Oggi si consiglia a… chi ha troppo da studiare

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Non c’è universo, compreso il nostro, che non inizi con la parola. Ogni golem della storia del mondo, dalla deliziosa capra del rabbino Hanina al Frankestein fatto con l’argilla del fiume dal rabbino Judah Loew ben Bezalel, è stato chiamato in vita attraverso il linguaggio, il mormorio, il racconto, le chiacchiere cabalistiche.

Già De Crescenzo se ne lamentava: uno che per lavoro legge tutto il giorno per documentarsi o per studiare, la sera, momento statisticamente più frequente da dedicare alla lettura, non ha proprio voglia di prendere un libro in mano. Ne discutevo anch’io, nel mio piccolo, con un’amica una settimana fa. Sommerse da studio e lavoro, vagheggiavamo come un miraggio la possibilità di avere una serata in cui stappare una bottiglia di vino e perdersi in un bel libro. Ci tengo a sottolineare la parola “bello” perché, anche per chi è vorace lettore, capitano periodi in cui non si riesce a farsi coinvolgere dalle pagine. Si aprono due, tre volumi di fila che hanno i loro pregi, ma che non ti fanno venir voglia di metterti lì tranquilla e sprofondare nella storia. Per chi studia poi il problema è aggravato dal fatto che già legge tutto il giorno articoli e testi scolastici; la sera si vuole solo riposare gli occhi e staccare il cervello. Il consiglio di oggi è duplice: come per i profumi, ho scelto di fare la fragranza “She” e “Him” e selezionare due tomi adatti per chi studia troppo. Ovviamente e come appena detto, si abbinano entrambi con del vino. Io amo il Lambrusco, ma qui c’è libertà di scelta.

Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Michael Chabon narra di due originali creatori di fumetti nella New York degli anni ’30-’40. Attento alla realtà storica, è splendidamente documentato. Il petalo cremisi e il bianco di Michel Faber, è la storia di ascesa della giovane Sugar, prostituta nella Londra vittoriana.

Ho volutamente mantenuto la trama sul vago e con informazioni che si possono tranquillamente trovare su Wikipedia, per una precisa ragione: non ho mai usato la massa come discrimine, ma i volumi si aggirano intorno alle 900 pagine. Cadauno. Impossibile farne quindi un sunto preciso ed esaustivo. Sembrerebbero l’antitesi del consiglio per chi vuole solo rilassarsi e leggere senza difficoltà. Ma, così come ci sono volumi di poche decine di pagine dense come il mercurio, entrambi i romanzi avviluppano così tanto nella storia da scivolare via leggeri. Hanno l’enorme pregio di essere costruiti con attenzione alla realtà storica che viene descritta in maniera tutt’altro che pedante e didattica. Creano un intreccio di storie, livelli di lettura e sottobosco di personaggi che paiono quasi più romanzi in uno. Riportano la mente ai tempi in cui si sprofondava felici in un libro voluminoso: si correva meno il rischio di finirlo troppo presto. Fanno riassaporare il gusto dell’avventura che ci prendeva da ragazzini all’apertura di ogni nuovo testo.

La loro stessa mole li impone come libri “da casa”: vi assicuro, ho provato a portarli in giro, ma finivo per lasciare a casa tutto il restante contenuto della borsa.

Jules

P.S. Entrambi i romanzi sono di inizio millennio. Se c’è qualche lettore di gusto più conservatore e desideroso comunque di annegare in un oceano di pagine, propongo la variante Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas e Via col vento di Margaret Mitchell.

Oggi si consiglia a… chi ha l’influenza

Copia di meals

Beda il Bardo è vissuto nel quindicesimo secolo e la gran parte della sua vita rimane avvolta nel mistero. Si sa che è nato nello Yorkshire e l’unica xilografia esistente lo mostra con una barba straordinariamente rigogliosa. Se le fiabe riflettono accuratamente le sue opinioni, doveva essere abbastanza bendisposto verso i Babbani, che considerava più ignoranti che malevoli. Gli eroi e le eroine che trionfano nelle sue storie non sono i più dotati di poteri magici, ma coloro che dimostrano maggiori gentilezza, buonsenso e ingegnosità.

