Shopping: per gli addii al nubilato

patricia brent

«Il suo fidanzato?» balbettò la signorina Wangle.

«Ma cara» disse la signora Mosscrop- Smythe «non ci aveva mai detto di essere fidanzata».

«Ah no?» chiese Patricia con noncuranza.

«E non porta nessun anello» aggiunse la signorina Sikkum, preoccupata.

«Non amo questi simboli di schiavitù» rispose allegramente Patricia. «Si sta più liberi senza».

Maggio si avvicina: maggio è il mese delle rose, delle giornate calde, ma non ancora afose, dei primi vestitini, dei matrimoni… Già. Maggio e settembre sono ottimi mesi per pronunciare il fatidico “sì”. Sapete cosa viene prima di un matrimonio?

Non rispondete: crisi isteriche, litigi, perdite di peso, parenti che si aggiungono all’ultimo. La risposta corretta è: gli addii al celibato/ nubilato. Già.

Sugli addii al celibato, forse perché di tradizione più antica, abbiamo un’idea più o meno chiara (o stereotipata): alcol, night, spogliarellista, gioco d’azzardo… Gli addii al nubilato sono invece avvolti da un mistero maggiore. Certo, c’è sempre la possibilità di far travestire la sposa, farla flirtare con sconosciuti nei bar, obbligarla a distribuire caramelle dalle forme equivoche, farla ubriacare e regalarle strumenti ricreativi. Ci sono però anche le varianti più soft: spa, week end con le amiche, degustazioni enogastronomiche… Ormai si sceglie sempre di più l’opzione meno scontata. Sul programma non posso dire nulla: fermo restando che si tratta comunque di una bella festa tra amiche, qualunque cosa si decida di fare sarà sicuramente apprezzato. Sul fronte regali invece, metto becco e se siete in giro per fare shopping in vista di un addio al nubilato per il week end, ecco il romanzo adatto: Patricia Brent, zitella di Herbert G. Jenkins.

Patricia Brent è una giovane che viva a Londra negli anni della Prima Guerra Mondiale. Per quanto appena ventiquattrenne, viene considerata una vecchia nubile dagli altri occupanti della pensione in cui vive. Stanca dei continui pettegolezzi, con coraggio fuori dal comune e fuori dai tempi, decide, una sera a cena, di attaccare bottone con un giovanotto sconosciuto e farlo passare per il suo fidanzato agli occhi curiosi dei suoi conoscenti. Non considerando la notevole attrazione che lei finirà per avere sul fortunato giovane, innescherà una serie di divertenti tira e molla e di situazioni romantiche ed imbarazzanti.

Una romantic comedy come ne abbiamo viste tante. Pare un classico prodotto degli ultimi vent’anni, eppure Patricia Brent, Spinster risale al 1918. Coniugando una trama a tutti gli effetti molto moderna, con un umorismo alla Woodhouse, può diventare un intelligente regalo, divertente senza essere scontato.

Sì, in foto vedete bene, ci sono delle manette. È vero che si vuole andare su sentieri meno battuti, ma perché non coniugare anche qui una divertente commedia di inizio secolo con uno dei più classici regali da addio al nubilato?

Jules

I libri del lunedì: non buttiamoci giù! Davvero!

Hornby

«Faccia pure.»

«Aspetterò che si sia…Insomma, aspetterò.»

«Quindi ha intenzione di starmi a guardare.»

«No. Si figuri. Penso che preferisce farlo in solitudine.»

«Pensa bene.»

«Andrò là.»

«Tanto poi, mentre cado, le do una voce.»

Io ho riso, ma lei no.

«E dai…non era male come battuta, date le circostanze.»

Lo so: ci si chiederà cosa possa avere una da lamentarsi in un lunedì di ponte. È la summa di ogni felicità e positiva congiunzione astrale. Un lunedì in cui non si lavora.

Giusto.

Sappiate che, purtroppo, per molti oggi non è ponte, anzi. C’è più gente, più movimento, più problemi da risolvere e sì, sono tra quelle che non fa ponte. Pertanto dedico ai lavoratori in lettura questo romanzo, quello che nello sconforto della sveglia di questa mattina, mi è balzato agli occhi: Non buttiamoci giù di Nick Hornby.

Nella notte di Capodanno, quattro persone si trovano in cima a un palazzo di Londra: sono tutti decisi a farla finita. Chi per problemi familiari, chi per una reputazione distrutta, chi per delusione amorosa sono tutti decisi a fare il grande passo nel vuoto. Il suicidio però è una cosa che si affronta in solitudine e se dietro di te c’è la coda, la poesia viene un po’ a scemare. Tra i quattro di instaura quindi un rapporto di mutuo soccorso: si terranno sotto controllo, l’uno con l’altro, in modo da scongiurare che la tentazione della passeggiata nel nulla non torni a farsi sentire.

