, più sapida, più ricca. Il bouquet del suo prezioso icore indugiava nella mia bocca come il retrogusto di un vino d’annata, come la grazia sontuosa di un sacramento amministrato per via orale. Ancor più, era carne assimilata alla mia carne.

Don Camillo, nella pellicola Il compagno Don Camillo, per esortare i finti profughi russi a raccontare le atrocità commesse dal regime, imbottendoli di cibo spiegava che, in Italia, quando si mangia, si parla e si discute. La tavola è per noi zona di incontro conviviale. Negli ultimi anni però, è anche terreno di uno scontro degno delle migliori partite di Risiko: la sempiterna disputa tra carnivori e vegetariani.

Gli appartenenti agli estremi delle due fazioni provano forte insofferenza nei confronti dei loro opposti. Come puoi mangiare qualcosa che era vivo, come puoi negare la natura della nostra specie, ma cosa mangi se non mangi carne/verdure… le variabili sul tema oscillano tra lo scherno e la stoccata, tesi a portare a casa il ragionamento vincente della propria filosofia alimentare. Cercherò quindi, in queste due settimane, un consiglio per entrambi gli schieramenti; pubblicazioni e abbinamenti “estremi” per entrambi in modo da smorzare un po’ l’integralismo. Partiamo con i carnivori: per voi si mette nel piatto Confessioni di un cuoco eretico di David Madsen.

Orlando Crispe, sin da bambino, è stato affascinato dalla carne in maniera erotica e voluttuosa. L’ossessione per la ricerca della perfezione, della mirabolante ricetta e del gusto eccelso lo ha portato ad andare contro a critici, clienti e finanche alla regole della comune morale e della legge. Attingendo all’orgiastico piacere dato dalle compatte fibre di carne, non c’è nulla che questo dionisiaco chef non possa realizzare. Compreso plagiare, sedurre, rovinare e distruggere chi gli si para davanti.

Quando ho visto il titolo sullo scaffale, non ho avuto dubbi sull’acquisto: in un mondo di narrativa in cui la cucina ha poteri magici e taumaturgici, in pagine colme di profumo di zenzero, cupcake che fanno innamorare e spezie che curano le ferite del passato, una storia moralmente scorretta sul primitivo ed erotico piacere della carne mi è sembrata riequilibrante. Parzialmente lo è stata: sanguigna e cruda, la vicenda del folle chef, gronda sangue e trasuda gusto. Ma in molti punti travalica il puro e primitivo piacere del dilaniare, scivola nel grottesco e nel disturbante e suscita un inorridito, per quanto intrigato, disgusto. Fa l’effetto di un’indigestione di carne che, per quanto tenera e succosa, nausea.

Così deliziosamente cattivo da abbinare a pelle nera e borchie, per rafforzarne l’effetto. Posso assicurare che anche il più convinto dei carnivori dopo queste pagine, desidererà solo insalate dai colori vivaci e morbidi plumcake alle verdure. Almeno per un paio di giorni.

Jules

Shopping: per gli addii al celibato

Niven celibato

Chissenefrega. Da un punto di vista esistenziale: a chi cazzo frega? Ti scopi una, ti scopi un’altra, non ti scopi un’altra, il pianeta continuerà a girare e tutti noi in questa stanza saremo polvere nel giro di sessant’anni.

Nonostante il tempo miri a farci credere il contrario, è maggio. Vi ricordate cosa si diceva la settimana scorsa? Maggio è il mese delle rose, delle prime belle giornate, dei matrimoni… se una settimana fa abbiamo parlato di addii al nubilato, per par condicio e mia personale predilezione per la simmetria, oggi si parla di addii al celibato. ALERT: da qui in poi entriamo nel campo dello stereotipo.

Storica consuetudine, fatta di alcol, grandi mangiate e battute sulla “fine dei giochi” e l’inizio della schiavitù. Non so se la spogliarellista sia ancora di moda o legale, fatto sta che l’addio al celibato deve essere una festa epicamente testosteronica. Miei cari gentlemen, c’è un libro anche per questa occasione: Maschio bianco etero di John Niven.

Kennedy Marr è uno scrittore di successo che ha saputo prendere dal verso giusto la capricciosa dea dell’arte. Dopo alcuni romanzi tradotti in ogni angolo del globo, si è dedicato alla scrittura e limatura di sceneggiature cinematografiche. Passa il suo tempo tra locali, cocktail, droghe e gambe aperte di ogni starlette e donna appetibile di tutta la costa losangelina. Pazienza se non scrive un romanzo da oltre quattro anni e, ‘rcatroia se ha un sacco di sceneggiature arretrate da consegnare e sono anni che non vede la sua famiglia: lui continua a vivere così la sua vita, in qualche modo si farà. Il “qualche modo” giunge nell’inaspettata forma di un premio letterario britannico: in cambio di mezzo milione di sterline (fondamentali per salvarlo dal fisco in agguato), Kennedy è costretto a rientrare in Gran Bretagna e ad insegnare nella stessa università della ex- moglie, ad un tiro di schioppo dalla madre moribonda e lontano da tutta la scintillante vita hollywoodiana. Per Kennedy è come sprofondare nel proprio inferno personale.