Sono sicura che capita anche a voi o conoscete persone con un curioso sistema immunitario. Per tutto l’inverno non hanno nemmeno un accenno di raffreddore, escono con i capelli umidi la mattina perché sono in ritardo, dimenticano la sciarpa, ma nemmene uno starnuto si presenta. Poi arriva l’agognata primavera, il primo giorno di una stagione tiepida e di rinascita ed ecco che si bloccano a letto. L’allergia non c’entra è semplicemente una questione di karma stagionale.

Come vi curavano quando eravate bambini? Io ho un ben preciso ricordo di mela grattuggiata, bevande calde, tachipirina e una lettura in sottofondo perché la testa faceva troppo male per leggere da soli. Ho iniziato Sinuhe l’Egiziano proprio durante un’influenza. Sta di fatto che, da malati, torniamo tutti un po’ bambini e abbiamo bisogno di essere accuditi. Consiglio quindi Le favole di Beda il Bardo di J.K Rowling.

Qui diventa superflua ogni presentazione. Tutti lo conoscono; uscito dopo la fine della saga di HP, contiene la favola dei tre fratelli in aggiunta ad altri titoli nominati nel corso dei volumi e tratta delle fiabe che vengono narrate ai bimbi maghi. D’altra parte, se dici loro Cenerentola, ti domandano se non si tratti di una malattia. Cinque racconti con traduzione dalle rune ad opera di Hermione Granger e commenti del professor Albus Silente. Lette da soli o lette da qualcuno ad alta voce (se proprio siete moribondi) hanno un effetto terapeutico e riportano a quel periodo in cui essere malati era, sì, una scocciatura, ma era anche un modo per saltare la scuola.

Abbinatelo con dei fazzoletti di stoffa. Tanti anche!

Jules

Shopping: di traslochi e altri spostamenti

Pappagallo albero pepe

Attraversai il nostro ponticello traballante e raggiunsi il verde dei campi lungo il fiume. In cima ci sono i pennacchi giganteschi del bosco di eucalipti, che dominano gli olivi intorno al campo di erba medica. Quest’ultima è del verde più intenso che si possa immaginare, punteggiata qua e là di fiorellini azzurri: basta guardarli per sentirsi rinfrescati, nei giorni d’estate. Il sentiero, lì, passa attraverso una specie di galleria di enormi rovi, tamerici e ginestre, dopo la quale inizia la collina che porta a casa nostra.

C’è stato un periodo, negli anni ’10 di questo secolo, in cui ha avuto un discreto successo il filone narrativo dei “trasferimenti”: generalmente si trattava di nativi anglosassoni che, stufi della pioggia e della nebbia della madrepatria, decidevano di spostarsi verso sud, in luoghi più caldi e ricchi di colori come la Spagna o la Francia. Peter Mayle ha invaso gli scaffali con molteplici titoli che contenevano la parola Provenza, fino ad attirare l’attenzione di Ridley Scott e regalarci anche una buona trasposizione cinematografica (un po’ stereotipata, ma piacevole). Questo breve cappello introduttivo serve per lo shopping di oggi: se un paio di settimane fa abbiamo parlato di cosa portare se si è invitati a cena, oggi si consiglia qualcosa da portare a chi sta/ha appena traslocato: Un pappagallo sull’albero del pepe.

Ha sicuramente goduto di minor fortuna rispetto a Peter Mayle, ma Chris Stewart, originario batterista dei Genesis, riconvertito a tosatore di pecore, riconvertito a scrittore, ha realizzato una brillante trilogia sulla sua vita in Andalusia. Un pappagallo sull’albero del pepe è una raccolta di piccoli aneddoti di vita nel cuore della Spagna, tra variopinti vicini, eccentriche usanze e sottile umorismo. Traspare tepore dalle pagine e fa sentire la grande passione di questo inglese che, dopo una vita abbastanza nomade, ha scelto la Spagna come sua terra di adozione e si batte attivamente per il matenimento della natura in quei luoghi.

Ogni trasloco porta traumi. Anche se non stiamo parlando di andare a vivere in un altro paese e cambiare completamente vita, il semplice spostamento di casa è un impegno e una fatica non da poco. Ci si rende conto di quante cose si sono accumulate, si decide, a volte con dolore, cosa buttare, si fanno i conti con scatoloni che, per quanto ci provi, restano a farti compagnia per molto, molto tempo. Se avete quindi qualche amico che trasloca, regalate questo libro con il consiglio di trovare il tempo per leggerlo anche in mezzo alle operazioni di imballaggio: un po’ per ridere e non soccombere allo stress e un po’ perché se l’autore è riuscito a stabilirsi nel mezzo del nulla in Andalusia, tutti possiamo spostarci quanto e come vogliamo. Questo volume è il centrale della trilogia, detta “dei limoni”: il primo, Una casa tra i limoni, è edito per Guanda. Il terzo capitolo The Almond Blossom Appreciation Society non è disponibile in italiano. Nulla di grave: si legge piacevolmente da solo e senza buchi narrativi.