Ci sono alcun argomenti che, pur politically incorrect, si prestano ad un umorismo nero, meglio ancora se anglosassone. Non ne faccio un elenco per sicurezza, ma diciamo che il suicidio è il tema scelto da Hornby in quest’opera del 2007. Oggi serve un volume così: delle pagine che facciano fare risate a denti stretti, a sfiorare quasi il pelo dell’isteria. Perché, mettetela come vi pare, questo lunedì è davvero una piccola morte.

Signore, mettetelo con dei tacchi: cerchiamo almeno di non cadere da quelli, per oggi. Leggetelo con calma: lunedì prossimo sarà di nuovo ponte e potrebbe essere ancora utile. Buon lavoro e buon lunedì a tutti!

Jules

Yoga for readers: il cane a testa in giù

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Dentro di me ero convinta che lo yoga mi avrebbe in qualche modo fatta diventare una persona migliore. Migliore di prima, migliore di tutti gli altri. Più virtuosa. Mi piaceva l’idea di essere una che faceva yoga.

Come anticipato ieri, ecco il primo consiglio della popolare (lo diventerà di sicuro!) rubrica Yoga for readers. Visto che si è in apertura, ho scelto un volume dal titolo esemplificativo: Il cane a testa in giù di Claire Dederer che si associa alla posizione Adho Mukha Svanasana ovvero… il cane a testa in giù.

Mi permetto di riutilizzare un volume già consigliato (lo trovate qui): un racconto autobiografico di una scrittrice freelance e neo mamma che inizia a praticare più  per trovare una soluzione al mal di schiena perenne che non per altre ragioni. Lo yoga diventa pratica importante nella sua esistenza e diventa anche lente di interpretazione per la vita quotidiana e per eventi del suo passato. Tutto questo senza innalzarlo a dottrina.

Scritto in maniera molto lineare e con lessico semplice, mostra la situazione di tanti neofiti (e non solo): sto praticando in maniera corretta, lo sto facendo per le ragioni giuste, non sto solo facendo ginnastica sono interrogativi che passano per la mente di chiunque si approcci allo yoga.

Adho Mukha Svanasana deriva dal sanscrito: adho/in basso, mukha/faccia, svana/cane e asana che significa posizione. Se avete mai osservato un cane, sapete benissimo come fa per stirarsi la schiena allungando le zampe posteriori. La posizione si incontra fin dalle prime lezioni di yoga, visto che fa parte della sequenza del Saluto al Sole. Pur essendo relativamente leggera, è un’asana invertita con la testa più in basso del cuore. Tra i suoi tanti benefici tonifica e distende la colonna vertebrale, rinforza le braccia, migliora l’agilità nelle gambe e allevia il mal di testa e i problemi di insonnia. 

Appare abbastanza ovvio perché questo romanzo e questa posizione ben si associno. Li considero entrambi un buon punto di inizio: Claire Dederer ci mostra l’approccio di una persona normale, senza particolare propensione iniziale per lo yoga e di come la pratica possa diventare quasi essenziale nella vita ognuno. Si fa la conoscenza di Adho Mukha Svanasana sin dalle prime lezioni, pare quasi troppo semplice da eseguire, ma tenendola per alcuni respiri si inizia veramente a capire cosa lo yoga sia o possa essere per noi.

Jules

Informazioni yogiche a cura di MappaMundi Yoga Padova.

Yoga for readers

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Illustrazione ad opera di Gemma Correl

Tutti i lettori sono inconsapevoli praticanti dello yoga.

Avete mai letto con le gambe stese per aria o appoggiate contro il muro? State facendo “il pilastro”.

Avete mai sfogliato un volume a pancia in giù con la braccia incrociate sotto il mento? Complimenti, è la posizione del “coccodrillo”.

Siete mai stati a gambe incrociate? Sicuramente vi siete avvicinati alla posizione del “loto”.

Sono una “yogina” piuttosto recente: quasi un anno di pratica. La cosa  che mi colpì di più durante le prime lezioni fu proprio la presenza di asana che “normalmente” usavo per leggere: il pilastro, il coccodrillo, il mezzo loto, mi accompagnavano da quasi una vita e non me ne ero mai resa conto. Con il passare del tempo, la pratica è diventata una componente importante della mia quotidianità e, acquisita quella minima (davvero minima) sicurezza, ho deciso di unire lettura e yoga in maniera più precisa ed organica.