Kennedy Marr è un bad boy antipatico, agli occhi femminili, ma gli occhi maschili lo guardano con un pizzico di (ben dissimulata) invidia. Cazzo, lui fa veramente tutto quello che ogni maschio bianco etero vorrebbe fare: soldi, sesso, successo, non c’è nulla che gli sia precluso. Ogni uomo in procinto di sposarsi immagina che il suo “game over” lo porti a rinunciare a queste tre scintillanti S. Eppure Kennedy Marr è un grandissimo ed irrimediabile coglione. Le lettrici lo pensano dopo due pagine, i lettori dopo quattro, ma la conclusione è sempre quella. Nonostante la vita gli vada sempre e comunque per il verso giuto, anche quando proprio non lo meriterebbe, nessuno vorrebbe fare cambio con lui e con lo squallore della sua vita che lui non riesce a percepire, ma che noi vediamo fin troppo bene.

Gentlemen, leggetelo, invidiatelo per qualche paragrafo e poi ringraziate di non essere lui. Potrete poi avviarvi all’altare senza che nessun dubbio vi offuschi la mente.

Sì, l’abbinamento è sempre sul genere della scorsa settimana (frusta e manette sono intercambiabili con i due volumi). Rideteci su e divertitevi.

Jules

Ex Novo: siam tutte Beatrici

card maggio
“Le Beatrici” di Stefano Benni e un gruppo di Nuovine dagli studi e le provenienze più disparate. Guarda su Collegio Nuovo- Fondazione Sandra e Enea Mattei

C’è un vecchio detto che recita: «Se metti tredici specchi a riflettere la luna, otterrai tredici diversi riflessi, ma sempre la stessa luna».  Guardando la copertina de Le Beatrici di Stefano Benni, edito da Feltrinelli, si osserva una donna, in abito di foggia medievale, che gira delle carte mentre uno specchio a tre pareti alle sue spalle riflette la sua figura. Già si intuisce che cosa si potrà trovare all’interno di questo libello. Otto monologhi, tutti con voce femminile; donne completamente diverse le une dalle altre per linguaggio, tematica affrontata e carattere. I brani possono essere letti singolarmente, visti come le varie fasi della vita che ogni donna affronta oppure come piccoli tasselli che compongono un’unica figura.

Essere una Beatrice non è per forza sinonimo di grazia e purezza. Nemmeno la Beatrice per eccellenza, quella di Dante, rispecchia questo canone

Già ne ha scritto uno, di verso, che te lo raccomando:

TANTO GENTILE E TANTO ONESTA PARE. Certo che il letterato capisce che PARE sta per APPARE. Ma quelli del borgo San Jacopo, quando passo, li sento: “Guarda la Bea, la Beatrice Portinari…sai che c’è? Tanto gentile e tanto onesta…PARE”. E giù che ridono. Bel servizio mi ha fatto, la Poiana canappiona.

Essere una Beatrice, magari adolescente, vuol dire sapersi conformare e parlare un linguaggio diverso e speciale. Lo sa bene Angie, una ragazzina vuota e superficiale e influenzata dai precetti della vita di gruppo giovanile.

Be’ insomma, lui era alla frutta e lei in para, si sono impezzati, si sono incontrati ad un happy hour, ma era un sad moment, erano tristi, si sono fatti sedici caipirinhe, un po’ di lingue in bocca, poi sono andati ad un party da Chicco e Sara, dai, la sera che Ninni si è fatta trovare a scopare in piscina col Rasta, dai, insomma, l’amore è entrato nel loro cielo, tutto è diventato azzurro, si sono messi insieme subito ma dopo una settimana hanno litigato, capiscimi.

Essere una Beatrice può voler dire dover sgomitare nel mondo del lavoro dove, ancora adesso, non si è considerati alla pari dei colleghi di sesso opposto; può voler dire ricoprire il ruolo dell’amante o essere diventate vecchie ed essere sempre rimaste in attesa. Le donne di Benni raccontato, si sfogano e si compiacciono, talvolta, di quello che sono. In ognuna di loro, per quanto sembri impossibile, ciascuna può ritrovare parte di sé.

Per quanto sia un’opera sottile e meglio contenerla in una borsa piuttosto capiente, per far spazio a tutte le personalità che saltano fuori dalle pagine. Essendo noi donne multitasking e multiformi, tra queste righe si troverà sempre il dialogo adatto e la nostra persona Beatrice nella quale rispecchiarsi.

Jules