Si abbina ad una camicia scozzese, per me, da sempre, divisa ufficiale quando si tratta di traslochi. Giusto per la cronaca, io ho traslocato cinque mesi fa: la scorsa settimana ho trovato uno scatolone sotto al letto. Non so come ci sia finito, ma ho ritrovato un beauty case che pensavo di aver perso.

Jules

Oggi si consiglia… alle ragazze nerd

Your name

E poi, tutto a un tratto, mi sono accorta che la punta della cometa si era divisa in due. Sembrava che una delle due punte enormi e luminose si avvicinasse sempre di più. Poco dopo hanno cominciato a splendere diverse meteore sottilissime. Sembrava che stessero cadendo le stelle. Anzi, è stata una notte in cui sono davvero cadute le stelle. Quel cielo notturno era bellissimo, tanto da dare l’impressione di non essere reale, come se fosse una visione dentro a un sogno.

Un po’ di tempo fa, avevo suggerito un libro per uomini nerd, per farli uscire dalla solita spirale fantasy. Per equilibrare, oggi ci occupiamo della controparte femminile. Giochiamo per qualche riga sugli stereotipi e sugli estremi di genere.

Se pensiamo ad un uomo nerd, lo immaginiamo concentrato su fumetti, videogiochi, giochi di ruolo e, ammettiamolo, poco propenso alla vita sociale e difficilmente a proprio agio con il mondo femminile. L’uomo dei fumetti dei Simpson e The Big Bang Theory hanno fatto enormi danni alla categoria.

Per le ragazze la questione è un po’ diversa. Una nerd può anche essere solo appassionata di HP, leggere manga e, se possibile, portare occhiali grandi, ma graziosi. Una nerd ha un privilegiato accesso al mondo maschile e, in alcuni casi e ad alcuni livelli, può anche entrare in conversazioni altrimenti poco comprensibili: un po’ come aver capito il fuorigioco. La lettrice nerd è generalmente più eclettica della sua controparte maschile non essendo solo focalizzata su fantasy e distopie. La cosa migliore da fare è quindi aprire un volume che è sceneggiatura cinematografica, romanzo e shojo manga allo stesso tempo: Your Name.

Probabilmente ne avete sentito parlare per via del film uscito questo gennaio. Molto ben accolto da critica e pubblico, narra di due adolescenti giapponesi che, senza ragione apparente, si scambiano oniricamente il corpo, vivendo uno la realtà dell’altra. Inizialmente spiritoso per gli ovvi problemi che possono nascere quando un ragazzo ed una ragazza si alternano in vite agli antipodi in tutti i sensi, si tinge poi di un romanticismo malinconico che, viene da pensare, è una costante in molte storie di genere. La genesi, per ammissione stessa di Makoto Shinkai, autore del romanzo e regista del film, è incerta; così come tra uovo e gallina non si riesce mai a decidere, così non si distingue la nascita di anime e romanzo. Il manga, contrariamente a quello che verrebbe da pensare, non esiste. Eppure, nel leggerlo, viene quasi naturale immaginare i disegni, le pose per noi buffe e le esclamazioni così lontane dal nostro modo di essere e di fare letteratura. Your name è una storia romantica, molto coinvolgente e per nulla infantile che ben equilibra attimi di pathos con momenti divertenti e mostra spaccati della realtà giapponese che in un manga sarebbero passati in secondo piano. Richiama, a tratti, la delicatezza di Miyazaki.

Abbinatelo ad orecchini di pietre semi preziose. Io ho scelto il turchese per assonanza cromatica con la copertina e per favoritismo personale nei confronti del minerale. Aggiungo che, da discreta consumatrice di shojo, non ho potuto fare a meno di terminare la lettura in un pomeriggio.