Nasce quindi un’altra piccola rubrica: yoga for readers che combinerà letteratura e posizioni yoga. A volte saranno posizioni evocative di un determinato romanzo (o viceversa), a volte saranno posizioni utili e comode per la lettura. Ovviamente, per la parte dello yoga, mi avvalgo della preziosissima collaborazione di Mappamundi Yoga, centro di yoga a Padova. Le mie insostituibili insegnanti si sono prese carico delle spiegazioni riguardanti le asana e si sobbarcano anche il compito di fotografe. Hanno tutta la mia gratitudine per la grande esperienza che forniscono e anche per la pazienza.

Ci leggiamo domani con il primo consiglio yogico.

Jules

yoga for readers

Shopping: per Pasqua

Copia di meals (2)

Posso leggere facilmente nei loro occhi, le loro bocche – questa con l’aria amareggiata gusterà le mie scorze d’arancia aromatizzate; e questa con il sorriso dolce apprezzerà i cuori d’albicocca dal centro morbido; questa ragazza con i capelli scompigliati dal vento adorerà i mendiants; questa donna vivace e allegra adorerà i boeri. Per Guillame, i fiorentini, mangiati a modo da un piattino nella sua ordinata casa da scapolo. La golosità di Narcisse per i tartufi di cioccolato doppio rivela un cuore d’oro sotto l’aspetto burbero. E i bambini… Ricci di cioccolato, bottoni bianchi con vermicelli colorati, pain d’épices orlato d’oro, frutti di marzapane nei loro nidi di carta crespata, torrone di cioccolato croccante, cioccolatini ripieni, biscotti croccanti… Vendo sogni, piccoli comfort, tentazioni dolci e innocue per far scendere una schiera di santi che precipitano uno dopo l’altro tra le nocciole e i torroncini…

Ammetto che sto giocando facile. Quasi verrebbe da non continuare. Però non farei onore alla mia attività non suggerendo un compagno di carta per il lungo week end  pasquale. Vi trattengo poco perché so che sono comunque giornate impegnative.

Non mi sono dovuta scervellare più di tanto su quale dovesse essere il libro per questo week end: Chocolat di Joanne Harris è sicuramente la scelta migliore.

Mi sembra addiritturo tautologico mettere qualche informazione sulla trama perché tra libro e film non c’è davvero lettrice/lettore che non sappia a grandi linee la storia. Per di più, l’arco temporale di svolgimento della storia va dalla fine del Carnevale fino alla domenica di Pasqua. La cosa importante da sapere è che non lo si può leggere senza una congrua dose di cioccolato vicino a sè. Calza davvero a pennello.

Sarete tutti molto impegnati in queste giornate: fare gli ultimi acquisti, preparare il pranzo pasquale, trovare idee (se già non l’avete fatto) per l’odiata/ amata Pasquetta… In mezzo a queste ultime spese e doveri, infilate una breve puntata in libreria. Probabilmente si tratta di uno dei romanzi più ristampati e facile da reperire, in caso non l’abbiate già. Leggetelo dopo la lunga mangiata, quando potrete sdraiarvi tranquilli con un caffè e un pezzetto di cioccolato, oppure mettetelo nel cestino per il pic- nic di Pasquetta. Dovesse piovere, vi farà compagnia a casa.

Io risolverò ogni problema lavorando entrambi i giorni. Però, l’uovo che vedete in foto mi aspetta a casa pronto per essere rotto e il romanzo, che è uno dei miei preferiti tanto da averne una copia ormai consunta dall’uso, sapranno comunque darmi l’illusione di festeggiare.

Jules

Oggi si consiglia a… chi deve fare il cambio armadio

Copia di meals

Sicuramente non mi sono presa per tempo, ma sta di fatto che sto facendo il cambio armadio proprio adesso. Vedo gente, ormai da almeno un mese, che gira senza calze, senza giacca e in maniche corte quindi ipotizzo di essere in ritardo sulla tabella di marcia, ma ci sono due scomode verità da affrontare: 1) non mi fido del tempo. Temo sempre che Maggio sorrida divertito nel vedere le mie magliette e si vendichi della mia hybris abbassando le temperature di almeno dieci gradi. 2) Detesto visceralmente fare il cambio di stagione. Mi diverto fino a quando si tratta di appendere i “nuovi” abiti nell’armadio: li stiro (per la prima e ultima volta nella stagione), li metto per colore e per sfumature, ammiro il risultato finale conscia che non durerà a lungo. Quando poi arrivo alla parte del lavare e mettere via le cose invernali, mi perdo d’animo. Ecco perché mi sono fermata, in mezzo ad una pila di panni neri più o meno ammucchiati e mi sono messa alla ricerca di un volume che potesse rendermi più semplice il lavoro. Per fortuna, per ogni problema c’è un libro con la soluzione: Atlante degli abiti smessi di Elvira Seminara.