Jules

I luoghi dello shopping: “Il mondo che non vedo”, un mondo nuovo

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“Il mondo che non vedo”, Via Beato Bellegrino n.37, Padova.  Foto tratta dalla loro pagina Facebook

Ogni libreria mi si presenta sempre come un mondo nuovo e a sé stante. Quando entro posso osservare i suoi monti (le pile di libri), i fiumi (i corridoi tra gli scaffali), la fauna e la flora che lo popolano (libri e lettori) e intravedere il Creatore (il libraio/a). Messa giù in termini epici si tratta quasi di una lettura visiva di una Genesi di un mondo fatto di libri. Ma, mentre ne possiamo vedere gli effetti a creazione ultimata, resta sempre il mistero del “cosa c’è stato prima”, come il mondo è nato, dietro quale idea, quando…ecco perché ieri sono andata all’esplorazione un po’ più approfondita di un luogo in cui ero passata solo da visitatrice frettolosa, paga della buona selezione di titoli e della possibilità di bere un caffè scegliendo un libro: Il mondo che non vedo.

IMG_2844Il mondo che non vedo apre il 9 novembre del 2016 a Padova, in una via che, sebbene vicinissima al polo universitario e al centro cittadino, è in genere poco frequentata. Si presenta come una libreria con le pareti bianche e azzurre, bancali di recupero come mobili per i libri, sedie tavoli e poltrone vintage e un bancone bar. Si percepisce subito, e poi mi viene confermato, che tutti gli arredi sono scelti con cura e con un motivo ben preciso, così come fanno con la nutrita selezione di titoli, tutti di marchi editoriali indipendenti. Una libreria- caffetteria che non saremmo sorpresi di trovare in una piccola via di un quartiere parigino. Chiacchiero un po’ con Erica Guzzo e Michela Mancarella, le demiurghe del luogo.

Visto che si tratta di una storia padovana, tutto inizia davanti ad un aperitivo. Due ragazze al Chiosco, un mojito, e la discussione che in molti, soprattutto di questi tempi, affrontano: cosa fare del proprio futuro lavorativo? Una di loro viene già da un lavoro nel campo dei libri, l’altra ha più una formazione in campo amministrativo e decidono che la strada che possono percorrere è quella di aprire una libreria insieme. A differenza dei romanzi in cui il titolo è sempre l’ultima cosa ad essere pensata, loro partono subito dal nome. Scartato l’originario desiderio di dedicare il luogo a Lucia Extebarrìa, scrittrice spagnola da loro molto amata, si decidono per Il mondo che non vedo, in onore ad una raccolta di poesie di Fernando Pessoa. Da quel momento le idee corrono. Immaginano, essendo vicino al polo universitario, di rivolgersi principalmente alla fascia di studenti e docenti, ma ora raccontano che il pubblico è quanto mai eterogeneo. Proprio mentre parliamo vicino a noi c’è un ragazzo che studia, una mamma che cerca un libro per bambini e una signora che è venuta semplicemente per una tazza di caffè dopo la spesa.

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Il bancone è stato realizzato a Milano dal laboratorio “ControProgetto”

“Spesso entrano persone che non hanno bene idea di come funzioni Il mondo. Vedendo il bancone del bar pensano che sia una caffetteria con dei libri da prendere in prestito oppure da leggere mentre si beve qualcosa. Ci teniamo a specificare che questa è una libreria con dentro una caffetteria e non il contrario.” mi spiegano. La caffetteria nasce come “coccola” per il lettore che desidera sfogliare un libro appena acquistato, ma ovviamente si può entrare anche solo per un caffè e un dolcetto o per un pranzo veloce. Proprio adesso stanno incominciando ad ospitare le prime feste di laurea.

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Mi affascina moltissimo il loro simbolo: cosa significa? Si presta a libera interpretazione, quasi fosse una particella di Rorschach dispersa. Chi ci vede un occhio, chi un telescopio, un mondo, l’obiettivo di una macchina fotografica. Non c’è una risposta più giusta dell’altra.

Anche se aperte da relativamente poco tempo, hanno un calendario così fitto di eventi da sembrare da sempre parte del panorama letterario della città. Ogni settimana ospitano presentazioni di libri, inaugurazioni di mostre e musica. Stanno creando una piccola orbita sotto questi portici, una forza di gravità che attira già moltissima gente. È un mondo che merita di essere scoperto, di essere visto e di essere vissuto. Sicuramente alcuni padovani lettori ci sono già stati: per chi ancora mancasse Erica e Michela si trovano qui alla loro pagina Facebook e vi aspettano in via Beato Pellegrino 37, Padova.

Jules

 

Oggi si consiglia a… chi ha bisogno di un’avventura

Phillips cavalieri

Il lavoro del cavaliere non è mai finito. Soccorrere damigelle, combattere streghe, tirare giù gatti dagli alberi, aprire coperchi di vasetti. E tutto per l’onore, la ricompensa meno spendibile che Dio abbia creato

Tutti sentiamo il bisogno di vivere avventure. Ogni tanto ci incantiamo a guardare fuori dalla finestra, soprattutto in questi giorni di inizio primavera, e lasciamo andare la mente. Quando eravamo più piccoli, sognavamo liberamente di draghi e fate, avventurose ricerche e cavalieri maestosamente abbigliati. Con la crescita in genere ci “limitiamo” a fantasticare di viaggi, spiagge con mare cristallino come quello che abbiamo sul deskop del pc dell’ufficio o di luoghi temali dove restare a mollo senza dover fare un accidente di niente. Sono pensieri più circoscritti, certamente più realizzabili del duello contro un drago, ma proprio per chi in questo momento sta leggendo queste righe invece di lavorare (bravo/a continua!) consiglio un romanzo che risveglia la voglia di avventura in senso più classico senza però partire per la tangente fantastica.

Alla corte di Re Artù, oltre alla classica Tavola Rotonda, c’è un tavolata minore: viene chiamata la Tavola Dei Cavalieri Meno Importanti. Ha una gamba più corta dell’altra, il vino è spesso di cattiva qualità e ospita tutti gli scarti della tavola principale. Cavalieri vecchi, fallimentari o disonorati siedono lì e raccontano di vecchie avventure ormai da tutti dimenticate. Lì siede anche sir Humphrey, un cavaliere disilluso a parole, ma che tiene sempre d’occhio la tavola principale, nella speranza che si presenti un’avventura adatta a lui. Per fortuna, a quei tempi. fanciulle in difficoltà non scarseggiavano, e quando la nobile Elaine du Mont si presenta per ritrovare in proprio promesso sposo, sir Humphrey è più che pronto a rimontare in sella.

Così si avvia I cavalieri della tavola zoppa di Marie Phillips che, dopo la modernizzazione delle divinità greche in Per l’amor di un dio, passa ad analizzare  smitizzare anche i nobili cavalieri di re Artù. Così incontriamo cavalieri che pensano che l’onore non valga nulla. Fanciulle che, invece di chiedere aiuto per vendicare il proprio onore, usano i cavalieri erranti per ripescare i fidanzati dalle taverne dove giacciono ubriachi marci. Con garbo e ironia tutta inglese e una punta di grottesco di tanto in tanto, Marie Phillips riesce perfettamente nell’intento di smorzare l’aura epica che circonda il tavolaccio più famoso della storia. L’on the road (a cavallo) di sir Humphrey e della sua sgangherata combriccola ricalca tutti i modelli dell’avventura in senso medievale che sognavamo da bambini, ma i pericoli e le situazioni che si trova ad affrontare sono permeati di tale realismo, da permetterci di ricamarci sopra senza sentirsi troppo infantili.

Indossatelo, signore, con una bella gonna ampia, damascata potendo (visto che la cotta di maglia darebbe un po’ nell’occhio) e appoggiatelo con ostentazione sulla scrivania. Se la giornata dovesse risultare troppo ordinaria e doveste aver bisogno di un po’ di concreta ed adulta magia, potrete distrarvi e senza sensi di colpa. Se l’inferno sono gli altri, il nostro vicino di scrivania non potrebbe interpretare un drago?

Jules

Libri del lunedì:il circo di inizio settimana

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Non già elefanti, tigri, iene, scimmie, orsi polari, che tutti hanno visto e rivisto più volte. Oggidì il leone africano è una vista comune come l’aeroplano. Qui, invece, si trattava d’animali mai veduti, bestie feroci oltre ogni sognabile ferocia, serpenti astuti oltre ogni concepibile malizia, ibridi strani oltre ogni incubo della fantasia.