Una donna è scappata, ha lasciato l’Italia e la famiglia e lascia dietro di sé, molliche di pane per la figlia, un lungo e dettagliato catalogo dei propri abiti e accessori; divisi per tipologia, colore, utilizzo, ricordi e sentimenti; mormoranti di vicende passate e pieni di accenni ad un passato che si è fatto doloroso.

Mi ha sorpreso ripescare questo volume. In tutta onestà, non mi aveva fatto impazzire. L’ho sempre trovato troppo fumoso, più interessato a lasciare accenni così nebulosi su eventi passati da non far comprendere fino in fondo la storia della fuga e dell’abbandono della voce narrante. Sicuramente voluto, dal punto di vista strettamente narrativo e di trama mi ha lievemente irritato. Invece, le descrizioni degli abiti, del loro relazionarsi a situazioni, sentimenti ed eventi, mi ha incantato.

«Vestiti elfi. Che non trovi in nessun posto quando li cerchi. Ma poi rispuntano beffardi come niente fosse, in bella vista, proprio là, esattamente dove prima non c’erano. Inutile spostare grucce e rovistare, in questi casi, meglio non accanirsi, tanto ritornano. Tu devi far finta di nulla. Tieni gli occhi chiusi, se senti un fruscio mentre dormi. Devi stare al gioco se vuoi la pace nel tuo armadio».
«Vestiti che vogliono brillare, come le bombe».
«Vestiti che hai paura a rimettere, perché quel giorno sei stata così felice».

Alcune pagine, scelte a caso, dall’Atlante servono a nobilitare un’attività prosaica come il cambio armadio. Metto via una gonna nera e mi ricordo di quella cena quando hanno confuso l’ordinazione, ma ero così affamata da non rimandarla indietro. Provo a piegare un maglione occupando poco spazio e mi viene in mente quella mattina in cui non sapevo dello sciopero degli autobus e sono rimasta ad aspettare per oltre mezz’ora: per fortuna che la lana spessa mi ha protetta. Il lavoro procede spedito, più semplice e complice.

Già.

Devo provarci.

In fondo, non ho un armadio così smisurato.

Indosso anche un abito azzurro, abbinamento consigliato per questo volume. Perché i vestiti azzurri fanno pensare alle donne di Vermeer: ognuna di noi merita di sentirsi, almeno una volta, come una donna di Vermeer.

Jules

 

Relax: di nuovo a proposito di felini

Lettere gatto

Nulla, nella mia mente, incarna l’idea del relax come i gatti. Una domenica libera richiama quindi tra le mani l’ennesimo volume che parla di felini: Lettere dal mio gatto di Helen Hunt Jackson.

Sui social abbondano le pagine umoristiche fatte per dare voce ai nostri animali domestici. Finte chat su whatsapp e meme mettono in scena una profonda umanizzazione dei nostri animali domestici che vengono dipinti come dolci sciocchi (i cani) oppure attenti e cinici calcolatori (i gatti). In questo volumetto, scritto nella seconda metà dell’Ottocento, la visione è modificata. Micina, la gatta della scrittrice, viene immaginata come l’autrice di una fitta corrispondenza durante le vacanze della padroncina. Tra domestiche che non la sopportano, simpatie per il nuovo gattone dei vicini e disavventure con i barili di sapone, la gatta viene presentata in maniera molto diversa dai suoi simili contemporanei: Micina mostra venerazione e autentica affezione verso la “sua” umana. Ne sente la mancanza non tanto in quanto distributrice di cibo, ma autentica amica e compagna e la idolatra con cieco affetto. Più simile ad un cane, nella nostra mente, che non ad un animale indipendente come il gatto.

«Povera Micina, niente più bei giochi per te, fino a che Helen non torna a casa!» e io pensato che sarei scoppiata in lacrime. Mi sembra tuttavia che sia un comportamento molto sciocco da tenere, di fronte a ciò che è inevitabile, così ho finto di avere qualcosa nell’occhio sinistro e l’ho strofinato con la zampa. È molto raro che io pianga per qualcosa, a meno che non si tratti del latte versato. Spero tu abbia trovato le castagne per il cavallo che ti ho messo sul fondo della carrozza. Non riuscivo a pensare a nient’altro da mettere lì dentro che ti potesse ricordare la tua gattina.

Difficile immaginare un gatto di oggi rivolgersi così al proprio domestico, giusto? I gatti di cui mi prendo cura io, di solito, si strusciano con affetto fino a che non ho aperto la busta con i bocconcini per poi ignorarmi ed indirizzarmi solo vezzosi colpi di coda una volta compiuto il mio dovere.

Jules

P.S. Gli orecchini in abbinamento sono di Tun Design