L’inizio della settimana è un circo: durante il week end pare quasi essersi dimenticati di tutte quelle piccolezze che rendono il lunedì un giorno più arduo degli altri. Si sgranano gli occhi di fronte al solito ingorgo del traffico del mattino, si trattiene il fiato nel sentire quanto si dovrà fare e produrre, si distoglierà lo sguardo davanti alle mail non ancora aperte. Per cercare di ammantare di un po’ di mistero tutte queste incombenze, oggi uscite indossando Il circo del dr. Lao di Charles G. Finney.

In una piccola città dell’Arizona, ai tempi della Grande Depressione, arriva un circo. Sembra molto diverso da tutti gli altri: intanto, perché, dall’esterno, appare come il caravanserraglio più scalcagnato di tutti i tempi, con uomini che sembrano animali e animali non ben classificabili. Ma soprattutto si distingue dagli altri perché promette la visione di creature e mostri mai visti prima come Sirene, Chimere e Meduse. Non bisogna lasciarsi ingannare: il piccolo Dr. Lao, dietro le tende sdrucite e scolorite, nasconde un mondo di cui nemmeno sospettavamo l’esistenza e che di benevolo ha decisamente ben poco.

Piccolo capolavoro di narrativa fantastica degli anni ’30, questo compatto volumetto e stato di grande ispirazione per la composizione de Il popolo dell’autunno di Ray Bradbury, divenuto poi più celebre negli anni ’80 con l’inquietante trasposizione cinematografica Disney. Questo circo è il nostro lunedì: ci si parano davanti mostri che non dovrebbero più sorprenderci, ma che ancora riescono a spaventarci. Nascondono un fondo di profondo terrore che però possiamo addomesticare. Basta semplicemente guardarli per quello che sono: attrazioni che, una volta chiuso il sipario, non possono più colpirci.

Il romanzo va indossato con qualcosa di estroso, il massimo che avete nel guardaroba. Ho deciso di metterlo con il bracciale di perline più vistoso che ho, per fargli compagnia. Perché non tutti i lunedì possono essere sempre rosa e fiori.

Jules

Shopping: si fanno cene questo week end?

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«Sì, siamo i Vedovi Neri, signore. Lei cosa desidera?»

«E aiutate la gente, no?»

«No. Come le è stato detto questo è un incontro privato, e non abbiamo altro scopo che stare tra di noi».

«Mi hanno detto che voi indovinate le cose. Ho un problema».

«Giovanotto, normalmente comincerei chiedendole di giustificare la sua esistenza, ma lei non è nostro ospite e quindi la domanda non ha senso. Può esporci il suo problema, ma l’avverto che ognuno di noi ha il diritto di interromperla quando crede e che Henry, il nostro cameriere, può fare altrettanto. In cambio lei deve rispondere a tutte le domande in modo sincero e senza nascondere niente».

Cena da me/noi/voi, sabato sera? è una delle frasi più ricorrenti nei giorni immediatamente precedenti al week end. Nulla di meglio di un piatto di spaghetti, una pizza (per restare nel cliché della cena italiana) per rilassarsi dopo una lunga settimana.

Ottima idea! Cosa porto? è la domanda successiva. La scelta può cadere su una bottiglia di vino, il dolce o un antipasto. Per lo shopping di oggi, oso suggerire di infrangere l’etichetta e presentarsi con un volume narrante le avventure dei Vedovi Neri.

Il club dei Vedovi Neri è composto da gentiluomini della New York degli anni ’70. I signori si ritrovano mensilmente al ristorante Milano e, serviti dall’impareggiabile ed acuto maggiordomo Henry, conversano tra di loro e torchiano un invitato diverso ogni volta. In genere, ogni loro nuovo commensale ha un problema o un mistero da risolvere e lo sottopone alla loro attenzione. Utilizzando gli spesso insufficienti dati in loro possesso e soprattutto grazie all’acume pungente del loro maggiordomo, riescono a venire a capo di rompicapi apparentemente senza logica e nesso.

La fama di Asimov come scrittore di fantascienza non è nemmeno da ricordare. Forse meno nota è la sua produzione di racconti “gialli”: le avventure dei Vedovi Neri, pubblicati per l’Ellery’s Queen Mistery Magazine a partire dal 1971, sono ora raccolti in cinque volumi editi per Minimum Fax. I brillanti giochi di logica, la generale aria di bon ton che si respira, e l’arguzia del maggiordomo Henry, strizzano l’occhio ai racconti brevi di Agatha Christie e all’umorismo di Woodhouse. Per quanto di produzione americana, non hanno nulla da invidiare al garbo britannico e si rendono una splendida ispirazione per serate conviviali. Tant’è che dopo averli letti non ci si può esimere anche dallo scrivere e parlare in maniera più forbita.

Sono racconti che vanno indossati con guanti di pizzo, per le signore, e sono un ottimo regalo per il padrone di casa che organizzerà la cena questo week end. Saranno parole più solleticanti ed inebrianti di qualunque bottiglia di vino voi possiate mai portare.

Jules

Ex novo: “Funny girl” di Nick Hornby

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Funny Girl di Nick Hornby, fa coppia con Sara,  neo laureata in Lettere  del Collegio Nuovo- Fondazione Sandra ed Enea Mattei, Pavia

 

Era abbastanza certa, però, che nessuna di quelle ragazze voleva far ridere la gente. Era la sua unica speranza. Qualunque cosa interessasse a quelle ragazze – e aveva la sensazione che non gli interessasse granché – non era quello. Far ridere la gente significava fare gli occhi strabici e mostrare la lingua e dire cose che potevano sembrare stupide o ingenue, e nessuna di quelle ragazze, con il rossetto rosso e un fulminante disprezzo per chiunque fosse vecchio o bruttino, lo avrebbe mai fatto.

Ho sempre vissuto in città universitarie. Partendo da Pavia, arrivando a Padova e frequentando nel mezzo anche Bologna, mi sono imbattuta e ho partecipato a numerosi festeggiamenti di laurea. Dove vivo ora poi particolarmente sentiti e vivaci, con travestimenti, papiri e alcol in quantità. Ogni tanto, mi fermo ad osservare gli ormai-da-poco non più studenti e li vedo euforici, esaltati e stremati, com’è giusto che sia. Di sicuro tra di loro c’è qualche lettore “forte” che ha dovuto mettere da parte la narrativa per scartabellare bibliografie ed immergersi nel monotematico mondo della tesi. So per certo che non vedono l’ora di tornare a sdraiarsi con un libro di puro svago e diletto. Se vi riconoscete nella descrizione, allora potrebbe farvi bene trovare in biblitoeca Funny girl di Nick Hornby.

Barbara viene da un piccola città inglese. È una reginetta di bellezza, ma il suo grande sogno è quello di andare a Londra e diventare un’attrice comica come Lucy Ball, il suo personaggio iconico che studia con religiosa attenzione ogni pomeriggio in televisione. Non è un sogno comune, né tantomeno facile da realizzare, ma Barbara ha grinta e un pelo sullo stomaco notevole. Liberatasi di tutto quello che può ricondurla al suo passato di provincia, compreso il nome, dietro lo pseudonimo di Sophie Straw riesce laddove molte avevano fallito e imponendosi nello show business delle prime sit- com della BBC.

Molte ragazze, una volta uscite dall’università, sanno già verso quale obiettivo mirare. Forse per merito di uno stage, di un’occasione con il proprio argomento di tesi, hanno idea di come strutturare la loro vita dopo anni scanditi da esami e libri.

Molte ragazze, una volta uscite dall’università, sono incerte. Sicuramente hanno studiato con profitto e passione quello che desideravano e hanno realizzato che il mondo del lavoro può essere più ostico del previsto. Avranno magari periodi di disorientamento e non sapranno dove girarsi.

Questo romanzo è adatto per tutte e due le categorie di neo laureate. Da grande appassionata di letteratura anglosassone contemporanea, ho sempre apprezzato Nick Hornby. La costruzione dei dialoghi e delle situazioni bilanciate eppure freddamente divertenti (proprio da classico humor inglese), non manca mai di farmi sorridere. La storia di questa giovane donna con in testa un preciso obiettivo anche se anticonvenzionale mostra che, se si ha già una direzione precisa e una motivazione forte, si può arrivare praticamente ovunque. Ma mostra anche che, talvolta, la strada che si è intrapresa non è esattamente come la si voleva e allora bisogna riprogrammare il navigatore e scegliere altre vie che magari non si erano mai nemmeno prese in considerazione.

L’abbinamento è molto specifico: un gioiello a forma di bussola (per farvi un’idea date un’occhiata qui). Per chi ha già chiara la direzione, servirà come memento e per chi ancora la sta cercando sarà un ottimo punto di partenza.

Jules

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